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| Giacomo Ramella Pralungo; |
Negli
ultimi anni l’ intelligenza artificiale è divenuta un argomento di
discussione particolarmente disputato da più soggetti, divisi da
opinioni nettamente diverse: chi la vede come un’ opportunità e
chi invece un pericolo. Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa
fantascientifica a sfondo sociale e articolista storico e culturale,
esprime scetticismo su questa particolare invenzione che trova
inutile seppur affascinante.
«Mi
sono formato leggendo le opere di Herbert George Wells, Frank Herbert
e Michael Crichton, grandi autori di fantascienza di cui mi reputo un
umile discepolo.» esordisce con fermezza Giacomo Ramella Pralungo «E
nelle loro opere il concetto è chiaro: l’ uomo deve rimanere al
centro, le sue invenzioni fungere soltanto da supporto e sempre e
comunque dipendere da lui e garantire il suo bene.».
Non
usa mezzi termini, parla con parole semplici e dirette e in difesa di
un valore per lui irrinunciabile: «Il computer è stato un’
invenzione molto utile, dalle grandi capacità, su questo siamo tutti
concordi. Io stesso me ne servo moltissimo per scrivere e comunicare.
Difficilmente potrei arrivare adeguatamente alla gente, se ne fossi
sprovvisto. Ma il principio stesso di intelligenza artificiale mi fa
rabbrividire.». Gliene chiediamo il motivo, e dopo un’ attenta
riflessione parla valutando con cura le parole: «E’ per il
concetto stesso di intelligenza, ossia la capacità di imparare,
capire e affrontare nuove situazioni. Si tratta della caratteristica
fondamentale delle forme di vita, che negli umani si è evoluto al
punto di sviluppare la consapevolezza, ossia il sapere di sapere. Io
ho sempre trovato paradossale soltanto l’ idea che un umano pensi
di realizzare uno strumento, nel nostro caso un computer, a immagine
e somiglianza della propria mente, e rendendolo capace di prestazioni
infinitamente superiori e immediate. Dovremmo piuttosto avere la
saggezza di migliorare noi stessi, che siamo la vera tecnologia!».
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| Un supercomputer addetto ai programmi IA; |
Lo
scrittore avanza tra
le strade del borgo storico del Ricetto di Candelo, struttura
fortificata risalente all’ alto Medioevo,
e racconta dei grandi autori da cui ha sempre tratto ispirazione per
i propri lavori. Herbert George Wells, professore
universitario
britannico e autore
forgiatosi
nella tarda epoca vittoriana, denunciò con polemica la lotta di
classe, il senso di superiorità tipico dell’ umanità e l’
impiego della scienza a fini di prevaricazione: «Di
lui ho letto ‘La macchina del tempo’, ‘La guerra dei mondi’,
‘L’ isola del dottor Moreau’ e ‘L’ uomo invisibile’.
Grandi opere che, ne sono fermamente convinto, dovrebbero essere
insegnate a scuola. Ho sempre molto apprezzato il suo stile, di
facile lettura e senza paroloni o astrusità. Secondo lui, l’ uomo
è un essere intelligente ma portato spesso ad allontanarsi dalla via
più giusta, e la scienza diviene buona o cattiva a seconda dell’
impiego che ne facciamo noi: anche un semplice coltello da cucina è
utile se tagliamo una cotoletta, ma se uccidiamo
qualcuno
diventa ben più pericoloso. Basta
poco, e tutto cambia
(risata)!».
Si
indica la testa: «Tutto nasce da qui, dalla nostra coscienza.».
