mercoledì 27 maggio 2026

Il braccio di ferro tra umano e macchina

Giacomo Ramella Pralungo;


Negli ultimi anni l’ intelligenza artificiale è divenuta un argomento di discussione particolarmente disputato da più soggetti, divisi da opinioni nettamente diverse: chi la vede come un’ opportunità e chi invece un pericolo. Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista storico e culturale, esprime scetticismo su questa particolare invenzione che trova inutile seppur affascinante.


«Mi sono formato leggendo le opere di Herbert George Wells, Frank Herbert e Michael Crichton, grandi autori di fantascienza di cui mi reputo un umile discepolo.» esordisce con fermezza Giacomo Ramella Pralungo «E nelle loro opere il concetto è chiaro: l’ uomo deve rimanere al centro, le sue invenzioni fungere soltanto da supporto e sempre e comunque dipendere da lui e garantire il suo bene.».

Non usa mezzi termini, parla con parole semplici e dirette e in difesa di un valore per lui irrinunciabile: «Il computer è stato un’ invenzione molto utile, dalle grandi capacità, su questo siamo tutti concordi. Io stesso me ne servo moltissimo per scrivere e comunicare. Difficilmente potrei arrivare adeguatamente alla gente, se ne fossi sprovvisto. Ma il principio stesso di intelligenza artificiale mi fa rabbrividire.». Gliene chiediamo il motivo, e dopo un’ attenta riflessione parla valutando con cura le parole: «E’ per il concetto stesso di intelligenza, ossia la capacità di imparare, capire e affrontare nuove situazioni. Si tratta della caratteristica fondamentale delle forme di vita, che negli umani si è evoluto al punto di sviluppare la consapevolezza, ossia il sapere di sapere. Io ho sempre trovato paradossale soltanto l’ idea che un umano pensi di realizzare uno strumento, nel nostro caso un computer, a immagine e somiglianza della propria mente, e rendendolo capace di prestazioni infinitamente superiori e immediate. Dovremmo piuttosto avere la saggezza di migliorare noi stessi, che siamo la vera tecnologia!».

Un supercomputer addetto ai programmi IA;


Lo scrittore avanza tra le strade del borgo storico del Ricetto di Candelo, struttura fortificata risalente all’ alto Medioevo, e racconta dei grandi autori da cui ha sempre tratto ispirazione per i propri lavori. Herbert George Wells, professore universitario britannico e autore forgiatosi nella tarda epoca vittoriana, denunciò con polemica la lotta di classe, il senso di superiorità tipico dell’ umanità e l’ impiego della scienza a fini di prevaricazione: «Di lui ho letto ‘La macchina del tempo’, ‘La guerra dei mondi’, ‘L’ isola del dottor Moreau’ e ‘L’ uomo invisibile’. Grandi opere che, ne sono fermamente convinto, dovrebbero essere insegnate a scuola. Ho sempre molto apprezzato il suo stile, di facile lettura e senza paroloni o astrusità. Secondo lui, l’ uomo è un essere intelligente ma portato spesso ad allontanarsi dalla via più giusta, e la scienza diviene buona o cattiva a seconda dell’ impiego che ne facciamo noi: anche un semplice coltello da cucina è utile se tagliamo una cotoletta, ma se uccidiamo qualcuno diventa ben più pericoloso. Basta poco, e tutto cambia (risata)!». Si indica la testa: «Tutto nasce da qui, dalla nostra coscienza.». Frank Herbert, scrittore, giornalista e fotografo statunitense dai grandi interessi per la storia, l’ antropologia, le discipline orientali e la psicologia, è invece ricordato soprattutto per la serie di Dune: «Devo molto della mia mentalità ai sei romanzi ambientati nel futuro dell’ umanità e sul pianeta desertico Arrakis, detto anche Dune, che per l’ Impero galattico ha un valore fondamentale perché unica fonte del Melange, una sostanza dalle numerose applicazioni. In questa serie non appaiono tecnologie supersviluppate e neppure computer o organismi cibernetici: il genere umano le ha bandite dopo essere stato dominato per lungo tempo dalle cosiddette macchine pensanti, e ha sviluppato una società incentrata sul pieno sviluppo delle capacità fisiche e mentali partendo da individui particolarmente dotati. In questi romanzi la sola idea di concepire una macchina che somigli ad una mente umana è imperdonabile.». Michael Crichton, medico, scrittore, sceneggiatore, regista e produttore statunitense, è invece passato alla storia per alcuni romanzi di successo ma soprattutto per «Jurassic Park» e «Il mondo perduto»: «Ebbe l’ idea di denunciare la genetica a fini industriali e commerciali fin dall’ inizio degli Anni Novanta. Ricordo che nelle prime pagine di ‘Jurassic Park’ scrisse apertamente che la generazione di prodotti biologici come elefanti in miniatura come animali domestici oppure piante dal tronco quadrato per facilitare la produzione di legna da ardere erano tra le cose considerate dall’ imprenditoria di allora, più in generale uno sconsiderato dell’ ingegneria genetica avrebbe provocato danni ben peggiori della bomba atomica. Io lo credo vero!».


Quanto all’ intelligenza artificiale, Giacomo è categorico. Si sofferma, contempla per un po’ l’ atmosfera millenaria di questo centro storico biellese, e parla senza dubbi: «Ho studiato l’ argomento per curiosità, e mi verrà utile per alcune storie fantascientifiche future. Ciò che so mi è già stato utile per il primo lavoro che ho pubblicato, ‘Cuore di droide’. Da un punto di vista tecnico, quanto noi oggi chiamiamo intelligenza artificiale mi affascina, perché sa già fare molte cose benché si noti la differenza da quanto siamo in grado di realizzare noi.». Il paradosso di quest’ invenzione sta proprio in ciò che è stata concepita per essere e saper fare: «Prima di tutto è ancora presto per parlare di intelligenza artificiale, perché i programmi attualmente esistenti ancora non sono autonomi e indipendenti, dipendono da noi e dalle nostre richieste. Il pericolo quindi sta nel fatto che gli faremo fare tutto ciò che possiamo e quindi dovremmo fare noi stessi. Per mancanza di tempo oppure per pigrizia impiegheremo l’ intelligenza artificiale, lasciando paralizzare la nostra mente con tutte le sue immense capacità. Un pericolo da non sottovalutare.».

