lunedì 17 dicembre 2018

Il particolare impegno dello scrittore secondo Giacomo



Da anni dedito alla narrativa di fantascienza e più recentemente agli articoli di storia generale, pubblicati sul suo sito informatico, e locale, editi sui giornali «Il Biellese» e «News Biella», Giacomo Ramella Pralungo sostiene da sempre che quello dello scrittore sia un impegno molto particolare, ampio e di vasta portata, nonché qualcosa di assai gradevole soprattutto a livello personale: «Alle volte lo sento un po’ stancante per la mente, a cui richiedo una certa concentrazione affinché generi pensieri corretti ed esprimibili in modo limpido e chiaro, eppure si tratta di un’ attività entusiasmante, da cui traggo una possibilità di apprendimento e sviluppo personale e culturale davvero unica nel suo genere. Ogni volta che realizzo un testo, sia esso un romanzo oppure un articolo, compio precise ricerche storiche e culturali da cui sento di scoprire moltissimo io stesso.».

Giacomo mette da una parte i fogli di carta e la penna con cui lavora, accanto ad un libro di Giampaolo Pansa, «Bella ciao - Controstoria della Resistenza», che, dice, sta leggendo con un certo interesse: «Amo molto la storia fin da quando ero ragazzino, e penso che Pansa sia un autore veramente abile e intelligente. Lo ammiro molto, e mi rendo conto di aver imparato tante cose leggendo quel che scrive. Si occupa con una certa obiettività del lato rovescio e opportunamente omesso della Resistenza partigiana, la cui storia è stata santificata dalle istituzioni repubblicane vincitrici dal soglio governativo, ragion per cui alla sua casella di posta sono stati indirizzati svariati pareri, sia positivi che negativi. Nel febbraio 2017, ispirato dal suo lavoro, pubblicai io stesso un articolo, ‘Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana’, uscito presso ‘Il Biellese’, in cui mi sono concentrato su determinate azioni negative compiute dai partigiani sul suolo biellese, la mia terra natia, ponendo in evidenza alcune stragi cruente e insensate, dal movente poco aderente alle esigenze della guerra allo Stato fantoccio della Repubblica Sociale Italiana e ai biechi burattinai del Terzo Reich, senza ovviamente voler attaccare la Resistenza in quanto tale: la sezione biellese dell’ ANPI mi accusò prontamente e prevedibilmente di revisionismo storico (risata)…».

Questo giovane scrittore afferma che per lui scrivere è qualcosa di molto speciale, che gli permette di dare risalto a precisi principi culturali, morali e personali che gli stanno particolarmente a cuore. Lo fa anche per il piacere di inventare storie nuove, certamente, ma sempre animate da una particolare idea comunicativa: «Leggere e scrivere possono essere anche semplice intrattenimento, io non ci vedo nulla di male, eppure a me piace l’ idea di partire da un certo principio, come il pericolo dell’ impiego improprio di una tecnologia o una scoperta scientifica o più in generale la nostra responsabilità individuale in un certo contesto, e ricavare una storia in cui ne immagino le conseguenze.».
Con l’ eccezione di «Il signore del crimine», romanzo incentrato su Cosa Nostra italoamericana, e l’ autobiografia «Io sono Giacomo», i suoi otto libri sono di genere fantascientifico, ambientati sulla Terra, nel tempo presente, ma collegati allo spazio, ai viaggi nel tempo e alle civiltà aliene: «Sono stati scritti e pubblicati romanzi, soprattutto da Frank Herbert e Isaac Asimov, e anche prodotti film ambientati in un lontano futuro o nello spazio profondo, come ‘2001: Odissea nello spazio’ oppure le serie di ‘Star Trek’ e ‘Guerre stellari’, che io stesso apprezzo e considero una parte molto importante della mia esperienza sia di spettatore che di autore, ma a differenza di tutte queste opere ho scelto di preservare un certo contatto con la nostra Terra, in parte perché in tal modo al lettore si presenta qualcosa di familiare con cui può riconoscersi, e dall’ altra sento di poter toccare svariati temi assai interessanti su cui mi piace ragionare.».

Per Giacomo, scrivere equivale a stabilire un contatto con il pubblico, è un mezzo tramite il quale può trasmettere qualcosa di particolare. Dedica quindi molto tempo alla preparazione di libri e articoli, dapprima concentrandosi sull’ idea di fondo e la storia, poi alla forma che viene materialmente presentata nelle pagine: «Non pubblico mai nulla finché non sento che il testo quadra appieno nella mia mente, tanto nei concetti quanto nel linguaggio. Voglio sempre presentare testi chiari, semplici, completi, esaurienti e coerenti, ma anche corretti sotto l’ aspetto del linguaggio e liberi da argomenti e parole volgari e indecorosi, perché credo nel valore della sostanza e della buona educazione, concetti sempre più dimenticati nel mondo di oggi.». Ai suoi occhi, come lui stesso si affretta a puntualizzare, la correttezza di un testo non significa soltanto assenza di errori e scorrevolezza, ma anche mancanza di termini in lingua inglese: «E’ una tendenza che negli ultimi vent’ anni e oltre si è sempre più imposta tra noi italiani, sia quando parliamo che quando scriviamo, eppure rappresenta un errore madornale! A parte me, temo che siano davvero poche le persone che non ricorrono mai ai vocaboli britannici quando parlano o scrivono in lingua italiana. Eppure, direi proprio che si tratta di un principio logico fondamentale, anche piuttosto semplice da comprendere: conoscere le altre lingue è di estrema importanza, perché ci evita l’ isolamento, ma per quale motivo si deve per forza mischiare la nostra con un’ altra qualunque, per quanto ormai diffusa a livello mondiale? Per secoli abbiamo parlato un italiano puro, del tutto privo di vocaboli stranieri, che bisogno c’ è quindi di sopprimere la nostra lingua rimpiazzando uno per uno i suoi vocaboli con quelli stranieri?».
Giacomo spiega di attenersi ad una precisa tradizione letteraria che fa risalire ai suoi autori preferiti, che reputa suoi maestri: «Devo lo sviluppo del mio stile narrativo e i fondamenti delle mie opere a grandi scrittori quali Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, il monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh, il XIV Dalai Lama, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi. Leggendo i loro testi ho riconosciuto la loro genialità e le notevoli capacità comunicative, e ho compreso che sono autori notevoli e pionieri di una scrittura libera e spontanea. Ognuno di loro è a modo proprio esponente di una tradizione con cui ho voluto stabilire un filo di continuità. Mi reputo un loro modesto discepolo, pieno di entusiasmo.».
Quando gli si chiede quali siano i libri che per lui vanno assolutamente letti, gli brillano gli occhi: «La serie di ‘Dune’ di Frank Herbert è un’ esperienza straordinaria che qualsivoglia lettore dovrebbe affrontare: i sei romanzi firmati da questo straordinario autore contengono una serie di messaggi prevalentemente a sfondo ecologico e sociale davvero straordinari. Anche le opere di Herbert George Wells, come ‘La macchina del tempo’, ‘La guerra dei mondi’ e ‘L’ isola del dottor Moreau’ rappresentano qualcosa di prezioso e gradevole, in quanto poggiano su di una solida analisi sociale. I celebri ‘Jurassic Park’ e ‘Il mondo perduto’ di Michael Crichton, invece, valutano l’ impiego della scienza per un superficiale fine commerciale, spesso e volentieri provocando più problemi di quanti ne risolva.».

