venerdì 5 luglio 2019

I dubbi di Giacomo sulla religione espressi in «Sotto il cielo della Porta divina»



Giacomo Ramella Pralungo tiene tra le mani una copia della Bibbia cristiana e una del Corano islamico, che sfoglia in determinati passaggi sostenendo apertamente che entrambi i libri sono zeppi di atrocità e incitano alla violenza: «Pronunciandosi in materia di tolleranza religiosa, il 20 dicembre 2015 papa Francesco sostenne che non vi è alcuna differenza fra Bibbia e Corano, e che per secoli il sangue è stato versato inutilmente a causa del desiderio di separare le rispettive fedi. Bibbia e Corano sarebbero pertanto due facce di una stessa medaglia, di una sola divinità: se il Santo Padre dice che nessuno può uccidere in nome di Dio e gli imam affermano che l’ Islam è la religione della pace e non della violenza, chi come me ha letto questi testi può tranquillamente replicare che Yahweh, Dio e Allah hanno raccomandato proprio l’ opposto, che il cosiddetto Verbo si è fatto sangue…».
L’ «inventore di storie», che nei giorni scorsi ha pubblicato in formato sia cartaceo che elettronico su www.lulu.com un nuovo libro di fantascienza, «Sotto il cielo della Porta divina», improntato sul tema della religione e del suo lato oscuro ed oppressivo, motivo per cui ne abbiamo approfittato per intervistarlo, afferma che per lui la religione non è mai stata compresa come si deve dalla maggioranza, soprattutto dai credenti, praticanti o no che siano: «Io stesso, da credente, avevo l’ abitudine di leggere i testi sacri della mia tradizione, il Cattolicesimo, senza però il necessario intendimento, ma da quando sono divenuto irreligioso mi sento rabbrividire ogni volta che penso alla notevole durezza espressa nei testi sacri, i quali altro non sono che documenti lasciati da determinati uomini in precise epoche e culture secondo la propria mentalità. ‘Sotto il cielo della Porta divina’ nasce proprio dalla mia personale esigenza di evidenziare il lato oscuro di questo importante fondamento della nostra civiltà.».

Dunque, in questo nuovo libro lei affronta il tema della religione e della teocrazia. Lei è notoriamente lontano dalla religione.

«Oh sì! Sono davvero molto lontano dalla religione e dai suoi valori fondamentali. Io dico sempre che la religione aveva un senso nei tempi più antichi, quando l’ umanità si interrogava sulle origini della vita ma ancora non disponeva della scienza per arrivare ad una risposta, quindi le varie civiltà elaborarono attraverso i secoli complessi pantheon di dei, spiriti, angeli e demoni. Era qualcosa di nobile e ammirevole, certamente adatto a quei tempi. Oggi, invece, viviamo nell’ era scientifica, e per quanto le varie discipline del sapere abbiano ancora i loro limiti siamo giunti a scoprire moltissime cose di grande importanza che una persona colta è tenuta assolutamente a sapere, dal Big Bang all’ evoluzionismo illustrato da Charles Darwin, dalle dinamiche delle nostre capacità fisiologiche di guarigione a quelle del regno della natura, e così via discorrendo. Non vi è nulla di divino o celestiale in tutto ciò. La religione ha quindi fatto il suo tempo, come una zattera nel momento in cui si è giunti sull’ altra sponda di un fiume, e com’ era ovvio che fosse ha perduto molto seguito di fronte alle conferme empiriche della scienza. Peraltro, laddove ancora sussiste viene vissuta in modo molto diverso da quanto avveniva al tempo dei nostri nonni e bisnonni: direi che buona parte dei credenti di oggi ha una visione assai meno rigida di un tempo, ed è più aperta a mettersi in discussione. Questo è senz’ altro un bene.».

A che cosa si è ispirato per lo sviluppo della trama di questo nuovo libro?
Il formato cartaceo del libro;

«Sono partito dal lato più oscuro della religione, ossia la fede, il settarismo e la teodipendenza. Per sua natura, la religione è un elemento antidemocratico, che non permette all’ individuo la coltivazione di un pensiero autonomo in quanto gli impone di attenersi ai dogmi previsti in modo tale da assicurare un’ ortodossia sempre uguale a sé stessa nei secoli. Dall’ adozione di determinate verità indiscutibili, che non possono e non devono mai essere messe in dubbio, neppure quando urtano con la nostra coscienza, nasce la fede, e da questa sboccia il settarismo, ossia l’ orgoglio di possedere l’ unica realtà ammissibile, quindi la teodipendenza, vale a dire la propensione ad affidarsi completamente ad un’ entità spirituale di varia natura e potenza da propiziare in cambio di favori, cessando in tal modo di essere padroni di sé stessi: le guide spirituali assumono quindi un potere assoluto di noi. Ho poi voluto trattare il tema della teocrazia, lo Stato religioso, nel quale i precetti spirituali fungono anche da leggi civili, quindi ogni trasgressione equivale ad un peccato da castigare con punizioni corporali o spirituali, se non addirittura entrambe, mentre l’ autorità viene ritenuta sacra e inviolabile, sancita dal diritto divino. Nella descrizione della teocrazia che presento in questa narrazione mi sono basato sull’ antico Regno di Israele, sullo Stato del Vaticano, sull’ Arabia Saudita e, in piccola parte, sul vecchio Tibet. Ho anche voluto introdurre alcuni elementi presi in prestito dalla cultura persiana, come i termini ārya e magioi nomi di persona, la figura degli ulema e il fenomeno degli eunuchi. Dal sumero ho invece adottato il nome Kadingirra, usato per indicare la città di Babilonia.».

Ha anche affermato di aver tenuto conto di vari punti espressi nella serie di «Il pianeta delle scimmie», soprattutto nel film del 1968 e in quello del 2001, rispettivamente con Charlton Heston e Mark Wahlberg, nei panni degli astronauti George Taylor e Leo Davidson.

«La serie cinematografica di ‘Il pianeta delle scimmie’ è una delle mie preferite in assoluto, e infatti il mio libro deve moltissimo ad essa. Quando nel 1999 vidi per la prima volta il film originario, con l’ ineguagliabile Charlton Heston, rimasi molto colpito dal fatto che una popolazione di scimmie intelligenti e parlanti venerassero un Dio che, a loro dire, le aveva create a sua immagine e somiglianza, fornendole di un’ anima, separandole dagli altri animali e rendendole signore del mondo. E’ proprio quello che dicono di noi Bibbia e Corano (risata)! Avevo quindici anni, e fu proprio allora che cominciai a chiedermi seriamente se il buon Dio avesse creato l’ umanità a propria immagine o se non fosse stata invece l’ umanità a crearsi un Dio in accordo con le proprie sembianze, in quanto è un dato di fatto che nella nostra arroganza non riusciamo mai ad immaginare nulla di più bello di noi stessi (risata)… E’ altrettanto vero che abbiamo sempre avuto la tendenza a modellare fenomeni culturali importanti come la religione per giustificare le nostre pretese di superiorità nei riguardi sia del mondo che delle altre forme di vita, oltre che per fomentare divisioni tra di noi: da quando esiste un unico vero Dio abbiamo sempre perseguitato e ucciso nel suo nome il nostro prossimo.».

Come è nata la sua esigenza di scrivere questa storia?

«Desideravo presentare una storia che cercasse di evidenziare il lato più rigido e severo della religione, oltre che quello più esule dalla logica e dall’ empirismo, affinché il lettore comprendesse quanto siamo paradossalmente influenzati da un fenomeno che in realtà abbiamo creato noi stessi spacciandolo per una realtà rivelata proveniente dal cielo. Il dibattito sulla religione è infatti molto antico, e dal Settecento in poi, grazie agli illuministi sia francesi che tedeschi, è entrato in una fase sempre più vasta e complessa, di pari passo con l’ evoluzione della nostra mentalità e società. Nemmeno la narrativa, riflesso della storia, è rimasta immune da questa discussione tutt’ altro che banale. Persino la fantascienza, che si occupa dell’ individuo e dell’ impatto delle scoperte sulla società e lo stesso singolo, se ne è molto occupata, come dimostrato dalla leggendaria serie di ‘Dune’ di Frank Herbert, che a sua volta molto mi appassiona fin da quando ero adolescente. Io mi sono dissociato dalla religione nel 2004, quando avevo vent’ anni, e dal giorno in cui ho iniziato a svolgere ricerche storiche in proposito sono rimasto molto colpito dalla sua evoluzione sul piano storico, dottrinario e culturale. Come ho detto prima, penso che la religione non sia compiutamente compresa da chi la segue, fatto logico perché ci viene praticamente imposta fin da neonati, quando cioè siamo ancora privi della possibilità di valutare e decidere per conto nostro, e quasi tutti coloro che sostengono di credere in realtà rispondono ad un riflesso condizionato dalle semplici convenzioni sociali, e non da una personale convinzione.».

