In un mondo sempre più propenso a esprimersi ma senza il giusto spirito di riflessione, Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articolista a sfondo storico e culturale, pensa che sia importante soffermarsi a ricordare l’ importanza delle parole e del silenzio dando maggiore spazio al messaggio di cui ogni forma di espressione è conseguenza e veicolo: «Una persona intelligente deve sempre sapere tutto quello che dice, e quando è bene tacere.».
Giacomo Ramella Pralungo sfoglia un giornale locale e tiene da una parte un libro di Alessandro Barbero, «San Francesco», che il celebre professore gli ha firmato con dedica durante una recente lezione sul celebre santo tenuta al Duomo di Biella in occasione degli ottocento anni dalla morte: «E’ sempre un grande privilegio per me incontrarlo e parlargli. Molti anni fa gli scrivevo all’ indirizzo di posta elettronica della cattedra universitaria di Vercelli presso cui insegnava, e mi rispondeva sempre. Mi fu molto utile per alcune ricerche, e oltre che per la sua conoscenza l’ ho sempre molto stimato per i manierismi gentili e disponibili. Credo che la sua capacità di esprimersi in modo semplice e diretto sia la chiave della sua notorietà e popolarità. E’ un esempio.».
L’ autore biellese riflette per un po’ e afferma di essere colpito dal fatto che nel mondo contemporaneo sia diventato molto facile per tutti accedere all’ informazione e addirittura immetterla: «La libertà di espressione è tra i diritti più importanti della persona, ed è riconosciuta legalmente e costituzionalmente insieme a quella di informazione. Siamo davvero molto fortunati, ne sono fermamente convinto. E’ una buona cosa. Siamo diventati più colti e capaci di riflettere, quindi di argomentare. Oggi si legge il giornale ed è possibile inviare un proprio intervento alla redazione, che lo manda in stampa, e con Internet c’ è stato un grande salto grazie a blog e reti sociali: basta premere un pulsante e i nostri pensieri sono leggibili in ogni parte del mondo. Però, come ogni altro diritto, comporta un dovere.». Gli chiediamo quale sia, e lui senza incertezze risponde: «L’ obbligo di riflettere su ciò che vogliamo dire. Noi lo facciamo sempre di meno. E’ un’ abitudine della nostra vita quotidiana. Viviamo in un mondo in cui si parla sempre, spesso anche solo per circostanza o addirittura senza che ve ne sia davvero bisogno, e chi parla poco viene guardato in modo strano e sospetto, come se volesse tenere le distanze dal prossimo.». E ora, con Internet, la parola vana ha conosciuto una diffusione esponenziale: «Parliamo e scriviamo molto, ma ormai ben poco di ciò che esprimiamo è veramente utile e sensato. Siamo liberi di esprimerci, ma abbiamo l’ obbligo di farlo con saggezza.».
| Giacomo Ramella e Lama Paljin Rinpoche; |
Giacomo indica una raffigurazione del Buddha Śākyamuni, un personaggio storico che, al di là delle costruzioni mitologiche e religiose da cui si tiene distante stima profondamente e da cui sente di aver imparato molto studiandone da vent’ anni il messaggio: «Come in seguito avrebbe fatto Gesù, non scrisse mai nulla ma molto insegnò. Si espresse più volte sull’ importanza della parola: le parole sono veicolo di un significato. Nel Buddhismo si ricorda una sua affermazione in particolare che mi ha colpito: ‘Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire’. Secondo me è meraviglioso, dovremmo ricordarci queste parole almeno una volta al giorno!». Negli anni ha visitato vari centri buddhisti tibetani, come il Samten Ling di Graglia e il Centro Mandala di Milano, retti da Lama Paljin Rinpoche con cui ha un rapporto cordiale e di stima, nonché l’ Istituto Lama Tzong Khapa di Santa Luce e il Bukkaidojo di Vercelli, appartenente alla scuola Sōtō-shū dello Zen giapponese: «Amo moltissimo l’ atmosfera di questi luoghi, in cui si parla poco e a voce bassa con la consapevolezza di quanto siano vane le parole inutili. Lama Paljin, durante uno dei nostri primi incontri, mi disse che le parole non esistono di per sé ma la mente le concepisce per intendere l’ infinito.». In essi, spiega, si rispetta il terzo valore essenziale del Nobile Ottuplice Sentiero, l’ insieme di otto principi che modellano un comportamento basato sulla rettitudine insegnato dal Buddha nel suo primo insegnamento, il Discorso di Benares: «La retta parola, ossia l’ assunzione della responsabilità delle nostre parole, ponendo attenzione nella loro scelta e ponderandole in modo che non facciano male agli altri e di conseguenza a noi stessi. Anche il nostro agire deve essere improntato al nostro parlare e corrispondere ad esso. In altre parole: pensare ciò che si dice, dire ciò che si pensa, parlare con gentilezza, non mentire, evitare il pettegolezzo vano e non parlare a vuoto.».