Indicando il libro sulla Guerra di liberazione italiana che sta leggendo, aggiunge che il giornalista Pansa ha spesso sottolineato che gli scrittori, soprattutto sul suolo italiano, hanno quasi sempre tendenze politiche: «Trovo che sia la cosa più sbagliata in assoluto per un autore. Non c’ è niente di più facile dell’ influenza dell’ opinione pubblica tramite i mezzi di comunicazione di massa. La trasmissione di dati e informazioni dovrebbe essere un processo del tutto veritiero ed equanime, così da favorire la consapevolezza, invece si intossicano migliaia di cervelli, se non addirittura milioni, per meschini interessi di parte.». Tuttavia, sostiene di essere assolutamente libero da qualsivoglia legame ideologico: «A livello politico non ho mai sostenuto alcuna ideologia, e negli anni ho imparato a diffidare persino dei partiti a causa delle faccende in cui sono coinvolti e degli affarucci con cui si sporcano abitualmente le mani, al punto che fin dalle elezioni politiche del 2013 riconsegno in bianco la mia scheda elettorale: non mi riconosco in alcuno schieramento e non ho la minima fiducia per i relativi candidati. Quindi nei miei testi non faccio mai politica, tutt’ altro! Non riuscirei mai e poi mai a lavorare come cronista per un giornale di partito, per quanto la reputi un’ attività pur sempre legittima, figlia della nostra preziosa democrazia (risata)! Tutte le volte che scrivo parto direttamente dalla mia coscienza personale e mi soffermo su cose tangibili, dopo aver valutato attentamente i fatti. In sostanza, parlo spontaneamente di ciò che conosco bene e in cui credo personalmente in base all’ esperienza diretta. E, soprattutto, mi assumo la responsabilità di quello che scrivo e pubblico, perché è esattamente ciò che mi pone all’ attenzione della gente: sulle copertine dei miei libri e alla fine dei miei articoli c’ è sempre il mio nome, di cui ho ovviamente cura.».
Sebbene oggi sia l’ epoca dei computer e di internet, non ha voluto perdere l’ abitudine di scrivere i suoi appunti e annotazioni a mano, che poi trascrive sul suo elaboratore, con il quale procede allo sviluppo del testo e alla successiva trasmissione, sostenendo di essere volontariamente rimasto legato a quella che chiama la vecchia maniera: «Non ho mai demonizzato lo sviluppo materiale garantito dalle innovazioni, perché credo che in loro assenza saremmo per forza destinati al ristagno, quindi non andremmo da nessuna parte. Eppure, dobbiamo ammettere che le vecchie abitudini non dovrebbero venire dimenticate tanto facilmente solo perché si è imposta una nuova scoperta.». Scrivere a mano, aggiunge, è molto salutare, rappresenta qualcosa di estremamente personale, e perdere l’ impiego della calligrafia equivarrebbe a dimenticare sé stessi: «Ammetto che nonostante la buona volontà non ho mai sviluppato una calligrafia decente, a scuola ero l’ incubo sia della mia maestra elementare che dei professori, tanto alle medie quanto alle superiori (risata)! Eppure scrivere a mano mi piace molto, e lo faccio tutte le volte che si presenta l’ occasione: stendo appunti per i miei libri e articoli, redigo biglietti per gli auguri natalizi o di compleanno e le dediche sulle copie dei libri acquisite dai miei lettori e così avanti.».

Alla domanda circa il motivo per cui fa lo scrittore, Giacomo sorride rispondendo che fin da piccolo si sente dire che ha molta fantasia e che parla e scrive molto bene. Sorridendo con tono discreto, per nulla vanaglorioso, ricorda: «Quando avevo più o meno dieci anni non era raro che la gente mi dicesse che avrei dovuto fare lo scrittore, e la mia stessa madre mi ha a sua volta frequentemente incoraggiato, dandomi spesso pareri sulle prime storie che scrivevo. Mi dava anche qualche suggerimento sulle cose a cui avrei dovuto dare risalto e su quanto invece avrei fatto meglio ad omettere.». Quando gli si chiede se è legato ad uno dei suoi romanzi in particolare, risponde con passione che ‘Fantasma del passato’ è il libro che lo ha coinvolto di più in assoluto: «Sono molto legato a tutto quello che scrivo e pubblico, perché ognuno dei miei testi è una mia creazione, qualcosa di unico e irripetibile. Comunque, ‘Per i sentieri del tempo’ è stato il primo libro che ho scritto, e ovviamente conserva un posto speciale nel mio cuore, così come ‘Cuore di droide’, perché è il primo che ho pubblicato. ‘Fantasma del passato’, che si basa sul grande mistero dell’ incidente di Roswell, che mi intriga fin da quando avevo appena dieci anni di età, rappresenta un caso veramente a parte. Mentre me ne occupavo mi pareva di tornare bambino, quando vidi in televisione, presso un canale della RAI, la celebre trasmissione che mise in onda il filmato dell’ autopsia del cadavere alieno, che poi venne smascherato come un falso. E, ovviamente, non facevo altro che domandarmi cosa fosse avvenuto realmente nel Nuovo Messico nel 1947 e se siamo soli o meno nelle infinite vastità dell’ universo.».
Per lui, conclude, scrivere è proprio questo: trasmissione di precisi messaggi adeguatamente pensati, riflessione costante sugli infiniti significati delle cose, valutazione su quello che veramente conosciamo, conservazione della propria coscienza in uno stato di attenzione ed equanimità nei confronti della vera natura dell’ esistenza. Come aggiunge sorridendo: «Un’ attività meno ovvia ed astratta di quanto pensano i profani, ma infinitamente interessante.».

giovedì 6 settembre 2018

Il legame di uno scrittore con gli animali



Oltre ad esprimersi a sostegno della tutela dell’ ambiente, che definisce «casa comune di tutte le forme di vita sulla Terra, nonché patrimonio essenziale da custodire contrariamente a qualsivoglia interesse industriale e commerciale», Giacomo Ramella Pralungo, romanziere di fantascienza e articolista storico con otto libri e numerosi articoli tra giornali locali e il suo sito personale al suo attivo, è da sempre un animalista convinto, sebbene preferisca definirsi più propriamente «amico degli animali». Come lui stesso afferma ridacchiando ironicamente sedendosi su di uno sgabello in cortile e accarezzando i sue due cani, che si avvicinano scodinzolando: «Se mi è consentito di parlare con sincerità, credo proprio di essere assai più animalista e ambientalista delle persone che vediamo abitualmente in televisione, ossia gente iscritta ad associazioni che per quanto sensibilizzino l’ opinione pubblica sono soggette all’ influenza di una o più correnti politiche, scagliandosi contro obiettivi mirati a seconda delle esigenze del momento. Non dico che questi movimenti siano a priori una cosa negativa, tutt’ altro, sono invece sicuro che la vita animale, così come quella vegetale, vada sostenuta soprattutto nella quotidianità, e con costanza, senza alcun bisogno di ricevere una tessera associativa: il risultato sarebbe infinitamente superiore di quello abitualmente pronosticato dalle leghe e le relative campagne trasmesse dai mezzi di comunicazione.».

Giacomo Ramella Pralungo spiega che nel nostro vocabolario abituale, il termine «animale» riveste un significato negativo, persino dispregiativo: tutto ciò che è animale viene screditato, guardato con disapprovazione, in quanto rappresenta tutto ciò che ci siamo lasciati alle spalle con l’ evoluzione: «Ora noi siamo umani, assolutamente convinti di essere migliori delle scimmie da cui discendiamo, e delle altre forme animali. Ahimè, temo proprio che invece dovremmo farci un serio esame di coscienza e rivalutare l’ idea che abbiamo su noi stessi e sui nostri fratelli animali!».
Lo scrittore racconta di essere nato e vissuto allevando cani, analogamente al padre, e afferma di avere avuto la fortuna di vivere in campagna, in mezzo a due cascinali, ove ha osservato le mucche, le galline, i conigli, i maiali e talvolta le anatre allevati dai prozii e i cugini contadini: «Osservando questi allevamenti, fin da bambino ho compreso un po’ alla volta il nostro legame con la natura e gli animali, da cui i miei lontani parenti traggono il latte, le uova e la carne. Sono cose molto importanti per noi, ecco quindi l’ esigenza pratica di trattare con rispetto e anche gratitudine gli animali, senza i quali perderemmo una parte fondamentale della nostra alimentazione.».
Non si tratta però soltanto di una questione materiale, ma anche e soprattutto di principio: «Gli animali hanno il nostro stesso diritto di vivere bene, senza soffrire. La natura infatti non ha mai dato la precedenza al genere umano, che detto tra noi è l’ ultimo arrivato. Non esistono scale gerarchiche, le distinzioni tra loro e noi si trovano solo nella nostra mente, dettate dalle ingannevoli alchimie dell’ orgoglio.».
Crescendo allevando nove cani, cosa di cui si definisce apertamente fiero e riconoscente, e osservando il bestiame dei suoi parenti, Giacomo afferma senza mezzi termini che gli animali rappresentano un grandissimo esempio di comportamento per l’ umanità: «Consideriamo i cani: sono animali fedeli e leali al padrone fino alla morte. Non vi è alcun rischio che ci abbandonino sul ciglio di una strada quando è ora di andare al mare con la famiglia o che ci lascino per sempre ad un parente perché sporchiamo il tappeto in salotto lasciatoci in eredità da una ricca zia. Una volta che stabiliscono un legame di affetto sono capaci di qualcosa che tutto sommato noi abbiamo ancora da qualche parte del nostro animo, ma che preferiamo ignorare o nascondere per apparire più accettabili nel nostro contesto umano. Siamo davvero sicuri che divenendo quel che siamo oggi ci siamo realmente evoluti da quel che eravamo come animali?».
Più in generale, prosegue dicendo che le varie specie animali hanno esigenze pari alle nostre: sentono la fame e la sete, il caldo e il freddo, e così via. Ma per vivere sfruttano le risorse della natura senza però abusarne e neppure distruggerle. Uccidono per mangiare oppure per difendersi, e hanno istintivamente cura della propria prole finché questa non si trova in condizione di fare da sola: «Noi abbiamo i governi, gli eserciti, le forze dell’ ordine, la finanza, le religioni, le scuole e tutto quello che riteniamo fondamentale per una società accettabile. Loro invece non hanno nulla di tutto questo, eppure in tutti i contesti hanno un comportamento nettamente migliore del nostro…».
Ecco quindi che da anni sostiene apertamente che nel momento in cui siamo diventati bipedi parlanti e senza pelo non ci siamo mai civilizzati davvero, pare piuttosto vero il contrario, quindi l’ idea di coltivare un rapporto diretto con gli animali costituisce un’ occasione particolarmente propizia, capace di indurre più persone a comprenderne la meraviglia e l’ essenza diretta: «Anche allevando animali di piccole dimensioni, come cani, gatti o polli con il tempo ci si rende conto che non esistono barriere tra una forma di vita e l’ altra, giungendo alla consapevolezza di essere parte della natura proprio come loro, senza immaginari livelli di superiorità aizzati dalle religioni, soprattutto quella ebraica, cristiana e musulmana, secondo i cui testi Dio avrebbe creato l’ uomo a propria immagine separandolo dalle altre creature, dandogli autorità su di esse. Un pensiero assolutamente ridicolo, promosso da guide spirituali umane! In realtà, in questo mondo siamo tutti collegati a tutto, così come la Terra è collegata all’ universo.».
Alla domanda su che cosa pensi in tema di dieta vegetariana e di caccia, fornisce un parere tutt’ altro che scontato: «Anche in questo campo posso fortunatamente rispondere per esperienza diretta, essendo stato strettamente vegetariano tra il 2009 e il 2012. La carne costituisce un alimento molto importante per noi umani, ma è anche vero che per cibarsene occorre uccidere uno o più animali, ecco perché io penso che ci si debba limitare ad un consumo dettato essenzialmente dalla necessità, e non dalla golosità. Allevare, macellare e cacciare gli animali non sono attività da demonizzare in quanto tali, perché anche i vegetariani si nutrono di forme di vita, ma chi le esercita dovrebbe regolarsi in base al reale fabbisogno della gente piuttosto che dal sogno di uno spropositato profitto commerciale, e soprattutto agire senza mai trascurare il benessere dell’ animale che cura e che in seguito sopprime.».