Leggendo le centoquarantotto pagine di «Sotto il cielo della Porta divina» si deduce il suo profondo scetticismo in ambito religioso. Eppure, lei un tempo era credente.
Il formato digitale del libro;

«Sì, nel corso delle mie prime venti primavere sono stato credente come tutti, in tono con l’ educazione ricevuta nel mio contesto sociale e temporale. Ma nell’ estate 2004 vissi determinati avvenimenti tristi che, unitamente a quanto avevo già precedentemente affrontato, mi portarono ad intuire che Dio non esiste affatto, quindi viene impiegato soprattutto come strumento atto a giustificare ciò che tuttora non siamo capaci di spiegare, oltre che i molti e notevoli privilegi dell’ ordine sacerdotale, che spesso io definisco una vera e propria casta. Tuttavia, non credo di dire nulla di nuovo quando affermo che i testi religiosi furono scritti da uomini, e pertanto vennero influenzati dalla mentalità di un certo popolo in una data epoca. Per esempio, la Bibbia sarebbe certamente assai diversa da quella che noi tutti conosciamo se fosse stata scritta nel Trecento, piuttosto che nel Seicento o addirittura nel Novecento. A conferma di questo principio basta soltanto leggere l’ Antico e il Nuovo Testamento per cogliere le reciproche differenze, che non sono poche. Quindi l’ idea di un Dio onnipotente e benevolo che tace davanti alla sofferenza del mondo che lui ha creato, oltre al fatto di aver scelto di non lasciare alcun indizio utile a comprovare la propria esistenza, oggi è sempre più dibattuta e contestata. Una religione, se vera, dovrebbe rimanere invariata e dal pensiero unitario, e tutti avrebbero la spontanea propensione a seguirla. Invece, in questo mondo sono fiorite moltissime religioni che nel tempo sono mutate fino a suddividersi in infinite scuole di pensiero. Più in generale, io affermo che quanto sappiamo a proposito di Dio ci viene unicamente dai mistici e dai sacerdoti, le cui affermazioni non confermabili empiricamente sono ovviamente destinate a far presa su tutte quelle menti disposte a credere già in partenza.».

Nondimeno, lei riconosce che molta gente trae tuttora un certo beneficio e conforto dalla religione.

«Certamente, perché le persone sono molto diverse tra loro, quindi hanno differenti reazioni di fronte ad uno stesso fenomeno. Io stesso ho amici che mi hanno detto di sentire Dio e Gesù oppure una particolare persona santa molto vicini a loro, e di sentirsi rincuorati ogni volta che pregano e vanno in chiesa. Ho sentito sincerità nelle loro parole, quindi ho espresso la mia contentezza in proposito raccomandandomi affinché ascoltassero sempre la propria coscienza, senza mai pendere dalle labbra del sacerdote di turno o di una guida spirituale di qualsivoglia preparazione e provenienza. Negli stessi Vangeli, che io ho personalmente letto, si riferisce che lo stesso Gesù mise in guardia i propri discepoli dai falsi profeti, che avrebbero fatto di tutto per confonderli e allontanarli dalla retta via: insomma, che si segua una religione oppure no ognuno deve rimanere il maestro di sé stesso!».

In questo libro lei riprende il tema della distopia, molto comune nella fantascienza e singolarmente adatto nel fare riflessioni di carattere sociale.

«E’ vero. La distopia è una società indesiderabile sotto tutti gli aspetti possibili, contrariamente all’ utopia, la società perfetta. Nella fantascienza sia la distopia che l’ utopia sono molto sfruttate, e si possono ambientare nel futuro, su un altro mondo oppure in una realtà alternativa alla nostra. Nel caso di questo libro ho scelto di ambientare la mia distopia nel futuro di questo pianeta, e di fondarla su concetti quali bigottismo, teocrazia, dittatura, ristagno culturale e antiprogressismo. In buona sostanza, una distopia è un espediente narrativo estremamente utile perché si fonda su determinati concetti reali e presenti del nostro mondo, che non dovremmo affatto sottovalutare. Credo che la distopia abbia avuto e abbia tuttora molta importanza nella fantascienza perché continua ad aiutarci a cogliere il lato meno nobile del mondo che noi stessi abbiamo costruito, sia pur pensando che venga chissà come dal cielo (risata)!».

Inoltre, lei ha introdotto tra i personaggi del libro la leggendaria figura del professor Stephen Hawking, per cui ha talvolta affermato di provare molta stima.

«Oh sì! Il professor Hawking è stato un titano, una figura ineguagliabile per cui ho sempre provato grande apprezzamento e ammirazione. Fin dall’ inizio coltivo l’ abitudine di citare nei miei libri un fatto storico realmente accaduto oppure un personaggio realmente vissuto. Quando iniziai a lavorare alla trama di questo libro, pensavo ad un collegamento con l’ incidente di Berwyn Mountain, un fatto misterioso realmente avvenuto in Gran Bretagna, per la precisione in Galles, nel 1974, e da subito indicato come presunto incidente ufologico, simile ai precedenti fatti di Roswell, avvenuti nel 1947. Inoltre, desideravo citare la base segreta AL/499 e il Progetto Mannequin, su cui molto si dibatte da lungo tempo. Peraltro il professor Hawking era morto da poche settimane, e per un curioso caso del destino il fatto che fosse stato un astrofisico di fama mondiale ben lo faceva adattare alle esigenze della mia narrazione: lo adottai quindi come pioniere della teoria dell’ iperspazio e progettatore della prima forma di iperpropulsore della storia umana. Era un grande pioniere della scienza e della nostra conoscenza del cosmo, nonché una persona eccezionale che seppe sopravvivere per tanti decenni ad una penosa malattia che, secondo le previsioni, avrebbe dovuto farlo morire in pochissimo tempo. Per certi versi mi ricordava mia madre, anche lei molto malata e, secondo i medici, destinata a morire entro breve tempo: seppe superare ampiamente la speranza di vita, destando un certo stupore nei medici che la seguivano. Forse fu proprio il grave problema fisico che lo aveva colpito a spingerlo a stimolare al massimo il potere della sua mente. Purtroppo, individui geniali come lui si manifestano solo uno per volta!».

Possiamo domandarle di raccontarci qualcosa sulla trama?

«Con piacere. Nel 1974 ha luogo il misterioso incidente di Berwyn Mountain, a seguito del quale l’ MI6, la celebre agenzia di spionaggio britannica, rinviene un’ astronave e un cadavere alieni, che invia prontamente alla base segreta AL/499, nel Berkshire, con lo scopo di ricavare armi e tecnologie potenti atte a rafforzare la posizione strategica della Gran Bretagna nel mondo. Negli anni vengono sviluppati alcuni ibridi umano-alieni da mandare come coloni su altri mondi, una linea di organismi cibernetici da usare come supersoldati e speciali unità operaie e uno space shuttle in grado di viaggiare nell’ iperspazio, particolare tecnologia realizzata con la consulenza di Stephen Hawking, pioniere della teoria dell’ iperspazio. In seguito, nel 1989, il sergente James Charles Billington, appartenente alla RAF e distaccato al Progetto Mannequin, viene scelto come pilota per il viaggio inaugurale dello space shuttle, chiamato Ulysses, ma durante la procedura per il salto nell’ iperspazio ha luogo un’ avaria che lo manda nel futuro, nel 3529, ove scopre che il disastro in cui è rimasto coinvolto ha involontariamente provocato una serie di eventi che hanno portato all’ estinzione dell’ umanità e alla rivolta degli ibridi umano-alieni, che nei secoli si sono organizzati nel Regno di Kadingirra, una severa teocrazia retta da un sovrano assoluto assistito dal potente ordine sacerdotale dei magi. Ritenuto un demone dal terribile potere, l’ astronauta britannico viene esorcizzato e imprigionato dai magi, dai quali è presto destinato al rogo rituale, ma addentrandosi nella società del popolo ārya entra in contatto con i dissidenti, che ormai da anni chiedono più libertà venendo tuttavia perseguitati dalle autorità sia temporali che spirituali con l’ accusa di apostasia ed eresia. Una volta liberato, si vede coinvolto in una ribellione destinata a mutare per sempre il volto di Kadingirra e a scardinare le credenze tradizionali, sempre più viste come semplici miti e leggende con cui mascherare le vere origini di questo incredibile mondo di stampo medievale. Billington desidera tornare nel 1989 e mutare il corso degli eventi futuri, per cui approfitta dell’ aiuto dei dissidenti per tornare all’ Ulysses, incappando peraltro nei discendenti degli organismi cibernetici creati secoli prima all’ AL/499…».

La vicenda si ambienta in un lontano futuro, nel 3529, eppure colpisce la totale mancanza di tecnologia, e più in generale l’ avversione che il popolo ārya nutre istintivamente verso la scienza a causa di un particolare amore per la tradizione.