Come persona e scrittore, dedito alla fantascienza a sfondo sociale e ad articoli storici, culturali, scientifici e di mistero, reperibili in larga parte su Internet, Giacomo afferma di aver avuto piena conferma di quanto sia importante ricordare quanto le parole siano uno strumento di comunicazione preciso, da cui peraltro dipende la percezione che gli altri hanno di noi: «Ciò che esprimiamo è una manifestazione diretta e chiara di noi, di quello che siamo. Hanno il potere di fare chiarezza oppure di confondere le idee, a seconda di ciò che vogliamo noi. Come persona, evito parole volgari e aspre, nonché gli argomenti di basso profilo, dalle chiacchiere mondane di paese a quelle delle riviste relative alle persone famose. Preferisco nettamente argomenti ben più utili legati a questioni pratiche e culturali. Come scrittore, quest’ abitudine mi è profondamente di aiuto, perché nei miei libri devo valutare argomenti di interesse generale e con un linguaggio appropriato, comprensibile ed essenziale. E i grandi scrittori che ho preso come esempio, da H. G. Wells a Frank Herbert, da Michael Crichton ad Antonio Spinosa, senza dimenticare Charles Dickens, Valerio Massimo Manfredi e il professor Barbero, mi sono stati di grande aiuto. Il professor Barbero specialmente mi ha dato una lezione chiara e preziosa: quando scegli di dire qualcosa, riferisci sempre le tue fonti o gli elementi che ti hanno portato a sviluppare il ragionamento. Come a suo tempo il Buddha, che ripeteva l’ importanza di limitarsi a parlare di ciò di cui abbiamo fatto esperienza diretta e debitamente compreso.». Chiediamo allo scrittore se la letteratura può aiutare a guarire il mondo, e lo vediamo pensare per un po’ prima di parlare: «Sì, se chi scrive e chi legge pone attenzione al messaggio e alla sua forma. Gli scrittori denunciano, auspicano, propongono, cercano di trasmettere valori. Di recente una missione astronautica frutto della collaborazione tra Stati Uniti, Europa, Canada, Giappone, Corea e altre nazioni ha girato attorno alla luna, e sembrava lontana anniluce dal mondo di oggi che corre spedito verso la frantumazione, e che sembra riconoscere solo la ragione del più forte, del più violento, del più bullo e persino del più villano.». Gli scrittori, dice, hanno sempre firmato testi con un certo valore sociale, denunciando le storture della loro società o, con il genere ad esempio della distopia, cercando di mettere in guardia da tendenze pericolose mentre gli utopisti hanno voluto enfatizzare proposte più costruttive: «Eppure il mondo sembra una palla troppo grossa e con un peso troppo grande perché si possa cambiare il suo senso di rotazione con le semplici parole. Io sono fermamente convinto che per migliorare le cose si debba lavorare innanzitutto sulla mente delle persone, perché è la nostra mente a costruire il mondo. Dipende solo da noi: non da un Dio o dal suo Spirito Santo, e nemmeno dal fato. L’ origine di tutto viene dalla nostra mente e la parola scritta può avere un peso enorme nell’ influenzare il pensiero individuale e collettivo. E’ certamente possibile, ma sia chi scrive che chi legge deve prestare attenzione al messaggio.».


