mercoledì 18 aprile 2018

«Niente politica nei miei testi, sono Giacomo Ramella Pralungo!»



Giacomo Ramella Pralungo si definisce un apolitico convinto, e ha una visione della politica che, con una certa tristezza, reputa «destinata a rimanere soltanto un’ idea astratta, per quanto si rifaccia direttamente allo stesso ideale originario di politica». Soprattutto, è determinato a non scrivere mai alcun testo dettato dal minimo criterio politico: «Proprio come le religioni, sento che le ideologie politiche non mi appartengono, in quanto la mia mente ha il potere di ragionare per conto proprio, senza pendere dal pensiero altrui. Peraltro, le ideologie stesse hanno clamorosamente fallito la propria missione in qualsivoglia angolo di questo mondo: ho motivi assolutamente validi per coltivare una scrittura autonoma e autentica sotto tutti gli aspetti.».

Da ormai molti anni lei è notoriamente lontano dalla politica.

«Sì, da quando avevo vent’ anni. Fino ad allora ne subivo il fascino, e, detto tra noi, per qualche tempo sono anche stato tentato dal prendervi parte in qualche modo. Poi, però, me ne allontanai con una certa delusione.».

Come ha maturato la sua avversione per la politica?

«Nel 2004 ero parte di alcune associazioni di volontariato di Sordevolo, e in quel periodo alcuni membri delle due principali erano scesi in campo per le elezioni municipali. Venni a sapere di reciproci sgarbi e pettegolezzi, anche piuttosto gravi, e sentì parlare di tattiche e amicizie influenti che sarebbero state letteralmente di aiuto, quando invece in un sistema democratico bisogna convincere la cittadinanza votante con la chiarezza, la sincerità e la validità dei programmi elettorali, e rispettare ogni schieramento presente. Maturai quindi un profondo disgusto per la politica e i suoi falsi teatrini, e rinnegai con forza il desiderio di intraprenderne la via.».

Lei fa una distinzione tra quella che definisce la politica vera e propria e l’ affare degenerato che è tuttora, potrebbe spiegarsi?

«Il termine politica deriva dal termine greco antico politikḗ, ossia ‘che attiene alla pόlis’, e indica l’ arte di governare il territorio: questa è la natura vera della politica, in cui io credo tuttora. Oggi, invece, con il termine ci si riferisce alla lotta tra partiti, la degenerazione da cui io ho preso le distanze. La politikḗ era assolutamente estranea da ideologie e partiti, e benché già nei tempi antichi fosse gestita da persone ambiziose e avide di potere che fecero della democrazia un concetto più apparente che reale, era molto più indirizzata al bene comune e alla risposta pratica alle necessità della gente.».

Quindi, lei non ha un orientamento politico?

«Assolutamente no. Che si parli di religione o di politica, aderire ad un’ ideologia significa perdere la propria libertà e pensare che il proprio credo sia l’ unico giusto, guardando gli altri con disapprovazione. Sono fermamente consapevole del fatto che non serva affatto essere di destra o di sinistra per essere bravi politici, ma avere buone capacità amministrative, costanza nell’ impegno e onestà delle intenzioni. Ecco quindi il motivo per cui ho sempre detto che le ideologie politiche sono adatte soltanto alle disquisizioni astratte, e che lasciano il tempo che trovano: politica vuol dire pratica, pratica e ancora pratica!».

Peraltro, lei critica apertamente anche la presenza ormai ingombrante della politica nei mezzi di comunicazione di massa, soprattutto giornali e anche taluni romanzi.

«Quello tra la vita politica e i mezzi di comunicazione di massa, giornalismo in particolare, è un intreccio sempre più contestato, che crea più problemi di quanti ne risolva. E’ un bombardamento di informazioni sempre più menzognere. Giornali e persino determinati romanzi sono falsi e faziosi, trasmettendo notizie inzuppate di ideologia e prive di obiettività, nell’ interesse esclusivo degli schieramenti e a scapito della bravura del singolo autore. Peraltro, la rete telematica internazionale si è fatta sempre più selvaggia e scottante, rendendo lecito ogni gesto seppur vandalico e disumano. E’ tutto così rivoltante, soprattutto tenendo conto del fatto che il potere della stampa può influire sui comportamenti della gente e produrre mutamenti sociali: in un contesto del genere l’ intossicazione dei cervelli è un ovvio dato di fatto.».

Quindi, lei rifiuta fermamente di parlare di politica nei suoi testi?

«Oh, sì! Niente politica nei miei testi, sono Giacomo Ramella Pralungo (risata)! Uno come me, che si rifiuta di far politica e persino di prendere una tessera di partito, molto difficilmente potrà adeguare la propria scrittura a fini politici. Andrebbe assolutamente contro i miei principi. In quest’ era colma di favoritismi e punti di vista del tutto parziali la politica si è introdotta come un virus nella letteratura giornalistica e persino nella narrativa, uccidendo inesorabilmente tutta la nobiltà della vera informazione e degli spunti per una riflessione coerente e costruttiva, in cui io credo vivamente. Se dovessi pubblicare qualcosa di sbagliato, cosa effettivamente possibile perché come semplice essere umano sono talvolta soggetto a fraintendimenti, sarà un errore mio, non attribuibile ad una manipolazione esterna della mia mente.».

C’ è qualcosa che desidera dire rivolgendosi ai suoi colleghi scrittori?

«Quando si impugna la penna o si incomincia a dattilografare sulla tastiera si deve sempre pensare al fatto che il messaggio che ci si prepara a scrivere arriverà agli altri, dunque è bene scrivere sia con la mente che con il cuore, con passione e serietà. Bisogna trasmettere idee e principi in piena rettitudine di coscienza, non con l’ intento di favorire uno schieramento e danneggiarne un altro. Questo è il modo migliore per rendere onore ad una delle attività più belle e antiche al mondo.».

La ringraziamo molto.

«Tante grazie a tutti voi».

mercoledì 28 marzo 2018

Lo sfruttamento commerciale della fantascienza



Giacomo Ramella Pralungo è un appassionato di fantascienza fin dall’ infanzia, e da quando ha cominciato ad interessarsi di letture e a scrivere lui stesso ne segue le principali opere con una grande attenzione: «Quando guardo un film non è raro che lo valuti con un’ ottica da autore, domandandomi come avrei impostato io stesso la storia, e quando leggo un libro cerco sempre di farne miei gli aspetti positivi e di comprendere l’ influenza che l’ epoca in cui esso è stato scritto ha avuto sul suo sviluppo.». Eppure, negli ultimi anni ha identificato una particolare tendenza, soprattutto da parte del cinema, a sfruttare questo particolare genere essenzialmente per ragioni di lucro, realizzando pellicole dalla trama di qualità mediocre o povere di messaggi saldi. Una propensione che intende biasimare con la pubblicazione di oggi, e da cui dichiara di volersi mantenere lontano come scrittore impegnato nel genere.