«E’ vero (risata), ma occorre tenere presente che questa è la caratteristica tipica delle società fondamentaliste e teocratiche, nelle quali l’ ideale religioso viene vissuto ed ingigantito ogni oltre ragionevole limite. Per certi versi mi sono ispirato all’ universo descritto dal grande Herbert in ‘Dune’, nella cui esalogia siamo di fronte ad una società feudale retta da una profonda religiosità sorta a seguito della ribellione umana contro le intelligenze artificiali che per secoli avevano avuto il predominio. Si tratta in effetti di un universo molto diverso dalla famosa Galassia lontana lontana descritta da George Lucas in ‘Guerre stellari’. Eppure, è qualcosa di suggestivo, che fa pensare. Ho ripreso questo tema perché si lega molto a quello della religione e noi tutti siamo al corrente dell’ antico e proverbiale contrasto tra fede e scienza, sacro e profano, tradizione e innovazione. E’ un tema universale, perché viene dalla nostra realtà, e penso che sia salutare rifletterci sopra adeguatamente perché non dovremmo mai dare nulla per scontato, vista l’ influenza profonda che ha nella nostra vita quotidiana. Noi italiani in particolare siamo toccati molto da vicino da una simile questione, in parte per ragioni storiche e in parte per motivi politici: in un angolo di Roma, la capitale del nostro Stato, abbiamo il Vaticano, città santa della cristianità e a sua volta Stato autonomo e indipendente con leggi proprie. I problemi nascono dal fatto che buona parte dei nostri politici è di fede cattolica, pertanto riconoscono nel papa e nella Chiesa la propria guida spirituale e morale. Il conflitto di interesse che ne nasce ci pone di fronte a molte divergenze a livello politico, sociale e religioso, oltre che in tema di tradizione e modernità. Tali controversie ci tengono evidentemente separati dagli Stati moderni, anche in contesto europeo. Io ovviamente penso che la vita sia sacra, pertanto l’ individuo dovrebbe avere un ruolo assolutamente centrale nell’ esistenza e nel mondo, inoltre mi sento legato tanto alla tradizione quanto alla modernità e allo sviluppo tecnico, scientifico e sociale, perché è bene che certi valori utili e benefici restino classici, per quanto sia bene adattare la loro applicazione alle necessità dei tempi in cui viviamo, perché il tempo ha l’ abitudine di scorrere senza sosta e di portarci costantemente i semi del cambiamento e dell’ evoluzione. In parole povere, credo nella via di mezzo tra tradizione e modernità, ad un loro connubio. Tutto ciò che la impedisce si presenta come un peso, una fonte di problemi inutili.».

La ringraziamo per questa bella intervista.

«Grazie a voi, è sempre un grande piacere.».

domenica 2 giugno 2019

«La Repubblica Italiana è uno Stato di fatto ma non di diritto»


In ricordo del referendum istituzionale del 1946, il 2 giugno è stato scelto come giorno della Festa della Repubblica Italiana, la principale celebrazione nazionale atta a ricordare la nascita dell’ Italia repubblicana. La cerimonia principale avviene annualmente a Roma, alla presenza delle massime autorità governative e statali italiane, ed è uno dei simboli patri italiani più noti. Giacomo Ramella Pralungo, scrittore di fantascienza ed articolista storico, segue le celebrazioni tramite l’ edizione straordinaria del telegiornale e dando di tanto in tanto attente occhiate agli articoli pubblicati sulla rete informatica, ma non pare particolarmente estasiato, come lui stesso afferma: «La Repubblica Italiana è uno Stato di fatto, ma non di diritto.». Asserisce che negli ultimi settantatré anni la politica italiana è stata pesantemente segnata da intrighi, scandali e corruzione eppure non ci trova nulla di sorprendente se pensa a come l’ attuale assetto dello Stato si impose nel 1946: «La Repubblica nacque con il piede sbagliato e ancora oggi, a distanza di tanti anni, una certa parte della cittadinanza esprime seri dubbi sulla validità del voto referendario. Io stesso sono monarchico e assolutamente dubbioso della validità dell’ assetto di quello Stato di cui sono cittadino.».

Sfogliando alcuni libri, «I Savoia» di Gianni Oliva e «Morte di un Savoia» di Franco Fucci, Giacomo non nasconde la propria tendenza monarchica, anzi, la difende: «Quando ero bambino, mia madre fu la prima a parlarmi in modo favorevole della monarchia, pur sottolineando che come in qualunque altro contesto umano anche in quei tempi avvennero determinate cose sia positive che negative. E quante volte l’ ho sentita esprimersi dubbiosamente sul referendum tra Corona e repubblica, avvenuto quando aveva tre anni: diceva sempre che la Repubblica Italiana venne al mondo con un furto pari a ben due milioni di voti favorevoli al sovrano! Crescendo, io stesso ho cominciato a nutrire una certa simpatia per il sistema monarchico, rimanendo colpito soprattutto dall’ importanza che attribuisce alla tradizione e alla continuità.».
L’ autore afferma che per lui il 2 giugno è una giornata nazionale che come cittadino non vive mai con entusiasmo, diversamente da quanto avviene il 17 marzo, l’ Anniversario dell’ Unità d’ Italia, che percepisce come una giornata effettivamente importante per la nazione: «Si tratta di una festa fondamentale e molto più autentica, ma vergognosamente trascurata. Come se la nostra nazione fosse spuntata come un fungo proprio nella ricorrenza di oggi…». Spiega che il referendum tra monarchia e repubblica, in occasione del quale ventiquattro milioni di italiani furono a votare per scegliere la forma dello Stato, in una votazione a suffragio universale e per la prima volta aperta anche alle donne, avvenne in un contesto comprensibilmente teso e drammatico: il Paese era appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, le macerie dei bombardamenti alleati e le demolizioni dei nazisti in rotta abbondavano ancora ovunque, con centinaia di migliaia di persone ancora sparse tra i campi di prigionia in tutto il mondo e intere province tuttora sotto la diretta occupazione e gestione militare straniera, in un clima in cui nonostante le dichiarazioni ufficiali le violenze perduravano con il rischio di sfociare in una guerra civile, che certe parti addirittura auspicavano allo scopo di favorire la lotta di classe e il rovesciamento di un ordine ritenuto ingiusto ed oppressivo, ormai debole e inadeguato: «Il 9 maggio 1946, re Vittorio Emanuele III, in un estremo tentativo teso a salvare sia la monarchia in vista del referendum che a confermare Casa Savoia sul trono in caso di vittoria, abdicò a Napoli in favore del figlio, Umberto II, che gli successe come quarto sovrano d’ Italia nel periodo più drammatico della storia sia nazionale che della famiglia reale, regnando appena trentadue giorni, fino al successivo 10 giugno, in virtù dell’ esito del referendum del 2 e 3 giugno, che si dimostrò sfavorevole alla monarchia, che raccolse 10.718.502 voti contro i 12.718.641 favorevoli invece alla repubblica.». Volendo evitare una crisi istituzionale ed una guerra civile, entrambi i rischi erano assai concreti con un settentrione repubblicano e un meridione monarchico, il sovrano scelse saggiamente di lasciare l’ Italia alla volta del Portogallo, passando alla storia come «Re di Maggio».
La famiglia reale in esilio a Cascais;

