lunedì 29 giugno 2020

Il dialetto, un anacronismo



Quella tra lingua e dialetto è una singolar tenzone antica che da sempre divide popolo e studiosi. Se non vi è differenza tra loro a livello idiomatico, su quello formale è ben diverso: la prima ha un carattere di ufficialità che viene negato al secondo, per via di cause soprattutto storiche e sociali. Tale discrepanza presenta comunque un forte riflesso linguistico. Giacomo Ramella Pralungo, romanziere di fantascienza e articolista storico, è un convinto difensore della lingua italiana, e riconosce al dialetto un’ importanza storica e culturale che tuttavia oggi non ha più su quello pratico: «La storia fa costantemente il suo corso, come dimostrato dal greco antico e dal latino, oggi tramandati come utile elemento di studio al fine di preservare la comprensione di due celebri e potenti popoli antichi, che molto hanno dato al mondo e che hanno modellato l’ Europa. Oggi, i dialetti hanno semplicemente imboccato questa particolare strada, mentre l’ italiano è sempre più la lingua del presente e del futuro.».

Mentre sorseggia un buon tè verde in veranda, sfogliando di tanto in tanto le pagine di un album fotografico ritraente varie città e regioni d’ Italia al calar della notte in una successione di fotografie incantevoli, Giacomo espone i suoi dubbi in tema di dialetto: «La mia opinione? Penso che il dialetto si tratti di un anacronismo, una forma di linguaggio che ha fatto il suo tempo, come è nella natura di tutte le cose.». Aggiunge che si tratta di una cosa bella da sentire e da parlare, che abbia una precisa importanza storica e culturale, che però ha ben poco a che vedere con il mondo di oggi: «L’ Italia è un Paese fortemente variegato al suo interno, con tradizioni molto diverse e persino parlate locali particolari. Tutto ciò in condizioni normali rappresenta una notevole ricchezza, ma siamo anche una nazione complicata, fortemente campanilista e differenziata al suo interno. Ed ecco che quanto potrebbe giovarci finisce piuttosto con il recarci danno. Siamo molto diversi dalla Francia, lo Stato unitario per antonomasia, una nazione omogenea in cui il popolo si sente ben più unito sotto quasi tutti gli aspetti, anche linguistici e architettonici, e che si presenta unito e fiero di fronte al resto del mondo. Per secoli gli italiani di una regione hanno percepito come nemici più gli abitanti di una regione o una provincia vicina piuttosto che i francesi o gli austriaci, le principali potenze militari e imperialistiche, e questo ha impedito la nostra vera unificazione. Sono fermamente convinto che la sopravvivenza dei dialetti nell’ Italia di oggi ricada ampiamente in questo discorso di discordie e settarismo.».
Lo scrittore afferma che da molti anni ama leggere le pagine relative all’ unità d’ Italia, e sente che la parlata dialettale aveva propriamente senso allora, prima della riunificazione: «Con la caduta dell’ Impero romano d’ Occidente, il latino si frammentò e si mischiò con gli idiomi locali e quelli barbarici, dando origine al variegato panorama delle lingue volgari. In questa stessa culla si svilupparono quelli che in seguito sarebbero divenuti i dialetti che conosciamo noi oggi, accompagnati in un certo modo dall’ italiano, per secoli in costante evoluzione pur avendo un ruolo marginale.». I dialetti, infatti, erano le lingue dei rispettivi popoli italiani, mentre il nascente italiano era quella dei dotti e dei letterati, così come il latino corrispondeva a quello dei giuristi e dei religiosi. Tutto cambiò nell’ Ottocento, con i vari movimenti culturali, politici e sociali che promossero la riunificazione nazionale sulla base di ideali romantici, nazionalisti e patriottici che portarono alla proclamazione del Regno d’ Italia, in una serie di guerre, accordi diplomatici e annessioni territoriali che ebbero fine nel 1918, al termine della Grande Guerra. La lingua italiana si ritrovò pertanto tra gli elementi più importanti della riunificazione sul piano sia culturale che formale e burocratico, sebbene fino alla metà del Novecento una larga parte della popolazione, soprattutto le classi meno abbienti, come i contadini e gli abitanti delle periferie, continuarono a parlare i dialetti locali non potendo permettersi il lusso di andare a scuola, ove era incoraggiata. All’ indomani del 1861, infatti, solo il due virgola cinque percento degli italiani conosceva l’ italiano, anche solo in forma orale, mentre nel 1951 il sessantacinque percento della popolazione usava ancora il dialetto in qualunque circostanza: «Siamo una nazione relativamente giovane sulla scena europea, anche più di alcune nazioni sudamericane, e all’ inizio della nostra storia eravamo particolarmente indietro in confronto ai Paesi confinanti, con un tasso di analfabetismo e condizioni di vita che in campagna erano rimaste a livelli praticamente medievali. Soffrivamo ancora di determinate malattie che in buona parte d’ Europa erano state già debellate da lungo tempo. Fortunatamente ci siamo molto evoluti da allora, ma se vi è stata l’ unità politica, è purtroppo mancata quella culturale e quindi linguistica, tanto che ancora oggi molta gente di mia conoscenza continua a ritenersi piemontese, lombarda, veneta o altro, difendendo la superiorità del proprio dialetto sull’ idioma nazionale: suonano tristemente veritiere le parole di Massimo d’ Azeglio, il celebre patriota che fu Primo ministro del Regno di Piemonte e Sardegna tra il 1849 e il 1852, secondo cui purtroppo si è fatta l’ Italia, ma non gli italiani!».
Tutto ciò, prosegue, gli pare molto triste per una nazione che dal 1975 siede con onore nel Gruppo dei Sette: sente con convinzione che nell’ era dell’ unità nazionale vi dovrebbe essere la consapevolezza di essere tutti indistintamente italiani da Bressanone a Lampedusa, da Oulx a Lecce, quindi ancorarsi a cose del passato come i dialetti gli pare proprio come una negazione di quest’ unità, un mancato riconoscimento dell’ impegno di tutti coloro che, in un modo o nell’ altro, parteciparono al Risorgimento. Moltissimi patrioti di ogni schieramento persero la vita in battaglia, contribuendo a consegnarci un’ unica nazione con un unico popolo, e parlare ancora oggi i dialetti nella vita di tutti giorni è forse una delle più evidenti mancanze di considerazione nei loro riguardi.
Il Tricolore, simbolo dell’ unità nazionale, svetta sul Quirinale;