Oltre a cani e gatti, Giacomo afferma di amare moltissimo l’ asino, con cui negli ultimi anni ha stabilito un certo legame durante le sue scampagnate alla Trappa di Sordevolo e in occasione della visita nel novembre 2016 alla Fondazione Il Rifugio degli Asinelli ONLUS di Sala Biellese: «Ecco un esempio eclatante di animale particolarmente disonorato. Chissà perché il suo nome è ormai sinonimo di stupidità e ignoranza? Chi come me ha la fortuna di conoscere direttamente gli asini può confermare in tutta evidenza che si tratta di una creatura intelligente, mansueta, dolce e assai paziente, che trasmette serenità. E’ un animale molto buono, che non smette mai di insegnarmi qualcosa proprio come il cane. E mi ha sempre colpito molto che nel mito evangelico si riferisca che Gesù entrò per l’ ultima volta a Gerusalemme proprio sul dorso di questo animale, simbolo di umiltà e pace.».
Quello riguardante gli animali è un tema sentito molto seriamente da Giacomo, che afferma di avere perfino qualche idea su come riprenderlo nelle sue narrazioni fantascientifiche:
«Noi umani siamo animali, discendenti da altri animali, le scimmie. E ammettendo che la Terra sia uno degli infiniti mondi abitabili di questo universo, ipotesi scientificamente riconosciuta dalla comunità internazionale, alcuni ricercatori sostengono che la vita in tutto il cosmo pur avendo un’ origine comune si sia evoluta autonomamente, differenziandosi. Potrebbero quindi esserci pianeti popolati da generi umanoidi di discendenza rettiliana, canide, felina oppure ittica. Le possibilità sono illimitate, quindi per le mie storie fantascientifiche future ho preparato alcuni appunti in cui ho immaginato determinate civiltà aliene discendenti da alcuni animali che sul nostro piccolo mondo sono presenti ma rimasti a livelli primordiali: l’ idea è quella di combattere lo sciovinismo umano!».
Insomma, come dice l’ «inventore di storie», gli animali non sono esseri inferiori e spregevoli, da sfruttare a libero piacimento, ma nostri fratelli e compagni di viaggio in questo piccolo mondo, come noi figli della medesima Madre Natura e dotati di bisogni e percezione del dolore, e della stessa dignità che reclamiamo per noi stessi. E’ pertanto assurdo che patiscano tanto la nostra arroganza e le sue disastrose conseguenze, come la deforestazione, l’ urbanizzazione e la commercializzazione di prodotti di provenienza faunesca, destinate in futuro a rivoltarsi dolorosamente contro di noi: «Spero vivamente che l’ umanità comprenda in fretta di dover mutare atteggiamento, perché in fin dei conti siamo tuttora portati al bene nonostante la nostra miopia e ottusità, ma spesso nella mia mente si fa strada il pensiero che se il nostro genere dovesse estinguersi per gli animali sarebbe una vera liberazione…».

mercoledì 27 giugno 2018

«Io sono Giacomo» nelle parole del suo autore



L’ autobiografia è un genere letterario che il critico francese Philippe Lejeune definì «il racconto retrospettivo in prosa che un individuo reale fa della propria esistenza, quando mette l’ accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della propria personalità». Chi decide di parlare di sé e della propria storia agisce per vari motivi, soprattutto la necessità di rivedere i propri trascorsi, le vicende dello spirito e del pensiero, l’ attività di studio e di ricerca, nonché di ripercorrere la via di crescita personale e professionale compiuta, di fare autoanalisi o anche più semplicemente di lasciare a chi verrà in futuro memoria della propria vita.
Con «Io sono Giacomo», edito su www.lulu.com in formato sia cartaceo che elettronico, Giacomo Ramella Pralungo ha voluto intraprendere questo non semplice tentativo.

Un’ autobiografia rappresenta una realizzazione molto particolare. E’ più complesso e anche delicato in confronto ad un normale romanzo, saggio o articolo a cui lei è senz’ altro più abituato. Che cosa l’ ha spinta ad intraprendere un progetto particolare come questo?

«Negli anni, data la mia passione personale per la storia, sento di aver sviluppato la mentalità tipica di chi studia questa disciplina: tutto ciò che siamo in questo momento dipende da quel che accadde in passato, e quel che siamo ora influenzerà le nostre persone future. Pensavo a questo progetto ormai da qualche tempo, e l’ ho concepito essenzialmente come conseguenza di un’ osservazione di me stesso, rinforzato da una certa distanza temporale da determinati avvenimenti, sia positivi che negativi, così da presentare una narrazione maggiormente lucida e meno soggettiva. In altre parole, sentivo che i tempi erano maturi per guardarmi indietro come uno specchio che riflette le immagini senza lasciarsi trascinare in giudizi o punti di vista, raccontando i fatti sottolineando le mie reazioni come risposte in quel particolare frangente.».
La versione cartacea del libro;

Che effetto le ha fatto ripercorrere a ritroso la sua esistenza, e sapere che ora è pubblica?

«Lavorare a questo libro è stato come realizzare un romanzo, solo che questa volta racconto una storia vera. Per la prima volta, il protagonista sono io stesso (risata)! E’ stato molto impegnativo soprattutto per quanto riguarda le mie capacità di memoria: ho dovuto sforzare alquanto le mie funzioni mnemoniche per essere il più possibile esauriente e la mia intelligenza in modo tale da esporre i fatti senza lasciarmi coinvolgere, come fanno gli osservatori, che si tengono nascosti in modo tale da non alterare quello che studiano. Certi passaggi sono più facili da leggere, altri invece sono maggiormente difficili, ma nell’ insieme sento che guardarmi indietro mi ha fatto molto bene e di aver reso piuttosto positivamente l’ atmosfera degli eventi e la loro concatenazione. Mi fa quindi molto piacere che il risultato possa arrivare al maggior numero possibile di persone, e consiglio vivamente a tutti di svolgere questo particolare esercizio psicologico, credo infatti che dovremmo osservarci tutti quanti molto di più e meglio di quanto siamo abituati a fare nel nostro caro Occidente, tanto dedito allo sviluppo materiale ma così poco a quello interiore del singolo individuo (risata)!».

A che cosa voleva dare risalto con questa particolare narrazione?