Alla richiesta su che cosa pensi circa il referendum del 1946, Giacomo risponde fermamente che fu un evento molto importante nella storia d’ Italia, eppure, a causa dei metodi altamente dubbi e pasticciati con cui lo spoglio delle schede e l’ annuncio dell’ esito elettorale furono condotti, si intuì rapidamente la presenza di forti brogli che avrebbero abilmente portato ad un distacco di quasi due milioni di voti a svantaggio dell’ istituto monarchico, contribuendo ad alimentare le già forti tensioni di quei giorni, che perdurarono negli anni successivi in tutto il Paese: «In molti espressero i più ampi dubbi su quel che accadde in occasione del referendum, e su come avvenne. In primo luogo, un plebiscito è un avvenimento tipicamente democratico, quindi deve essere preparato ed eseguito nella massima libertà, senza intimidazioni, minacce e violenze, ma purtroppo questo non fu il clima in cui si svolse, soprattutto nell’ Italia settentrionale, culla della Repubblica di Salò e del Secondo Risorgimento, animato prevalentemente da partigiani di orientamento politico comunista e filosovietico. Solo una minoranza di combattenti apparteneva a un differente orientamento politico.». Il periodo non era assolutamente adatto allo svolgimento di un referendum istituzionale di simile importanza, come prosegue: la guerra in Europa era terminata appena un anno prima, e il Paese era sotto il diretto controllo politico e militare degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’ Unione Sovietica. Nel settentrione e nel centro le bande partigiane comuniste continuavano ad assassinare chi non la pensava come loro: sacerdoti, ricchi, titolati, cattolici, gli ultimi simpatizzanti fascisti rimasti e anche semplici nemici personali, con cui si regolavano i conti senza esitazione in quanto si temeva che sarebbero tutti stati un ostacolo all’ avvento del comunismo, mutando l’ Italia in un Paese filosovietico: «Il Fascismo era stato sconfitto e Mussolini era morto, quindi ora bisognava abbattere la Corona e disfarsi della famiglia reale, cosa non facile perché la maggioranza degli italiani era legata all’ istituzione monarchica. Volendo far apparire le cose in regola, si pensò di indire un referendum con cui dare voce al volere del popolo. Ma la vittoria non era certa per gli antimonarchici, tutt’ altro!».
Sfogliando i libri e spegnendo il computer, Giacomo sostiene che la questione istituzionale italiana andava lasciata soltanto al popolo italiano, libero da qualsivoglia interferenza o pressione da parte delle potenze straniere. Ma così non fu: gli Stati Uniti prediligevano notoriamente l’ idea di un’ Italia repubblicana, sebbene ciò aumentasse il rischio di un’ influenza da parte dell’ Unione Sovietica che per mezzo dei partigiani comunisti contava di fare del Belpaese una nazione rossa, mentre la Gran Bretagna era la più favorevole alla preservazione della monarchia in virtù dei rapporti cordiali che da tempo legavano i Savoia ai Windsor, entrambi tra i più antichi e rispettati casati reali europei, nonostante le condizioni politiche e sociali profondamente diverse dei rispettivi governi e Paesi: «Occorre ricordare che al referendum non votarono più di ben duecentocinquantamila prigionieri di guerra, migliaia di sfollati in varie province per ragioni di guerra, e che la cittadinanza della Dalmazia, della Venezia Giulia, dell’ Alto Adige e della Libia, in quel tempo ancora nostra colonia, fu esclusa: si disse che gli italiani di quei territori avrebbero votato in seguito, ma in realtà così non avvenne, eppure i dati ufficiali di allora diedero più del quarantotto percento di voti favorevoli a Sua Maestà.».
A metà dello spoglio, il 4 giugno, curiosamente i carabinieri comunicano a papa Pio XII che la monarchia si apprestava a vincere, mentre la mattina dopo il Presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide De Gasperi, annunciò a re Umberto che la monarchia era in vantaggio. Dopo che i rapporti da parte dei carabinieri, presenti in tutti i seggi, segnalarono al Ministro dell’ Interno, Giuseppe Romita, la vittoria della monarchia, ebbero luogo una serie di manovre tuttora poco limpide: «Nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolsero in favore della repubblica con l’ immissione di una valanga di voti dalla dubbia provenienza. Alcuni attenti esami statistici hanno dimostrato che in quell’ epoca non potevano esserci tanti votanti quanti ne furono conteggiati nei dati ufficiali del Ministero dell’ Interno, pertanto i dati giunti all’ ultimo momento alla sede ministeriale che sancivano la vittoria repubblicana erano sbucati praticamente da chissà dove. La Corte di cassazione confermò il risultato che mostrava quanto la repubblica avesse vinto la maggioranza assoluta dei voti espressi, anche contando schede bianche e nulle. Vennero presentati migliaia di ricorsi, tutti respinti. In quelle notti si svolse anche una vera e propria competizione tra i servizi segreti statunitensi e quelli britannici, per la vittoria definitiva di un assetto piuttosto che dell’ altro.».
Il 10 giugno, la Cassazione diede in via informale la notizia della vittoria repubblicana, utilizzando una formula dubitativa che rimandava l’ annuncio definitivo al successivo 18 giugno, dopo l’ esame delle contestazioni presentate soprattutto dagli ambienti monarchici, mentre la notte fra il 12 e 13 giugno, nel corso della riunione del governo, Alcide De Gasperi, prendendo atto del risultato, assunse le funzioni di capo provvisorio dello Stato, esautorando il re di ogni potere. Negli stessi giorni, le truppe comuniste del maresciallo Tito erano pronte al confine iugoslavo per intervenire qualora fosse stata proclamata la vittoria della monarchia, e in varie zone d’ Italia furono scoperti nei luoghi più disparati migliaia di pacchi di schede non scrutinate che vennero prontamente distrutti: «Molte di queste schede vennero scoperte persino nei sacchi della spazzatura, e come tale vennero tutte bruciate, mentre alcuni drappelli di carabinieri trovarono determinate schede favorevoli alla monarchia, venendo poi trasferiti o congedati prima che potessero fare il dovuto rapporto.». Mentre le istituzioni dichiaravano la vittoria della repubblica, città come Palermo, Taranto, Bari e Messina, consce della scarsa regolarità delle consultazioni, insorsero in quanto si erano sparse notizie, forse già verificate, relative ai brogli di cui si sarebbe parlato negli anni a venire, prima che la cortina del silenzio calasse anche su questa vicenda, come sarebbe avvenuto per le foibe, per i crimini dei partigiani e l’ esodo degli istriani. «Napoli fu teatro degli scontri peggiori.» afferma Giacomo mettendo da parte i libri «Per ben tre giorni, tra il 9 e l’ 11 giugno, le forze dell’ ordine, tra cui la polizia speciale istituita appositamente per il voto referendario, formata da ex partigiani, impiegò autoblindo e carri armati contro la folla inerme uccidendo nove persone e ferendone centinaia. L’ episodio è noto come la Strage di via Medina, ma nelle nostre scuole non se ne parla mai. Non vi fu un processo e neppure venne posta una lapide per ricordare le vittime. Pochi giorni prima, uno sconosciuto aveva lanciato una bomba a mano contro un corteo di monarchici, causando un morto e numerosi feriti.».
Su trentacinquemila sezioni elettorali furono presentati ventiduemila ricorsi, tutti respinti in pochi giorni. Lo spoglio delle schede pervenute rocambolescamente a Roma si svolse nella sala della Lupa a Montecitorio, alla presenza della corte di Cassazione e degli ufficiali angloamericani occupanti: «Pietro Nenni aveva sentenziato: ‘‘O la repubblica o il caos.’’. Il Ministro delle Finanze, Mauro Scoccimarro, aveva invece detto che in caso di vittoria della monarchia i comunisti avrebbero scatenato la lotta armata. Sandro Pertini, invece, esigeva la fucilazione del sovrano.».
Assolutamente deciso ad evitare una guerra civile, Umberto II lasciò volontariamente l’ Italia il 13 giugno 1946, diretto a Cascais, nel Portogallo meridionale, senza nemmeno attendere la definizione dei risultati ma dimostrando un altissimo senso di responsabilità e stima verso gli italiani. Giacomo sostiene che prese una scelta estremamente difficile ma molto saggia, e che visse in esilio per trentasette dimostrando costantemente una grande dignità, senza mai lamentarsi: «Diffuse un proclama in cui contestava la violazione della legge ed il comportamento rivoluzionario del governo, che non aveva atteso il responso definitivo della Cassazione: ‘‘Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatta dalla Corte suprema; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io, ancora ieri, ho ripetuto che era mio diritto e dovere di re attendere che la corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell’ alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.’’.».
Il 18 giugno la Cassazione proclamò la vittoria della repubblica. La Stampa di Torino titolò: «Il governo sanziona la vittoria repubblicana», mettendo in dubbio la proclamazione stessa della Repubblica, perché neanche allora lo si era debitamente compreso. Molti anni dopo, nel 1960, Giuseppe Pagano, presidente della Corte di Cassazione al tempo del referendum ma di simpatie monarchiche, in un’ intervista a «Il Tempo» di Roma affermò che la legge istitutiva del referendum era di applicazione impossibile, in quanto non dava il tempo alla Corte di svolgere i suoi lavori di accertamento, e ciò fu reso ancor più evidente dal fatto che numerose corti di appello non riuscirono a mandare i verbali alla Cassazione entro la data prevista: «Inoltre, l’ angoscia del governo di far dichiarare la repubblica era stata tale da indurre al colpo di Stato prima che la Corte Suprema stabilisse realmente i risultati validi definitivi.». Il magistrato, tuttavia, non sostenne mai la storia dei brogli.
Il corpo senza vita di uno dei Caduti di Via Medina;

Lo scrittore afferma che nel corso dei decenni, sia monarchici che repubblicani hanno sempre ammesso apertamente che la Repubblica nacque in un ventre di dissidio e prepotenza, e in modo piuttosto controverso: «Ma oggi, a settantatré anni da quei giorni convulsi, i tempi sono abbastanza maturi affinché le autorità politiche a Roma e dintorni ammettano che l’ avvento del regime repubblicano ebbe molte ombre su cui si calò prontamente un opportuno silenzio, in modo tale da occultare pressioni, intimidazioni, ricatti, scambi di favori e un’ infinità di metodi poco puliti con cui il voto fu fortemente influenzato addossando ai Savoia più colpe di quante ne avessero, in un contesto di soprusi che portarono alla formazione di uno Stato di fatto ma non di diritto nel quale i dubbi sulla legittimità dell’ esito vennero tacciati di soggettività.». Peraltro, come dice, non si può fare a meno di rilevare che la storia ufficiale promossa dalla Repubblica negli ultimi sette decenni abbia dipinto l’ era monarchica come un periodo oscuro, in cui avvennero solo cose sbagliate, portando inevitabilmente le generazioni più recenti a confondere la monarchia con il Fascismo, quindi aizzando una certa discontinuità con quel periodo e alla conseguente rinuncia ad una serie di valori che invece furono determinati per la nostra storia: «Un chiaro esempio avvenne nel 2000 a Monza, in occasione del centenario dell’ assassinio di re Umberto I: se i balconi e le vetrine dei negozi esponevano il Tricolore conferendo alla città un’ aria patriottica, il Quirinale respinse la richiesta del sindaco di inviare una corona di fiori, facendo notare che il gesto rappresentasse un taglio con il precedente assetto istituzionale, come se la storia italiana fosse iniziata nel 1946, attribuendo ai quattro sovrani sabaudi errori non loro e che negli altri Paesi non vengono mai associate ad un capo dello Stato, sia esso sovrano o presidente. Lo stesso Umberto II e il suo operato dopo la guerra sono da sempre descritti con esagerazioni e punti di vista altamente faziosi, ma nei trentasette anni in cui il re esule, ma non abdicatario, visse lontano dall’ Italia vennero espressi giudizi positivi nei suoi confronti dai tanti italiani che aveva ricevuto nella sua residenza di Cascais, così come da diversi protagonisti di quei giorni come Palmiro Togliatti, Sir Winston Churchill e Dwight D. Eisenhower.».
L’ ex re, Umberto II, in tarda età;