La fantascienza ha da sempre un immenso valore per me. Ho trascorso molti dei miei momenti più lieti leggendo libri oppure guardando film legati a questo genere, e con il tempo ho imparato a seguirne le trame prestando cura ai particolari e riflettendo sullo spirito fondamentale. Ho sempre sostenuto che il lato vincente della fantascienza non fosse soltanto il suo lato fantastico in quanto tale, che effettivamente ha il potere di incantare il pubblico, quanto i concetti che essa affronta per mezzo di storie immaginarie. La prima fantascienza aveva una forte base avventurosa ed era caratterizzata dalla meraviglia per i progressi della scienza, e ben presto, soprattutto intorno agli Anni Quaranta del secolo trascorso, si occupò molto delle ripercussioni del progresso scientifico. A partire dagli Anni Cinquanta, invece, con l’ avvento della corsa agli armamenti si instaurò nei confronti della scienza un atteggiamento molto più angosciato: la guerra fredda, il consumismo, la paura del diverso, la società di massa dominata da pubblicità e televisione divennero temi basilare della «fantascienza sociologica».
Dire che la fantascienza ha uno spirito, un’ anima, una sua forma di saggezza non è che la verità: che cosa sarebbero «La macchina del tempo» e «La guerra dei mondi» di Herbert George Wells senza la critica di fondo al genere umano, notoriamente abituato a rifiutarsi polemicamente di riconoscere forze più elevate delle proprie, e ai penosi sistemi sociali di sua creazione? Sarebbe mai esistito un telefilm chiamato «Star Trek», grande opera di Gene Roddenberry, senza l’ analisi di quanto avveniva negli Anni Sessanta, epoca scossa da razzismo, sessismo, bigottismo, pudori ormai arcaici, e dall’ avanzamento di una cultura diversa, più orientata alla modernità e alla scienza? George Lucas avrebbe mai concepito la serie cinematografica di «Guerre stellari» se non avessimo mai avuto un pantheon mitologico o un vasto e multiforme concetto di bene e male?
A grande dispetto dell’ apparenza fantastica e avventurosa, la fantascienza vanta un solidissimo fondamento sia logico che morale, e io dico sempre che proprio per questo è particolarmente adatta ad affrontare l’ antichissimo tema del bene e del male.

Con l’ andare del tempo, la fantascienza divenne sempre più familiare in grado di affascinare un grande pubblico di lettori e spettatori, generando serie letterarie, televisive e cinematografiche di grande pregio, di cui io stesso subisco il fascino fin da ragazzino: a dodici anni rimasi impressionato da «Independence Day», a tredici scoprì «Guerre stellari», a quindici lessi per la prima volta le opere di Wells, e nello stesso periodo entravo in contatto con «Star Trek», a sedici mi interessai approfonditamente alla serie di «Terminator», a ventuno a quella di «Jurassic Park», di cui a ventiquattro lessi i libri del magnifico Michael Crichton. Eppure, tanto come spettatore quanto come autore non posso fare a meno di notare quanto la maggior parte di queste produzioni classiche oggi sia finita nel mirino di superficiali e aridi interessi commerciali che, di fatto, ne hanno stravolto l’ ideale originario portando alla realizzazione di storie e pellicole dallo scarso valore narrativo. In una certa misura, ma nettamente inferiore, ciò avviene anche nella narrativa, dando vita a seguiti mediocri, poveri di idee a differenza del primo episodio, quasi regolarmente destinato a divenire punto di origine di una lunga soap opera atta a stabilire una forte fidelizzazione da parte del pubblico.
Personalmente, io non credo affatto che la vendita di opere, letterarie o cinematografiche che siano, rappresenti un fattore necessariamente negativo, eppure sono assolutamente convinto che non debba costituire l’ obiettivo primario: piuttosto, scopi fondamentali di un’ opera dovrebbero essere lo stimolo a riflettere, affascinare e intrattenere. Il semplice desiderio di profitto porta inevitabilmente a dar vita a prodotti privi di anima e dunque di vera attrattiva. Questo è vero soprattutto per la fantascienza, e a conferma di questo principio ho notato quanto a Hollywood e dintorni uno stuolo di produttori avidi abbiano riesumato determinate classiche dando vita a seguiti o a veri e propri riavvii che, di fatto, non hanno saputo mantenere il livello narrativo, comunicativo e qualitativo del passato.

Tra gli esempi principali di quest’ intervento erodente che posso citare spiccano i nuovi film di «Star Trek», «Jurassic Park», «Guerre stellari», «Terminator» e «Independence Day», generi innegabilmente sfruttati in modo particolarmente inadeguato per una mera questione commerciale. Nel caso di «Star Trek» e in quello di «Guerre stellari», epopee entrambe riprese dal regista, sceneggiatore e produttore J. J. Abrams, siamo di fronte ad uno sviamento dello sviluppo della trama e dei singoli personaggi: gli ammiratori storici e più attenti fanno veramente fatica ad accettare un giovane Spock che piange e ride, sebbene sia metà umano, e addirittura fidanzato con Nyota Uhura, oppure un anziano Luke Skywalker che, affranto dai suoi fallimenti come maestro Jedi, abbandona la Galassia in balia del Primo Ordine e di Kylo Ren, suo nipote ed ex allievo ora succube di Snoke, misterioso individuo che padroneggia il lato oscuro della Forza, arrivando persino a gettare via la sua vecchia spada laser tesagli dalla giovane Rey e ad affermare che è giunto il tempo della fine dell’ ordine degli Jedi. Peraltro, il fatto che non sia stato dato un epilogo alle vicende dell’ equipaggio dell’ USS Enterprise E, comandata dal capitano Jean-Luc Picard in favore di un viaggio nel passato con cui si è creata una realtà alternativa ai tempi di James T. Kirk, condita da numerose inesattezze, e il ridimensionamento del ruolo di personaggi quali Luke, Han Solo, Chewbacca e Leila Organa, relegati a destini inadeguati a quanto avrebbero anziché potuto compiere dopo la sconfitta dell’ Impero Galattico, dimostra quanto la produzione non abbia compreso la storia e il significato essenziale di queste due serie.
«Jurassic Park», recentemente tornato in auge con la trilogia di «Jurassic World», per quanto rappresenti una storia tutto sommato accettabile e gradevole rimane destinata a lasciare interdetti gli ammiratori della prima ora, dal momento che dopo quattordici anni propone l’ apertura di un nuovo parco dei dinosauri, con un nome differente e un gruppo di personaggi alternativi, ad eccezione del dottor Henry Wu, subdolo e geniale genetista alla guida della squadra di clonatori che ha riportato in vita le più spettacolari specie di dinosauri. Neanche a dirlo, questo secondo parco subisce la stessa fine del primo, con l’ evasione degli inarrestabili dinosauri dai loro recinti, liberi di fare una strage di persone inermi. A proposito di «Terminator», infine, il quinto e ultimo film di questa leggendaria serie ideata da James Cameron nei primi Anni Ottanta mostra una storia pasticciata e senza senso, colma di errori e insensatezze e povera della robustezza narrativa che invece ha caratterizzato la trilogia originaria, soprattutto i primi due episodi diretti da Cameron, mentre per il seguito di «Independence Day», diretto da Roland Emmerich, vale il principio secondo cui un’ epopea cinematografica può avere successo solo se si parte proprio con l’ idea di realizzare una serie: il primo film si chiudeva infatti con la sconfitta e lo sterminio degli alieni che intendevano invadere e decimare la Terra, e visti gli ottimi incassi si decise di realizzare due seguiti, ma occorre tenere presente che dopo vent’ anni è estremamente difficile proseguire la storia con la stessa qualità narrativa.

Dalla valutazione dei seguiti e dei riavvii di tutte queste serie, che per me rappresentano tuttora la base della mia fantascienza, mi è del tutto chiaro che lo sfruttamento della fantascienza a fini commerciali rappresenta un fenomeno negativo, destinato ad impoverire inutilmente un genere narrativo meraviglioso e particolarmente ricco di contenuti e sfaccettature. Tanto come estimatore di tale genere, sia nella sua forma letteraria che cinematografica oppure televisiva, quanto come autore mi definisco assolutamente contrario al fenomeno. Ogni volta che penso ad una storia da cui poi ricavo un libro, è mia abitudine inserire idee e messaggi narrativi ben precisi e addirittura citare un fatto storico realmente accaduto, o un personaggio davvero vissuto, perché credo fermamente che la vera narrativa sia soprattutto uno strumento di comunicazione, non soltanto di intrattenimento. Non vi è nulla di male nel guadagnare qualche soldo, intendiamoci, ma è imperativo che un libro o un film di fantascienza debba avere un’ anima, un’ idea di fondo. Io stesso non voglio essere ricordato come un autore che scrive tanto per fare, ma come uno che crede in quello che fa, che ragiona sulla realtà che lo circonda e che trasmette le proprie impressioni nelle sue pagine. Per me, scrivere e pubblicare sono un mezzo potente con cui entro nelle case altrui senza bussare alla porta, dunque trovo molto importante farlo bene e con sostanza.