«Al fatto che quello che noi siamo in questo momento dipende dallo sviluppo costante di noi e delle nostre caratteristiche fondamentali attraverso il lungo e ininterrotto percorso chiamato ‘vita’. Ognuno di noi nasce composto in un determinato modo, e il corso della vita contribuisce a far emergere ed evolvere certi aspetti di noi, ma con la comprensione e l’ esperienza dobbiamo costantemente cercare di darci una direzione, potenziando le nostre caratteristiche positive e attenuando quelle negative. Perché noi possiamo evolverci tanto in fretta da cambiare, oppure distruggerci come tante altre specie prima di noi. Il futuro non è mai veramente scritto: è un mondo di infinite possibilità e conseguenze. Innumerevoli scelte definiscono il nostro avvenire: ogni scelta, ogni attimo, è un’ onda nel fiume del tempo. Molte onde cambiano la marea.».

Lei è riuscito ad evolversi positivamente?

«In parte, sicuramente sì. Sento di essermi evoluto, alcuni miei aspetti negativi si sono effettivamente alleggeriti e non essendo ancora morto ho ancora molto lavoro da fare (risata)!».

Che cosa le è risultato più difficile raccontare, e cosa invece è stato più semplice?

«I fatti relativi all’ anno 2004, periodo che non ricordo affatto con piacere, sono stati i più difficili da raccontare, soprattutto senza lasciarmi coinvolgere soggettivamente. Quelli legati all’ infanzia e alla mia formazione culturale sono stati invece i più semplici. In ogni caso ho reputato importante mantenere un atteggiamento da cronista.».
La versione elettronica del libro;

Prima lei ha citato la sua passione per la storia, e leggendo il suo libro si ha effettivamente l’ impressione che lei dia importanza agli eventi passati, anche quelli che potrebbero apparire meno importanti.

«E’ vero. Tutto influisce sul risultato e nulla si ripete mai: il contesto in cui viviamo agisce molto su di noi e sulla nostra evoluzione, ma è anche vero che ognuno di noi è unico e in continuo mutamento, dunque reagiamo costantemente agli stimoli a modo nostro e impariamo sempre cose nuove, influendo su quello stesso contesto in cui viviamo. Tutti noi abbiamo qualche rimpianto ripensando ai nostri trascorsi, ma se si tornasse nel passato con la macchina del tempo di H. G. Wells per tirare un filo allentato finiremmo per disfare la trama della nostra esistenza provocando conseguenze imprevedibili. Mai sottovalutare il potere dei dettagli.».

Qual’ è la lezione più importante che sente di aver imparato nella vita, e che ha trasmesso nel suo libro?

«Nella vita occorre tanta pazienza, e soprattutto non bisogna mai rinunciare ad essere sé stessi e a pensare a modo proprio. Noi siamo quello che siamo e dobbiamo migliorarci sempre per il bene nostro e degli altri, ma a modo nostro, liberi da tutti quei condizionamenti che la società ci inocula nella mente come un indottrinamento per fare di noi individui pubblicamente accettabili, riducendo la nostra libertà di essere e agire. Essere umani vuol dire proprio questo, se si vuole un automa è meglio rivolgersi ad una fabbrica cibernetica (risata)!».

Tante grazie, e auguri.

«Grazie infinite.».

giovedì 21 giugno 2018

Giacomo e l’ energia della meditazione



Da sempre molto interessato alla spiritualità e alla ricerca personale, nel 2008 Giacomo Ramella Pralungo scoprì gradualmente il grande dono della meditazione, particolare disciplina che da migliaia di anni è parte integrante di tutte le principali tradizioni religiose, dall’ Induismo al Buddhismo, senza dimenticare il Taoismo, il Cristianesimo e l’ Islam. Pratica poliedrica, ampia e di vasta portata, essa non è necessariamente legata alla religione, ma costituisce una tecnica volta all’ autorealizzazione: «In un primo momento mi avvicinai alla meditazione nel contesto buddhista, ma da quando ho preferito allontanarmi da questa filosofia in favore di una mentalità più autonoma e indipendente ho continuato a praticarla per lasciar riposare la mente nel suo stato naturale, come disciplina di miglioramento della mia condizione psicofisica.».

Nel dicembre 2014, l’ Organizzazione delle Nazioni Unite istituì su proposta di Narendra Modi, Primo ministro dell’ India, la Giornata internazionale dello Yoga. Tale ricorrenza ricade in una data molto particolare, il 21 giugno, giorno del solstizio d’ estate, che i praticanti di yoga chiamano Dakshinayana, termine sanscrito che indica il passaggio alla seconda metà dell’ anno, dunque una giornata particolarmente favorevole per valutare le proprie intenzioni, piantare i semi del cambiamento e purificare mente e corpo.
In questo giorno, Giacomo ha scelto di parlare della sua personale esperienza nell’ ambito della meditazione, e dei benefici concreti che ne ha ricavato.
«Fin da bambino ho sempre sentito molto parlare della meditazione, ma non avevo idea di che cosa significasse davvero.» spiega sistemando le gambe nella posizione del semi loto, ai piedi di un albero del suo giardino «Anzi, come la maggior parte degli occidentali sono cresciuto maturando convinzioni piuttosto inesatte in proposito, perché tra i non praticanti il termine meditazione ha una valenza leggendaria, e viene spesso utilizzato per indicare un’ estasi mistica o lo sviluppo di poteri miracolosi quali la levitazione, la chiaroveggenza o la telepatia per mezzo di una pratica segreta trasmessa in privato da maestro a discepolo. In realtà, meditare significa sviluppare una maggiore concentrazione e consapevolezza di sé stessi e di ciò che ci circonda.».
Giacomo si interessò concretamente alla meditazione a seguito del suo avvicinamento al Buddhismo, avvenuto nel 2006. La scuola con cui entrò per la prima volta in contatto fu quella tibetana, che pone l’ accento su una visione incentrata sull’ interdipendenza di tutte le cose e di tutti gli esseri viventi in una precisa legge di causa ed effetto, dunque promuove due tipi di meditazione, dette Laktong e Shinè:
«Mi concentrai sulla tecnica Laktong, in cui si impiegano il pensiero e l’ analisi, per riflettere in uno stato di concentrazione profonda su alcuni argomenti particolari come ad esempio la natura effettiva delle cose, in antidoto contro l’ illusione.».
Gli fu molto utile per comprendere i concetti fondamentali della filosofia buddhista e anche per superare un particolare stato depressivo che da tempo lo seguiva costantemente come un’ ombra:
«Facevo spesso questo esercizio, sebbene non quotidianamente, e presto iniziai a sentimi più rilassato eppure piuttosto sveglio e mentalmente ricettivo.».