Più in generale, indipendentemente da quel che accadde nel 1946, Giacomo parla delle molte ragioni per cui lui sostiene personalmente il sistema monarchico piuttosto che quello repubblicano: «I Paesi europei più progrediti e democratici sono monarchie, e anche nella maggior parte delle repubbliche le rispettive ex famiglie reali godono di prestigio e ammirazione. Un re è al di sopra delle parti e rappresenta l’ unità della nazione, svincolato dalle battaglie politiche, mentre avere un Presidente della Repubblica è come se in una partita di calcio si prendesse un giocatore di una delle due squadre e lo si facesse arbitro.». Molto spesso, prosegue, un re detiene molti titoli nobiliari, come nel caso di Felipe VI di Spagna, che è anche signore di Castiglia, Leon, Aragona, Navarra, Valencia, Galizia, Maiorca, Minorca, Cordova, Murcia, Granada e Isole Canarie, cosa che favorisce l’ identificazione nella sua figura da parte del maggior numero possibile di sudditi spagnoli. Peraltro, come è risaputo, un re viene preparato al suo ruolo fin dall’ infanzia e una volta succeduto al predecessore sa come comportarsi e rappresentare al meglio il suo Paese, vincola le strutture fondamentali dello Stato, come le forze armate, la diplomazia, la magistratura e l’ alta amministrazione alla Corona, proteggendo tali importanti uffici dalle pressioni e invadenze delle fazioni, evitando che le parti leghino ai propri interessi specifici, l’ istituzione simbolo dell’ unità nazionale: «E’ comunque vero che ci sono sovrani buoni e cattivi, la storia è ricca di esempi, ma se pensiamo che i re di oggi hanno un potere veramente limitato, un cattivo monarca avrebbe davvero poche possibilità di danneggiare la nazione, mentre un cattivo Presidente può nuocere tanto di più. Peraltro, avendo un mandato a vita, un re possiede per forza di cose una visione a lungo termine sconosciuta ad un politico, che una volta eletto si concentra sul proprio breve mandato cercando ovviamente di essere riconfermato.».
La monarchia porta turismo, peraltro, porta turismo: se a Londra le persone fanno la fila per visitare Buckingham Palace e a Monte Carlo per vedere il Palazzo Principesco, molta meno gente va invece a visitare l’ Eliseo di Parigi o la Cancelleria federale di Berlino, piuttosto che i palazzi presidenziali delle altre capitali repubblicane: «L’ istituzione monarchica è persino di aiuto all’ economia: un anniversario ed anche un funerale sono fonte di attrazione per moltissime persone che sul posto consumano, dormono, acquistano souvenir. Tutto questo non avviene sotto gli stendardi repubblicani: la Francia non vedrà mai la folla che c’ è stata a Bucarest in occasione del funerale di re Michele I, avvenuto il 16 dicembre 2017, o a Windsor per il matrimonio dei duchi Henry e Meghan di Sussex, lo scorso 19 maggio 2018. La monarchia è come una grande famiglia: sia nei momenti di gioia che in quelli di dolore, un membro della famiglia reale è sempre vicino alla popolazione e in qualche modo ne condivide felicità e tristezze. Occorre peraltro precisare che la monarchia non rappresenta neppure un costo folle a carico dei cittadini: come è risaputo, le residenze europee più care sono il l’ Eliseo e il Quirinale. Entrambe repubblicane…».
La monarchia, prosegue con convinzione, conferisce stabilità e prestigio alla nazione, come dimostrato dalle vicissitudini di gran parte dei Paesi che nel corso del Novecento sono diventati repubbliche passando dalla democrazia alla dittatura, come l’ Iran e l’ Egitto, che dal 1952 non si è mai liberato dei militari dal governo, piuttosto che la Grecia, che da Paese rispettato è tristemente diventato lo zimbello d’ Europa: «La stessa Italia deve gran parte di ciò che è oggi alle varie famiglie che hanno regnato sia prima che dopo l’ unità nazionale, influendo positivamente persino sui suoi flussi turistici: a Torino e nel nordovest le persone vengono a visitare le residenze sabaude, Caserta deve la sua fama mondiale alla Reggia dei Borbone, Parma trae il proprio splendore dai Farnese e dai Borbone, mentre Firenze, senza i Medici prima e agli Asburgo poi, non sarebbe stata la stessa. Personalmente, sono assolutamente convinto che per quanto oggi monarchia sia sinonimo unicamente di Casa Savoia oggi si dovrebbe riscoprire la storia e l’ importanza delle varie dinastie che ressero il potere in varie zone d’ Italia prima del Risorgimento, soprattutto gli Asburgo e i Borbone, caduti sotto i colpi della storia.».

In questi giorni assistiamo a solenni celebrazioni della Repubblica, convegni, mostre fotografiche, e lo stesso Presidente parla abitualmente della Festa della Repubblica invitando gli italiani a riaffermarne i valori: «Ma quali sono, questi valori? Non è corretto parlare di valori, dal momento che l’ avvento della Repubblica fu tanto dubbio e sofferto e che i resoconti ufficialmente adottati dalle autorità politiche e istituzionali tendono da sempre a nascondere metà della storia. Che spieghino chiaramente i vari gialli di quei giorni, dalle truppe titine schierate sul confine italiano con l’ ordine di invaderci in caso della vittoria della monarchia all’ intervento di Togliatti a Mosca al fine di ritardare il rientro delle decine di migliaia di prigionieri italiani trattenuti in Unione Sovietica, piuttosto che il numero degli elettori superiore di quello degli aventi diritto al voto, che mutò l’ esito referendario a seguito dei primi rapporti dei carabinieri, al Vaticano e al governo, per quanto si deduca che molti abbiano votato più volte con documenti di identità falsi o appartenenti a defunti o dispersi. E che dire infine di Togliatti, che, come Ministro della Giustizia, in risposta alle migliaia di ricorsi sostenne che non si sarebbe potuto ricontrollare adeguatamente le schede perché alcune erano andate distrutte?».
Per Giacomo, che scuote fermamente il capo, non ci sono affatto dubbi: di fronte a tanti fatti strani e oscuri e ad altri più evidentemente scorretti, questa Repubblica nacque con il piede sbagliato, e in virtù delle sue origini discutibili non debba insinceramente insistere sul concetto di valori e virtù che non le appartengono: «Soprattutto, non dovrebbe assolutamente parlare di democrazia, dal momento che in quei giorni tanto difficili il concetto di sovranità popolare fu il primo ad essere abilmente manipolato e messo da parte in favore di meschini interessi di parte e politici che con la volontà degli italiani non avevano assolutamente nulla a che vedere. Non scomodiamo il popolo. Viva il Re!».

lunedì 17 dicembre 2018

Il particolare impegno dello scrittore secondo Giacomo



Da anni dedito alla narrativa di fantascienza e più recentemente agli articoli di storia generale, pubblicati sul suo sito informatico, e locale, editi sui giornali «Il Biellese» e «News Biella», Giacomo Ramella Pralungo sostiene da sempre che quello dello scrittore sia un impegno molto particolare, ampio e di vasta portata, nonché qualcosa di assai gradevole soprattutto a livello personale: «Alle volte lo sento un po’ stancante per la mente, a cui richiedo una certa concentrazione affinché generi pensieri corretti ed esprimibili in modo limpido e chiaro, eppure si tratta di un’ attività entusiasmante, da cui traggo una possibilità di apprendimento e sviluppo personale e culturale davvero unica nel suo genere. Ogni volta che realizzo un testo, sia esso un romanzo oppure un articolo, compio precise ricerche storiche e culturali da cui sento di scoprire moltissimo io stesso.».

Giacomo mette da una parte i fogli di carta e la penna con cui lavora, accanto ad un libro di Giampaolo Pansa, «Bella ciao - Controstoria della Resistenza», che, dice, sta leggendo con un certo interesse: «Amo molto la storia fin da quando ero ragazzino, e penso che Pansa sia un autore veramente abile e intelligente. Lo ammiro molto, e mi rendo conto di aver imparato tante cose leggendo quel che scrive. Si occupa con una certa obiettività del lato rovescio e opportunamente omesso della Resistenza partigiana, la cui storia è stata santificata dalle istituzioni repubblicane vincitrici dal soglio governativo, ragion per cui alla sua casella di posta sono stati indirizzati svariati pareri, sia positivi che negativi. Nel febbraio 2017, ispirato dal suo lavoro, pubblicai io stesso un articolo, ‘Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana’, uscito presso ‘Il Biellese’, in cui mi sono concentrato su determinate azioni negative compiute dai partigiani sul suolo biellese, la mia terra natia, ponendo in evidenza alcune stragi cruente e insensate, dal movente poco aderente alle esigenze della guerra allo Stato fantoccio della Repubblica Sociale Italiana e ai biechi burattinai del Terzo Reich, senza ovviamente voler attaccare la Resistenza in quanto tale: la sezione biellese dell’ ANPI mi accusò prontamente e prevedibilmente di revisionismo storico (risata)…».