Frank Herbert, scrittore, giornalista e fotografo statunitense dai
grandi interessi per la storia, l’ antropologia, le discipline
orientali e la psicologia, è invece ricordato soprattutto per la
serie di Dune: «Devo molto della mia mentalità ai sei romanzi
ambientati nel futuro dell’ umanità e sul pianeta desertico
Arrakis, detto anche Dune, che per l’ Impero galattico ha un valore
fondamentale perché unica fonte
del Melange, una sostanza dalle numerose applicazioni. In
questa serie non appaiono tecnologie supersviluppate e neppure
computer o organismi cibernetici: il genere umano le ha bandite dopo
essere stato dominato per lungo tempo dalle cosiddette macchine
pensanti, e ha sviluppato una società incentrata sul pieno sviluppo
delle capacità fisiche e mentali partendo da individui
particolarmente dotati. In questi romanzi la sola idea di concepire
una macchina che somigli ad una mente umana è imperdonabile.».
Michael
Crichton, medico, scrittore, sceneggiatore, regista e produttore
statunitense, è invece passato alla storia per alcuni romanzi di
successo ma soprattutto per «Jurassic Park» e «Il mondo perduto»:
«Ebbe
l’ idea di denunciare la genetica a fini industriali e commerciali
fin dall’ inizio degli Anni Novanta. Ricordo che nelle
prime pagine
di ‘Jurassic Park’ scrisse apertamente che la generazione di
prodotti biologici come elefanti in miniatura come animali domestici
oppure piante dal tronco quadrato per facilitare la produzione di
legna da ardere erano tra le cose considerate dall’ imprenditoria
di allora, più in generale uno sconsiderato dell’ ingegneria
genetica avrebbe provocato danni ben peggiori della bomba atomica. Io
lo credo vero!».

Quanto
all’ intelligenza artificiale, Giacomo è categorico. Si sofferma,
contempla per un po’ l’ atmosfera millenaria di questo centro
storico biellese, e parla senza dubbi: «Ho studiato l’ argomento
per curiosità, e mi verrà utile per alcune storie fantascientifiche
future. Ciò che so mi è già stato utile per il primo lavoro che ho
pubblicato, ‘Cuore di droide’. Da un punto di vista tecnico,
quanto noi oggi chiamiamo intelligenza artificiale mi affascina,
perché sa già fare molte cose benché si noti la differenza da
quanto siamo in grado di realizzare noi.». Il paradosso di quest’
invenzione sta proprio in ciò che è stata concepita per essere e
saper fare: «Prima di tutto è ancora presto per parlare di
intelligenza artificiale, perché i programmi attualmente esistenti
ancora non sono autonomi e indipendenti, dipendono da noi e dalle
nostre richieste. Il pericolo quindi sta nel fatto che gli faremo
fare tutto ciò che possiamo e quindi dovremmo fare noi stessi. Per
mancanza di tempo oppure per pigrizia impiegheremo l’ intelligenza
artificiale, lasciando paralizzare la nostra mente con tutte le sue
immense capacità. Un pericolo da non sottovalutare.».
L’
autore
di fantascienza
teme la comparsa di un’ intelligenza artificiale autonoma e
indipendente come se ne sono viste tante nel
suo genere?
La sua risposta è lapidaria: «Sì!». Spiega che la ricerca
scientifica sta cercando di arrivare proprio a questo risultato: «Un
prodotto perfetto da un punto di vista tecnico, ma profondamente
discutibile sotto quello pratico e morale. Un conto è affidarsi, ed
entro ragionevoli limiti, ad un computer da noi dipendente. Tutt’
altra cosa è invece interagire con una mente tecnologica capace di
milioni di operazioni estremamente precise, capace
di recepire e prendere l’ iniziativa.».
Attualmente,
però, il risultato pare ancora molto lontano: «La
questione se un’
intelligenza artificiale
possa
raggiungere la consapevolezza di sé stessa
o la dimensione emotiva in
questo momento rimane
controversa. Io
rabbrividisco al solo pensiero.
I
programmi
in uso non riuscirebbero
probabilmente a qualificarsi. Sono
molto potenti, eppure
rimangono essenzialmente immagazzinatori di dati, dispositivi per la
coordinazione e ritrovamento degli stessi. In
un futuro non molto distante però potrebbe cambiare tutto...».