Giacomo Ramella Pralungo

martedì 13 marzo 2018

Giacomo ci parla di «Fantasma del passato»



Nel 1947 lo sperduto paesello di Roswell, nel Nuovo Messico, balzò agli onori della cronaca per il ritrovamento di uno strano relitto collegato ad un misterioso incidente, e in seguito all’ intervento delle autorità militari locali si parlò nientemeno che di un disco volante con tanto di tre cadaveri alieni. Dopo essere stato velocemente coperto da una cortina di riserbo, l’ incidente di Roswell non tardò a passare comunque alla storia, soprattutto a seguito di determinate indiscrezioni sensazionali da parte di alcune persone direttamente coinvolte, venendo poi inevitabilmente ripreso infinite volte dalla narrativa, dal cinema e dalla televisione, anche a scopo satirico. Giacomo Ramella Pralungo, appassionato autore di fantascienza, se ne è a sua volta servito come base per il suo nuovo libro, ‘Fantasma del passato’,edito su www.lulu.com in formato sia cartaceo che elettronico. Avanzando in un grande prato spoglio accanto ad una strada asfaltata e a una semplice casa in stile campagnolo, afferma osservando il cielo nitido: «E’ un mistero che mi ha sempre profondamente affascinato, fin da quando avevo appena dieci anni. Non ho davvero resistito alla tentazione di ricavarne una storia tutta mia, e scriverne ogni singola riga mi ha enormemente entusiasmato…».

Come ha saputo dell’ incidente di Roswell?

«Era l’ estate 1994. Avevo dieci anni, e stavo trascorrendo un periodo a casa di una mia prozia e del suo convivente, con il quale amavo parlare di storia antica e misteri vari, mentre la sera guardavamo i documentari della RAI, che poi commentavamo con grande interesse. Una sera seguimmo una puntata di ‘Misteri’, un programma di divulgazione pseudoscientifica condotto da Lorenza Foschini, che trasmise per la prima volta in Italia un filmato diffuso da Ray Santilli, un musicista e produttore cinematografico britannico, in cui si mostrava l’ autopsia di un cadavere alieno legato ai fatti di Roswell. Nel resto del mondo tale filmato era stato pubblicato già nel 1991, ma in un secondo momento Santilli ammise che si trattava di un falso girato con un amico, pur sostenendo che ne esisteva un originale, deterioratosi notevolmente nel tempo. Dopo quarantasette anni, Roswell riusciva ancora a catturare notevolmente l’ interesse della gente.».


Da come ne parla sembra proprio che questo sia un tema a lei molto caro.

«Oh, sì, davvero molto caro. Quando ero bambino preferivo enormemente i giochi di fantasia, e quando non frequentavo gli amici trascorrevo il tempo immaginando storie di alieni e battaglie interplanetarie, ricavando armi e scudi da tutto ciò che avevo a disposizione. Una storia particolare come quella di Roswell, fin dall’ inizio attribuita agli alieni e di cui venni a sapere proprio durante la mia infanzia, non poteva non suscitare il mio interesse. Cominciai a riflettere sull’ effettiva possibilità dell’ esistenza degli alieni proprio in tale occasione.».

E infine ha deciso di scrivere un libro sull’ argomento.

«Esatto. La narrativa, la televisione e il cinema avevano già ampiamente ripreso il tema di questo incidente, e io stesso ho a lungo e attentamente valutato la possibilità di firmare un libro in proposito. Così mi sono venute alcune idee interessanti, e ho scelto di intraprendere questa via.».


Come lei stesso ha appena detto, i fatti di Roswell non sono affatto una novità nel campo della fantascienza, quindi a che cosa voleva dare risalto con ‘Fantasma del passato’?

«Volevo evitare fin dall’ inizio i temi classici dello spionaggio alieno e delle avanguardie in previsione di un’ invasione da parte di potenze superiori alla nostra. Intendevo piuttosto approfondire argomenti più ampi quali rivoluzioni, intrighi politici interplanetari, interferenze e manipolazioni sociali e culturali, nonché quello del fuggitivo. Tutte cose che appassionano il lettore, e che nella fantascienza trovano ampio risalto in quanto hanno un’ ambientazione particolarmente vasta che abbraccia lo spazio, non solo una singola nazione o la sola Terra.».

Come si sente al pensiero di aver dedicato una sua opera a questo celebre e misterioso avvenimento?

«E’ stato davvero entusiasmante per me, e anche a costo di sembrare ridicolo confesso che mi è sembrato di tornare bambino. In più, dal momento che volevo presentare qualcosa di unico in mezzo a tante opere già diffuse prima della mia, ho dovuto muovermi con grande cura. Nei miei libri cerco sempre di inserire un evento realmente accaduto o un personaggio storico davvero vissuto, e in ‘Fantasma del passato’ il principio assume un’ importanza notevole, quindi anche per questo mi sento particolarmente legato a tale narrazione.».

Secondo lei che cosa accadde veramente nel luglio 1947 in Nuovo Messico?

«Tanto per cominciare bisogna tenere conto dell’ elevato livello di segretezza a cui l’ incidente fu sottoposto da parte dello Stato Maggiore dell’ aeronautica militare degli Stati Uniti, nonostante le dichiarazioni degli ufficiali della base locale di Roswell, che parlarono apertamente di un disco volante con tre alieni morti. In mancanza di dati ed elementi sicuri è possibile che l’ aviazione o magari i servizi segreti sperimentassero qualche nuova tecnologia di cui non volevano parlare apertamente. Dopo tutto, la Seconda Guerra Mondiale era finita da appena due anni, e Stati Uniti e Unione Sovietica si preparavano ad uno scontro senza esclusione di colpi con cui imporre sulla scena internazionale un nuovo ordine politico, militare ed economico.».

Quindi lei non sostiene davvero la pista aliena, nonostante sia alla base della sua narrazione?

«Io sono assolutamente convinto che nello spazio esista vita aliena, in quanto sarebbe illogico partire dal presupposto che la Terra sia il solo pianeta abitabile dell’ universo. Ma per quanto riguarda Roswell non sappiamo che cosa sia realmente accaduto, e forse non lo sapremo mai. Peraltro occorre ricordare che le voci riguardanti gli alieni non sono ancora state dimostrate. Tutto può essere. Con il mio libro volevo solo presentare un’ opera di fantasia.».

Quello di Roswell fu il primo incidente ufologico della storia, ma nessuno di quelli avvenuti in seguito divenne altrettanto famoso: perché, secondo lei?

«Forse per la particolare epoca in cui ebbe luogo, ossia la fine degli Anni Quaranta, e perché in quello stesso periodo venivano avvistati in più occasioni oggetti volanti non identificati e strani bagliori in molti luoghi diversi. Peraltro, in quel tempo Roswell era una tranquilla cittadina ai margini del mondo, popolata da gente semplice e da qualche vecchio cowboy non troppo diverso da quelli visti nei film western, e l’ idea di un velivolo alieno precipitato proprio da quelle parti rappresenta di per sé qualcosa di sensazionale. Gli eclatanti annunci presentati nel giro di poco tempo dalle autorità locali e il silenzio prontamente imposto dalle alte sfere contribuirono alla nascita di una leggenda tuttora vivente e appassionante.».

Lei ha basato la trama di ‘Fantasma del passato’ sul tema della religione, delle religioni ufologiche e delle sette.

«Sì, è vero. Volevo dare alla mia storia su Roswell qualcosa di particolare, e svolgendo alcune ricerche ho approfondito la mia conoscenza sulla questione delle religioni ufologiche, che negli ultimi decenni sono cresciute a dismisura per numero, influenza sociale e potere finanziario. Si pensi ad esempio al Movimento raeliano. Il contattismo e le religioni ufologiche nacquero proprio a seguito degli avvistamenti del 1947, contribuendo ampiamente a far entrare i dischi volanti nell’ immaginazione collettiva di tutto il mondo, e trovavo interessante l’ idea delle false religioni e delle sette, quindi l’ ho usata come base insieme a quella di un pericoloso intrigo politico e militare interplanetario.».