Tale apertura all’ indagine critica gli parve fondamentale nel suo sviluppo come persona, ed era particolarmente indicato nel raggiungimento dell’ Illuminazione, eppure al tempo stesso maturò la convinzione che rappresentasse una sorta di arma a doppio taglio, in quanto prevedeva un indottrinamento, l’ adozione di una visione ufficiale da seguire. Nel giro di qualche tempo, quindi, lasciò il Buddhismo tibetano, intriso di elementi mistici e leggendari e sostenitore di un’ immagine idealizzata del maestro, indicato come un vero e proprio Buddha vivente che avendo compreso gli insegnamenti appare come un’ autorità infallibile e indiscutibile, e si avvicinò alla scuola Zen, più spoglia della parte filosofica e mistica, maggiormente indirizzata alla pratica meditativa. Il suo stesso nome, tratto dal termine giapponese zen, derivante dal cinese chán, a sua volta tradotto dal sanscrito dhyāna, significa proprio «meditazione»:
«Qualcosa nella mia mente mi suggerì che questa disciplina meditativa mi avrebbe aiutato molto di più. Si tratta infatti di una pratica atta a rilassare totalmente mente e corpo, riscoprendo la nostra vera natura.».
Nella meditazione Zen, chiamata Zazen, ossia «meditazione seduta», si pone l’ attenzione semplicemente sul respiro e la posizione del corpo, senza scopi e aspettative, senza volere e pensare a nulla e nemmeno controllare i pensieri, così da calmare naturalmente la mente. La cosa essenziale è il risveglio dalla distrazione e dal torpore e tornare nella posizione corretta momento per momento:
«La funzione della mente consiste nel creare pensieri, e non c’ è modo di impedirglielo. In questa tecnica meditativa non si punta quindi a svuotarla dai pensieri o ad estraniarsi dalla realtà circostante, entrando in una sorta di trance: quando i pensieri sorgono vanno lasciati venire e andare liberamente, senza inseguirli o evitarli. Zazen consente di vederci così come siamo, senza giudizi e oltre gli schemi sociali che ci costringono ad un comportamento in contrasto con la nostra vera natura, causandoci quindi stress, insicurezza e infelicità. Per questo, una volta che si inizia a meditare, ci si alleggerisce un po’ alla volta dalle pesantezze della vita e se ne esce ogni volta più sicuri, più semplici.».
Tale forma di meditazione si rivelò molto efficace per Giacomo, che vi si accostò praticandola quotidianamente ogni mattina al risveglio. Di recente, pur essendosi allontanato dalla filosofia buddhista in generale e da qualsivoglia altra tradizione spirituale, ha scelto di perseverare con questa pratica:
«Dapprima, ovviamente, meditavo per raggiungere l’ Illuminazione, come il Buddha aveva fatto prima di me secondo la leggenda. Avevo quindi una motivazione religiosa, o più propriamente filosofica. Eppure io sono sempre stato più riflessivo che devoto, è una cosa più forte di me, quindi analizzando l’ idea pessimista che il Buddhismo nutre nei riguardi della vita, che in tono con l’ originaria tradizione induista definisce invariabilmente come una penosa fonte di dolore da cui bisogna sfuggire con la rinuncia ascetica, e il concetto stesso di Illuminazione, che trovai sfuggente e persino contraddittorio, pensai di dissociarmi da questa dottrina e tornare ad una mentalità autonoma e indipendente. Ma la meditazione mi aveva indubbiamente procurato vantaggi concreti, e per sua natura rappresenta una disciplina neutrale, che un bel giorno venne adottata da determinate tradizioni spirituali pur non essendo dipendente da nessuna di esse: sentivo quindi di dover puntare alla sua vera natura.».
Niente più religione o filosofia per Giacomo, che continua tuttora a beneficiare enormemente dell’ energia della meditazione, convinto dai risultati:
«Come ho già detto altre volte, io percepisco molto il valore della spiritualità, piuttosto che quello della religione, perché implica il benessere dello spirito che tutti abbiamo sulla base di metodi individuali. La religione è invece un prodotto strettamente umano maturato in specifiche epoche storiche e contesti culturali, basato su convinzioni, preghiere e rituali che ci vengono impressi nella mente fin da bambini, quindi la sua efficacia è nettamente più ridotta.».
Una copia del Fukanzazengi;

Inoltre, il romanziere e articolista afferma che i benefici della meditazione sono stati studiati per anni dai neuroscienziati di grandi università come quella di Harvard e del Wisconsin, venendo ampiamente riconosciuti in sede scientifica: gli studiosi hanno confermato che meditare ha effetti molto benefici sul corpo e soprattutto sul cervello, perché stimola la produzione neuronale. A livello psicologico, ci si accorge di vedere le stesse cose di sempre con occhi diversi, provando emozioni insolite e vivendo più serenamente la quotidianità. Gli esperti hanno concluso che chi si dedica alla meditazione da almeno due anni possiede il dieci percento di equilibrio mentale in più rispetto a chi non si è mai avvicinato a questa pratica:
«La meditazione costante viene indicata da psicologi e psichiatri come un potente antidepressivo, in quanto attenua stress, ansia e depressione. Posso confermarlo per esperienza diretta, avendo sofferto di depressione io stesso. Ed è pure uno stimolo ideale per chiunque fatichi a concentrarsi.».
La pratica meditativa dona maggiore lucidità al cervello, quindi aiuta la memoria e la concentrazione grazie alle tecniche di rilassamento che hanno effetti notevoli anche sull’ empatia:
«I ricercatori dell’ Università di Boston affermano che la meditazione favorisce l’ empatia tra le persone, quindi promuove i migliori sentimenti e comportamenti riesumandoli dalle continue problematiche quotidiane, dalla vita frenetica e, soprattutto, dalla trappola tortuosa delle convenzioni sociali.».
Meditare aiuta peraltro ad incrementare la produttività sul lavoro, perché la mente impara a porre la massima attenzione al momento presente, e con la pratica si può abituare il cervello a raggiungere la massima concentrazione in qualsiasi momento, a partire dalle situazioni che la richiedono maggiormente, come l’ ambito lavorativo, a quelle più strettamente quotidiane e abituali, che si tendono a dare per scontate. Nei momenti di meditazione profonda, infatti, le onde cerebrali passano dalla tipologia beta, tipica dello stato di veglia, alla tipologia theta e delta:
«Si tratta di una prova della neuroplasticità del cervello, che è in grado di modificare sé stesso in base agli stimoli provenienti dall’ esterno, dall’ ambiente e dal corpo.».
Le risonanze magnetiche condotte ad Harvard su alcuni studenti che hanno frequentato un corso di otto settimane di meditazione hanno evidenziato un ispessimento della materia grigia, ossia l’ insieme di corpi dei neuroni presenti nell’ encefalo e nel midollo spinale, nelle aree cerebrali associate con la consapevolezza del proprio corpo e con la compassione per il prossimo. Parallelamente si sono registrate una diminuzione del volume dell’ amigdala, regione cerebrale associata allo stress e alla paura, e un aumento di materia grigia nella corteccia prefrontale, responsabile di alcune funzioni cognitive superiori come la concentrazione e la capacità decisionale. All’ Università del Wisconsin è peraltro emerso che agisce da antinfiammatorio, in quanto un’ attività costante sopprime l’ attività di alcuni geni legati all’ origine dei processi infiammatori, e agisce sul sistema nervoso simpatico promuovendo il rilascio di sostanze antinfiammatorie e riducendo la produzione di sostanze che stimolano i processi infiammatori. Riduce peraltro l’ ipertensione, rallenta il processo di invecchiamento cellulare, può essere più riposante del sonno, aiuta a sopportare meglio il dolore fisico.
«Peraltro, rappresenta una potente alleata per le donne.» aggiunge Giacomo «La pratica della meditazione e di altre discipline come il Taichi può attenuare i più comuni sintomi della menopausa, come le vampe di caldo improvviso, i disturbi dell’ umore e del sonno, i dolori ossei e muscolari: è quanto rivela uno studio approfondito nel 2010.».
Alla domanda di come lui stesso si senta da quando pratica la meditazione ogni mattina al risveglio, momento indicato da tutte le principali tradizioni come il più adatto, Giacomo sfodera un ampio sorriso:
«Mi sento mentalmente più lucido ed emotivamente più sereno e ordinato rispetto a prima. La mia mente riesce a recepire, analizzare e pensare con maggiore chiarezza. Come ho detto prima, in passato ho avuto forti disturbi depressivi e persino incontrollabili scoppi d’ ira, e ancora oggi ricordo molto bene come ci si sente. Sebbene alle volte mi capiti tuttora di sentirmi turbato, riesco a mantenere il controllo e a recuperare gradualmente la serenità. Questo è molto importante. Come disse Albert Einstein, la mente è come un paracadute, e funziona solo se è aperta.».

mercoledì 18 aprile 2018

«Niente politica nei miei testi, sono Giacomo Ramella Pralungo!»



Giacomo Ramella Pralungo si definisce un apolitico convinto, e ha una visione della politica che, con una certa tristezza, reputa «destinata a rimanere soltanto un’ idea astratta, per quanto si rifaccia direttamente allo stesso ideale originario di politica». Soprattutto, è determinato a non scrivere mai alcun testo dettato dal minimo criterio politico: «Proprio come le religioni, sento che le ideologie politiche non mi appartengono, in quanto la mia mente ha il potere di ragionare per conto proprio, senza pendere dal pensiero altrui. Peraltro, le ideologie stesse hanno clamorosamente fallito la propria missione in qualsivoglia angolo di questo mondo: ho motivi assolutamente validi per coltivare una scrittura autonoma e autentica sotto tutti gli aspetti.».

Da ormai molti anni lei è notoriamente lontano dalla politica.

«Sì, da quando avevo vent’ anni. Fino ad allora ne subivo il fascino, e, detto tra noi, per qualche tempo sono anche stato tentato dal prendervi parte in qualche modo. Poi, però, me ne allontanai con una certa delusione.».

Come ha maturato la sua avversione per la politica?

«Nel 2004 ero parte di alcune associazioni di volontariato di Sordevolo, e in quel periodo alcuni membri delle due principali erano scesi in campo per le elezioni municipali. Venni a sapere di reciproci sgarbi e pettegolezzi, anche piuttosto gravi, e sentì parlare di tattiche e amicizie influenti che sarebbero state letteralmente di aiuto, quando invece in un sistema democratico bisogna convincere la cittadinanza votante con la chiarezza, la sincerità e la validità dei programmi elettorali, e rispettare ogni schieramento presente. Maturai quindi un profondo disgusto per la politica e i suoi falsi teatrini, e rinnegai con forza il desiderio di intraprenderne la via.».