Questo giovane scrittore afferma che per lui scrivere è qualcosa di molto speciale, che gli permette di dare risalto a precisi principi culturali, morali e personali che gli stanno particolarmente a cuore. Lo fa anche per il piacere di inventare storie nuove, certamente, ma sempre animate da una particolare idea comunicativa: «Leggere e scrivere possono essere anche semplice intrattenimento, io non ci vedo nulla di male, eppure a me piace l’ idea di partire da un certo principio, come il pericolo dell’ impiego improprio di una tecnologia o una scoperta scientifica o più in generale la nostra responsabilità individuale in un certo contesto, e ricavare una storia in cui ne immagino le conseguenze.».
Con l’ eccezione di «Il signore del crimine», romanzo incentrato su Cosa Nostra italoamericana, e l’ autobiografia «Io sono Giacomo», i suoi otto libri sono di genere fantascientifico, ambientati sulla Terra, nel tempo presente, ma collegati allo spazio, ai viaggi nel tempo e alle civiltà aliene: «Sono stati scritti e pubblicati romanzi, soprattutto da Frank Herbert e Isaac Asimov, e anche prodotti film ambientati in un lontano futuro o nello spazio profondo, come ‘2001: Odissea nello spazio’ oppure le serie di ‘Star Trek’ e ‘Guerre stellari’, che io stesso apprezzo e considero una parte molto importante della mia esperienza sia di spettatore che di autore, ma a differenza di tutte queste opere ho scelto di preservare un certo contatto con la nostra Terra, in parte perché in tal modo al lettore si presenta qualcosa di familiare con cui può riconoscersi, e dall’ altra sento di poter toccare svariati temi assai interessanti su cui mi piace ragionare.».

Per Giacomo, scrivere equivale a stabilire un contatto con il pubblico, è un mezzo tramite il quale può trasmettere qualcosa di particolare. Dedica quindi molto tempo alla preparazione di libri e articoli, dapprima concentrandosi sull’ idea di fondo e la storia, poi alla forma che viene materialmente presentata nelle pagine: «Non pubblico mai nulla finché non sento che il testo quadra appieno nella mia mente, tanto nei concetti quanto nel linguaggio. Voglio sempre presentare testi chiari, semplici, completi, esaurienti e coerenti, ma anche corretti sotto l’ aspetto del linguaggio e liberi da argomenti e parole volgari e indecorosi, perché credo nel valore della sostanza e della buona educazione, concetti sempre più dimenticati nel mondo di oggi.». Ai suoi occhi, come lui stesso si affretta a puntualizzare, la correttezza di un testo non significa soltanto assenza di errori e scorrevolezza, ma anche mancanza di termini in lingua inglese: «E’ una tendenza che negli ultimi vent’ anni e oltre si è sempre più imposta tra noi italiani, sia quando parliamo che quando scriviamo, eppure rappresenta un errore madornale! A parte me, temo che siano davvero poche le persone che non ricorrono mai ai vocaboli britannici quando parlano o scrivono in lingua italiana. Eppure, direi proprio che si tratta di un principio logico fondamentale, anche piuttosto semplice da comprendere: conoscere le altre lingue è di estrema importanza, perché ci evita l’ isolamento, ma per quale motivo si deve per forza mischiare la nostra con un’ altra qualunque, per quanto ormai diffusa a livello mondiale? Per secoli abbiamo parlato un italiano puro, del tutto privo di vocaboli stranieri, che bisogno c’ è quindi di sopprimere la nostra lingua rimpiazzando uno per uno i suoi vocaboli con quelli stranieri?».
Giacomo spiega di attenersi ad una precisa tradizione letteraria che fa risalire ai suoi autori preferiti, che reputa suoi maestri: «Devo lo sviluppo del mio stile narrativo e i fondamenti delle mie opere a grandi scrittori quali Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, il monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh, il XIV Dalai Lama, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi. Leggendo i loro testi ho riconosciuto la loro genialità e le notevoli capacità comunicative, e ho compreso che sono autori notevoli e pionieri di una scrittura libera e spontanea. Ognuno di loro è a modo proprio esponente di una tradizione con cui ho voluto stabilire un filo di continuità. Mi reputo un loro modesto discepolo, pieno di entusiasmo.».
Quando gli si chiede quali siano i libri che per lui vanno assolutamente letti, gli brillano gli occhi: «La serie di ‘Dune’ di Frank Herbert è un’ esperienza straordinaria che qualsivoglia lettore dovrebbe affrontare: i sei romanzi firmati da questo straordinario autore contengono una serie di messaggi prevalentemente a sfondo ecologico e sociale davvero straordinari. Anche le opere di Herbert George Wells, come ‘La macchina del tempo’, ‘La guerra dei mondi’ e ‘L’ isola del dottor Moreau’ rappresentano qualcosa di prezioso e gradevole, in quanto poggiano su di una solida analisi sociale. I celebri ‘Jurassic Park’ e ‘Il mondo perduto’ di Michael Crichton, invece, valutano l’ impiego della scienza per un superficiale fine commerciale, spesso e volentieri provocando più problemi di quanti ne risolva.».

Indicando il libro sulla Guerra di liberazione italiana che sta leggendo, aggiunge che il giornalista Pansa ha spesso sottolineato che gli scrittori, soprattutto sul suolo italiano, hanno quasi sempre tendenze politiche: «Trovo che sia la cosa più sbagliata in assoluto per un autore. Non c’ è niente di più facile dell’ influenza dell’ opinione pubblica tramite i mezzi di comunicazione di massa. La trasmissione di dati e informazioni dovrebbe essere un processo del tutto veritiero ed equanime, così da favorire la consapevolezza, invece si intossicano migliaia di cervelli, se non addirittura milioni, per meschini interessi di parte.». Tuttavia, sostiene di essere assolutamente libero da qualsivoglia legame ideologico: «A livello politico non ho mai sostenuto alcuna ideologia, e negli anni ho imparato a diffidare persino dei partiti a causa delle faccende in cui sono coinvolti e degli affarucci con cui si sporcano abitualmente le mani, al punto che fin dalle elezioni politiche del 2013 riconsegno in bianco la mia scheda elettorale: non mi riconosco in alcuno schieramento e non ho la minima fiducia per i relativi candidati. Quindi nei miei testi non faccio mai politica, tutt’ altro! Non riuscirei mai e poi mai a lavorare come cronista per un giornale di partito, per quanto la reputi un’ attività pur sempre legittima, figlia della nostra preziosa democrazia (risata)! Tutte le volte che scrivo parto direttamente dalla mia coscienza personale e mi soffermo su cose tangibili, dopo aver valutato attentamente i fatti. In sostanza, parlo spontaneamente di ciò che conosco bene e in cui credo personalmente in base all’ esperienza diretta. E, soprattutto, mi assumo la responsabilità di quello che scrivo e pubblico, perché è esattamente ciò che mi pone all’ attenzione della gente: sulle copertine dei miei libri e alla fine dei miei articoli c’ è sempre il mio nome, di cui ho ovviamente cura.».
Sebbene oggi sia l’ epoca dei computer e di internet, non ha voluto perdere l’ abitudine di scrivere i suoi appunti e annotazioni a mano, che poi trascrive sul suo elaboratore, con il quale procede allo sviluppo del testo e alla successiva trasmissione, sostenendo di essere volontariamente rimasto legato a quella che chiama la vecchia maniera: «Non ho mai demonizzato lo sviluppo materiale garantito dalle innovazioni, perché credo che in loro assenza saremmo per forza destinati al ristagno, quindi non andremmo da nessuna parte. Eppure, dobbiamo ammettere che le vecchie abitudini non dovrebbero venire dimenticate tanto facilmente solo perché si è imposta una nuova scoperta.». Scrivere a mano, aggiunge, è molto salutare, rappresenta qualcosa di estremamente personale, e perdere l’ impiego della calligrafia equivarrebbe a dimenticare sé stessi: «Ammetto che nonostante la buona volontà non ho mai sviluppato una calligrafia decente, a scuola ero l’ incubo sia della mia maestra elementare che dei professori, tanto alle medie quanto alle superiori (risata)! Eppure scrivere a mano mi piace molto, e lo faccio tutte le volte che si presenta l’ occasione: stendo appunti per i miei libri e articoli, redigo biglietti per gli auguri natalizi o di compleanno e le dediche sulle copie dei libri acquisite dai miei lettori e così avanti.».