Vuole raccontarci qualcosa sulla trama?

«A Roswell, nel podere di un contadino, precipita un misterioso disco volante alieno abbattuto per errore durante un esame missilistico, e i militari, subito dopo averlo requisito insieme ai tre cadaveri umanoidi in esso rinvenuti, pubblicano la notizia suscitando molto clamore. Ma il Pentagono, lo Stato Maggiore della Difesa e l’ FBI, sostenuti dalla Casa Bianca, mettono tutto a tacere sostenendo che si è trattato di un semplice pallone sonda con manichini usato a fini meteorologici, e minacciano con durezza i testimoni oculari affinché si attengano alla versione ufficiale. Quasi cinquant’ anni dopo, nel 1994, il generale Ralph Lubic, ufficiale al comando dell’ Area 51, la base militare più segreta al mondo in cui vengono collaudate le tecnologie tratte dal disco volante di Roswell, viene contattato dal capitano Sorhd Kevolon Vaerdobiux, proveniente dal pianeta Bandror, luogo di origine del disco volante e dei tre umanoidi defunti, domandandogli aiuto nella ricerca di un loro pericoloso criminale, il commodoro Xiank Dur Kaofin, evaso dalla sua prigione mentale a seguito dell’ incidente di Roswell, e ora in grado di assumere sembianze umane. Comincia quindi un’ accurata e incessante ricerca tra le sette religiose dedite al culto degli alieni, e una corsa contro il tempo tesa a prevenire un pericoloso complotto che potrebbe determinare seri problemi in buona parte della Galassia.».

Un dettaglio che colpisce è la precisa descrizione che lei fa degli alieni, i bandroriani, un popolo potente, civile e assai progredito eppure non ancora esente da cospirazioni, rivoluzioni e delitti politici.

«Volevo fare una descrizione ampia e verosimile, evitando lo stereotipo ormai comune del popolo alieno totalmente buono oppure totalmente cattivo. Per definire i bandroriani e la loro civiltà mi sono basato molto sui kryptoniani di Superman e i Goa’ uld di ‘Stargate SG1’, due razze cosmiche molto diverse tra loro ma con caratteristiche molto interessanti. Soprattutto, volevo evidenziare il passato e la tradizione politica, sociale e religiosa di questo popolo, e per questo ho trovato una valida ispirazione nella storia romana, più precisamente nel periodo in cui si abbatté la monarchia in favore della Repubblica, nonché nell’ ordinamento dello Stato britannico, il più noto esempio di monarchia parlamentare, e nel Confucianesimo, la celebre tradizione filosofica, religiosa e morale cinese improntata sulla rettitudine. Sento quindi di aver descritto i bandroriani in modo esauriente e credibile.».


Ha avuto qualche difficoltà nello scrivere la storia?

«Ammetto di sì, in quanto ho dovuto prestare una certa attenzione ai particolari. Volevo incominciare tutto dall’ inizio, proprio con l’ incidente del 1947, e poi spostarmi al 1994, anno in cui venni a sapere di questo evento, come abbiamo detto prima. Era quindi importante trovare una spiegazione efficace per uno stacco di ben quarantasette anni dallo schianto del disco volante nel podere di Roswell al momento in cui la parte principale della storia avrebbe avuto luogo, definire la pericolosità dell’ alieno nascosto tra la nostra gente e il motivo per cui il suo popolo non si sarebbe mostrato pubblicamente al genere umano. La definizione dei dettagli mi ha richiesto tempo, e ho persino dovuto svolgere qualche ricerca nel mondo militare e in quello delle teorie del complotto, ma dopo attente riflessioni ho ricavato alcune idee che mi hanno convinto e soddisfatto.».

Scriverà altre storie tratte da questo misterioso incidente?

«Non lo escludo. Anzi, lo ritengo piuttosto probabile.».

Grazie.

«Grazie a voi, è sempre un vero piacere.».

martedì 16 gennaio 2018

Il messaggio ecologico dell’ inventore di storie


Giacomo Ramella Pralungo subisce da molti anni il fascino della natura, e ama trascorrere tempo passeggiando per boschi, prati e monti. Accennando a un sorriso ammette che la sua vita non si limita a libri e ad articoli: «Mi compiaccio di vivere in campagna, a diretto contatto con la terra, perché in tal modo ho compreso con una certa chiarezza il nostro rapporto con essa e con tutte le altre forme di vita e le cose inanimate. Dobbiamo avere cura del mondo in cui viviamo e dei suoi altri abitanti se vogliamo vivere bene.». Per l’ inventore di storie l’ ecologia è un concetto molto importante, da vivere consapevolmente nella vita di tutti i giorni, a beneficio sia nostro che di chi verrà dopo di noi: «Una generazione succede a un’ altra e a un’ altra ancora, ma il nostro mondo rimarrà in eterno.».

Lei è un grande amante della natura. Come è nato questo suo particolare sentimento?

«Sono nato e vissuto in un paese di provincia, e a undici anni mi trasferì in campagna, nella casa appartenuta ai miei nonni paterni. Fin da bambino, mio padre e mia nonna mi portavano a passeggiare per i boschi e per i prati, e spesso trascorrevo del tempo a contatto con gli animali nella vicina fattoria dei nostri cugini. In particolare, ricordo di quando andavo con mio padre a raccogliere fragole, mirtilli e crescione selvatici, e delle volte in cui invece ci rifornivamo di acqua presso una fontana in piena selva. Ho quindi avuto un contatto diretto con la natura fin dai miei primi anni di vita, e non ho tardato ad apprezzarne le meraviglie, la purezza e la grande importanza.».

Che cosa le viene in mente passeggiando in campagna o nei boschi?

«Durante le mie passeggiate non penso affatto, anzi avverto sempre una gran quiete e felicità. Sento spesso il bisogno di fare due passi nella natura, soprattutto quando voglio trovare la pace, e avanzando per prati o addentrandomi in qualche bosco spontaneamente mi immergo in una dimensione al di fuori del tempo e delle questioni che animano la vita quotidiana. Peraltro sento chiaramente quanto tutto sia collegato a tutto: non si tratta di una riflessione intenzionale, io non sono mai stato un filosofo, ma di una chiara percezione ricavata dall’ aria che respiro, dall’ odore della terra che sento, dal rumore dei ruscelli che odo insieme alle campane delle mucche e delle caprette nei dintorni, dal suolo che calpesto. Tutto è veramente uno, e noi siamo figli di questa natura di cui, purtroppo, ci ostiniamo assurdamente a ritenerci sia padroni che entità separate. Sì, la natura per me è sempre estremamente benefica...».

Come definirebbe il legame tra uomo e natura?

«Lo trovo veramente pessimo. Noi umani siamo divenuti il genere dominante sul pianeta, e sfruttiamo la natura per soddisfare i nostri bisogni ben oltre le sue capacità e senza alcuna preoccupazione, non pensando ai gravi danni che le stiamo procurando. Nella nostra arroganza abbiamo persino modellato le religioni affinché giustificassero le nostre tendenze egocentriche: nella Bibbia, ad esempio, si legge che Dio invita Adamo ed Eva a riempire la terra, a soggiogarla e dominare i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni essere vivente che striscia sulla terra. Veramente una grande assurdità! Penso proprio che dovremmo prendere esempio dagli animali, che sfruttano la natura per sopravvivere senza però danneggiarla e neppure esaurirla.».

A proposito di animali, lei si è più volte definito animalista: ritiene che la caccia possa avere effetti nocivi in ambito ecologico?