I dialetti locali rappresentano una delle più forti barriere all’ unità nazionale, afferma Giacomo, che tuttavia ripete di ammetterne il valore storico: «Per lungo tempo, i dialetti sono stati il linguaggio fondamentale nello scenario preunitario. Studiarli come il greco antico e il latino significa comprendere e ricordare come eravamo una volta, ma occorre tenere presente che oggi hanno perduto la loro ragion d’ essere: viviamo in un tempo in cui ogni cosa è profondamente diversa dalla metà dell’ Ottocento e dai secoli precedenti, pertanto bisogna ragionare in termini più moderni, ampi e nazionali. Ho la ferma sensazione che continuare a parlare in dialetto oggigiorno sia antitaliano, ben contrario all’ impegno e al sacrificio di tutti coloro che parteciparono al Risorgimento, spesso morendo sul campo o dedicando una lunga vita in altri ambienti.».
L’ autore si dice convinto che il problema di base si trovi nella mentalità degli italiani, tuttora animata da pregiudizi e classificazioni molto radicati, tipici dell’ era preunitaria: «Ancora oggi siamo largamente divisi secondo criteri regionali, e trovo che la cosa non ci faccia affatto bene. Come possiamo presentarci di fronte al mondo come una nazione se continuiamo a nutrire antipatie e preconcetti reciproci tra siciliani e campani, laziali e calabresi, settentrionali e meridionali? E’ molto difficile. Siamo proprio un Paese contradditorio, e i dialetti sono stati ridotti ad una pretesa di superiorità nei confronti di chi ci circonda senza piacerci…».
A questo proposito, aggiunge che non gli garba affatto sentirsi chiamare «piemontese»: «Mio padre è di Biella, mentre mia madre era di Pavia. Lasciando per un momento da parte il discorso dell’ italianità, trovo piuttosto grave sentirmi descrivere come unicamente piemontese, perché significa negare che ho avuto una madre, con la sua provenienza territoriale. La mia duplice discendenza mi permette di sentirmi più italiano della maggior parte dei miei vicini di casa e dei miei stessi parenti. Ecco perché la lingua italiana mi è tanto cara e mi è ormai chiaro quanto il dialetto sia qualcosa di più limitante e di valore strettamente storico, da trattare con riguardo accademico ma senza aggrapparsi ad esso come una cosa necessaria a livello pratico e quotidiano. I veri piemontesi, oggi, riposano tutti nelle proprie tombe da oltre centocinquant’ anni (risata)…».
L’ Italia vista dai satelliti: una e senza confini;

Giacomo sente molto il valore dell’ italianità, pur precisando di essere in parte di discendenza straniera attraverso la madre, la cui famiglia ha un’ antica provenienza ispanica ed argentina, altra cosa di cui non nasconde un certo vanto: «Il fatto di essere un po’ italiano e un po’ straniero mi aiuta a vedere le cose in maniera più ampia, senza cadere nella trappola del nazionalismo, o del campanilismo a cui accennavo prima. In confronto al novanta percento degli italiani sento comunque di avere le idee più chiare in fatto di nazionalità e quindi lingua. Sono beatamente ispirato alle parole di D’ Azeglio: fatta l’ Italia, si facciano gli italiani! Ricordiamo pure i dialetti, come si fa con gli idiomi antichi, ma non consideriamoli più la nostra lingua madre. Riscopriamo piuttosto il valore e la sostanza della lingua italiana, una delle più raffinate, ricche e apprezzate al mondo, per quanto difficile da padroneggiare, e che forse rappresenta l’ elemento che più ci unisce come popolo!». Quando casualmente gli diciamo che abbiamo notato che parlando non utilizza mai parole inglesi, annuisce fermamente con un sorriso, rispondendo che si tratta di una sua particolare battaglia contro il miscuglio di lingue, che porta avanti anche nei suoi testi, siano essi libri di narrativa o articoli: «Oggi, conoscere l’ inglese è fondamentale perché ci consente di stabilire solidi contatti con il resto del mondo, e penso che tra qualche tempo saremo tenuti ad imparare il cinese per la stessa ragione, visto il crescente peso che la Cina ha accumulato e che tuttora sta guadagnando sulla scena mondiale. Conoscere altre lingue rappresenta un vero patrimonio, ma il mischiarle tra loro mi pare proprio una sciocchezza del tutto inutile e che aborrisco. Io conosco l’ inglese e ne confermo l’ utilità, ma amo l’ italiano così com’ è, e proprio non vedo che cosa ricaverei di buono diluendola con un’ altra lingua, sia essa l’ inglese o una qualsiasi altra…».

martedì 2 giugno 2020

«Ogni 2 giugno io ricordo Sua Maestà»



Seduto in salotto davanti al televisore, Giacomo Ramella Pralungo, romanziere e articolista storico, osserva i filmati storici alternati ad altri più recenti sulle celebrazioni della Festa della Repubblica Italiana, che quest’ anno non viene festeggiata in ottemperanza alle disposizioni del Quirinale a causa dell’ emergenza relativa alla pandemia di COVID-19. Di tanto in tanto sfoglia le pagine di un saggio storico, «I Savoia - Novecento anni di una dinastia», del giornalista e politico Gianni Oliva, che definisce un gradevole affresco di un casato le cui vicende si intersecano saldamente con la storia sia europea che italiana: «Inizialmente conti di Savoia, di Moriana, Belley, Sion e Aosta, nonché signori delle vie di Francia che passavano per il Moncenisio e il San Bernardo, in un secondo momento divennero duchi di Savoia, dominando tra il Rodano e il Po. Nel Settecento furono re di Sardegna, e si inserirono negli equilibri della penisola italiana, e dal 1861 al 1946 detennero la corona del Belpaese. Questa dinastia alpina, di provenienza francese, quando ancora era piccola e non ricca, quindi ben poco potente di fronte a francesi, spagnoli e austriaci, grazie ad un’ abile politica estera e matrimoniale seppe creare un conveniente Stato cuscinetto a ridosso dei valichi montani, dividendo in tal modo le grandi potenze del momento di cui schivò le ambizioni e restando al potere per ben novecento. Nel 1946 era la più longeva di tutte le famiglie reali europee, eppure da quando esiste la Repubblica ne abbiamo un’ idea alquanto inesatta e ostile.».
Il Duca Amedeo di Savoia Aosta, capo di Casa Savoia;