Lei fa una distinzione tra quella che definisce la politica vera e propria e l’ affare degenerato che è tuttora, potrebbe spiegarsi?

«Il termine politica deriva dal termine greco antico politikḗ, ossia ‘che attiene alla pόlis’, e indica l’ arte di governare il territorio: questa è la natura vera della politica, in cui io credo tuttora. Oggi, invece, con il termine ci si riferisce alla lotta tra partiti, la degenerazione da cui io ho preso le distanze. La politikḗ era assolutamente estranea da ideologie e partiti, e benché già nei tempi antichi fosse gestita da persone ambiziose e avide di potere che fecero della democrazia un concetto più apparente che reale, era molto più indirizzata al bene comune e alla risposta pratica alle necessità della gente.».

Quindi, lei non ha un orientamento politico?

«Assolutamente no. Che si parli di religione o di politica, aderire ad un’ ideologia significa perdere la propria libertà e pensare che il proprio credo sia l’ unico giusto, guardando gli altri con disapprovazione. Sono fermamente consapevole del fatto che non serva affatto essere di destra o di sinistra per essere bravi politici, ma avere buone capacità amministrative, costanza nell’ impegno e onestà delle intenzioni. Ecco quindi il motivo per cui ho sempre detto che le ideologie politiche sono adatte soltanto alle disquisizioni astratte, e che lasciano il tempo che trovano: politica vuol dire pratica, pratica e ancora pratica!».

Peraltro, lei critica apertamente anche la presenza ormai ingombrante della politica nei mezzi di comunicazione di massa, soprattutto giornali e anche taluni romanzi.

«Quello tra la vita politica e i mezzi di comunicazione di massa, giornalismo in particolare, è un intreccio sempre più contestato, che crea più problemi di quanti ne risolva. E’ un bombardamento di informazioni sempre più menzognere. Giornali e persino determinati romanzi sono falsi e faziosi, trasmettendo notizie inzuppate di ideologia e prive di obiettività, nell’ interesse esclusivo degli schieramenti e a scapito della bravura del singolo autore. Peraltro, la rete telematica internazionale si è fatta sempre più selvaggia e scottante, rendendo lecito ogni gesto seppur vandalico e disumano. E’ tutto così rivoltante, soprattutto tenendo conto del fatto che il potere della stampa può influire sui comportamenti della gente e produrre mutamenti sociali: in un contesto del genere l’ intossicazione dei cervelli è un ovvio dato di fatto.».

Quindi, lei rifiuta fermamente di parlare di politica nei suoi testi?

«Oh, sì! Niente politica nei miei testi, sono Giacomo Ramella Pralungo (risata)! Uno come me, che si rifiuta di far politica e persino di prendere una tessera di partito, molto difficilmente potrà adeguare la propria scrittura a fini politici. Andrebbe assolutamente contro i miei principi. In quest’ era colma di favoritismi e punti di vista del tutto parziali la politica si è introdotta come un virus nella letteratura giornalistica e persino nella narrativa, uccidendo inesorabilmente tutta la nobiltà della vera informazione e degli spunti per una riflessione coerente e costruttiva, in cui io credo vivamente. Se dovessi pubblicare qualcosa di sbagliato, cosa effettivamente possibile perché come semplice essere umano sono talvolta soggetto a fraintendimenti, sarà un errore mio, non attribuibile ad una manipolazione esterna della mia mente.».

C’ è qualcosa che desidera dire rivolgendosi ai suoi colleghi scrittori?

«Quando si impugna la penna o si incomincia a dattilografare sulla tastiera si deve sempre pensare al fatto che il messaggio che ci si prepara a scrivere arriverà agli altri, dunque è bene scrivere sia con la mente che con il cuore, con passione e serietà. Bisogna trasmettere idee e principi in piena rettitudine di coscienza, non con l’ intento di favorire uno schieramento e danneggiarne un altro. Questo è il modo migliore per rendere onore ad una delle attività più belle e antiche al mondo.».

La ringraziamo molto.

«Tante grazie a tutti voi».

mercoledì 28 marzo 2018

Lo sfruttamento commerciale della fantascienza



Giacomo Ramella Pralungo è un appassionato di fantascienza fin dall’ infanzia, e da quando ha cominciato ad interessarsi di letture e a scrivere lui stesso ne segue le principali opere con una grande attenzione: «Quando guardo un film non è raro che lo valuti con un’ ottica da autore, domandandomi come avrei impostato io stesso la storia, e quando leggo un libro cerco sempre di farne miei gli aspetti positivi e di comprendere l’ influenza che l’ epoca in cui esso è stato scritto ha avuto sul suo sviluppo.». Eppure, negli ultimi anni ha identificato una particolare tendenza, soprattutto da parte del cinema, a sfruttare questo particolare genere essenzialmente per ragioni di lucro, realizzando pellicole dalla trama di qualità mediocre o povere di messaggi saldi. Una propensione che intende biasimare con la pubblicazione di oggi, e da cui dichiara di volersi mantenere lontano come scrittore impegnato nel genere.

La fantascienza ha da sempre un immenso valore per me. Ho trascorso molti dei miei momenti più lieti leggendo libri oppure guardando film legati a questo genere, e con il tempo ho imparato a seguirne le trame prestando cura ai particolari e riflettendo sullo spirito fondamentale. Ho sempre sostenuto che il lato vincente della fantascienza non fosse soltanto il suo lato fantastico in quanto tale, che effettivamente ha il potere di incantare il pubblico, quanto i concetti che essa affronta per mezzo di storie immaginarie. La prima fantascienza aveva una forte base avventurosa ed era caratterizzata dalla meraviglia per i progressi della scienza, e ben presto, soprattutto intorno agli Anni Quaranta del secolo trascorso, si occupò molto delle ripercussioni del progresso scientifico. A partire dagli Anni Cinquanta, invece, con l’ avvento della corsa agli armamenti si instaurò nei confronti della scienza un atteggiamento molto più angosciato: la guerra fredda, il consumismo, la paura del diverso, la società di massa dominata da pubblicità e televisione divennero temi basilare della «fantascienza sociologica».
Dire che la fantascienza ha uno spirito, un’ anima, una sua forma di saggezza non è che la verità: che cosa sarebbero «La macchina del tempo» e «La guerra dei mondi» di Herbert George Wells senza la critica di fondo al genere umano, notoriamente abituato a rifiutarsi polemicamente di riconoscere forze più elevate delle proprie, e ai penosi sistemi sociali di sua creazione? Sarebbe mai esistito un telefilm chiamato «Star Trek», grande opera di Gene Roddenberry, senza l’ analisi di quanto avveniva negli Anni Sessanta, epoca scossa da razzismo, sessismo, bigottismo, pudori ormai arcaici, e dall’ avanzamento di una cultura diversa, più orientata alla modernità e alla scienza? George Lucas avrebbe mai concepito la serie cinematografica di «Guerre stellari» se non avessimo mai avuto un pantheon mitologico o un vasto e multiforme concetto di bene e male?
A grande dispetto dell’ apparenza fantastica e avventurosa, la fantascienza vanta un solidissimo fondamento sia logico che morale, e io dico sempre che proprio per questo è particolarmente adatta ad affrontare l’ antichissimo tema del bene e del male.

Con l’ andare del tempo, la fantascienza divenne sempre più familiare in grado di affascinare un grande pubblico di lettori e spettatori, generando serie letterarie, televisive e cinematografiche di grande pregio, di cui io stesso subisco il fascino fin da ragazzino: a dodici anni rimasi impressionato da «Independence Day», a tredici scoprì «Guerre stellari», a quindici lessi per la prima volta le opere di Wells, e nello stesso periodo entravo in contatto con «Star Trek», a sedici mi interessai approfonditamente alla serie di «Terminator», a ventuno a quella di «Jurassic Park», di cui a ventiquattro lessi i libri del magnifico Michael Crichton. Eppure, tanto come spettatore quanto come autore non posso fare a meno di notare quanto la maggior parte di queste produzioni classiche oggi sia finita nel mirino di superficiali e aridi interessi commerciali che, di fatto, ne hanno stravolto l’ ideale originario portando alla realizzazione di storie e pellicole dallo scarso valore narrativo. In una certa misura, ma nettamente inferiore, ciò avviene anche nella narrativa, dando vita a seguiti mediocri, poveri di idee a differenza del primo episodio, quasi regolarmente destinato a divenire punto di origine di una lunga soap opera atta a stabilire una forte fidelizzazione da parte del pubblico.
Personalmente, io non credo affatto che la vendita di opere, letterarie o cinematografiche che siano, rappresenti un fattore necessariamente negativo, eppure sono assolutamente convinto che non debba costituire l’ obiettivo primario: piuttosto, scopi fondamentali di un’ opera dovrebbero essere lo stimolo a riflettere, affascinare e intrattenere. Il semplice desiderio di profitto porta inevitabilmente a dar vita a prodotti privi di anima e dunque di vera attrattiva. Questo è vero soprattutto per la fantascienza, e a conferma di questo principio ho notato quanto a Hollywood e dintorni uno stuolo di produttori avidi abbiano riesumato determinate classiche dando vita a seguiti o a veri e propri riavvii che, di fatto, non hanno saputo mantenere il livello narrativo, comunicativo e qualitativo del passato.