«Sì, ma dipende da come viene esercitata. Un conto è cacciare per fame, limitandosi a poche prede che in seguito vengono tutte mangiate, proprio come fanno gli animali: io comprendo questo tipo di caccia, e lo accetto. Un altro discorso è invece cacciare intensivamente, per passatempo o per sport, come fanno ad esempio i nobili, che un tempo addirittura cacciavano per prepararsi alla guerra: questa è una forma di caccia superflua su cui proprio non transigo. Altre forme di caccia, come ad esempio quella delle balene o delle foche, stanno spingendo queste specie animali al limite dell’ estinzione, e procurano loro immense sofferenze del tutto inutili. Ogni genere animale e singolo essere vivente ha un posto ben preciso nel grande ordine dell’ ecosistema, e svolge una particolare funzione: quando un’ intera specie viene fatta estinguere, gli equilibri naturali subiscono per forza importanti cambiamenti. Quando ero piccolo, mia nonna mi diceva sempre che persino che persino ortiche e zanzare hanno una loro utilità.».

Che cosa pensa del vegetarianismo?

«E’ una scelta molto particolare che alcune persone adottano per amore e rispetto per gli animali. Io stesso sono stato vegetariano per tre anni, dal 2009 al 2012, dopo aver visto uccidere una gallina nel mio giardino, e il pensiero che gli animali venissero uccisi per poi essere serviti a tavola si era fatto particolarmente triste per me. Iniziai a nutrirmi esclusivamente di pasta, riso, insalata, uova, legumi e verdure varie. Ma poi compresi che anche i vegetariani si nutrono di vita, perché anche i vegetali sono forme viventi, quindi oggi ritengo accettabile nutrirmi sia di carne che di vegetali ma senza abusarne, nel pieno rispetto di entrambe queste forme di vita.».

Il rispetto per l’ ambiente e gli animali è una delle cause per cui si è avvicinato al Buddhismo?

«Certamente. Le filosofie orientali in generale hanno un atteggiamento assai più onnicomprensivo di quello delle religioni abramitiche, e affermano da sempre che ogni cosa è connessa a tutte le altre. Il Buddhismo in particolare parla di interdipendenza, importante principio secondo cui nulla esiste come entità propria: tutto è Uno.».

Peraltro, lei una volta disse che il famoso «Dune» di Frank Herbert le è stato di grandissima ispirazione.

«E’ assolutamente vero, ho cominciato a riflettere sull’ importanza delle tematiche ambientali in maniera più vasta e approfondita proprio leggendo questo magnifico romanzo di fantascienza, che ha avuto cinque seguiti. Nessuno ha mai esaltato l’ ambientalismo come Herbert in questo grande classico della narrativa statunitense del Novecento. Il pianeta Arrakis, chiamato ‘Dune’ dai nativi Fremen, viene descritto con una sorprendente abbondanza di dettagli, senza i quali risulterebbe praticamente impossibile immaginare le sfaccettate e molteplici vicende di questa affascinante serie letteraria. Tramite il sogno delle tribù dei Fremen, che da migliaia di anni vivono nelle grotte di questo mondo completamente deserto, facendo un uso estremamente ritualizzato dell’ acqua in attesa di averne un giorno a sufficienza per renderlo verdeggiante, l’ autore esalta sia l’ importanza fondamentale di questo elemento che l’ esigenza di avere cura delle risorse a nostra disposizione, nonché dell’ ambiente in cui noi tutti viviamo.».

Solitamente lei parla del tema ambientale nei suoi libri?

«L’ ho fatto soprattutto in ‘Per i sentieri del tempo’, in cui ho descritto le gravissime devastazioni ecologiche causate dalla guerra atomica. Purtroppo il pericolo di provocare danni incontrollabili al nostro ecosistema con le armi, oltre che con altre forme di tecnologia, si sta accentuando sempre di più. Anche nel precedente ‘Cuore di droide’ ho affrontato il tema della natura, seppure in termini più marginali, con i due protagonisti che al termine delle loro vicende si danno alla cura dei fiori e all’ agricoltura, trovando pace e conforto. Ho intenzione di approfondire questo importante argomento in altre narrazioni che avrò il piacere di pubblicare.».

La ringraziamo molto.

«Tante grazie a voi, come sempre è stato un grandissimo piacere.».

mercoledì 10 gennaio 2018

Giacomo e lama Paljin

Giacomo e lama Paljin Rinpoce;

Un giovane scrittore di fantascienza e articoli storici, incuriosito dalla filosofia buddhista, in una nuvolosa giornata d’ inverno incontrò un lama buddhista di scuola tibetana: tra i due nacque una cordiale e simpatica amicizia che dura tuttora.

Appassionato di storia e culture antiche, scrittore di narrativa fantascientifica e dedito alla spiritualità, slegata dalla religione in senso stretto, dal 2009 Giacomo Ramella Pralungo è in amichevoli rapporti con lama Paljin Tulku Rinpoce, monaco buddhista di tradizione tibetana, discepolo di vari lama e ghesce fuggiti dal Tibet, gradualmente occupato dalla Repubblica Popolare Cinese durante gli Anni Cinquanta e trasformato in una regione dell’ immenso Paese comunista.
«Le filosofie orientali mi hanno sempre molto attratto.» spiega Giacomo dopo aver messo da parte la penna con cui lavorava ad alcuni appunti «E il Buddhismo mi ha molto incuriosito a proposito della questione della sofferenza e su come risolverla. Nel 2006 mi avvicinai molto a questa particolare filosofia, ed ero alla ricerca di qualche maestro con cui dialogare e approfondire la mia conoscenza in proposito.».
Qualche tempo dopo venne a sapere del monastero Samten Ling, un piccolo centro situato nel paese di Graglia, sulle Alpi Biellesi, a pochi chilometri da casa sua. Fece alcune ricerche, e scoprì che era stato fondato nel 1991 da lama Paljin Tulku Rinpoce, unico lama italiano, e negli anni era diventato un importante punto di riferimento per moltissimi praticanti di Buddhismo:
«La vita stessa di questo lama mi impressionò molto: nato ad Addis Abeba nel 1941 da genitori torinesi, lasciò la colonia con la famiglia ad appena un anno. Diplomato in mercatologia alla LUISS, si laureò all’ Istituto Superiore di Scienze Umane e Sociali di Urbino, lavorando come dirigente d’ azienda. Nel 1978, quando si recò per lavoro a Kathmandu, incontrò per la prima volta alcuni monaci tibetani, fatto che lo portò a maturare per la prima volta un profondo interesse per il Buddhismo, tanto da intraprendere una ricerca spirituale che nel 1982 lo portò a divenire discepolo di alcuni grandi lama e a farsi monaco lui stesso.».
Lama Paljin ricevette insegnamenti e iniziazioni da lama di due scuole diverse, ossia la Gelug, a qui appartiene il XIV Dalai Lama, e la Kagyu, di cui fa parte il XVII Karmapa. Nel 1985, in Svizzera, gli fu trasmessa l’ iniziazione di Kalachakra dal Dalai Lama, e da quel momento segue frequentemente i suoi insegnamenti in Europa e in India, mentre nel 1995 si recò in Ladakh, una regione dell’ India settentrionale ai piedi dell’ Himalaya, strettamente legata al Tibet, ove fu riconosciuto come la reincarnazione di un insigne lama vissuto intorno al 1600 e che contribuì a diffondere il Buddhismo in tale zona, in una cerimonia svoltasi alla presenza di centottanta monaci e numerosi laici. Da allora cessò l attività professionale per dedicarsi esclusivamente alla pratica e all insegnamento del Buddhismo.