Alla domanda su come viva la giornata di oggi, il 2 giugno, Giacomo risponde di sentirsi diviso tra sentimenti diversi: «Come italiano mi piace guardare in televisione la sfilata militare, che trovo molto bella, tra le pochissime cose che attualmente avvicinano e uniscono la gente. Come monarchico, invece, non è mai un giorno felice per me. Per ironia della storia, le unità militari coinvolte nei festeggiamenti della Repubblica furono costituite proprio dai Savoia, ma le generazioni attuali pensano che tutto sia iniziato con il referendum istituzionale del 1946. Io, invece, ogni 2 giugno ricordo Sua Maestà.».
Lo scrittore racconta di essersi avvicinato gradualmente all’ ideale monarchico a seguito dei pareri favorevoli che udiva fin da bambino dalla madre, nata nel 1943, in piena Seconda Guerra Mondiale e poco prima dell’ avvento della Repubblica. A diciotto anni si sentì certo di essere monarchico e da allora studiò la storia di Casa Savoia, il Risorgimento e gli eventi del Regno d’ Italia, seguendo le vicende dei reali deposti sia durante che dopo l’ esilio, disposto con la XIII Disposizione Transitoria del 1947 e terminato con la legge costituzionale del 23 ottobre 2002. Dal 1983, l’ ex famiglia reale è coinvolta in una disputa dinastica che contrappone il principe Vittorio Emanuele, figlio dell’ ultimo re, Umberto II, e il cugino Amedeo di Savoia-Aosta nella contesa del titolo di capo della dinastia: «Ho sempre appoggiato il Duca Amedeo quale legittimo pretendente al trono italiano. La questione dinastica ruota attorno al fatto che il Principe Vittorio Emanuele abbia perso lo status di principe ereditario, con il conseguente passaggio dei diritti dinastici al V Duca di Aosta, a causa del matrimonio con Marina Doria senza l’ esplicito consenso del padre Umberto nella sua veste di sovrano, il cosiddetto regio assenso, così come stabilito dalle regie patenti del 13 settembre 1782, introdotte da re Vittorio Amedeo III di Savoia.». Ogni famiglia reale ha le sue regole, e i Savoia continuano a rispettare le proprie pur non regnando più. Tuttavia, aggiunge che a questo motivo ufficiale si aggiungono i numerosi procedimenti giudiziari che hanno contrassegnato la vita del figlio dell’ ultimo re, più volte imputato per traffico internazionale di armi, omicidio e porto abusivo di arma da fuoco, affiliazione alla P2 e corruzione e sfruttamento della prostituzione, oltre che le polemiche suscitate dalle sue molteplici topiche: «Ho sempre sostenuto che l’ esilio che gli fu imposto analogamente a suo nonno e suo padre fosse un’ esagerazione e che si ritrovò a pagare per colpe non sue, tuttavia a causa delle sue figuracce madornali causate da dichiarazioni che hanno denotato una certa impreparazione sono fermamente convinto che il suo capo non sia adatto a portare la corona nazionale. Quello del Duca Amedeo, invece, le darebbe un prestigio infinitamente superiore.».
Re Umberto II, la Regina Maria Josè e i figli nel 1946;

Giacomo prosegue dicendo che a causa di una certa propaganda equivoca tutta repubblicana, Casa Savoia oggi non gode di un giudizio generalmente lusinghiero da parte del popolo italiano, che in parte è stato influenzato dagli antimonarchici in generale e dagli anti fascisti, dai comunisti e socialisti in particolare, e in parte addirittura ignora come funzionasse il sistema monarchico nell’ Ottocento e nel Novecento: «Ho sentito con le mie orecchie molti italiani accusare la monarchia di essere un sistema arbitrario e privo di libertà e democrazia, in cui il sovrano ha in mano ogni potere, e che solo la Repubblica incarna gli ideali di armonia e giustizia oggi tanto necessari. A me queste parole hanno sempre fatto venire in mente l’ Ancien Régime del Re Sole (risata)! L’ italiano medio ignora la propria storia, perché con la Rivoluzione francese prima e i moti del 1820-21 e del 1830-31, e la rivoluzione del 1848 poi l’ assolutismo e i governi della Restaurazione caddero in favore delle monarchie costituzionali e parlamentari, nelle quali il re detiene i tre poteri ma li delega a governo, Parlamento e magistratura. I Savoia fecero altrettanto al tempo di Carlo Alberto, che promulgò lo Statuto Albertino nel 1848: noi siamo stati una monarchia costituzionale la cui struttura è stata preservata con ben poche varianti dalla Repubblica. La gente non sa che nella beneamata Repubblica vi è ancora moltissimo dell’ odiata Monarchia (risata)!».
Re Umberto il primo giorno di regno, 9 maggio 1946;