Alla domanda circa il motivo per cui fa lo scrittore, Giacomo sorride rispondendo che fin da piccolo si sente dire che ha molta fantasia e che parla e scrive molto bene. Sorridendo con tono discreto, per nulla vanaglorioso, ricorda: «Quando avevo più o meno dieci anni non era raro che la gente mi dicesse che avrei dovuto fare lo scrittore, e la mia stessa madre mi ha a sua volta frequentemente incoraggiato, dandomi spesso pareri sulle prime storie che scrivevo. Mi dava anche qualche suggerimento sulle cose a cui avrei dovuto dare risalto e su quanto invece avrei fatto meglio ad omettere.». Quando gli si chiede se è legato ad uno dei suoi romanzi in particolare, risponde con passione che ‘Fantasma del passato’ è il libro che lo ha coinvolto di più in assoluto: «Sono molto legato a tutto quello che scrivo e pubblico, perché ognuno dei miei testi è una mia creazione, qualcosa di unico e irripetibile. Comunque, ‘Per i sentieri del tempo’ è stato il primo libro che ho scritto, e ovviamente conserva un posto speciale nel mio cuore, così come ‘Cuore di droide’, perché è il primo che ho pubblicato. ‘Fantasma del passato’, che si basa sul grande mistero dell’ incidente di Roswell, che mi intriga fin da quando avevo appena dieci anni di età, rappresenta un caso veramente a parte. Mentre me ne occupavo mi pareva di tornare bambino, quando vidi in televisione, presso un canale della RAI, la celebre trasmissione che mise in onda il filmato dell’ autopsia del cadavere alieno, che poi venne smascherato come un falso. E, ovviamente, non facevo altro che domandarmi cosa fosse avvenuto realmente nel Nuovo Messico nel 1947 e se siamo soli o meno nelle infinite vastità dell’ universo.».
Per lui, conclude, scrivere è proprio questo: trasmissione di precisi messaggi adeguatamente pensati, riflessione costante sugli infiniti significati delle cose, valutazione su quello che veramente conosciamo, conservazione della propria coscienza in uno stato di attenzione ed equanimità nei confronti della vera natura dell’ esistenza. Come aggiunge sorridendo: «Un’ attività meno ovvia ed astratta di quanto pensano i profani, ma infinitamente interessante.».

giovedì 6 settembre 2018

Il legame di uno scrittore con gli animali



Oltre ad esprimersi a sostegno della tutela dell’ ambiente, che definisce «casa comune di tutte le forme di vita sulla Terra, nonché patrimonio essenziale da custodire contrariamente a qualsivoglia interesse industriale e commerciale», Giacomo Ramella Pralungo, romanziere di fantascienza e articolista storico con otto libri e numerosi articoli tra giornali locali e il suo sito personale al suo attivo, è da sempre un animalista convinto, sebbene preferisca definirsi più propriamente «amico degli animali». Come lui stesso afferma ridacchiando ironicamente sedendosi su di uno sgabello in cortile e accarezzando i sue due cani, che si avvicinano scodinzolando: «Se mi è consentito di parlare con sincerità, credo proprio di essere assai più animalista e ambientalista delle persone che vediamo abitualmente in televisione, ossia gente iscritta ad associazioni che per quanto sensibilizzino l’ opinione pubblica sono soggette all’ influenza di una o più correnti politiche, scagliandosi contro obiettivi mirati a seconda delle esigenze del momento. Non dico che questi movimenti siano a priori una cosa negativa, tutt’ altro, sono invece sicuro che la vita animale, così come quella vegetale, vada sostenuta soprattutto nella quotidianità, e con costanza, senza alcun bisogno di ricevere una tessera associativa: il risultato sarebbe infinitamente superiore di quello abitualmente pronosticato dalle leghe e le relative campagne trasmesse dai mezzi di comunicazione.».

Giacomo Ramella Pralungo spiega che nel nostro vocabolario abituale, il termine «animale» riveste un significato negativo, persino dispregiativo: tutto ciò che è animale viene screditato, guardato con disapprovazione, in quanto rappresenta tutto ciò che ci siamo lasciati alle spalle con l’ evoluzione: «Ora noi siamo umani, assolutamente convinti di essere migliori delle scimmie da cui discendiamo, e delle altre forme animali. Ahimè, temo proprio che invece dovremmo farci un serio esame di coscienza e rivalutare l’ idea che abbiamo su noi stessi e sui nostri fratelli animali!».
Lo scrittore racconta di essere nato e vissuto allevando cani, analogamente al padre, e afferma di avere avuto la fortuna di vivere in campagna, in mezzo a due cascinali, ove ha osservato le mucche, le galline, i conigli, i maiali e talvolta le anatre allevati dai prozii e i cugini contadini: «Osservando questi allevamenti, fin da bambino ho compreso un po’ alla volta il nostro legame con la natura e gli animali, da cui i miei lontani parenti traggono il latte, le uova e la carne. Sono cose molto importanti per noi, ecco quindi l’ esigenza pratica di trattare con rispetto e anche gratitudine gli animali, senza i quali perderemmo una parte fondamentale della nostra alimentazione.».
Non si tratta però soltanto di una questione materiale, ma anche e soprattutto di principio: «Gli animali hanno il nostro stesso diritto di vivere bene, senza soffrire. La natura infatti non ha mai dato la precedenza al genere umano, che detto tra noi è l’ ultimo arrivato. Non esistono scale gerarchiche, le distinzioni tra loro e noi si trovano solo nella nostra mente, dettate dalle ingannevoli alchimie dell’ orgoglio.».
Crescendo allevando nove cani, cosa di cui si definisce apertamente fiero e riconoscente, e osservando il bestiame dei suoi parenti, Giacomo afferma senza mezzi termini che gli animali rappresentano un grandissimo esempio di comportamento per l’ umanità: «Consideriamo i cani: sono animali fedeli e leali al padrone fino alla morte. Non vi è alcun rischio che ci abbandonino sul ciglio di una strada quando è ora di andare al mare con la famiglia o che ci lascino per sempre ad un parente perché sporchiamo il tappeto in salotto lasciatoci in eredità da una ricca zia. Una volta che stabiliscono un legame di affetto sono capaci di qualcosa che tutto sommato noi abbiamo ancora da qualche parte del nostro animo, ma che preferiamo ignorare o nascondere per apparire più accettabili nel nostro contesto umano. Siamo davvero sicuri che divenendo quel che siamo oggi ci siamo realmente evoluti da quel che eravamo come animali?».
Più in generale, prosegue dicendo che le varie specie animali hanno esigenze pari alle nostre: sentono la fame e la sete, il caldo e il freddo, e così via. Ma per vivere sfruttano le risorse della natura senza però abusarne e neppure distruggerle. Uccidono per mangiare oppure per difendersi, e hanno istintivamente cura della propria prole finché questa non si trova in condizione di fare da sola: «Noi abbiamo i governi, gli eserciti, le forze dell’ ordine, la finanza, le religioni, le scuole e tutto quello che riteniamo fondamentale per una società accettabile. Loro invece non hanno nulla di tutto questo, eppure in tutti i contesti hanno un comportamento nettamente migliore del nostro…».
Ecco quindi che da anni sostiene apertamente che nel momento in cui siamo diventati bipedi parlanti e senza pelo non ci siamo mai civilizzati davvero, pare piuttosto vero il contrario, quindi l’ idea di coltivare un rapporto diretto con gli animali costituisce un’ occasione particolarmente propizia, capace di indurre più persone a comprenderne la meraviglia e l’ essenza diretta: «Anche allevando animali di piccole dimensioni, come cani, gatti o polli con il tempo ci si rende conto che non esistono barriere tra una forma di vita e l’ altra, giungendo alla consapevolezza di essere parte della natura proprio come loro, senza immaginari livelli di superiorità aizzati dalle religioni, soprattutto quella ebraica, cristiana e musulmana, secondo i cui testi Dio avrebbe creato l’ uomo a propria immagine separandolo dalle altre creature, dandogli autorità su di esse. Un pensiero assolutamente ridicolo, promosso da guide spirituali umane! In realtà, in questo mondo siamo tutti collegati a tutto, così come la Terra è collegata all’ universo.».
Alla domanda su che cosa pensi in tema di dieta vegetariana e di caccia, fornisce un parere tutt’ altro che scontato: «Anche in questo campo posso fortunatamente rispondere per esperienza diretta, essendo stato strettamente vegetariano tra il 2009 e il 2012. La carne costituisce un alimento molto importante per noi umani, ma è anche vero che per cibarsene occorre uccidere uno o più animali, ecco perché io penso che ci si debba limitare ad un consumo dettato essenzialmente dalla necessità, e non dalla golosità. Allevare, macellare e cacciare gli animali non sono attività da demonizzare in quanto tali, perché anche i vegetariani si nutrono di forme di vita, ma chi le esercita dovrebbe regolarsi in base al reale fabbisogno della gente piuttosto che dal sogno di uno spropositato profitto commerciale, e soprattutto agire senza mai trascurare il benessere dell’ animale che cura e che in seguito sopprime.».