«Riflettei a lungo sulla possibilità di incontrarlo, finalmente presi un appuntamento e lo conobbi nel gennaio 2009.» ricorda Giacomo «Ero veramente curioso, e partecipai al termine della lezione che teneva ai suoi allievi: il suo modo di insegnare, semplice e diretto, e il suo entusiasmo sincero mi colpirono molto favorevolmente.».
Si era aspettato di incontrare una guida spirituale pacata e distaccata, solenne e seria, ma il lama, allora sessantottenne, lo impressionò molto soprattutto con la sua sorridente gentilezza, oltre che con la sua naturalezza e cordialità, con il suo quieto ottimismo e l’ accoglienza gentile e sincera. Durante il loro primo incontro parlarono sia di Buddhismo che della sua esperienza decennale come monaco e lama:
«Mi disse che buona parte della vita del Buddha era avvolta nella leggenda, proprio come in seguito sarebbe toccato a Gesù, e che i suoi quarantacinque anni di insegnamento, in tutta evidenza, erano un tempo troppo ridotto perché avesse potuto effettivamente trasmettere tutto ciò che gli era stato attribuito dalle successive generazioni di maestri buddhisti. In ogni caso, la sua dottrina si basa sulla rettitudine di pensiero, parola e azione: vivere le esperienze senza attaccamento non vuol dire rimanersene inerti di fronte ai fatti dell’ esistenza, ma imparare ad affrontare le cose con un atteggiamento mentale equilibrato, basato cioè sulla moderazione, evitando gli eccessi.».
Il lama era facilmente riuscito a creare un clima disteso e cordiale, molto personale, nel quale ebbe a dire che tutto muta costantemente, quindi pensare che la vita sia monotona e sempre uguale sarebbe piuttosto superficiale:
«Se osservassimo a fondo le nostre giornate, scopriremmo che tutto in noi è in continuo cambiamento: non solo gli abiti o le abitudini, ma anche l’ atteggiamento mentale nei confronti di cose e persone. Tutto quanto si modifica da un momento all’ altro: questi sono i segni evidenti e inarrestabili del divenire.».

Da allora il giovane scrittore e il lama rimasero amici, scambiandosi negli anni varie lettere via posta elettronica. Giacomo tornò più volte a visitarlo:
«La figura di questo italiano che, affascinato dal Buddhismo tibetano, volle farsi monaco e intraprendere il duro e intenso percorso per divenire lama, mi ha davvero affascinato. Passare da una cultura a un’ altra non è certo una cosa semplice, e il più delle volte viene persino scoraggiata. Benché abbia vissuto per molti anni a stretto contatto con i tibetani in Oriente, nel loro remoto ambiente tradizionale, non ha perduto un briciolo della sua mentalità occidentale: ha fede nel Buddhismo ma non ha acquisito la superstizione tipica dei tibetani, rispetta i suoi maestri ma ha sempre riflettuto molto sull’ insegnamento che gli hanno trasmesso, officia i rituali sfarzosi e complessi tipici del Buddhismo tibetano ma vive e diffonde tale filosofia come uno strumento pratico di risveglio interiore ed evoluzione sociale.».
Giacomo si sente notoriamente più vicino alla spiritualità che alla religione, convinto com’ è che la prima punti direttamente e concretamente alla cura dello spirito che ogni essere vivente ha in sé, indipendentemente dalla religiosità o da qualsivoglia altra differenza, mentre l’ altra impone di seguire una credenza o una serie di rituali e preghiere, tutti elementi che presentano un certo freno al percorso interiore in quanto limitano il libero arbitrio. Conversando con lama Paljin si è sempre trovato molto a suo agio, dal momento che durante i loro incontri hanno essenzialmente parlato di natura umana, compassione e saggezza, virtù morali ed esperienza quotidiana, importanti concetti universali che vanno ben oltre le religioni, essendo legati propriamente all’ essere umano:
«Non ha mai tentato di impormi alcun principio, si è sempre limitato a esporre opinioni maturate nel corso della sua esperienza concreta. Una volta, durante una delle nostre conversazioni, mi disse che solo l’ esperienza interiore può ricondurci alla grandezza dell’ universo e metterci in condizione di cambiare, di crescere: quando tutti i livelli di coscienza si fondono al centro del nostro cuore, avviene il risveglio.».
Il lama aggiunse che nel Buddhismo la fede è un atteggiamento di fiducia che porta a credere in ciò che convince, anziché in qualcosa posto al di sopra di noi: «Continua a provare finché non avrai la dimostrazione che ciò che fai è giusto, e credi solo quando otterrai un risultato. In Tibet, gli insegnamenti trasmessi dai maestri hanno proprio la funzione di darci la possibilità di attingere a un risultato: è esattamente quel che ci spinge a perseverare nella pratica.».
Altro aspetto su cui tenne a esprimersi fu il valore della pace, dell’ altruismo e della compassione:
«Nel Buddismo, i rapporti umani dovrebbero poggiare su questi tre principi fondamentali, legati a un sentire che non può essere prodotto artificiosamente, ma che nasce spontaneamente in chi ritiene che la soluzione dei problemi del mondo non si trovi in un comportamento egoistico. Queste sono le risposte buddhiste alla ricerca di serenità che soprattutto oggi orienta gli uomini alle religioni: la pace deve nascere da un equilibrato atteggiamento mentale, l’ altruismo deve far comprendere come le cose che portano benessere a noi possono portarlo a tutti gli uomini, e la compassione significa ‘fare di tutto perché gli altri possano essere felici’. Il Buddhismo non è nichilismo, ma azione, quindi l’ uomo non deve affacciarsi timidamente su questa soglia, ma attraversarla con risolutezza per dar vita a un futuro migliore.».

Giacomo e lama Paljin sono tuttora amici, e tra gli argomenti principali delle loro conversazioni, oltre alla spiritualità, spiccano la situazione politica e culturale del Tibet, il XIV Dalai Lama e la diffusione del Buddhismo in Occidente.
Il Samten Ling di Graglia;

«Quando ci incontrammo la seconda volta, lama Paljin mi disse una cosa che, come scrittore, mi toccò davvero di persona.» rammenta Giacomo poggiandosi sullo schienale della sedia, sorridendo «Affermò che le parole non esistono di per sé, ma le creiamo per esprimerci e intendere l’ infinito. In effetti, per me le parole sono sempre state uno strumento per comunicare quel che sento e penso, per trasmettere un preciso messaggio…».

giovedì 21 dicembre 2017

La posizione di uno scrittore di fantascienza su UFO e alieni


Giacomo Ramella Pralungo sfoglia abitualmente libri e riviste, leggendone con attenzione capitoli e articoli su cui ama pensare e trarre considerazioni, confrontandosi costantemente con i fatti, abitudine da cui trae una grande esperienza personale: «Nel mio caso si tratta di vitamine sia per la mente che per il cuore, perché questo esercizio mi aiuta a crescere momento per momento. Mi aiuta a non dare nulla per scontato, avvicinandomi al vero e allontanandomi da ciò che non lo è.». Conversando informalmente oppure rispondendo a domande serie si esprime sempre in base alla propria conoscenza ed esperienza, senza sforzarsi di apparire qualcos’ altro di diverso da sé stesso. Libero pensatore, convinto difensore delle proprie idee, quando parla non fa piroette retoriche, e quando non ha le idee chiare su qualcosa risponde con un sorriso e un semplice: «Non lo so.».
Diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare da lui in quanto appassionato di fantascienza e autore di libri di questo stesso genere letterario, non esita a esporre idee piuttosto scettiche in materia di ufologia e altre più personali in tema di alieni.

Lei crede alla possibilità di vita nell’ universo, al di fuori di questo mondo?

«Certamente. L’ universo è infinito, e la nostra galassia soltanto raggiunge dimensioni talmente vaste che ora le comprendiamo a stento. Esiste un numero incalcolabile di altri pianeti oltre al nostro, ognuno con caratteristiche proprie. Pensare che la vita si sia sviluppata soltanto qui, sulla Terra, sarebbe del tutto illogico. Ellie Arroway, la ricercatrice protagonista del magnifico film ‘Contact’, afferma molto chiaramente che l’ universo è molto vasto, più grande di qualsiasi cosa si sia mai immaginato, quindi se esistessimo soltanto noi sarebbe uno spreco di spazio. Io sento che questo principio è particolarmente aderente ai fatti.».

Lei è uno scrittore di fantascienza, eppure si dice scettico su gran parte di quanto viene affermato in ambito ufologico.