In questo clima di confusione e disinformazione, racconta, Casa Savoia è stata genericamente sottoposta ad una condanna della memoria a causa della docilità di re Vittorio Emanuele III nei confronti di Benito Mussolini e delle sue iniziative, finendo per diventare il capro espiatorio di tutti i mali: «La famiglia reale fu espropriata dei suoi beni e costretta ad un esilio perpetuo che non cessò neanche con la morte in Egitto di Vittorio Emanuele e di suo figlio Umberto in Svizzera. La salma del primo venne trasferita da Alessandria d’ Egitto al Santuario di Vicoforte solo alla fine del 2017, insieme a quella della moglie, la regina Elena, mentre quella del secondo riposa ancora all’ Abbazia di Altacomba, nella Savoia francese, insieme a quella della propria sposa, la popolarissima regina Maria José.».
Come se non bastasse, continua l’ autore, l’ Italia ha dimostrato di essere il Paese dei due pesi e delle sue misure, dal momento che dal 1945 in avanti non ha mai preso alcun provvedimento contro i figli e i nipoti di Mussolini, consentendo loro di vivere in pace entro i confini nazionali, e senza confische patrimoniali: «Com’ era logico che fosse, nessuno ha mai pensato di rivalersi sulla vedova Rachele Guidi e gli orfani Edda, Vittorio, Romano e Anna Maria per ciò che il terribile Duce aveva fatto. E la famiglia Mussolini ha sempre vissuto decorosamente e in disparte, senza mai importunare nessuno o attirare l’ attenzione. Ai perfidi Savoia nulla fu invece risparmiato…».
Alla domanda su che cosa della Monarchia lo attragga in particolare, Giacomo riflette con attenzione per qualche istante, prima di rispondere che per quanto possa apparire antiquata, rigida e ridicolmente cerimoniosa, i Paesi europei più moderni e progrediti sotto il profilo civile e politico sono proprio quelli a profilo monarchico, soprattutto nell’ Europa settentrionale: «Penso che la Monarchia sia un fatto tribale, del popolo. Incarna lo spirito della nazione, quindi non appartiene agli ottimati o alle cerchie intellettuali, e si sforza tramite una certa immagine di dare il buon esempio. Riesce a garantire equilibrio al Paese perché il sovrano non viene eletto: un repubblicano potrebbe parlare di un principio antidemocratico, ma proprio per il fatto di non essere stato eletto dal Parlamento lo stesso monarca riesce ad essere effettivamente neutrale, come si conviene ai capi di Stato. E non dimentichiamo che il principe ereditario viene educato in modo molto fermo e attento fin da bambino. Lo trovo un sistema molto positivo, per quanto anche in una Monarchia vi siano alcuni difetti e problemi così come se ne trovano altrettanti in una Repubblica.».
Sorridendo affabilmente, aggiunge che un re è preparato fin da bambino a svolgere il suo compito e una volta succeduto al predecessore sa come comportarsi e rappresentare al meglio il suo Paese. Vincola le strutture fondamentali dello Stato, tra forze armate, diplomazia, magistratura e alta amministrazione alla Corona, proteggendo tali importanti uffici dalle pressioni e invadenze dei partiti e dai rispettivi interessi evitando che coinvolgano l’ istituzione simbolo dell’ unità nazionale. Peraltro, avendo un mandato a vita, un re ha una visione a lungo termine e non a breve come quella di un politico, che una volta eletto si concentra sulla breve durata del proprio mandato e cerca ovviamente di essere riconfermato. Sebbene sia vero che ci sono sovrani sia buoni che cattivi, va considerato che i monarchi di oggi hanno un potere veramente limitato, pertanto un regnante non all’ altezza avrebbe veramente poche possibilità di danneggiare la nazione mentre un cattivo Presidente della Repubblica può per statuto nuocere assai di più: «Vi è poi un altro fattore da non trascurare, ossia il fatto che la Monarchia di qualunque Paese riesce a creare l’ atmosfera di una grande famiglia, sia nei momenti di gioia che in quelli di dolore: un membro della casa reale è sempre vicino alla popolazione e ne condivide felicità e tristezze. Ciò ha anche effetti sull’ economia: un matrimonio, un anniversario e anche un funerale sono fonte di attrazione per moltissime persone che sul posto consumano, dormono e acquistano souvenir. Cosa che in una qualsivoglia Repubblica non è mai accaduto. La Francia repubblicana, ad esempio, mai ha visto la folla che vi fu a Windsor per il matrimonio di Henry e Meghan o le migliaia di persone per le strade di Bucarest in occasione del funerale di Michele I. Se a Londra le persone fanno la fila per visitare Buckingham Palace e a Monaco Vecchia per vedere il Palazzo dei Principi di Monaco, vi è molta meno ressa per l’ Eliseo di Parigi o il palazzo presidenziale di qualsiasi capitale repubblicana, pur considerando la loro storia e il grande pregio architettonico.».
Re Vittorio Emanuele III negli ultimi anni di regno;