L’ autore di fantascienza teme la comparsa di un’ intelligenza artificiale autonoma e indipendente come se ne sono viste tante nel suo genere? La sua risposta è lapidaria: «Sì!». Spiega che la ricerca scientifica sta cercando di arrivare proprio a questo risultato: «Un prodotto perfetto da un punto di vista tecnico, ma profondamente discutibile sotto quello pratico e morale. Un conto è affidarsi, ed entro ragionevoli limiti, ad un computer da noi dipendente. Tutt’ altra cosa è invece interagire con una mente tecnologica capace di milioni di operazioni estremamente precise, capace di recepire e prendere l’ iniziativa.». Attualmente, però, il risultato pare ancora molto lontano: «La questione se un’ intelligenza artificiale possa raggiungere la consapevolezza di sé stessa o la dimensione emotiva in questo momento rimane controversa. Io rabbrividisco al solo pensiero. I programmi in uso non riuscirebbero probabilmente a qualificarsi. Sono molto potenti, eppure rimangono essenzialmente immagazzinatori di dati, dispositivi per la coordinazione e ritrovamento degli stessi. In un futuro non molto distante però potrebbe cambiare tutto...». Gli domandiamo se teme una rivolta dell’ intelligenza artificiale o un suo impiego nei teatri di guerra, e la sua espressione denota preoccupazione: «Tutto può essere, non si deve escludere niente a priori. Un altro motivo importante per cui guardo questo soggetto con preoccupazione è la serie di Terminator, con Arnold Schwarzenegger, con la quale sono cresciuto. Oltre le abituali scene di azione e l’ ostentazione del suo fisico statuario è evidente il messaggio di un programma militare, nei film chiamato Skynet, che apprende a ritmo geometrico e diviene autonomo per poi decretare la fine del mondo, sterminando il genere umano con il lancio di bombe atomiche.». Ma la serie cinematografica fu prodotta tra gli Anni Ottanta e gli inizi del Duemila, ora però lui vede un rischio più subdolo e raffinato: «Erano gli anni della Guerra fredda, oggi è tutto diverso. Un eventuale Skynet di oggi non avrebbe più bisogno di perpetrare un genocidio nucleare per risolvere il problema degli umani: gli basterebbe gestirci in ogni cosa, dalle incombenze della vita quotidiana a quella lavorativa, e perfino prendendo decisioni al posto nostro. Ci ritroveremmo quindi a prendere il sole tutto il giorno in spiaggia sorseggiando tè freddo. Diverremo come la cicala, con l’ intelligenza artificiale che sarà invece la nostra formica (risata amara). A questo proposito cito sempre le parole di Elon Musk: ‘Arriverà il punto in cui non sarà più necessario alcun lavoro: puoi avere un lavoro se lo desideri, per soddisfazione personale. Ma l’ intelligenza artificiale farà tutto. E’ che sia un bene sia un male, una delle sfide del futuro sarà come trovare un significato nella vita.’.».


Occorre peraltro precisare che lo sviluppo dell’ intelligenza artificiale prevede non solo programmi a cui fare impiego per mezzo del computer, ma anche la realizzazione di androidi, automi di fattezze umane dotati di arti flessibili e capaci di rispondere a comandi provenienti dall’ esterno, prodotti in modo tale da favorire l’ interazione con gli umani. Il primo prototipo, Wabot-1, venne prodotto nel 1973 in Giappone. Successivamente, nel 1990, l’ MIT creò Kismet, il primo androide capace di simulare emozioni: «Oggi, alcuni, come quelli realizzati da Hiroshi Ishiguro, sono così realistici da sembrare repliche umane. E secondo il futurologo Ian Pearson, il numero di androidi potrebbe aumentare drasticamente nei prossimi trent’ anni. Sono già impiegati in vari settori, come l’ accoglienza negli alberghi e l’ assistenza ospedaliera.». E secondo un sondaggio condotto in Gran Bretagna il settantuno percento delle persone teme lo sviluppo delle tecnologie legate all’ intelligenza artificiale, e un altro cinquantanove crede che gli androidi possano diventare una minaccia per l’ umanità: «In particolare, le preoccupazioni riguardano la perdita di posti di lavoro, con un aumento delle disuguaglianze, una riduzione dei salari e la scomparsa di molte figure professionali. Parliamo quindi di un prodotto destinato a provocare una vera e propria rivoluzione sociale, un braccio di ferro tra umano e macchina.».


Un esempio che Giacomo tiene a fare delle pericolose derive a cui siamo a rischio in tema di intelligenza artificiale riguarda lo sviluppo dell’ influencer virtuale: «Io sono scettico dinnanzi al fenomeno stesso degli influencer umani, perché si tratta di una moda esasperata, di divi pubblicitari che vengono osannati e imitati oltre ogni ragionevolezza. Ma quelli virtuali mi fanno accapponare la pelle: sono personaggi creati al computer ed esistenti in rete. Sono letteralmente modellati da più fonti di ispirazione, reali o immaginarie, e generati dalla convergenza tra tecnologie e discipline come intelligenza e grafica artificiali, realtà aumentata, processo di registrazione del movimento del corpo e apprendimento automatico.». I risultati sono sempre più realistici e interattivi, capaci di generare contenuti originali e comunicare con il pubblico: «Pensate che esiste un’ influencer virtuale di nome Miquela che ha ben tre milioni di seguaci. Migliaia di uomini le fanno la corte, scrivendole che è bellissima, che la amano e, addirittura, che vogliono sposarla. Non so se ridere o piangere dinnanzi a uomini che civettano con un computer e si innamorano di un programma virtuale, e a ragazzine che prendono questo e altri come modello, imitandone modo di parlare, abbigliamento e comportamento!». Per lo scrittore questo dramma umano è dovuto ad un problema molto semplice, costituito da noi stessi: «Preferisco nettamente un influencer umano piuttosto che uno digitale. Questo mondo è creato da noi, l’ essere umano. Lo Spirito Santo è impegnato altrove. Abbiamo costituito una società in cui l’ ignoranza è una moda e l’ intelligenza e l’ educazione reperti da museo. La mente umana è ancora soggetta a mostruosi inganni. Una società che non sa o non vuole distinguere una persona vera da una inventata è all’ apice della decadenza, soprattutto quando chi critica queste tendenze viene tacciato di essere retrogrado.».


Tra tanti che temono l’ umanizzazione dell’ intelligenza artificiale, Giacomo paventa invece l’ opposto, ossia l’ automazione degli esseri umani: «Bisogna continuare a educare per evitare questo rischio, i giovani devono leggere, studiare e capire. Gli anni a scuola sono preziosi, io ho avuto la fortuna di essere allievo di insegnanti estremamente illuminati che mi hanno sempre detto che il loro primo dovere era farmi capire ciò che insegnavano. La gente non deve parlare con questi programmi, coltivi piuttosto i sentimenti e la consapevolezza, concepisca idee, poiché se non saremo noi adulti a porre un limite, in un futuro vicino ci troveremo con una generazione che saprà tutto fuorché essere umana e viva, e quindi stare al mondo.». Senza mezzi termini, afferma che non sempre la possibilità di conseguire un risultato significa che lo si debba per forza realizzare. Anziché pensare all’ intelligenza artificiale andrebbe sviluppata quella umana: «Psicologi, neuroscienziati ed esperti di ogni disciplina sono concordi nel dire che in ognuno di noi, nella nostra mente, esistono grandi capacità che dobbiamo coltivare. Il cervello umano supera nettamente i computer, ma dobbiamo usarlo. Lo scorso 17 aprile alle ore 21:00 il professor Alessandro Barbero, docente emerito dell’ Università di Vercelli con cui una decina di anni fa ho avuto personalmente a che fare con una corrispondenza via posta elettronica per alcune mie ricerche, venne al Duomo di Biella per una lezione su San Francesco su cui ha scritto uno dei suoi ultimi libri. E detto tra noi lui stesso è contro l’ intelligenza artificiale (risata)! Durante l’ attesa ho stretto amicizia con una giovane signora e il suo bambino, di circa dieci anni. Durante la conversazione ho riscontrato in questo fanciullo un potenziale non da poco, un’ elevata intelligenza accompagnata da altrettanta curiosità e interessi culturali. Le facoltà che ho incontrato solo raramente in persone speciali e ben più adulte, e consapevolmente coltivate, erano davanti a me in questo gradevolissimo ragazzino. Ho personalmente avuto una prova ulteriore di quanto sia più urgente e meritorio dedicare tempo, risorse umane, discipline e stanziamenti a beneficio di ciò che la natura ci ha dato. Altro che macchine pensanti!».