«Ha ragione, ma prima di tutto bisogna essere chiari su cosa intendiamo per ufologia, e distinguerla dal contattismo. Se parliamo dell’ analisi scientifica degli oggetti volanti non identificati, il cui acronimo in inglese è appunto ‘UFO’, l’ ufologia rappresenta una disciplina utile, in cui io stesso credo, e infatti la maggior parte di questi oggetti vengono successivamente identificati come velivoli umani, giochi di luce o fenomeni atmosferici naturali. Più raramente ci troviamo alle prese con avvistamenti che non trovano una spiegazione, e vengono archiviati come oggetti volanti non identificati finendo con l’ alimentare l’ ipotesi dei visitatori alieni. Il contattismo, invece, è tutt’ altra cosa: è un fenomeno che riguarda persone che affermano di ricevere messaggi di natura religiosa o spirituale dagli alieni in visita sulla Terra. Non necessariamente si parla di dischi volanti quando si nominano gli UFO, e dal momento che il contattismo appartiene al mondo delle religioni, per me è assolutamente naturale guardarlo con un forte scetticismo.».

Qual’ è il collegamento tra UFO, alieni e religione?

«Nel 1947 furono segnalati i primi avvistamenti di dischi volanti e oggetti volanti non identificati, e nel mondo si diffuse rapidamente il fenomeno del contattismo, portato avanti da persone che si definivano, come fanno tuttora, prescelte dai ‘fratelli dello spazio’ per diffondere sulla Terra il loro messaggio. Il loro comportamento, nonché quello dei loro seguaci, presenta diverse caratteristiche tipiche dei culti religiosi, al punto che con l’ andare del tempo hanno portato alla nascita di un gran numero di vere e proprie sette che vedono gli alieni come un segno di Dio, esseri infinitamente benevoli, perfetti e addirittura trascendenti, pionieri di un secondo Avvento. Il messianismo di queste sette si fonda sulla credenza dell’ imminente manifestazione pubblica degli alieni sulla Terra, che deve essere preparata da una minoranza illuminata di umani, a cui seguirà un’ era di prosperità e abbondanza.
Il primo contattista fu George Adamski, che negli Anni Cinquanta sfruttò i mezzi di comunicazione di massa statunitensi ottenendo una certa visibilità, benché in seguito apparve chiaro che la sua storia fosse tutta una montatura. Oggi, tra le sette contattiste più note e discusse spicca quella di Scientology.».

Come si immagina gli alieni?

«(Risata) Sicuramente me li immagino molto diversi da come li presenta la tradizione fantascientifica, e da come io stesso li descrivo nei miei libri (risata)! Come dicevo prima, l’ universo è immenso, quindi esistono infinite possibilità. In generale io penso che esistano civiltà più avanzate e altre più arretrate di noi, peraltro alcuni ricercatori, partendo dalla teoria del Big Bang, sostengono che la vita nell’ universo abbia un’ origine comune, ma che in seguito si sia evoluta autonomamente sui diversi pianeti abitabili, differenziandosi. A me piace pensare che se noi discendiamo dalle scimmie, i nativi di altri mondi potrebbero discendere da altre specie animali.».

Mondi abitati da leoni o volpi umanoidi?

«(Risata) E perché no? Fino a prova contraria, tutto può essere (risata)!».

C’ è chi afferma che abbiano già visitato la Terra, e che in questo stesso momento siano in mezzo a noi: lei che ne pensa?

«L’ idea di alieni che ci osservano di nascosto, silenziosamente, è piuttosto comune nella fantascienza, e si basa su di un principio basilare della scienza dell’ osservazione, secondo cui si cambia tutto ciò che si osserva. Nel caso di una cultura aliena particolarmente progredita potrebbe anche essere vero: noi potremmo essere studiati dall’ interno da agenti altamente specializzati nella raccolta di informazioni. Ma occorre tenere presente che stiamo parlando di semplici congetture, nessuna delle quali avallata dalla minima prova o indizio. Se tendo a dubitate dei racconti sui dischi volanti, in questo caso non ho gli elementi per dare un giudizio piuttosto che un altro. Penso che gli alieni potrebbero essere tra noi così come potrebbero non esserlo: chi può saperlo?».

E sulle varie teorie secondo cui alcuni governi siano in contatto con gli alieni, da cui avrebbero ricevuto alcune tecnologie in cambio di determinati favori?

«Ce ne sono moltissime, una più avvincente e suggestiva dell’ altra. Una delle più famose riguarda ciò che avverrebbe negli interni dell’ Area 51, la vasta base militare situata nello Stato del Nevada, negli Stati Uniti d’ America, che da molti anni viene descritta come centro di sviluppo di tecnologie ricavate da campioni concessi dagli alieni, sotto la loro diretta supervisione. Credo che per la maggior parte si tratti di miti e leggende ufologici e contattisti, se non proprio di una vasta operazione di disinformazione promossa dagli stessi governi coinvolti per tenere nascosto quello che stanno facendo davvero (risata)!».

Lei spera di assistere ad un primo contatto con un popolo alieno, un giorno?

«Mi piacerebbe molto! Credo proprio che un fatto del genere farebbe un gran bene al genere umano, che inevitabilmente finirebbe per ridurre la propria arroganza, nonché la tendenza a fare guerre e a sentirsi il centro di tutto. Di certo, io potrei ricavarne un gran bel libro (risata)!».

Tra breve lei presenterà un romanzo ispirato all’ incidente di Roswell, il più celebre incidente ufologico della storia.

«Sì, sì! Ne venni a conoscenza da bambino, nell’ estate 1994, quando avevo appena dieci anni, seguendo una puntata di ‘Misteri’, il celebre programma divulgazione pseudoscientifica condotto da Lorenza Foschini, che fece storia trasmettendo per la prima volta in Italia un filmato diffuso da Ray Santilli, un musicista e produttore cinematografico britannico, in cui si mostra l’ autopsia di un cadavere alieno legato ai fatti di Roswell. In seguito si scoprì che tale filmato è un falso, ma in ogni caso riuscì a ravvivare l’ interesse per quella vicenda misteriosa, ancora oggi molto discussa. L’ unica certezza è che nel 1947 un oggetto non identificato cadde in un podere di Roswell, e che i militari si presentarono nel giro di poco tempo prelevando il materiale e imponendo sulla vicenda un rigoroso silenzio. Ovviamente, ho basato la mia storia sull’ idea dell’ astronave e dei tre cadaveri alieni, apparsa fin dall’ alba di quell’ enigmatico incidente.».

Grazie, e buon Natale.

«Grazie infinite, altrettanto a lei e a tutti coloro che questa bella intervista raggiungerà.».

venerdì 8 dicembre 2017

Giacomo e la religione


Giacomo Ramella Pralungo, inventore di storie dedito alla fantascienza e agli articoli di storia locale su «Il Biellese» ha lo sguardo solcato da un largo sorriso e mani vivaci che stringono con passione e compostezza i testi della sua libreria mentre ci espone la sua posizione in tema di religione: «In passato, per me era molto importante essere un buon cristiano, ma ora ritengo fondamentale essere una brava persona. Oggi la mia religione è piuttosto semplice: fare del bene a tutti, e qualora mi fosse impossibile almeno non fare del male a nessuno. Tutto il resto, dall’ esistenza o meno di un Dio alla saggezza dei suoi profeti, è solo commento…».

Che cos’ è per lei la religione?

«La religione è un insieme di credenze, riti e preghiere sorti all’ alba della storia del genere umano, quando i nostri antenati si interrogavano sul perché dell’ esistenza e l’ origine dei fenomeni ma ancora non avevano la scienza per darsi una risposta. Dapprima le cose vennero attribuite alle forze della natura, in seguito agli spiriti e infine agli dei. Ogni popolo sviluppò una propria religione basata sulla rispettiva mentalità e cultura, pur coltivando grandi similitudini in ambito mitologico e leggendario. Quindi per religione non si intende la rivelazione di una o più divinità, ma un prodotto umano.».

Cosa pensa della religione nel mondo attuale?