Quando gli chiediamo di esprimersi circa le colpe di re Vittorio Emanuele III, il quale nel primo dopoguerra assunse una posizione ambigua rispetto al profilarsi dell’ eversione fascista, che divenne gradualmente connivenza, per poi perdere definitivamente la faccia con la fuga da Roma, Giacomo annuisce seriamente e spiega: «Un sovrano, in quanto capo di Stato e garante della Costituzione, deve agire sempre e comunque per il bene del proprio popolo, attenendosi il più scrupolosamente possibile alle leggi e alle procedure. Fare il re non è mai facile, e in quel periodo convulso, all’ indomani della Grande Guerra, lo fu in modo particolare. Re Vittorio Emanuele è sempre stato giudicato con il senno di poi, considerando tutto quel che accadde dopo il 1922 e il 1940, senza tener conto del principio di causa ed effetto che è fondamentale nella comprensione della storia. E’ una cosa molto facile da farsi, ma molto deviante.». L’ Italia, prosegue, era uscita vittoriosa ma molto provata dal primo conflitto mondiale, e benché mai prima di allora fosse stara così unita come nazione vi erano ancora forti disaccordi tra forze molto diverse fra loro che avrebbero potuto minare tale coesione faticosamente raggiunta. Il pericolo comunista, poi, era molto forte, come confermarono le grandi proteste di fabbrica del 1919 e del 1920, il cosiddetto biennio rosso, che fecero temere il pericolo di una rivoluzione comunista analoga a quella avvenuta nella Russia zarista nel 1917, in cui Nicola II e l’ intera famiglia Romanov vennero trucidati dai bolscevichi: «Dall’ altro lato vi erano i fascisti. In quel tempo erano una forza molto rumorosa, ma numericamente ancora non consistente. Godevano di grandi simpatie presso vari strati della società italiana. La classe produttiva non li vedeva negativamente, in virtù della loro attività anticomunista e di sostituzione degli operai di fabbrica quando questi scioperavano. Peraltro, si facevano promotori e difensori dell’ ordine, di cui la borghesia sottolineava fermamente il bisogno. I loro metodi forti, quando non violenti, non erano malvisti, anzi per molti era proprio ciò di cui l’ Italia aveva bisogno data la debolezza dei governi liberali che si erano succeduti dalla fine della guerra.».
Molti italiani di tutte le classi, quindi, li considerava favorevolmente. Lo straordinario dispiegamento di forze del 28 ottobre 1922 era facilmente affrontabile dalle forze armate, che potevano contare su una superiorità numerica e di mezzi notevole, ma turbò profondamente Vittorio Emanuele, che si domandò se la firma dello stato d’ assedio potesse innescate la guerra civile:
«Secondo gli storici, temeva che l’ esercito potesse ribellarsi. La nazione non poteva permettersi una guerra interna, avendo già pagato un altissimo tributo in vite umane nella Grande Guerra. Pensò quindi che affidare il governo a Benito Mussolini, capo di un partito poco rappresentato in Parlamento e per questo facilmente manovrabile dai più esperti esponenti del Partito Liberale, come il grande Giolitti, fosse la cosa più saggia da fare per evitare ulteriori violenze, in un’ azione peraltro pienamente prevista dallo Statuto Albertino. Inoltre, molti ritenevano Mussolini la persona più adatta a garantire un po’ di ordine a beneficio dell’ Italia, e secondo l’ opinione generale la sua esperienza politica sarebbe durata poco tempo.».
Dopo qualche istante di silenzio aggiunge che si rivelò certamente un gravissimo errore di valutazione: «Nessuno ha il dono della prescienza, e tutti possono sbagliare. In politica, come in guerra, vince chi sbaglia di meno. E a coloro che accusano il solo Vittorio Emanuele io di solito rispondo che fu colpevole quanto la maggioranza degli italiani che, come dimostrato da molte fotografie famose e tuttora reperibili in rete, si ammassavano in piazza ad osannare il loro grande Duce ogni volta che questi si faceva bello e usciva sul balcone per tenere un discorso, per poi abiurare teatralmente dopo il 1945, tanto che Sir Winston Churchill disse di trovarci bizzarri perché un giorno quarantacinque milioni di noi erano fascisti per poi averne altrettanti tra antifascisti e partigiani. E come più fonti hanno sempre riferito, il nostro sovrano non era affatto di simpatie fasciste. Peraltro, nel 1922, Mussolini ebbe solo trentacinque deputati fascisti, ma la cosa non gli impedì di ricevere trecentosei voti di fiducia e solo centododici contrari: i partiti democratici, popolari e liberali, votarono la fiducia al Duce, quindi perché dare l’ intera colpa a Vittorio Emanuele?».
Per contro, è convinto che in un secondo momento il monarca avrebbe effettivamente potuto e dovuto fare di più per arginare Mussolini: «Durante la cosiddetta diarchia il ruolo del re divenne marginale in funzione del cerimoniale retorico del Fascismo. Non intervenne dopo il delitto Matteotti, quando Mussolini se ne attribuì la responsabilità, e firmò le leggi fascistissime del 1925. Nonostante la ben nota antipatia dimostrata verso Adolf Hitler non si oppose all’ avvicinamento dell’ Italia al Terzo Reich, e neppure alle leggi razziali del 1938 e all’ entrata in guerra nel 1940. Le uniche riserve che manifestò al Duce furono di carattere procedurale, circa precedenze, ordine delle firme e rispetto del protocollo. La sua posizione ambigua rispetto all’ ascesa dell’ autoritarismo e dello stato di guerra, oltre che dell’ asservimento alla Germania, restano punti fermi negativi nella storia del suo lungo regno.».
Tuttavia, sostiene che nei primi anni del Novecento, quando salì al trono, anche grazie a lui l’ Italia si modernizzò, assistendo ad un miglioramento del tenore di vita della popolazione e all’ avvento di figure di gran valore sul piano della cultura, delle arti e delle scienze: «Fu favorevole ad una ripresa in senso liberale dello Stato aprendo la via all’ età giolittiana, nel corso della quale la lira italiana divenne una delle più solide monete al mondo. Fu sviluppata l’ industria tessile, elettrica e siderurgica, fu incrementata a Torino l’ industria automobilistica, fu potenziata la rete ferroviaria con il traforo di alcuni valichi alpini che permisero le comunicazioni con l’ estero e nel 1913 si tennero le prime elezioni a suffragio universale maschile. Nel 1919 l’ Italia era la settima potenza industriale del mondo, e vide grandi progressi tra la realizzazione di infrastrutture, soprattutto ferrovie, la crescita della marina mercantile, dell’ alfabetizzazione di massa, la definizione di una burocrazia e di una diplomazia, il consolidamento delle forze armate e un certo prestigio internazionale.».
In politica estera si mostrò favorevole alla conquista della Libia tra il 1911 e il 1912, in una politica colonialista che era già stata presa in considerazione nei governi ottocenteschi succedutisi durante il regno di suo padre, Umberto I, ed era praticamente comune a tutti gli Imperi europei del tempo, e all’ ingresso dell’ Italia nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’ Intesa, in un quasi colpo di Stato che sottrasse il nostro Paese alla precedente alleanza con l’ Impero tedesco e quello austroungarico, che persero rovinosamente la guerra:
«Il cambio di alleanza permise all’ Italia di annettere il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia, che erano rimasti sotto il reame degli Asburgo, completando effettivamente l’ unità nazionale avvenuta nel Risorgimento.».
Succeduto al padre Umberto, assassinato a Monza il 29 luglio 1900 dall’ anarchico Gaetano Bresci, questo re gracile e di bassa statura, con le gambe smilze, figlio e nipote di cugini primi, regnò per ben quarantasei anni in cui gli eventi e i fatti importanti furono moltissimi e di vasta portata. Non tutto quel che avvenne e lui stesso promosse non fu da buttare via, anzi! Quando solleviamo il tema della fuga da Roma da parte del re, del Primo ministro, del governo e dei vertici militari all’ alba del 9 settembre 1943 alla volta di Brindisi, lo scrittore accenna ad un sorriso: «La fuga verso Brindisi, sotto la tutela degli Alleati, e l’ abbandono di Roma il giorno dopo l’ annuncio dell’ armistizio fu la pietra tombale sulla sua immagine. Ma fu vera fuga? Ad alimentare quell’ idea fu la propaganda della Repubblica Sociale Italiana, che per legittimarsi aveva tutto l’ interesse a gettare discredito sul re, azione ripresa e condotta fino ad oggi dagli antimonarchici. E attualmente vari storici ritengono che quello di Vittorio Emanuele non fu, come giudicano i più, un atto di vigliaccheria, ma una misura volta ad assicurare la sopravvivenza di Stato e governo dagli attacchi germanici, come fatto duemila anni fa da Pompeo di fronte alla marca su Roma di Giulio Cesare. Se i nazisti avessero occupato la capitale e catturato il re e il Primo ministro con chi avrebbero trattato gli Alleati? Con nessuno! E oserei aggiungere che restò in Italia, e non andò all’ estero come invece tanti altri capi di Stato…». Dopo qualche istante aggiunge che nel 1915, quando l’ Italia entrò nella Grande Guerra, lo stesso Vittorio Emanuele decise di trasferirsi da Roma al fronte, affidando la Luogotenenza del Regno, ossia la Reggenza, a suo zio Tommaso, II Duca di Genova, e seguendo dalle retrovie le operazioni di guerra, senza però esercitare il comando che lasciò agli ufficiali predisposti. Non si stabilì al quartier generale di Udine ma in un paese vicino, Torreano di Martignacco, presso Villa Linussa, da allora chiamata Villa Italia, con un piccolo seguito di ufficiali e gentiluomini. Ogni mattina, seguìto dagli aiutanti di campo, partiva in macchina per il fronte o a visitare le retrovie. La sera, quando ritornava, un ufficiale dello Stato Maggiore veniva a ragguagliarlo sulla situazione militare, e lui, dopo aver ascoltato, esprimeva il proprio parere senza mai scavalcare i compiti del Comando Supremo. Durante la fase finale della guerra risiedette alla villa dei conti Corinaldi, a Monselice, in provincia di Padova, ove si trattenne fino a guerra completamente cessata, seguendo lo stesso schema quotidiano, partendo molto presto in automobile per il fronte portando con sé per lo più la modestissima colazione, in cui non mancavano mai le cipolle cotte: «Nel 1918, addirittura, visse in trincea mangiando il rancio con gli altri soldati, che per quindici o venti giorni di seguito, se non di più, non si lavavano, non si cambiavano vestiti, biancheria e scarpe: questo stesso uomo non può essere vigliaccamente scappato via nel 1943! Per la sua partecipazione al fronte e la vittoria militare riportata venne chiamato ‘Re Soldato’ e ‘Re Vittorioso’. La sua popolarità crebbe moltissimo anche per la sua decisiva azione dopo Caporetto, quando si adoperò per bloccare l’ offensiva austriaca sul Piave. Non credo di dire chissà quale novità quando affermo che la storiografia incentrata su reali e politici non è mai veritiera, essendo abitualmente scritta dai vincitori (risata)…».
Vittorio Emanuele III a Villa Lispida durante la Grande Guerra;