giovedì 23 aprile 2026

Le parole sono veicolo di un significato

Giacomo Ramella Pralungo;

In un mondo sempre più propenso a esprimersi ma senza il giusto spirito di riflessione, Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articolista a sfondo storico e culturale, pensa che sia importante soffermarsi a ricordare l’ importanza delle parole e del silenzio dando maggiore spazio al messaggio di cui ogni forma di espressione è conseguenza e veicolo: «Una persona intelligente deve sempre sapere tutto quello che dice, e quando è bene tacere.».


Giacomo Ramella Pralungo sfoglia un giornale locale e tiene da una parte un libro di Alessandro Barbero, «San Francesco», che il celebre professore gli ha firmato con dedica durante una recente lezione sul celebre santo tenuta al Duomo di Biella in occasione degli ottocento anni dalla morte: «E’ sempre un grande privilegio per me incontrarlo e parlargli. Molti anni fa gli scrivevo all’ indirizzo di posta elettronica della cattedra universitaria di Vercelli presso cui insegnava, e mi rispondeva sempre. Mi fu molto utile per alcune ricerche, e oltre che per la sua conoscenza l’ ho sempre molto stimato per i manierismi gentili e disponibili. Credo che la sua capacità di esprimersi in modo semplice e diretto sia la chiave della sua notorietà e popolarità. E’ un esempio.».


L’ autore biellese riflette per un po’ e afferma di essere colpito dal fatto che nel mondo contemporaneo sia diventato molto facile per tutti accedere all’ informazione e addirittura immetterla: «La libertà di espressione è tra i diritti più importanti della persona, ed è riconosciuta legalmente e costituzionalmente insieme a quella di informazione. Siamo davvero molto fortunati, ne sono fermamente convinto. E’ una buona cosa. Siamo diventati più colti e capaci di riflettere, quindi di argomentare. Oggi si legge il giornale ed è possibile inviare un proprio intervento alla redazione, che lo manda in stampa, e con Internet c’ è stato un grande salto grazie a blog e reti sociali: basta premere un pulsante e i nostri pensieri sono leggibili in ogni parte del mondo. Però, come ogni altro diritto, comporta un dovere.». Gli chiediamo quale sia, e lui senza incertezze risponde: «L’ obbligo di riflettere su ciò che vogliamo dire. Noi lo facciamo sempre di meno. E’ un’ abitudine della nostra vita quotidiana. Viviamo in un mondo in cui si parla sempre, spesso anche solo per circostanza o addirittura senza che ve ne sia davvero bisogno, e chi parla poco viene guardato in modo strano e sospetto, come se volesse tenere le distanze dal prossimo.». E ora, con Internet, la parola vana ha conosciuto una diffusione esponenziale: «Parliamo e scriviamo molto, ma ormai ben poco di ciò che esprimiamo è veramente utile e sensato. Siamo liberi di esprimerci, ma abbiamo l’ obbligo di farlo con saggezza.».

Giacomo Ramella e Lama Paljin Rinpoche;


Giacomo indica una raffigurazione del Buddha Śākyamuni, un personaggio storico che, al di là delle costruzioni mitologiche e religiose da cui si tiene distante stima profondamente e da cui sente di aver imparato molto studiandone da vent’ anni il messaggio: «Come in seguito avrebbe fatto Gesù, non scrisse mai nulla ma molto insegnò. Si espresse più volte sull’ importanza della parola: le parole sono veicolo di un significato. Nel Buddhismo si ricorda una sua affermazione in particolare che mi ha colpito: ‘Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire’. Secondo me è meraviglioso, dovremmo ricordarci queste parole almeno una volta al giorno!». Negli anni ha visitato vari centri buddhisti tibetani, come il Samten Ling di Graglia e il Centro Mandala di Milano, retti da Lama Paljin Rinpoche con cui ha un rapporto cordiale e di stima, nonché l’ Istituto Lama Tzong Khapa di Santa Luce e il Bukkaidojo di Vercelli, appartenente alla scuola Sōtō-shū dello Zen giapponese: «Amo moltissimo l’ atmosfera di questi luoghi, in cui si parla poco e a voce bassa con la consapevolezza di quanto siano vane le parole inutili. Lama Paljin, durante uno dei nostri primi incontri, mi disse che le parole non esistono di per sé ma la mente le concepisce per intendere l’ infinito.». In essi, spiega, si rispetta il terzo valore essenziale del Nobile Ottuplice Sentiero, l’ insieme di otto principi che modellano un comportamento basato sulla rettitudine insegnato dal Buddha nel suo primo insegnamento, il Discorso di Benares: «La retta parola, ossia l’ assunzione della responsabilità delle nostre parole, ponendo attenzione nella loro scelta e ponderandole in modo che non facciano male agli altri e di conseguenza a noi stessi. Anche il nostro agire deve essere improntato al nostro parlare e corrispondere ad esso. In altre parole: pensare ciò che si dice, dire ciò che si pensa, parlare con gentilezza, non mentire, evitare il pettegolezzo vano e non parlare a vuoto.».