«Credo proprio che abbia fatto il suo tempo. La scienza e l’ archeologia ne hanno gradualmente smontato vari dogmi fondamentali, dall’ origine divina del mondo in appena sei giorni al flagello del Diluvio universale, per non parlare di altri concetti quali la natura piatta della Terra o la sua posizione centrale rispetto al sole, oltre che della presenza di un popolo eletto piuttosto che di poteri miracolosi e segreti o di autorità morali trasmessi dagli dei alle caste sacerdotali. Il fatto stesso che il fondamento della religione sia la fede in un Dio la cui esistenza non è mai stata dimostrata in quanto non supportata dal minimo indizio logico mi suggerisce che si debba cercare e seguire una via più logica. Ma c’ è dell’ altro.».

Ossia?

«La religione porta con sé tre pericoli fondamentali: la fede, il settarismo e la teodipendenza. La fede impone di credere a principi indubitabili, comunemente chiamati dogmi, che non possono e non devono mai essere messi in discussione, neanche quando urtano con la nostra coscienza. Il settarismo, conseguente al principio della fede, porta il credente a sentirsi orgoglioso di vivere e praticare la sola realtà ammissibile di questo mondo, e a ritenere gli altri una massa di infedeli. La teodipendenza, invece, porta il devoto ad affidarsi totalmente alla sua entità spirituale di riferimento, invocandola per ricevere aiuto e protezione, domandandosi che cosa essa possa fare per lui anziché credere in sé stesso e nelle proprie capacità interiori. Per non parlare del mucchio di superstizioni inevitabilmente connesso a qualsivoglia religione!».

Lei un tempo era credente, vero?

«Sì, ero un cristiano di scuola cattolica. Come tutti fui battezzato quando ero un bambino molto piccolo, credo di aver avuto quasi un anno, e venni educato alle vie del Vangelo in tono con la tradizione.».

Poi che cosa le accadde?

«Io sono sempre stato più curioso che credente. Amo approfondire la mia conoscenza e capire a fondo le cose servendomi della mia coscienza. A vent’ anni attraversai un periodo molto difficile della vita, e persi completamente la mia fede in Dio in quanto non riuscivo proprio ad accettare la natura della sofferenza, sia mia che quella degli altri, benché i testi sacri parlassero di un Dio onnipotente, infallibile e compassionevole sempre pronto a prendersi cura di noi. Se questo Dio è veramente fedele e non vuole che veniamo tentati oltre le nostre forze, come scrisse San Paolo in una delle lettere ai Corinzi, allora perché la gente si ammala, nasce con malformazioni e muore dietro inutili sofferenze? Perché ci sono povertà e guerre? Io stesso ho sofferto molto nella mia vita, al punto da aver compreso con chiarezza che ‘Dio’ e il suo volere sono soltanto ciò che gli antichi non sapevano spiegare.».

Lei ha compiuto la pratica dello sbattezzo: di che cosa si tratta?

«Lo sbattezzo è l’ atto di rinuncia al battesimo, e consiste in una richiesta di cancellazione del proprio nome dal registro battesimale della parrocchia di appartenenza, recidendo ogni contatto formale con la cristianità dopo la cessazione della fede ed evitando di essere considerati ancora credenti. Io persi la fede nel Cristianesimo nel 2004, e nel 2011 venni casualmente a conoscenza di questa pratica, che dopo tre anni di riflessione decisi di portare avanti per una semplice ragione di coerenza: non avevo alcuna ragione per rimanere legato ad una fede che ormai non significava più nulla per me.».

Nel 2006 lei si avvicinò molto al Buddhismo.

«Certamente, ne ero attratto e lo sono tuttora per l’ idea di saggezza, ossia di comprensione della realtà così com’ è, oltre la soggettività, e di compassione, quel particolare desiderio di agire bene a vantaggio di tutte le cose viventi, animali e piante compresi, senza spirito di profitto. Anche l’ interdipendenza, ossia la connessione reciproca di tutte le cose esistenti, rappresenta un concetto estremamente importante che mi ha molto colpito.».

Eppure lei stesso dice di non aver compiuto un’ adesione completa, di contestare vari elementi della filosofia buddhista e che si stia gradualmente allontanando anche da questa via spirituale. Non ha compiuto nemmeno il rito della Presa di Rifugio…

«E’ vero, ho sempre ritenuto fondamentale ragionare con la mia testa, senza pendere dalle labbra altrui, cosa che quando ero cristiano, purtroppo, avveniva (risata)! Se del Buddhismo apprezzo il rispetto per la natura e gli animali, per contro contesto il pessimismo con cui considera la nostra vita: si dice che la natura dell’ esistenza siano necessariamente il dolore e la morte, che la nostra nascita sia il risultato degli attaccamenti maturati nella vita precedente e che il Nirvana sia la salvezza da ulteriori rinascite. E’ vero, il dolore e la morte fanno parte della vita, ma il Buddhismo propone una visione che reputo triste e sinistra, tipica della cultura indiana e, più in generale, di quella religiosa… Solo accettando tutti quanti i principi buddhisti avrei potuto aderire formalmente con il rito della Presa di Rifugio, in cui ci si impegna ad avere fiducia nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha, ossia il maestro, il suo insegnamento e la sua comunità.».

Lei dice spesso che essere umani è un valore fondamentale che va oltre la religione, che deriva proprio dalla base della natura umana.

«Assolutamente sì: poiché tutte le religioni sono un prodotto dell’ uomo fanno propri i grandi principi della moralità, come l’ astenersi dal male, l’ agire bene e l’ essere sempre consapevoli. Per seguire una qualunque religione o filosofia bisogna prima di tutto essere persone, quindi la questione si riduce a questo: non si può essere bravi ebrei, cristiani, musulmani, induisti o buddhisti se prima di ogni altra cosa non si è brave persone. Addirittura si può essere brave persone senza seguire alcuna religione, ed è proprio quello che sto cercando di fare io.».

Peraltro, lei pensa che si possa fare a meno della religione ma non della spiritualità: le andrebbe di spiegarsi?

«Come dicevo prima, la religione è un insieme di credenze, riti e preghiere, mentre la spiritualità è qualcosa di più: riguarda tutto ciò che ha a che fare con lo spirito. Religione e spiritualità sono quindi due concetti distinti e non sempre connessi tra loro. I religiosi hanno uno spirito che deve essere curato, esattamente quanto gli atei: guardare un quadro, passeggiare nei boschi, aiutare il prossimo o leggere un libro sono tutti atti di spiritualità ad altissimo livello. Non si diventa migliori andando in chiesa, recitando il Padre nostro o ritirandosi in un monastero, ma sfruttando le infinite occasioni della nostra vita quotidiana. Né più, né meno.».

Lei come vive la spiritualità?

«E’ un impegno quotidiano che mi entusiasma molto. Credo che in passato avrei potuto fare meglio, oggi sono più consapevole e sento che mi rimane ancora molto da fare. Ho sempre pensato che la spiritualità dei luoghi sacri come le chiese e i monasteri sia affascinante ma incompleta perché priva del contatto con il mondo e la vita quotidiana, esattamente quel contesto in cui voglio agire io.».

Che farebbe se un giorno dimostrassero l’ esistenza di Dio?

«(Risata) Ovviamente tornerei a crederci, e ne approfitterei per chiedergli un incontro in cui fargli alcune domande. Vorrei sapere ad esempio il motivo per cui ha creato e permesso la sofferenza e perché abbia tollerato tante cruente uccisioni e torture in suo nome nel corso degli ultimi secoli (risata)!».

Il giorno di Natale si avvicina gradualmente: come passerebbe il suo Natale ideale?

«Spero di trovare una bella giornata, così da fare una scampagnata alla Trappa di Sordevolo, oppure in campagna con un bel pranzo al sacco (risata)! Sono sempre il solito fissato (risata)! Altro che i pranzi e i cenoni scanditi da chiacchiere vuote e dall’ apparenza brillante…».

Grazie.

«Grazie infinite a lei per questa bella intervista.».

«Niente politica nei miei testi, sono Giacomo Ramella Pralungo!»

Giacomo Ramella Pralungo si definisce un apolitico convinto, e ha una visione della politica che, con una certa tristezza, reputa «des...