Oltre a cani e gatti, Giacomo afferma di amare moltissimo l’ asino, con cui negli ultimi anni ha stabilito un certo legame durante le sue scampagnate alla Trappa di Sordevolo e in occasione della visita nel novembre 2016 alla Fondazione Il Rifugio degli Asinelli ONLUS di Sala Biellese: «Ecco un esempio eclatante di animale particolarmente disonorato. Chissà perché il suo nome è ormai sinonimo di stupidità e ignoranza? Chi come me ha la fortuna di conoscere direttamente gli asini può confermare in tutta evidenza che si tratta di una creatura intelligente, mansueta, dolce e assai paziente, che trasmette serenità. E’ un animale molto buono, che non smette mai di insegnarmi qualcosa proprio come il cane. E mi ha sempre colpito molto che nel mito evangelico si riferisca che Gesù entrò per l’ ultima volta a Gerusalemme proprio sul dorso di questo animale, simbolo di umiltà e pace.».
Quello riguardante gli animali è un tema sentito molto seriamente da Giacomo, che afferma di avere perfino qualche idea su come riprenderlo nelle sue narrazioni fantascientifiche:
«Noi umani siamo animali, discendenti da altri animali, le scimmie. E ammettendo che la Terra sia uno degli infiniti mondi abitabili di questo universo, ipotesi scientificamente riconosciuta dalla comunità internazionale, alcuni ricercatori sostengono che la vita in tutto il cosmo pur avendo un’ origine comune si sia evoluta autonomamente, differenziandosi. Potrebbero quindi esserci pianeti popolati da generi umanoidi di discendenza rettiliana, canide, felina oppure ittica. Le possibilità sono illimitate, quindi per le mie storie fantascientifiche future ho preparato alcuni appunti in cui ho immaginato determinate civiltà aliene discendenti da alcuni animali che sul nostro piccolo mondo sono presenti ma rimasti a livelli primordiali: l’ idea è quella di combattere lo sciovinismo umano!».
Insomma, come dice l’ «inventore di storie», gli animali non sono esseri inferiori e spregevoli, da sfruttare a libero piacimento, ma nostri fratelli e compagni di viaggio in questo piccolo mondo, come noi figli della medesima Madre Natura e dotati di bisogni e percezione del dolore, e della stessa dignità che reclamiamo per noi stessi. E’ pertanto assurdo che patiscano tanto la nostra arroganza e le sue disastrose conseguenze, come la deforestazione, l’ urbanizzazione e la commercializzazione di prodotti di provenienza faunesca, destinate in futuro a rivoltarsi dolorosamente contro di noi: «Spero vivamente che l’ umanità comprenda in fretta di dover mutare atteggiamento, perché in fin dei conti siamo tuttora portati al bene nonostante la nostra miopia e ottusità, ma spesso nella mia mente si fa strada il pensiero che se il nostro genere dovesse estinguersi per gli animali sarebbe una vera liberazione…».

mercoledì 27 giugno 2018

«Io sono Giacomo» nelle parole del suo autore



L’ autobiografia è un genere letterario che il critico francese Philippe Lejeune definì «il racconto retrospettivo in prosa che un individuo reale fa della propria esistenza, quando mette l’ accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della propria personalità». Chi decide di parlare di sé e della propria storia agisce per vari motivi, soprattutto la necessità di rivedere i propri trascorsi, le vicende dello spirito e del pensiero, l’ attività di studio e di ricerca, nonché di ripercorrere la via di crescita personale e professionale compiuta, di fare autoanalisi o anche più semplicemente di lasciare a chi verrà in futuro memoria della propria vita.
Con «Io sono Giacomo», edito su www.lulu.com in formato sia cartaceo che elettronico, Giacomo Ramella Pralungo ha voluto intraprendere questo non semplice tentativo.

Un’ autobiografia rappresenta una realizzazione molto particolare. E’ più complesso e anche delicato in confronto ad un normale romanzo, saggio o articolo a cui lei è senz’ altro più abituato. Che cosa l’ ha spinta ad intraprendere un progetto particolare come questo?

«Negli anni, data la mia passione personale per la storia, sento di aver sviluppato la mentalità tipica di chi studia questa disciplina: tutto ciò che siamo in questo momento dipende da quel che accadde in passato, e quel che siamo ora influenzerà le nostre persone future. Pensavo a questo progetto ormai da qualche tempo, e l’ ho concepito essenzialmente come conseguenza di un’ osservazione di me stesso, rinforzato da una certa distanza temporale da determinati avvenimenti, sia positivi che negativi, così da presentare una narrazione maggiormente lucida e meno soggettiva. In altre parole, sentivo che i tempi erano maturi per guardarmi indietro come uno specchio che riflette le immagini senza lasciarsi trascinare in giudizi o punti di vista, raccontando i fatti sottolineando le mie reazioni come risposte in quel particolare frangente.».
La versione cartacea del libro;

Che effetto le ha fatto ripercorrere a ritroso la sua esistenza, e sapere che ora è pubblica?

«Lavorare a questo libro è stato come realizzare un romanzo, solo che questa volta racconto una storia vera. Per la prima volta, il protagonista sono io stesso (risata)! E’ stato molto impegnativo soprattutto per quanto riguarda le mie capacità di memoria: ho dovuto sforzare alquanto le mie funzioni mnemoniche per essere il più possibile esauriente e la mia intelligenza in modo tale da esporre i fatti senza lasciarmi coinvolgere, come fanno gli osservatori, che si tengono nascosti in modo tale da non alterare quello che studiano. Certi passaggi sono più facili da leggere, altri invece sono maggiormente difficili, ma nell’ insieme sento che guardarmi indietro mi ha fatto molto bene e di aver reso piuttosto positivamente l’ atmosfera degli eventi e la loro concatenazione. Mi fa quindi molto piacere che il risultato possa arrivare al maggior numero possibile di persone, e consiglio vivamente a tutti di svolgere questo particolare esercizio psicologico, credo infatti che dovremmo osservarci tutti quanti molto di più e meglio di quanto siamo abituati a fare nel nostro caro Occidente, tanto dedito allo sviluppo materiale ma così poco a quello interiore del singolo individuo (risata)!».

A che cosa voleva dare risalto con questa particolare narrazione?

«Al fatto che quello che noi siamo in questo momento dipende dallo sviluppo costante di noi e delle nostre caratteristiche fondamentali attraverso il lungo e ininterrotto percorso chiamato ‘vita’. Ognuno di noi nasce composto in un determinato modo, e il corso della vita contribuisce a far emergere ed evolvere certi aspetti di noi, ma con la comprensione e l’ esperienza dobbiamo costantemente cercare di darci una direzione, potenziando le nostre caratteristiche positive e attenuando quelle negative. Perché noi possiamo evolverci tanto in fretta da cambiare, oppure distruggerci come tante altre specie prima di noi. Il futuro non è mai veramente scritto: è un mondo di infinite possibilità e conseguenze. Innumerevoli scelte definiscono il nostro avvenire: ogni scelta, ogni attimo, è un’ onda nel fiume del tempo. Molte onde cambiano la marea.».

Lei è riuscito ad evolversi positivamente?

«In parte, sicuramente sì. Sento di essermi evoluto, alcuni miei aspetti negativi si sono effettivamente alleggeriti e non essendo ancora morto ho ancora molto lavoro da fare (risata)!».

Che cosa le è risultato più difficile raccontare, e cosa invece è stato più semplice?

«I fatti relativi all’ anno 2004, periodo che non ricordo affatto con piacere, sono stati i più difficili da raccontare, soprattutto senza lasciarmi coinvolgere soggettivamente. Quelli legati all’ infanzia e alla mia formazione culturale sono stati invece i più semplici. In ogni caso ho reputato importante mantenere un atteggiamento da cronista.».
La versione elettronica del libro;

Prima lei ha citato la sua passione per la storia, e leggendo il suo libro si ha effettivamente l’ impressione che lei dia importanza agli eventi passati, anche quelli che potrebbero apparire meno importanti.

«E’ vero. Tutto influisce sul risultato e nulla si ripete mai: il contesto in cui viviamo agisce molto su di noi e sulla nostra evoluzione, ma è anche vero che ognuno di noi è unico e in continuo mutamento, dunque reagiamo costantemente agli stimoli a modo nostro e impariamo sempre cose nuove, influendo su quello stesso contesto in cui viviamo. Tutti noi abbiamo qualche rimpianto ripensando ai nostri trascorsi, ma se si tornasse nel passato con la macchina del tempo di H. G. Wells per tirare un filo allentato finiremmo per disfare la trama della nostra esistenza provocando conseguenze imprevedibili. Mai sottovalutare il potere dei dettagli.».

Qual’ è la lezione più importante che sente di aver imparato nella vita, e che ha trasmesso nel suo libro?

«Nella vita occorre tanta pazienza, e soprattutto non bisogna mai rinunciare ad essere sé stessi e a pensare a modo proprio. Noi siamo quello che siamo e dobbiamo migliorarci sempre per il bene nostro e degli altri, ma a modo nostro, liberi da tutti quei condizionamenti che la società ci inocula nella mente come un indottrinamento per fare di noi individui pubblicamente accettabili, riducendo la nostra libertà di essere e agire. Essere umani vuol dire proprio questo, se si vuole un automa è meglio rivolgersi ad una fabbrica cibernetica (risata)!».

Tante grazie, e auguri.

«Grazie infinite.».

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