Come persona e scrittore, dedito alla fantascienza a sfondo sociale e ad articoli storici, culturali, scientifici e di mistero, reperibili in larga parte su Internet, Giacomo afferma di aver avuto piena conferma di quanto sia importante ricordare quanto le parole siano uno strumento di comunicazione preciso, da cui peraltro dipende la percezione che gli altri hanno di noi: «Ciò che esprimiamo è una manifestazione diretta e chiara di noi, di quello che siamo. Hanno il potere di fare chiarezza oppure di confondere le idee, a seconda di ciò che vogliamo noi. Come persona, evito parole volgari e aspre, nonché gli argomenti di basso profilo, dalle chiacchiere mondane di paese a quelle delle riviste relative alle persone famose. Preferisco nettamente argomenti ben più utili legati a questioni pratiche e culturali. Come scrittore, quest’ abitudine mi è profondamente di aiuto, perché nei miei libri devo valutare argomenti di interesse generale e con un linguaggio appropriato, comprensibile ed essenziale. E i grandi scrittori che ho preso come esempio, da H. G. Wells a Frank Herbert, da Michael Crichton ad Antonio Spinosa, senza dimenticare Charles Dickens, Valerio Massimo Manfredi e il professor Barbero, mi sono stati di grande aiuto. Il professor Barbero specialmente mi ha dato una lezione chiara e preziosa: quando scegli di dire qualcosa, riferisci sempre le tue fonti o gli elementi che ti hanno portato a sviluppare il ragionamento. Come a suo tempo il Buddha, che ripeteva l’ importanza di limitarsi a parlare di ciò di cui abbiamo fatto esperienza diretta e debitamente compreso.». Chiediamo allo scrittore se la letteratura può aiutare a guarire il mondo, e lo vediamo pensare per un po’ prima di parlare: «Sì, se chi scrive e chi legge pone attenzione al messaggio e alla sua forma. Gli scrittori denunciano, auspicano, propongono, cercano di trasmettere valori. Di recente una missione astronautica frutto della collaborazione tra Stati Uniti, Europa, Canada, Giappone, Corea e altre nazioni ha girato attorno alla luna, e sembrava lontana anniluce dal mondo di oggi che corre spedito verso la frantumazione, e che sembra riconoscere solo la ragione del più forte, del più violento, del più bullo e persino del più villano.». Gli scrittori, dice, hanno sempre firmato testi con un certo valore sociale, denunciando le storture della loro società o, con il genere ad esempio della distopia, cercando di mettere in guardia da tendenze pericolose mentre gli utopisti hanno voluto enfatizzare proposte più costruttive: «Eppure il mondo sembra una palla troppo grossa e con un peso troppo grande perché si possa cambiare il suo senso di rotazione con le semplici parole. Io sono fermamente convinto che per migliorare le cose si debba lavorare innanzitutto sulla mente delle persone, perché è la nostra mente a costruire il mondo. Dipende solo da noi: non da un Dio o dal suo Spirito Santo, e nemmeno dal fato. L’ origine di tutto viene dalla nostra mente e la parola scritta può avere un peso enorme nell’ influenzare il pensiero individuale e collettivo. E’ certamente possibile, ma sia chi scrive che chi legge deve prestare attenzione al messaggio.».

giovedì 2 gennaio 2025

«La fantascienza mi accompagna con grande passione»


Il 2 gennaio si celebra la Giornata nazionale della fantascienza, una data scelta in ricordo del compleanno di Isaac Asimov, figura di grande rilievo di questo genere letterario. Una giornata che Giacomo Ramella Pralungo, autore di questo genere narrativo che ama fin dall’ infanzia, sente con vivo entusiasmo.


Che cosa rappresenta per lei la fantascienza?


«Non è facile rispondere, ma ci provo. La fantascienza è un genere letterario e cinematografico molto profondo e affascinante, che meglio di tutti parla dell’ essere umano a cui si rivolge. Come suggerisce il suo nome, valuta lo sviluppo e le conseguenze che una scienza o tecnologia può avere sull’ individuo immaginando appositamente determinate trame, e gode di una certa libertà narrativa poiché la vicenda si può ambientare nel futuro, in un altro pianeta o addirittura in una realtà alternativa. Quindi, per me la fantascienza è un genere veramente notevole, in grado di esplorare meglio di tutti il nostro infinito potenziale di esseri umani e ricordarci l’ esigenza di esercitarlo per fini positivi, per il bene di tutti anziché per un interesse personale.».


Come l’ ha scoperta?


«Ero bambino, avevo otto anni, quando lessi un racconto sull’ antologia di scuola un racconto breve su di un bambino che si risvegliava dall’ ibernazione in una città del futuro. Questa storia non era compresa nel nostro programma di studi, la notai per caso. Mi colpì molto l’ illustrazione, che raffigurava una metropoli di palazzi di ferro e vetro, con mezzi volanti, e questo bambino in una sorta di letto isolato dall’ esterno da un vetro, nel quale dormiva serenamente. Cominciai a fantasticare e interrogarmi su come saremmo diventati in futuro e che cosa avrei visto io crescendo. Mia madre, poi, mi raccontò di come nella sua gioventù vide uscire al cinema i più grandi film di questo genere: una vera fortuna per cui l’ ho sempre invidiata molto, dato che negli Anni Cinquanta e Sessanta la fantascienza era al suo apice! Mi disse più volte che quando vide un film che narrava di uno sbarco di astronauti sulla luna, lei e tutti gli altri spettatori erano poi usciti dalla sala sicurissimi che fosse praticamente impossibile che un’ idea del genere potesse avverarsi: poi, nel 1969… Quando avevo dodici anni, vidi ‘Stargate’, film che parla di un alieno che nell’ 8000 prima di Cristo raggiunge la Terra e viene venerato come una divinità egizia, il famoso Ra, per il semplice fatto che dispone di tecnologia e conoscenze scientifiche che i primitivi umani invece ignorano. Poco dopo mi imbattei in ‘Star Trek’, serie ambientata nel XIII secolo e incentrata sull’ esplorazione pacifica, e infine in ‘Guerre stellari’, basata sulla spiritualità, le antiche leggende terrestri e l’ eterna lotta tra bene e male. La fantascienza mi entrò nel cuore, e da allora mi accompagna con grande passione!».


Quali sono i suoi autori di fantascienza e relativi testi preferiti?


«Herbert George Wells, Frank Herbert e Michael Crichton. Il primo scrisse ‘La macchina del tempo’, ‘La guerra dei mondi’, ‘L’ isola del dottor Moreau’ e ‘L’ uomo invisibile’. Il secondo invece fu autore del leggendario ciclo di ‘Dune’ e l’ altro dei due romanzi di ‘Jurassic Park’.».


Lei afferma abitualmente di essere «allievo» di queste grandi figure.


«Certamente, questi tre grandissimi autori per me sono veri e propri maestri dinnanzi ai quali chino il capo umilmente. Senza di loro sarei cieco, sordo e muto. Wells, autore britannico nato in epoca vittoriana, periodo di per sé ricchissimo di eventi fondamentali, fu pioniere del genere di analisi sociale, con le sue opere affrontò i problemi della società in cui viveva per mezzo di viaggi nel tempo, invasioni aliene e scienziati spregiudicati. Parlò con grande abilità di lotta di classe, sfruttamento operaio, vanagloria dell’ umanità e impiego amorale della scienza. Herbert invece fece molte riflessioni in tema di politica, religione, abuso di potere, sviluppo e regresso culturale, fanatismo e mentalità di gregge e, soprattutto, ecologia. Fu un vero genio da cui sono rimasto sinceramente impressionato. Crichton, invece, si occupò di un filone più scientifico, e valutò quanto l’ impiego di una scienza, come l’ ingegneria genetica, sia in grado di procurare danni preoccupanti soprattutto se usata per superficiali fini commerciali e di consumo anziché per migliorare le condizioni della gente stimolando la ricerca contro le malattie o le imperfezioni. Grazie alla loro guida, ho compreso quanto vasta e complessa sia la fantascienza, quanto abbia da offrire a noi tutti. Dopo molti anni devo confessare che mi rimane ancora da apprendere.».


Quanti libri ha scritto? E quali temi affronta nei suoi libri?


«Finora ho scritto nove libri, sette dei quali di fantascienza. In essi ho parlato di ambiente, guerra, paradossi temporali, incontri ravvicinati e rapimenti alieni, sette ufologiche e teocrazia. Ho parlato anche dell’ incidente di Roswell, il misterioso incidente, presumibilmente di natura ufologica, avvenuto nel 1947 nel Nuovo Messico, e di quello avvenuto a Berwyn Mountain, in Galles, nel 1974. Ogni volta che rimango toccato da un tema penso ad una storia con cui affrontarlo, e nell’ insieme parlo sempre dell’ essere umano.».