Tra gli esempi principali di quest’ intervento erodente che posso citare spiccano i nuovi film di «Star Trek», «Jurassic Park», «Guerre stellari», «Terminator» e «Independence Day», generi innegabilmente sfruttati in modo particolarmente inadeguato per una mera questione commerciale. Nel caso di «Star Trek» e in quello di «Guerre stellari», epopee entrambe riprese dal regista, sceneggiatore e produttore J. J. Abrams, siamo di fronte ad uno sviamento dello sviluppo della trama e dei singoli personaggi: gli ammiratori storici e più attenti fanno veramente fatica ad accettare un giovane Spock che piange e ride, sebbene sia metà umano, e addirittura fidanzato con Nyota Uhura, oppure un anziano Luke Skywalker che, affranto dai suoi fallimenti come maestro Jedi, abbandona la Galassia in balia del Primo Ordine e di Kylo Ren, suo nipote ed ex allievo ora succube di Snoke, misterioso individuo che padroneggia il lato oscuro della Forza, arrivando persino a gettare via la sua vecchia spada laser tesagli dalla giovane Rey e ad affermare che è giunto il tempo della fine dell’ ordine degli Jedi. Peraltro, il fatto che non sia stato dato un epilogo alle vicende dell’ equipaggio dell’ USS Enterprise E, comandata dal capitano Jean-Luc Picard in favore di un viaggio nel passato con cui si è creata una realtà alternativa ai tempi di James T. Kirk, condita da numerose inesattezze, e il ridimensionamento del ruolo di personaggi quali Luke, Han Solo, Chewbacca e Leila Organa, relegati a destini inadeguati a quanto avrebbero anziché potuto compiere dopo la sconfitta dell’ Impero Galattico, dimostra quanto la produzione non abbia compreso la storia e il significato essenziale di queste due serie.
«Jurassic Park», recentemente tornato in auge con la trilogia di «Jurassic World», per quanto rappresenti una storia tutto sommato accettabile e gradevole rimane destinata a lasciare interdetti gli ammiratori della prima ora, dal momento che dopo quattordici anni propone l’ apertura di un nuovo parco dei dinosauri, con un nome differente e un gruppo di personaggi alternativi, ad eccezione del dottor Henry Wu, subdolo e geniale genetista alla guida della squadra di clonatori che ha riportato in vita le più spettacolari specie di dinosauri. Neanche a dirlo, questo secondo parco subisce la stessa fine del primo, con l’ evasione degli inarrestabili dinosauri dai loro recinti, liberi di fare una strage di persone inermi. A proposito di «Terminator», infine, il quinto e ultimo film di questa leggendaria serie ideata da James Cameron nei primi Anni Ottanta mostra una storia pasticciata e senza senso, colma di errori e insensatezze e povera della robustezza narrativa che invece ha caratterizzato la trilogia originaria, soprattutto i primi due episodi diretti da Cameron, mentre per il seguito di «Independence Day», diretto da Roland Emmerich, vale il principio secondo cui un’ epopea cinematografica può avere successo solo se si parte proprio con l’ idea di realizzare una serie: il primo film si chiudeva infatti con la sconfitta e lo sterminio degli alieni che intendevano invadere e decimare la Terra, e visti gli ottimi incassi si decise di realizzare due seguiti, ma occorre tenere presente che dopo vent’ anni è estremamente difficile proseguire la storia con la stessa qualità narrativa.

Dalla valutazione dei seguiti e dei riavvii di tutte queste serie, che per me rappresentano tuttora la base della mia fantascienza, mi è del tutto chiaro che lo sfruttamento della fantascienza a fini commerciali rappresenta un fenomeno negativo, destinato ad impoverire inutilmente un genere narrativo meraviglioso e particolarmente ricco di contenuti e sfaccettature. Tanto come estimatore di tale genere, sia nella sua forma letteraria che cinematografica oppure televisiva, quanto come autore mi definisco assolutamente contrario al fenomeno. Ogni volta che penso ad una storia da cui poi ricavo un libro, è mia abitudine inserire idee e messaggi narrativi ben precisi e addirittura citare un fatto storico realmente accaduto, o un personaggio davvero vissuto, perché credo fermamente che la vera narrativa sia soprattutto uno strumento di comunicazione, non soltanto di intrattenimento. Non vi è nulla di male nel guadagnare qualche soldo, intendiamoci, ma è imperativo che un libro o un film di fantascienza debba avere un’ anima, un’ idea di fondo. Io stesso non voglio essere ricordato come un autore che scrive tanto per fare, ma come uno che crede in quello che fa, che ragiona sulla realtà che lo circonda e che trasmette le proprie impressioni nelle sue pagine. Per me, scrivere e pubblicare sono un mezzo potente con cui entro nelle case altrui senza bussare alla porta, dunque trovo molto importante farlo bene e con sostanza.

Giacomo Ramella Pralungo

martedì 13 marzo 2018

Giacomo ci parla di «Fantasma del passato»



Nel 1947 lo sperduto paesello di Roswell, nel Nuovo Messico, balzò agli onori della cronaca per il ritrovamento di uno strano relitto collegato ad un misterioso incidente, e in seguito all’ intervento delle autorità militari locali si parlò nientemeno che di un disco volante con tanto di tre cadaveri alieni. Dopo essere stato velocemente coperto da una cortina di riserbo, l’ incidente di Roswell non tardò a passare comunque alla storia, soprattutto a seguito di determinate indiscrezioni sensazionali da parte di alcune persone direttamente coinvolte, venendo poi inevitabilmente ripreso infinite volte dalla narrativa, dal cinema e dalla televisione, anche a scopo satirico. Giacomo Ramella Pralungo, appassionato autore di fantascienza, se ne è a sua volta servito come base per il suo nuovo libro, ‘Fantasma del passato’,edito su www.lulu.com in formato sia cartaceo che elettronico. Avanzando in un grande prato spoglio accanto ad una strada asfaltata e a una semplice casa in stile campagnolo, afferma osservando il cielo nitido: «E’ un mistero che mi ha sempre profondamente affascinato, fin da quando avevo appena dieci anni. Non ho davvero resistito alla tentazione di ricavarne una storia tutta mia, e scriverne ogni singola riga mi ha enormemente entusiasmato…».

Come ha saputo dell’ incidente di Roswell?

«Era l’ estate 1994. Avevo dieci anni, e stavo trascorrendo un periodo a casa di una mia prozia e del suo convivente, con il quale amavo parlare di storia antica e misteri vari, mentre la sera guardavamo i documentari della RAI, che poi commentavamo con grande interesse. Una sera seguimmo una puntata di ‘Misteri’, un programma di divulgazione pseudoscientifica condotto da Lorenza Foschini, che trasmise per la prima volta in Italia un filmato diffuso da Ray Santilli, un musicista e produttore cinematografico britannico, in cui si mostrava l’ autopsia di un cadavere alieno legato ai fatti di Roswell. Nel resto del mondo tale filmato era stato pubblicato già nel 1991, ma in un secondo momento Santilli ammise che si trattava di un falso girato con un amico, pur sostenendo che ne esisteva un originale, deterioratosi notevolmente nel tempo. Dopo quarantasette anni, Roswell riusciva ancora a catturare notevolmente l’ interesse della gente.».


Da come ne parla sembra proprio che questo sia un tema a lei molto caro.

«Oh, sì, davvero molto caro. Quando ero bambino preferivo enormemente i giochi di fantasia, e quando non frequentavo gli amici trascorrevo il tempo immaginando storie di alieni e battaglie interplanetarie, ricavando armi e scudi da tutto ciò che avevo a disposizione. Una storia particolare come quella di Roswell, fin dall’ inizio attribuita agli alieni e di cui venni a sapere proprio durante la mia infanzia, non poteva non suscitare il mio interesse. Cominciai a riflettere sull’ effettiva possibilità dell’ esistenza degli alieni proprio in tale occasione.».

E infine ha deciso di scrivere un libro sull’ argomento.

«Esatto. La narrativa, la televisione e il cinema avevano già ampiamente ripreso il tema di questo incidente, e io stesso ho a lungo e attentamente valutato la possibilità di firmare un libro in proposito. Così mi sono venute alcune idee interessanti, e ho scelto di intraprendere questa via.».