Posando da una parte il saggio di Gianni Oliva, Giacomo conclude che Vittorio Emanuele non amava Mussolini, il cui sentimento era reciproco essendo un fiero repubblicano, ma tra alti e bassi rimasero ognuno al proprio posto per ventun anni: «Il re, ligio ai doveri costituzionali, pensava di dover destituire il Duce con metodi democratici e previsti dalla costituzione, prendendo spunto da un fatto che potesse costituire la causa fondamentale di una votazione parlamentare, almeno fino a quando vi fu un Parlamento legittimo. E poiché non fu mai trovata l’ occasione, si avvicinò al conte Galeazzo Ciano, Ministro degli affari esteri e genero dello stesso Mussolini, notoriamente antitedesco, ma il piano non ebbe seguito e ritrovandosi da solo di fronte agli esiti favorevoli sul campo riportati dall’ esercito nazista in quei primi mesi di guerra firmò la dichiarazione di guerra presentatagli dal Duce, che pur consapevole che le forze armate non erano ancora pronte a combattere temeva che un ritardo nel nostro ingresso nel conflitto, per quanto preteso a gran voce dai generali, avrebbe compromesso ogni rivendicazione territoriale.». Sul tentativo del re nel 1940 di giungere alla sostituzione di Mussolini, spiega lo scrittore, è possibile leggere alcune confidenze rese negli Anni Sessanta dal figlio Umberto al giornalista Luigi Cavicchioli, pubblicate da «Nuova Storia Contemporanea», la rivista diretta dallo storico Francesco Perfetti, e confermate da alcuni passaggi dei diari dello stesso conte Ciano, nelle quali si racconta che due mesi prima dell’ ingresso dell’ Italia in guerra, Vittorio Emanuele progettò davvero un colpo di mano con cui destituire il Duce in favore di Ciano e altri come lui, ritenuti fascisti moderati e legati alla Corona, in un tentativo che prevedeva un passaggio di poteri indolore, attraverso una soluzione legalitaria, durante una convocazione urgente del Gran Consiglio del Fascismo, che mettesse Mussolini in minoranza: «Come disse il professor Perfetti, era un piano ardito che però Ciano non si sentì di avallare e portare fino alle estreme conseguenze perché il suocero era al suo apogeo ed era favorito dalle brillanti vittorie dell’ Asse, che toglievano credibilità ai fautori del non intervento. Quando, nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio fu convocato per volere di Dino Grandi e altri congiurati e Mussolini venne finalmente messo in un angolo, la situazione era diversa da quella del 1940 e quindi non si poteva più adottare la soluzione auspicata dal re tre anni prima: il passaggio di potere non avrebbe riguardato più i fascisti moderati e filomonarchici, a cominciare dallo stesso Grandi, e non si poteva garantire una continuità con il passato benché alcuni esponenti di quel Fascismo moderato si illudessero in tal senso.». Il resto della vicenda è noto, con Mussolini convocato dal re, che lo destituì e lo trasse in arresto in vari posti, fino a Campo Imperatore, sul Gran Sasso.
Manifestazione monarchica a Roma l’ 8 novembre 2014