Gli
domandiamo se teme una rivolta dell’ intelligenza artificiale o un
suo impiego nei teatri di guerra, e la sua espressione denota
preoccupazione: «Tutto può essere, non si deve escludere niente a
priori. Un altro motivo importante per cui guardo questo soggetto con
preoccupazione è la serie di Terminator, con Arnold Schwarzenegger,
con la quale sono cresciuto. Oltre le abituali scene di azione e l’
ostentazione del suo fisico statuario è evidente il messaggio di un
programma militare, nei film chiamato Skynet, che apprende a ritmo
geometrico e diviene autonomo per poi decretare la fine del mondo,
sterminando il genere umano con il lancio di bombe atomiche.». Ma la
serie cinematografica fu prodotta tra gli Anni Ottanta e gli inizi
del Duemila, ora però lui vede un rischio più subdolo e raffinato:
«Erano
gli anni della Guerra fredda, oggi è tutto diverso.
Un
eventuale Skynet di oggi non avrebbe più bisogno di perpetrare un
genocidio nucleare per risolvere il problema degli umani: gli
basterebbe gestirci in ogni cosa, dalle incombenze della vita
quotidiana a quella lavorativa, e perfino prendendo decisioni al
posto nostro. Ci ritroveremmo quindi a prendere il sole tutto il
giorno in spiaggia sorseggiando tè freddo. Diverremo
come la cicala, con l’ intelligenza artificiale che sarà invece la
nostra formica (risata
amara).
A questo proposito cito sempre le parole di Elon Musk: ‘Arriverà
il punto in cui non sarà più necessario alcun lavoro: puoi avere un
lavoro se lo desideri, per soddisfazione personale. Ma l’
intelligenza artificiale farà tutto. E’ che sia un bene sia un
male, una delle sfide del futuro sarà come trovare un significato
nella vita.’.».

Occorre
peraltro precisare che lo sviluppo dell’ intelligenza artificiale
prevede non solo programmi a cui fare impiego per mezzo del computer,
ma anche la realizzazione di androidi, automi di fattezze umane
dotati di arti flessibili e capaci di rispondere a comandi
provenienti dall’ esterno, prodotti in modo tale da favorire l’
interazione con gli umani. Il
primo prototipo, Wabot-1,
venne prodotto nel 1973 in Giappone. Successivamente, nel 1990, l’
MIT creò Kismet, il primo androide capace di simulare emozioni:
«Oggi, alcuni, come quelli realizzati da Hiroshi Ishiguro, sono così
realistici da sembrare repliche umane. E secondo
il futurologo Ian Pearson,
il numero di androidi potrebbe aumentare drasticamente nei prossimi
trent’ anni. Sono già impiegati in vari settori, come l’
accoglienza
negli alberghi
e l’ assistenza ospedaliera.». E secondo un sondaggio condotto in
Gran Bretagna il
settantuno percento delle persone teme lo sviluppo delle tecnologie
legate all’ intelligenza artificiale, e un
altro
cinquantanove crede che gli androidi possano diventare una minaccia
per l’ umanità: «In
particolare, le preoccupazioni riguardano la perdita di posti di
lavoro, con un aumento delle disuguaglianze, una riduzione dei salari
e la scomparsa di molte figure professionali. Parliamo quindi di un
prodotto destinato a provocare una vera e propria rivoluzione
sociale, un
braccio di ferro tra umano e macchina.».