Come lei stesso ha appena detto, i fatti di Roswell non sono affatto una novità nel campo della fantascienza, quindi a che cosa voleva dare risalto con ‘Fantasma del passato’?

«Volevo evitare fin dall’ inizio i temi classici dello spionaggio alieno e delle avanguardie in previsione di un’ invasione da parte di potenze superiori alla nostra. Intendevo piuttosto approfondire argomenti più ampi quali rivoluzioni, intrighi politici interplanetari, interferenze e manipolazioni sociali e culturali, nonché quello del fuggitivo. Tutte cose che appassionano il lettore, e che nella fantascienza trovano ampio risalto in quanto hanno un’ ambientazione particolarmente vasta che abbraccia lo spazio, non solo una singola nazione o la sola Terra.».

Come si sente al pensiero di aver dedicato una sua opera a questo celebre e misterioso avvenimento?

«E’ stato davvero entusiasmante per me, e anche a costo di sembrare ridicolo confesso che mi è sembrato di tornare bambino. In più, dal momento che volevo presentare qualcosa di unico in mezzo a tante opere già diffuse prima della mia, ho dovuto muovermi con grande cura. Nei miei libri cerco sempre di inserire un evento realmente accaduto o un personaggio storico davvero vissuto, e in ‘Fantasma del passato’ il principio assume un’ importanza notevole, quindi anche per questo mi sento particolarmente legato a tale narrazione.».

Secondo lei che cosa accadde veramente nel luglio 1947 in Nuovo Messico?

«Tanto per cominciare bisogna tenere conto dell’ elevato livello di segretezza a cui l’ incidente fu sottoposto da parte dello Stato Maggiore dell’ aeronautica militare degli Stati Uniti, nonostante le dichiarazioni degli ufficiali della base locale di Roswell, che parlarono apertamente di un disco volante con tre alieni morti. In mancanza di dati ed elementi sicuri è possibile che l’ aviazione o magari i servizi segreti sperimentassero qualche nuova tecnologia di cui non volevano parlare apertamente. Dopo tutto, la Seconda Guerra Mondiale era finita da appena due anni, e Stati Uniti e Unione Sovietica si preparavano ad uno scontro senza esclusione di colpi con cui imporre sulla scena internazionale un nuovo ordine politico, militare ed economico.».

Quindi lei non sostiene davvero la pista aliena, nonostante sia alla base della sua narrazione?

«Io sono assolutamente convinto che nello spazio esista vita aliena, in quanto sarebbe illogico partire dal presupposto che la Terra sia il solo pianeta abitabile dell’ universo. Ma per quanto riguarda Roswell non sappiamo che cosa sia realmente accaduto, e forse non lo sapremo mai. Peraltro occorre ricordare che le voci riguardanti gli alieni non sono ancora state dimostrate. Tutto può essere. Con il mio libro volevo solo presentare un’ opera di fantasia.».

Quello di Roswell fu il primo incidente ufologico della storia, ma nessuno di quelli avvenuti in seguito divenne altrettanto famoso: perché, secondo lei?

«Forse per la particolare epoca in cui ebbe luogo, ossia la fine degli Anni Quaranta, e perché in quello stesso periodo venivano avvistati in più occasioni oggetti volanti non identificati e strani bagliori in molti luoghi diversi. Peraltro, in quel tempo Roswell era una tranquilla cittadina ai margini del mondo, popolata da gente semplice e da qualche vecchio cowboy non troppo diverso da quelli visti nei film western, e l’ idea di un velivolo alieno precipitato proprio da quelle parti rappresenta di per sé qualcosa di sensazionale. Gli eclatanti annunci presentati nel giro di poco tempo dalle autorità locali e il silenzio prontamente imposto dalle alte sfere contribuirono alla nascita di una leggenda tuttora vivente e appassionante.».

Lei ha basato la trama di ‘Fantasma del passato’ sul tema della religione, delle religioni ufologiche e delle sette.

«Sì, è vero. Volevo dare alla mia storia su Roswell qualcosa di particolare, e svolgendo alcune ricerche ho approfondito la mia conoscenza sulla questione delle religioni ufologiche, che negli ultimi decenni sono cresciute a dismisura per numero, influenza sociale e potere finanziario. Si pensi ad esempio al Movimento raeliano. Il contattismo e le religioni ufologiche nacquero proprio a seguito degli avvistamenti del 1947, contribuendo ampiamente a far entrare i dischi volanti nell’ immaginazione collettiva di tutto il mondo, e trovavo interessante l’ idea delle false religioni e delle sette, quindi l’ ho usata come base insieme a quella di un pericoloso intrigo politico e militare interplanetario.».

Vuole raccontarci qualcosa sulla trama?

«A Roswell, nel podere di un contadino, precipita un misterioso disco volante alieno abbattuto per errore durante un esame missilistico, e i militari, subito dopo averlo requisito insieme ai tre cadaveri umanoidi in esso rinvenuti, pubblicano la notizia suscitando molto clamore. Ma il Pentagono, lo Stato Maggiore della Difesa e l’ FBI, sostenuti dalla Casa Bianca, mettono tutto a tacere sostenendo che si è trattato di un semplice pallone sonda con manichini usato a fini meteorologici, e minacciano con durezza i testimoni oculari affinché si attengano alla versione ufficiale. Quasi cinquant’ anni dopo, nel 1994, il generale Ralph Lubic, ufficiale al comando dell’ Area 51, la base militare più segreta al mondo in cui vengono collaudate le tecnologie tratte dal disco volante di Roswell, viene contattato dal capitano Sorhd Kevolon Vaerdobiux, proveniente dal pianeta Bandror, luogo di origine del disco volante e dei tre umanoidi defunti, domandandogli aiuto nella ricerca di un loro pericoloso criminale, il commodoro Xiank Dur Kaofin, evaso dalla sua prigione mentale a seguito dell’ incidente di Roswell, e ora in grado di assumere sembianze umane. Comincia quindi un’ accurata e incessante ricerca tra le sette religiose dedite al culto degli alieni, e una corsa contro il tempo tesa a prevenire un pericoloso complotto che potrebbe determinare seri problemi in buona parte della Galassia.».

Un dettaglio che colpisce è la precisa descrizione che lei fa degli alieni, i bandroriani, un popolo potente, civile e assai progredito eppure non ancora esente da cospirazioni, rivoluzioni e delitti politici.

«Volevo fare una descrizione ampia e verosimile, evitando lo stereotipo ormai comune del popolo alieno totalmente buono oppure totalmente cattivo. Per definire i bandroriani e la loro civiltà mi sono basato molto sui kryptoniani di Superman e i Goa’ uld di ‘Stargate SG1’, due razze cosmiche molto diverse tra loro ma con caratteristiche molto interessanti. Soprattutto, volevo evidenziare il passato e la tradizione politica, sociale e religiosa di questo popolo, e per questo ho trovato una valida ispirazione nella storia romana, più precisamente nel periodo in cui si abbatté la monarchia in favore della Repubblica, nonché nell’ ordinamento dello Stato britannico, il più noto esempio di monarchia parlamentare, e nel Confucianesimo, la celebre tradizione filosofica, religiosa e morale cinese improntata sulla rettitudine. Sento quindi di aver descritto i bandroriani in modo esauriente e credibile.».


Ha avuto qualche difficoltà nello scrivere la storia?

«Ammetto di sì, in quanto ho dovuto prestare una certa attenzione ai particolari. Volevo incominciare tutto dall’ inizio, proprio con l’ incidente del 1947, e poi spostarmi al 1994, anno in cui venni a sapere di questo evento, come abbiamo detto prima. Era quindi importante trovare una spiegazione efficace per uno stacco di ben quarantasette anni dallo schianto del disco volante nel podere di Roswell al momento in cui la parte principale della storia avrebbe avuto luogo, definire la pericolosità dell’ alieno nascosto tra la nostra gente e il motivo per cui il suo popolo non si sarebbe mostrato pubblicamente al genere umano. La definizione dei dettagli mi ha richiesto tempo, e ho persino dovuto svolgere qualche ricerca nel mondo militare e in quello delle teorie del complotto, ma dopo attente riflessioni ho ricavato alcune idee che mi hanno convinto e soddisfatto.».

Scriverà altre storie tratte da questo misterioso incidente?

«Non lo escludo. Anzi, lo ritengo piuttosto probabile.».

Grazie.

«Grazie a voi, è sempre un vero piacere.».

I dubbi di Giacomo sulla religione espressi in «Sotto il cielo della Porta divina»

Giacomo Ramella Pralungo tiene tra le mani una copia della Bibbia cristiana e una del Corano islamico, che sfoglia in determinati passa...