A proposito del Referendum istituzionale del 1946, Giacomo sostiene che ebbe nel luogo al momento sbagliato, quando gli animi tra la popolazione erano ancora troppo caldi e l’ Italia era ancora un Paese occupato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, che avevano tutto l’ interesse ad influire sugli esiti del voto per imporre una forma statale piuttosto che un’ altra. Non poterono votare coloro che prima della chiusura delle liste elettorali si trovavano ancora al di fuori del territorio nazionale, nei campi di prigionia o di internamento all’ estero, né i cittadini dei territori delle province di Bolzano, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Zara, in quanto oggetto di contesa internazionale e ancora soggette ai governi militari alleato o jugoslavo. Furono inoltre esclusi coloro che erano rientrati in Italia fra la data di chiusura delle liste e le votazioni: quasi tre milioni di cittadini furono pertanto esclusi dal voto. E il risultato, sottolinea, continua ad essere dubbio ancora oggi a detta di molti italiani che tuttavia non si reputano necessariamente monarchici, ammettendo la possibilità di brogli e pressioni, se non addirittura entrambe le cose. E da allora, con la vittoria degli antimonarchici, ha avuto luogo una drammatica operazione di revisionismo storico che ha avuto il risultato di seminare equivoci, incomprensioni e inesattezze circa il periodo della Monarchia: «Il Regno d’ Italia non fu affatto un impero del male retto da sovrani ingiusti e insensibili alle sorti del loro popolo e del Paese. Vittorio Emanuele II, il nostro primo re, diede sempre prova di grande lealtà istituzionale, accettando la Monarchia costituzionale pur essendo di idee reazionarie e rispettando le decisioni dei suoi ministri anche quando la pensava diversamente. Durante il suo regno trovarono soluzione molti problemi che assillavano il neonato Paese: oltre alle annessioni di gran parte dei territori della penisola e al trasferimento della capitale a Roma, si arrivò al pareggio nel bilancio dello Stato e si arginò la piaga del brigantaggio che affliggeva il Meridione, pur senza debellarlo. Nel corso del reame di suo figlio Umberto I avvennero numerose innovazioni in campo sociale, come l’ allargamento della base elettorale, l’ istruzione elementare obbligatoria e gratuita, la lotta all’ analfabetismo, il miglioramento della rete sia stradale che ferroviaria, nonché l’ avvio del processo d’ industrializzazione che avrebbe portato il Belpaese, partito in ritardo, ad affiancarsi ai Paesi più avanzati europei. Il secondo monarca non presiedeva il governo, ma si limitava a ricevere il Primo ministro e, sentita la relazione, a firmare i decreti. Denotò di grandi doti di generosità in occasione delle numerose calamità che punteggiarono lo Stato, come quando avvenne l’ inondazione del Veneto nel 1882 e l’ epidemia di colera a Napoli nel 1884, e sul piano istituzionale, nel 1882 condusse il Paese fuori dall’ isolamento in cui era venuto a trovarsi, mentre in questo periodo si stava intensamente sviluppando il commercio sia interno che estero. Sul piano sociale, nel 1890 venne peraltro abolita la pena di morte che era invece ancora prevista in tutti gli altri Stati europei. Fu comunque duramente avversato per il suo rigido conservatorismo, inaspritosi negli ultimi anni, il suo indiretto coinvolgimento nello scandalo della Banca Romana, l’ avallo alle repressioni dei moti popolari del 1898 e l’ onorificenza concessa al generale Fiorenzo Bava Beccaris per la sanguinosa azione di soffocamento delle manifestazioni del maggio dello stesso anno a Milano. Nondimeno, grazie a sua moglie, l’ amatissima regina Margherita, il Quirinale divenne un luogo privilegiato di incontri e feste, assumendo la dignità di una grande reggia nella quale i nobili romani e meridionali, dapprincipio ostili, si avvicinarono gradualmente alla famiglia reale. La prima regina diede un grande tocco di popolarità ed eleganza che svecchiò le vecchie abitudini, maturate in un’ atmosfera periferica, moderata e militaresca. Durante il regno di Vittorio Emanuele III la corte abbandonò i fasti dell’ era umbertina, molto costosi per il bilancio dello Stato, come dimostrato dal fatto che l’ appannaggio reale di Umberto era stato il più alto tra le monarchie europee, divenendo la seconda per importanza e prestigio in Europa, subito dopo quella britannica. La Monarchia sabauda preservò la propria pompa regale fatta di rigorosa etichetta, carrozze scortate dai corazzieri a cavallo, discorsi del sovrano al Parlamento, gioielli, uniformi, manti di corte e molto altro ancora. Nelle residenze reali sparse per tutto il Paese, i Savoia di ogni ramo famigliare svolgevano i propri compiti di rappresentanza in nome del re nel corso di vari impegni istituzionali. L’ allora principe Umberto affascinava le folle, riscuotendo successo ogni volta e superando ampiamente la popolarità del padre, ben più schivo e borghese. Proprio per questo, unitamente alle proprie idee contrarie al regime, il Duce lo fece seguire dalla polizia segreta concedendogli poca visibilità sui giornali e per radio, addirittura con l’ ordine di riferirsi a lui come Principe di Piemonte, il suo titolo, anziché come principe ereditario. La sua fama di erede al trono passivo ed escluso dagli affari di Stato forse venne ricamata proprio in questo contesto.».
E dopo il voto del 1946, continua a spiegare, agevolato anche dal suffragio femminile sancito nel 1945, tutta Casa Savoia subì una campagna di demonizzazione, senza neppure essere chiamata in giudizio come si fece a Norimberga con i dirigenti politici e militari del Terzo Reich. Oggi si parla pochissimo dei Savoia, e la Monarchia stessa è considerata marginale. Ma è un problema di ignoranza, intesa come scarsa conoscenza. Bisognerebbe fare un sondaggio: non in molti sanno dire chi fu l’ ultimo re d’ Italia e altrettanto pochi ignorano chi fu Luigi Einaudi. Vennero opportunamente oscurate la figura del III Duca d’ Aosta, Amedeo, e della principessa Mafalda, secondogenita di Vittorio Emanuele. Il primo fu viceré d’ Etiopia dal 1937 al 1941 ed eroe dell’ Amba Alagi, che rimase trincerato sulla sua nave accerchiata dai britannici dichiarando di voler lottare sino all’ ultima cartuccia e all’ ultimo goccio d’ acqua, guadagnandosi il rispetto del nemico che rese l’ onore delle armi agli italiani. L’ altra aveva invece sposato un principe e ufficiale tedesco, ed è ricordata ancora oggi per l’ animo buono e disciplinato. Morì nel campo di concentramento di Buchenwald nell’ agosto del 1944, quando le truppe alleate bombardarono il lager:
«Direi che la famiglia reale ha sofferto la guerra e le sue conseguenze quanto una famiglia comune. Si può essere antimonarchici e repubblicani finché si vuole, ma penso che si dovrebbe sempre e comunque riconoscere pregi e difetti dell’ altra parte con equanimità, senza pregiudizi e odio animati dal famoso partito preso…».