Un
esempio che Giacomo tiene a fare delle pericolose derive a cui siamo
a rischio in
tema di
intelligenza artificiale riguarda lo sviluppo dell’ influencer
virtuale: «Io sono scettico dinnanzi al fenomeno stesso degli
influencer umani, perché si tratta di una moda esasperata, di divi
pubblicitari che vengono osannati e imitati oltre ogni
ragionevolezza. Ma quelli virtuali mi fanno accapponare la pelle:
sono
personaggi
creati
al computer ed esistenti
in rete. Sono
letteralmente modellati
da più fonti di ispirazione, reali o immaginarie,
e
generati
dalla
convergenza tra tecnologie e discipline come intelligenza e grafica
artificiali, realtà aumentata, processo
di registrazione del movimento del corpo
e
apprendimento automatico.». I risultati sono sempre più realistici
e interattivi, capaci di generare contenuti originali e comunicare
con il pubblico: «Pensate
che esiste un’ influencer virtuale di nome Miquela
che
ha ben tre milioni di seguaci. Migliaia di uomini le
fanno la corte, scrivendole che
è bellissima, che la amano e, addirittura, che vogliono sposarla.
Non
so se ridere o piangere dinnanzi a uomini che
civettano
con un computer e
si innamorano di un programma virtuale, e a
ragazzine che
prendono questo e altri come modello, imitandone modo di parlare,
abbigliamento e comportamento!». Per
lo scrittore questo dramma umano è dovuto ad un problema molto
semplice, costituito da noi stessi: «Preferisco
nettamente un influencer umano piuttosto che uno digitale.
Questo mondo è creato da noi, l’ essere umano. Lo Spirito Santo è
impegnato altrove. Abbiamo costituito
una società in cui l’ ignoranza è una moda e l’
intelligenza e
l’
educazione reperti da museo. La
mente umana è ancora soggetta a mostruosi inganni.
Una società che non sa o non vuole distinguere una persona vera da
una inventata è all’ apice della decadenza, soprattutto
quando chi critica queste tendenze viene tacciato di essere
retrogrado.».

Tra
tanti che temono l’ umanizzazione dell’ intelligenza artificiale,
Giacomo paventa invece l’ opposto, ossia l’ automazione degli
esseri umani: «Bisogna continuare a educare per evitare questo
rischio, i giovani devono leggere, studiare e capire. Gli anni a
scuola sono preziosi, io ho avuto la fortuna di essere allievo di
insegnanti estremamente illuminati che mi hanno sempre detto che il
loro primo dovere era farmi capire ciò che insegnavano. La gente non
deve parlare con questi programmi, coltivi piuttosto i sentimenti e
la consapevolezza, concepisca idee, poiché se non saremo noi adulti
a porre un limite, in un futuro vicino ci troveremo con una
generazione che saprà tutto fuorché essere umana e viva, e quindi
stare al mondo.». Senza mezzi termini, afferma che non sempre la
possibilità di conseguire un risultato significa che lo si debba per
forza realizzare. Anziché pensare all’ intelligenza artificiale
andrebbe sviluppata quella umana: «Psicologi, neuroscienziati ed
esperti di ogni disciplina sono concordi nel dire che in ognuno di
noi, nella nostra mente, esistono grandi capacità che dobbiamo
coltivare. Il cervello umano supera nettamente i computer, ma
dobbiamo usarlo. Lo scorso 17 aprile alle ore 21:00 il professor
Alessandro Barbero, docente emerito dell’ Università di Vercelli
con cui una decina di anni fa ho avuto personalmente a che fare con
una corrispondenza via posta elettronica per alcune mie ricerche,
venne al Duomo di Biella per una lezione su San Francesco su cui ha
scritto uno dei suoi ultimi libri. E detto tra noi lui stesso è
contro l’ intelligenza artificiale (risata)! Durante l’
attesa ho stretto amicizia con una giovane signora e il suo bambino,
di circa dieci anni. Durante la conversazione ho riscontrato in
questo fanciullo un potenziale non da poco, un’ elevata
intelligenza accompagnata da altrettanta curiosità e interessi
culturali. Le facoltà che ho incontrato solo raramente in persone
speciali e ben più adulte, e consapevolmente coltivate, erano
davanti a me in questo gradevolissimo ragazzino. Ho personalmente
avuto una prova ulteriore di quanto sia più urgente e meritorio
dedicare tempo, risorse umane, discipline e stanziamenti a beneficio
di ciò che la natura ci ha dato. Altro che macchine pensanti!».