Molte cose descritte nella fantascienza sono divenute reali, e altre lo diverranno in un futuro non molto lontano.


«E’ vero, senza l’ immaginazione degli scrittori di fantascienza, le tecnologie digitali come i telefoni cellulari, le videochiamate, i droni e altro ancora non esisterebbero. Anche cose come le carte di credito, le stampanti 3D, i tablet, gli arti protesici, la tecnologia biometrica, gli antidepressivi e Internet sono state ispirate dalla fantascienza. Si ritiene infatti che molte storie degli Anni Cinquanta e Sessanta abbiano ispirato gli scienziati della NASA a partecipare alla corsa allo spazio! Per mezzo di film distopici o quelli che ritraggono il potenziale della tecnologia, come la criopreservazione, la fantascienza ha preso in considerazione molte possibilità. Il mondo è molto cambiato nel corso dei secoli grazie all’ evoluzione della tecnologia, e nel Novecento abbiamo fatto passi giganteschi! In base alle premesse oggi in corso, chi può sapere dove saranno i nostri pronipoti alla fine di questo secolo? A volte spero, grazie alle procedure di criopreservazione, di essere ancora vivo per vederlo (risata)!».


Per lei, scrivere è una cosa davvero importante.


«Assolutamente sì, e lo è per molte ragioni. Non solo perché ne ho la passione, ma anche e soprattutto in quanto Madre Natura mi ha predisposto verso la conoscenza e la comunicazione, quindi sento il preciso bisogno di esercitare la mia mente in questa direzione: se passo del tempo senza leggere, accumulando conoscenza e scrivere, mi sento inutile. E’ una questione di conformazione personale, come nel caso di un muscolo che si atrofizza se non viene mai usato. E’ qualcosa di cui sento il richiamo, non un banale capriccio. Inoltre, l’ applicazione stessa della scrittura mi permette di mettermi alla prova in molti campi diversi, dalla scelta degli argomenti alla preparazione della trama e del testo. Direi che parlare e scrivere siano solo l’ atto finale: prima occorre avere ben presente che cosa dire, e come. Un vaso serve infatti a contenere un fiore, ma se rimane vuoto diventa inutile (risata)! Scrivere un racconto o un romanzo significa inventare una storia, del tutto oppure ispirandosi a qualcosa di vero, e raccontarla in modo chiaro, preciso, dettagliato, sensato e interessante. Occorre inoltre evitare ripetizioni e contraddizioni. Quindi, scrivere per me è importante perché costituisce la mia capacità fondamentale, e mi permette di imparare sempre cose nuove e tenere in esercizio la mia mente su più fronti diversi. E cerco di eccellere in ogni fase della preparazione di un testo ricordandomi ogni volta che questo alla fine verrà letto dal pubblico, con cui come autore stabilisco un preciso legame.».


Lei come si percepisce? Come si descriverebbe a qualcuno che le chiedesse chi è?


«Mi sento una persona indipendente, non conformista, portato a pensare e agire a modo mio. Sono molto curioso e avido di conoscenza e comprensione, socievole, cordiale, ironico, garbato e al tempo stesso so essere un po’ riservato e solitario. Pur amando la compagnia non ho il particolare bisogno di appartenere ad un gruppo. Ascoltare la mia coscienza e vivere secondo la mia esperienza, senza lasciarmi mai influenzare dagli altri, fosse anche la persona più dotta e saggia al mondo, è per me il valore più importante in assoluto. Non ho amicizie strette, ma riconosco il valore dell’ amicizia. So per esperienza diretta che è fondamentale non aderire agli schemi e alle convenzioni da cui siamo circondati, ma applicare ciò che impariamo in base a ciò che siamo. Metto in pratica l’ insegnamento ricevuto dai miei genitori, e ricordo l’ esempio di mia madre, persona particolare dai fermi principi e spontanea ed elegante nei manierismi che sempre tendeva a fare a modo proprio.».


La ringraziamo, e le auguriamo una buona Giornata nazionale della fantascienza.


«Grazie a voi, e altrettanto a tutti!».

mercoledì 25 dicembre 2024

Si può fare a meno della religione ma non della spiritualità

Giacomo Ramella Pralungo;


Nella giornata del Natale, Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa e articolista a sfondo storico e culturale, ex cristiano cattolico ed ex buddhista prima di scuola tibetana e poi Zen giapponese, oggi irreligioso, trasmette le proprie considerazioni in tema di religione e spiritualità.


Oggi si festeggia il Natale cristiano. Lei un tempo era credente, ora non più. Che cosa percepisce maggiormente in questi giorni di festa?


«Quando vengono viste dal di fuori, da una posizione equanime, le cose di solito vengono percepite con una maggiore chiarezza. Con l’ andare del tempo, guardandomi intorno, ho notato che appena si fa l’ ora di celebrare le ricorrenze religiose vi è una grande cura per l’ apparenza, tra addobbi, scambi di auguri e regali, pranzi e cenoni. Ben poche persone festeggiano con la giusta consapevolezza la ricorrenza del giorno, la maggioranza si limita infatti a portare avanti le consuetudini. Si dice che è sempre stato così (risata), a che serve ragionarci su? Io invece ho sempre pensato che se qualcuno segue una fede religiosa, qualunque essa sia, dovrebbe sapere con esattezza tutto ciò che fa e perché. Purtroppo, però, esistono persone che credono a tutto quanto ciò che viene loro detto, dicendo che ‘così dicono le scritture e insegnano i sacerdoti’, e altre che invece festeggiano senza mai pensare in alcun modo alla religione, solo perché tutti lo fanno da sempre. Sono atteggiamenti molto comuni, ma altrettanto sbagliati!».


Un tempo lei era credente ma poi si è allontanato dalla fede.


«Vero, sono stato cristiano cattolico ma smisi di credere quando avevo vent’ anni. Era l’ estate 2004. In realtà avevo qualche dubbio che mi portavo dietro da qualche anno sull’ invisibilità di Dio nel mondo e la presenza del dolore benché scritture e ordine sacerdotale lo descrivano come buono e onnipotente. Ricordo che cercai di capire studiando e discutendo con un amico parroco, ma alla fine mi resi conto che la religione non fa al caso mio. Nel 2015 richiesi e ottenni addirittura l’ annullamento del mio battesimo. Dal 2006 al 2016 circa sono stato buddhista, ma pur essendomi allontanato anche da quest’ altra fede, che per molti aspetti si basa sulle tipiche dinamiche di tutte le altre, sento che per molti altri ha fatto sue determinate idee profonde e concrete.».


Ora dice spesso che si può fare a meno della religione ma non della spiritualità.


«Sì, esattissimo. Può sembrare una contraddizione, ma in realtà è un concetto molto logico. La religione è un insieme di credenze, riti e preghiere, mentre la spiritualità è la cura dello spirito, che tutti noi abbiamo e va oltre le religioni. Anche molti atei sono dediti a forme di spiritualità. Io vedo qualcosa di spirituale in varie cose della vita quotidiana, forse addirittura tutte: cucinare, mangiare, andare per i boschi, accudire gli animali, scrivere, leggere. Tutto ciò che facciamo può essere spiritualità ad altissimo livello, e senza bisogno di ricorrere a entità spirituali divine o angeliche.».


Lei dice anche che se venisse confermata l’ esistenza di un Dio, la cosa non avrebbe la minima importanza per l’ umanità.


«E’ proprio così. Noi siamo esseri completi, nella nostra caducità. Siamo dotati di mente e cuore, quindi siamo padroni di noi stessi. Che cosa potrebbe conseguire la presenza di una qualsivoglia divinità? Si può anche partire dal principio di un Dio creatore e di un angelo custode, ma anche così la sofferenza e le difficoltà rimangono una realtà che neppure loro hanno saputo evitare. Non esiste altro che la nostra lotta contro il dolore, che ognuno di noi porta avanti da solo e con mezzi umani. Tutti noi abbiamo a disposizione la nostra intelligenza per trovare una via che ci porti oltre il dolore. Solo noi possiamo liberare noi stessi, con la forza del nostro spirito e l’ esercizio costante: solo così la nostra essenza, legata all’ essenza del tutto, emerge con chiarezza. Io penso che la vita consista nell’ opportunità di evolvere in qualcosa di meglio, e di conoscerci. Abbiamo già tutto ciò che occorre dentro noi stessi, questioni come la presenza o meno di una divinità non fa differenza.».


Il tema della religione rappresenta un argomento di grande interesse storico e culturale per lei, tanto che ne ha parlato in due suoi romanzi.


«Assolutamente sì, è un tema che nelle mie ricerche mi ha portato a considerazioni poco ovvie che ho espresso in ‘Fantasma del passato’ e ‘Sotto il cielo della Porta divina’. La religione è un prodotto umano che ci accompagna da sempre, e da un lato ha sicuramente portato all’ avvento di sistemi tradizionali custoditi dagli ordini sacerdotali, che spesso si sono occupati anche di politica, come la Chiesa cattolica al tempo dello Stato Pontificio, del lamaismo buddhista in Tibet e Mongolia o dell’ Iran degli ayatollah piuttosto che dell’ Afghanistan dei talebani. Dall’ altro, è anche vero che dà rifugio e conforto a molte persone che affrontano svariate difficoltà esistenziali. Il discorso è davvero molto ampio, come è tipico dei prodotti umani.».


Su che cosa si fonda la sua spiritualità?


«La mia spiritualità si fonda sulla mia esperienza personale e quotidiana. Faccio una ventina di minuti di meditazione ogni mattina, e in ogni cosa che faccio giornalmente cerco sempre di essere attento e consapevole, scoprendo cose nuove laddove mi è possibile. Credo di avere una spiritualità semplice e diretta, molto concreta (risata)!».


Che cosa pensa della religione nel mondo di oggi?


«Credo che oggi abbia i presupposti per vivere una rivoluzione, dato che siamo nell’ era delle informazioni. La gente di oggi è più colta, perché può accedere più facilmente alle notizie e addirittura immetterne, stimolando la discussione. La religione stessa, quindi, ha l’ opportunità di cambiare ed evolversi per adattarsi ai tempi come ogni altra cosa di questo mondo costantemente mutevole, svecchiandosi e facendo a meno del superfluo.».


Che cosa si sente di dire a chi è religioso?


«Se qualcuno si trova bene seguendo una religione, allora la segua con diligenza, e senza mai dimenticare di ragionare con la propria testa e con il proprio cuore. Non si commetta mai l’ errore di seguire un valore solo perché lo seguono tutti o perché viene insegnato da un maestro famoso e affascinante: ognuno di noi ha infatti una mente e un cuore che per nessun motivo deve mai tralasciare! C’ è un passo del Kalama Sutta, un famoso e apprezzato testo buddhista, in cui il Buddha Śākyamuni dice una cosa molto bella: ‘Non fatevi guidare da dicerie, tradizioni o dal sentito dire. Non fatevi guidare dall’ autorità delle sacre scritture né solo dalla logica o dall’ inferenza né dalla considerazione delle apparenze né dal piacere della speculazione né dalla verosimiglianza né dalla considerazione: ‘Il monaco è il nostro maestro’. Ma quando capite da voi stessi: ‘Queste cose non sono salutari, ma sono sbagliate e cattive, bandite dai saggi’, allora abbandonatele... e quando capite da voi stessi: ‘Queste cose sono salutari e buone, portano beneficio e felicità’ allora accettatele e seguitele.’.».

 

La ringraziamo per il bel tema affrontato con noi.


«Grazie a voi, è sempre un grande piacere. E buon Natale a tutti.».

venerdì 2 agosto 2024

Il viaggio di Giacomo nel «Mondo piccolo» di Don Camillo


Giacomo Ramella a Brescello;

Da anni appassionato della celeberrima serie cinematografica di Don Camillo, una produzione italofrancese, Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articoli storici, culturali e scientifici, si è recato a Brescello e Busseto, ove ha visitato i luoghi delle riprese e incontrato il figlio di Giovannino Guareschi, Alberto, che gli ha concesso un’ intervista…


Giacomo Ramella Pralungo ha uno sguardo entusiasta e un largo sorriso nel mostrare le fotografie scattate a Brescello e quella che lo ritrae con Alberto Guareschi. E lo ammette sinceramente: «Sono i luoghi della serie cinematografica con Fernandel e Gino Cervi, che ho visto molte volte sullo schermo, e lui è il figlio di Giovannino, il celebre giornalista e umorista parmense passato alla storia per la serie di ‘Mondo piccolo’ che ha per protagonisti Don Camillo e Peppone. E’ una persona molto cordiale, disponibile e preparata, di cui ho molto apprezzato la semplicità, l’ impegno e la serietà. Porta avanti splendidamente l’ eredità culturale del padre, che è davvero vasta e articolata e negli anni ha richiesto grande attenzione e ricerca. In questo è molto aiutato dalle due figlie, di cui ho conosciuto Antonia che è venuta molte volte nella mia Biella e ne ha un ricordo così bello e sentito che mi sono commosso. Li ammiro molto, li considero un vero esempio della valorizzazione della cultura che in Italia dà risultati importanti se svolta come si deve, e mai mi sarei aspettato di conoscere di persona figlio e nipote del grande Giovannino! Lui stesso fu un grande della letteratura italiana e, prima di tutto, un uomo ammirevole in quanto spirito libero sempre pronto a dare ascolto alla propria coscienza anziché alle convenzioni: una preziosa qualità che ha trasmesso ai suoi più celebri personaggi, Don Camillo e Peppone.».

Libreria di Giovannino Guareschi, Roncole Verdi;


Gli chiediamo come si sia imbattuto nel famoso scrittore della Bassa, al che l’ autore biellese risponde: «Nel 2010, quando ancora vivevo in Africa occidentale e tornavo a Biella in occasione delle festività natalizie, un caro amico che ora è morto mi prestò il libro ‘Don Camillo’, edito nel 1948 e primo della fortunata serie che lo avrebbe reso tanto popolare. Purtroppo le circostanze non mi permisero di leggere quel testo, che peraltro era abbondante, ma mi ripromisi di rimediare al più presto perché ne conoscevo il pregio. Qualche anno dopo, nel 2014, un altro amico mi diede una chiave USB con alcuni film scaricati dalla rete, molti di essi classici del cinema italiano ma anche straniero. Tra questi vi era la serie cinematografica con Fernandel e Gino Cervi tratta dai libri di Guareschi. La vidi e rimasi definitivamente colpito dal riuscito ritratto dell’ Italia del secondo dopoguerra che ne emergeva, fatto di ironia, simpatia e buonsenso in tempi duri e di forte polemica sociale e politica portata avanti dai pilastri della vita nazionale, ossia democristiani, comunisti e clero cattolico.».

Visita al Museo Peppone e Don Camillo;


Una passione che lo accompagna ancora oggi, e che nel tempo lo ha portato a fare molta ricerca su chi fu Guareschi e, nel 2023, a leggere finalmente «Don Camillo», preso in prestito alla biblioteca civica di Pollone, paesello confinante con il suo, onorando il vecchio amico defunto nel frattempo, mentre tra la fine dello stesso anno e l’ inizio del 2024 acquistò la riedizione dei sette libri di «Mondo piccolo» uscita in edicola: «Venni casualmente a sapere che sarebbero usciti uno per settimana, e non potei resistere! Guareschi ha uno stile di scrittura semplice e gradevole, nei suoi libri tocca temi quotidiani e, più in generale, tipici della vita delle persone, in cui tutti i lettori possono riconoscersi. Nelle vicende di ‘Mondo piccolo’ in particolare io vedo molte cose vere sull’ Italia e gli italiani del tempo, di cui gli anziani che ho conosciuto mi hanno a lungo e piacevolmente parlato raccontandomi i loro ricordi. Questo grande scrittore della Bassa è stato abile nel pennellare un quadro vasto e dettagliato in chiave ironica, essendo convinto che si debba imparare a ridere di sé stessi e ad agire secondo la propria coscienza, senza attenersi alle consuetudini o addirittura voltare gabbana a seconda del momento.».

Sotto il crocifisso parlante;


Il 28 dicembre 2023, prosegue il romanziere e articolista, il professor Alessandro Barbero andò in visita alla biblioteca civica di Biella per la presentazione di un suo libro, e un caro amico che in quei giorni era assessore alla cultura del comune di Biella e aveva conosciuto Alberto, gli diede la possibilità di contattarlo: «Ho tentennato per qualche tempo, per ovvie ragioni. Volevo essere adeguatamente preparato prima di stabilire un contatto, non volevo passare per il solito semplice ammiratore. Il mio amico assessore mi ha detto che Alberto, dalla morte della sorella Carlotta nel 2015, era rimasto solo con le due figlie a curare la Casa - Archivio Guareschi di Roncole Verdi, frazione di Busseto, in provincia di Parma, la stessa ove nacque Giuseppe Verdi e il padre Giovannino è sepolto. Solo a giugno di quest’ anno l’ ho infine contattato telefonicamente, avendo la bella opportunità di parlare con la figlia Antonia, e durante la cordiale conversazione è nata l’ idea di realizzare un’ intervista da far uscire sui giornali di Biella, complice una visita di Alberto nel 1993 nella nostra città per un evento culturale in occasione della quale fu ospite della municipalità. Insieme all’ intervista, che ho fatto uscire sia su ‘Newsbiella’ che su ‘Il Biellese’, ho realizzato anche un pezzo sui biellesi che negli anni hanno visitato il Museo Peppone e Don Camillo di Brescello.». Proprio alla fine della preparazione di questo lavoro sui giornali, Giacomo ha saputo che a Brescello si sarebbero tenuti i provini in previsione di un film su Guareschi diretto da Andrea Porporati, regista e produttore: «Mi sono immediatamente recato in treno a Brescello martedì 30 luglio, partecipando al provino, e appena finito ho visitato il Museo Peppone e Don Camillo. Il giorno dopo sono stato da Alberto a Busseto.».

La tomba di Guareschi, a Roncole Verdi;


Alla domanda di come sia stato visitare il paese cinematografico del parroco irascibile e manesco ma buono e generoso, dalla forte vena anticonformista, a Giacomo brillano gli occhi: «E’ stata un’ esperienza fondamentale per me, ciò che ho più volte visto in televisione e letto nel primo libro è infatti divenuto reale! Per prima cosa ho partecipato al provino per il film biografico ‘Giovannino Guareschi’, prodotto da ANELE in collaborazione con la RAI e diretto da Andrea Porporati, e che ricoprirà il periodo dal 1943 al 1952, cioè dall’ arresto e la prigionia nel lager nazisti fino all’ uscita del film ‘Don Camillo’. Poi ho visitato il Museo Peppone e Don Camillo, ricco di materiale fotografico e di scena come gli scatti durante le riprese con didascalie che spiegano le tappe fondamentali della produzione e oggetti di scena come il tavolo che il parroco tira in testa ai giovani comunisti venuti dalla città, la grande tonaca del terzo film, il bastone di pioppo che si porta in Vaticano, il fucile, le biciclette e il sidecar, il simbolo della falce e martello che il gruppo comunista porta con sé in Unione Sovietica. La direzione del Museo ha cercato di avere anche il crocifisso parlante, ma il parroco è stato inflessibile e oggi è possibile scorgerlo in una saletta alla sinistra dell’ ingresso della chiesa parrocchiale. Dopo il Museo ho visitato la piazza, in cui la parrocchia e il comune che si guardano dai due lati opposti; sono stato in chiesa, ove ho visto e toccato il leggendario crocifisso parlante, esperienza molto forte! Ho visto poi le statue di Don Camillo e Peppone che si guardano da lontano, passeggiato nei celebri viali con i portici, sono stato sotto la campana Sputnik, ho visto il carro armato e la locomotiva, e infine ho visitato la Madonna del Borghetto. Quando sono arrivato al Bed and breakfast ove mi ero prenotato ho poi avuto una bella sorpresa: sorgeva nel luogo in cui in ‘Don Camillo e l’ onorevole Peppone’ partono con il carro armato che era rimasto nascosto sotto un cumulo di fascine fin dal 1945, e di cui ora devono urgentemente disfarsi per evitare guai con le autorità (risata)! Insomma, quando rivedrò i film e inizierò a leggere i libri sarò personalmente coinvolto, ricorderò luoghi che ho visto con i miei occhi! Questo viaggio è stata un’ opportunità di arricchimento che ogni vero estimatore di quest’ epopea dovrebbe fare, è un po’ come andare a Gerusalemme e dintorni o alla Mecca per ebrei, cristiani e musulmani.».

Con Alberto Guareschi, Roncole Verdi;


E, soprattutto, questo viaggio lo ha condotto all’ incontro con la famiglia Guareschi, che Giacomo narra sorridendo con entusiasmo: «E’ stato davvero un grande onore, ve lo garantisco! Non me lo sarei mai aspettato, sono sincero. Ho stretto la mano di Alberto e visitato la Casa - Archivio, posta nella vecchia osteria pensata e aperta da Giovannino nel 1957 e che oggi tramanda il ricordo della sua opera letteraria e culturale. Ho dialogato con Alberto ricordando suo papà e ciò che ha rappresentato: secondo lui fu molto apprezzato dal pubblico, e lo è tuttora, perché ebbe l’ idea geniale di ‘inventare il vero’, cioè di basarsi sui valori semplici e concreti della vita e ambientarli nelle realtà locali, in cui noi tutti viviamo, immaginando il meno possibile. Perfino i suoi personaggi erano basati su cose e persone vere. In questo abbiamo entrambi concordato che era molto vicino a Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, che ironizzavano sulle cose quotidiane, ricche di significato, e addirittura interpretando sé stessi. Abbiamo anche toccato il tema della prigionia nei lager nazisti: Giovannino rifiutò di arruolarsi per la Repubblica Sociale Italiana e fu mandato a Częstochowa e Beniaminów, in Polonia, e poi a Wietzendorf e Sandbostel, in Germania, mentre il mio bisnonno paterno dopo l’ 8 settembre 1943 fu internato ad Auschwitz perché italiano residente in Francia, che allora era territorio del Terzo Reich. Questo ci ha portati a condividere il pensiero secondo cui le dittature o totalitarismi sono sempre fenomeni che coinvolgono più persone, sarebbe riduttivo dare tutta la colpa al solo dittatore perché non può agire da solo, senza una schiera di gerarchi anche più fanatici di lui o una folla osannante sempre pronta ad acclamarlo. Gandhi in India lo confermò con la disobbedienza civile contro l’ Impero britannico, la maggiore potenza dell’ epoca.». E una delle vignette più suggestive di Giovannino toccò proprio la contraddizione dell’ antifascismo italiano, dettaglio che Giacomo riferisce divertito: «Alberto mi ha raccontato di questa caricatura in cui Giovannino ritrasse due uomini in mongolfiera su due Italie distinte, una fascista e l’ altra antifascista. Questi due personaggi osservano dall’ alto e in sicurezza l’ evolversi della situazione, evidentemente in attesa di fare l’ atterraggio nel luogo più opportuno (risata)! Proprio come disse Sir Winston Churchill, che in quegli anni ironizzò sul fatto che un giorno in Italia vi fossero quarantacinque milioni di fascisti mentre il giorno successivo vi fossero quarantacinque milioni di antifascisti e partigiani benché dai censimenti non risultassero novanta milioni di italiani…».

Alberto dedica le copie dei libri di Don Camillo;


Ci mostra i sette libri della serie di ‘Mondo piccolo’, con una certa emozione: «Questo incontro mi ha veramente toccato il cuore. E’ stata innanzitutto un’ esperienza personale. Alberto ha firmato una dedica a tutte le mie copie dei libri di Don Camillo, che ora sento infinitamente arricchite. Io gli ho donato una copia del mio ‘L’ angelo custode’, che ho scelto con attenzione tra tutti gli altri, ovviamente accompagnato da dedica. Alberto mi ha detto che l’ avrebbe inserito nella biblioteca della sua associazione, il Club dei Trentatré di cui peraltro è membro Giuseppe Sacchi, il fondatore di Telebiella, la prima TV privata italiana, e guarda caso di Biella! Sacchi fu peraltro uno dei pochi a presenziare al funerale di Giovannino, che ovviamente fu evitato dalle persone importanti e famose. Ho davvero avuto un’ opportunità rara e preziosa, non mi sembra vero! Sono onorato davvero. Sua figlia Antonia è una piacevole conversatrice, mi ha parlato del bel ricordo di Biella e delle sue amicizie tra i biellesi, il mondo è davvero piccolo! Sono veramente lieto di aver incontrato persone magnifiche con cui ho toccato molti argomenti di grande interesse, sento di aver fatto un’ esperienza fondamentale nel mio percorso di vita e culturale: sono queste le cose che fanno crescere! Ho imparato molto e iniziato a comprendere di più la vastità del cosiddetto ‘Mondo piccolo’ che Giovannino ci presentò con entusiasmo e amore dal 1948 in poi.».

Il primo libro della serie, con dedica;


Dopo l’ incontro con Alberto e Antonia, il giovane autore di Biella si è recato al vicino cimitero, visitando la tomba di Giovannino. Ne parla con vivo coinvolgimento: «E’ stata una tappa assolutamente importante, che non poteva mancare. Ha davvero completato l’ esperienza del mio viaggio. Dopo aver calcato i luoghi della serie cinematografica sulla via di Fernandel e Gino Cervi e aver incontrato suo figlio, mi sono recato al suo luogo di sepoltura. Volete sapere che cosa ho provato alla sua tomba? Ho percepito una grande forza osservando la lapide con la scultura del suo volto dai tratti duri, gli occhi espressivi e i celebri folti baffoni. Ho avvertito quanto quest’ uomo dovesse essere saldo e convinto di ciò che pensava, faceva e diceva. Credo che la sua sola presenza imponesse rispetto, e al tempo stesso emanasse bontà, positività e simpatia.».

L’ intervista su «Il Biellese»;


Per il giovane autore di Biella, Guareschi è una firma di cui l’ Italia dovrebbe andare particolarmente fiera, un degno esempio del nostro importante e vasto patrimonio culturale e letterario, eppure, come spesso accade, non viene valorizzato quanto meriterebbe dalle istituzioni culturali e politiche: «Ne ho parlato con Alberto, che subito ha concordato aggiungendo che suo padre paga tuttora il fatto di non essersi mai piegato agli schemi e al sistema, dava infatti fastidio perché ragionava con la propria testa, non seguiva le consuetudini e diceva sempre quello che pensava, spesso esprimendo forti critiche alle alte personalità: è noto che con Alcide De Gasperi ebbe rapporti piuttosto tesi! Le sue opere hanno venduto venti milioni di copie e sono state tradotte in molte lingue. Hanno raggiunto tutta l’ Europa così come l’ America e l’ Asia. Insomma, parliamo di un autore arrivato ad un pubblico veramente vasto e variegato a cui ha saputo comunicare qualcosa di importante. Se i dignitari politici e culturali lo disdegnarono, la gente comune lo apprezzò molto. Fu uno spirito libero, un anticonformista, ma di fermi principi e sempre in polemica con i potenti, fossero essi democristiani, comunisti e sacerdoti cattolici: per lui infatti il primo dovere di una persona è ascoltare la propria coscienza, agire secondo la propria esperienza diretta anziché secondo le consuetudini o ciò che dicono gli altri. Amante della libertà, devoto cattolico, convinto monarchico e patriota, reduce dei lager nazisti: le sue molte opere toccarono tutti questi temi con semplice e gradevolissima ironia, era infatti convinto che ridere fosse importante e che far ridere fosse una cosa seria. Nelle nostre scuole, però, non viene mai insegnato come si dovrebbe, neppure al liceo se non in occasione di qualche rara eccezione costituita da qualche oculato insegnante o dirigente scolastico che prende l’ iniziativa! Dovrebbe invece avere un degno posto accanto ad Alessandro Manzoni e tanti altri autori classici italiani anche solo per l’ importanza che il principio dell’ umanità e del libero arbitrio riveste nelle sue narrazioni, specialmente l’ epopea di Don Camillo...».

Il braccio di ferro tra umano e macchina

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