Bandiera sabauda esposta il 2 giugno 2010 a Schiavi d’ Abruzzo

Quando gli chiediamo che senso abbia essere monarchici oggi e se è ottimista circa il ritorno della Monarchia in Italia, Giacomo si fa pensoso prima di rispondere: «La Monarchia ha rappresentato una forza molto importante nella nostra storia. Ed è un sistema che sa rinnovarsi costantemente. Vi è un trono nella maggioranza dei Paesi europei, e questo sa stare al passo con in tempi. Trovo improbabile un ritorno della Monarchia nell’ immediato, anche perché l’ Articolo 139 della nostra attuale Costituzione dispone che l’ Italia è e resterà una Repubblica, vietando con chiarezza una revisione costituzionale. Ma mai dire mai. Di certo in questa Repubblica non percepisco in alcun modo il concetto di appartenenza alla Patria, piuttosto vedo una lotta senza quartiere e neppure tregua tra ideologie e partiti. E se un bel giorno si facesse un referendum bis direi che andrebbe approfondito bene il tema e spiegato con cura di cosa si parla.».

martedì 7 aprile 2020

«Credo che ci sia una lezione da trarre dal COVID-19»



Fin dall’ origine dei tempi, sono sempre serviti eventi drammatici per scuotere la gente dall’ apatia e invitarla a riflettere sulla caducità di tutte le cose e la fragilità della natura, quella umana compresa. Il 2020 non è un anno che ricorderemo con particolare piacere, direi piuttosto che si è rivelato un annus horribilis in piena regola. In questi ultimi mesi abbiamo assistito in tutto il mondo alla travolgente drammaticità della pandemia di COVID-19. Una malattia dall’ origine nebulosa e poco limpida, che molto opportunamente ci è stata tenuta nascosta, un’ epidemia che ben presto si è mossa portandosi via tante vite, finendo con il gettarci tutti in una cupa atmosfera di panico, incertezza ed isolamento preventivo. Ognuno di noi cerca, a modo proprio, di affrontare la vicenda. Soprattutto ora che la crisi è ancora in pieno svolgimento ed ha effetti non solo in ambito sanitario ma anche in quello psicologico, politico e finanziario, non è certamente facile parlarne e giungere ad un giudizio veramente corretto. Sicuramente, le prime sensazioni sono di turbamento, incredulità, incomprensione, ira e preoccupazione. Noi tutti, io compreso, stiamo provando tali emozioni in questi ultime settimane, quindi ciò che vi dico ora, in quanto persona normale, viene dal profondo della mia coscienza.

Mi rivolgo a voi in un tempo di crescente difficoltà. Un tempo di sconvolgimento nella vita del mondo intero che ha portato dolore, problemi economici ed enormi cambiamenti nella vita quotidiana di tutti. Un tempo scandito da una battaglia dura e penosa da combattere restando a casa, e che senz’ altro muterà il nostro modo di vivere. Innanzitutto tutto voglio precisare di essermi categoricamente rifiutato fin dall’ inizio di esporre il Tricolore e di cantare dalla finestra il Canto degli Italiani, non perché non amo la mia Patria ma perché le malattie non fanno sconti e hanno sempre il potere di andare oltre i confini nazionali e le differenze culturali che, occorre ricordarlo ancora una volta, esistono solo nella nostra mente: sono fermamente convinto che in un momento come questo si debba ragionare come una sola umanità, un unico genere! Detto questo, vorrei rendere io stesso omaggio al duro lavoro dei medici, degli infermieri del servizio sanitario e di tutti i volontari che stanno assistendo il prossimo. Il personale sanitario in particolare è chiamato ad un lavoro ai limiti delle sue doti e capacità, e come mai prima si è reso urgente ascoltare quelle persone competenti che, da differenti contesti, si stanno pronunciando nel fondamentale ambito della prevenzione: per quanto possibile, evitare un problema è molto meglio che dovervi fare i conti una volta che si è manifestato nella sua complessità. Io ho sempre profondamente ammirato dottori e paramedici per la loro energia e l’ impegno verso i pazienti e l’ unicità e irripetibilità di ogni persona, e ricordo di aver costantemente avuto una stima tutta particolare per il mondo della scienza, perché la nostra attuale qualità e speranza di vita, tra vaccini, interventi chirurgici e di altra natura, cure e così avanti, si basano proprio sulle magnifiche conquiste scientifiche.
Pertanto, ora mi si permetta cordialmente di biasimare la nostra «brava» classe politica, di tutti gli schieramenti che negli anni si sono avvicendati alla guida della nostra Nazione, a proposito dei vasti e numerosi tagli finanziari che ha imposto alla ricerca e alla consueta attività scientifica e medica: se scienziati, medici e personale infermieristico avessero avuto fin dal principio tutto ciò che risulta alla base del loro operato, sarebbero stati certamente in condizione di svolgere in modo ideale il proprio mestiere proteggendo le persone fragili e risparmiando a molte famiglie i ben noti lutti da cui invece sono state colpite, a cui si è aggiunto lo strazio di non poter rivedere mai più i defunti e neppure di poterli accompagnare nell’ estremo onore. Se anziché trastullarsi in lussi e privilegi degni soltanto della residenza reale di Versailles al tempo del Re Sole, i nostri ottimati avessero assicurato tali finanziamenti alla sanità, oggi il disastro sarebbe stato meno totale! E ora che il genocidio è in corso trovo assolutamente ridicolo volgersi al cielo su invito delle guide spirituali, quelle vaticane in testa, per invocare l’ aiuto di dei e angeli soprattutto ora che ci avviciniamo ad una nota e sentita ricorrenza quale la Pasqua! Il ricordo del Medioevo, ricco come fu di episodi di superstizione e follia mistica, a questo proposito può parlare benissimo al posto mio.

Sempre più spesso mi domando in quale modo le future generazioni giudicheranno gli eventi di quest’ anno tumultuoso. Oserei dire che la storia avrà una visione un po’ più assennata rispetto a quella di alcuni nostri commentatori contemporanei, e arricchirà il nostro giudizio con quella dimensione di saggezza e credibilità che spesso manca in coloro il cui compito è offrire pareri al pubblico sulle cose importanti del mondo. Nessuna istituzione, neppure la politica, può e deve sottrarsi allo scrutinio di coloro che si è impegnata a servire. Io, per parte mia, credo fermamente che ci sia una precisa lezione da trarre dal COVID-19 e dalle epocali conseguenze del suo passaggio in mezzo a noi. Questa virulenza sta infatti smascherando limiti e manchevolezze nel sistema politico ed economico sia nazionale che internazionale, per esempio gettando l’ uno contro l’ altro come lupi affamati svariati Paesi del Vecchio continente e le maggiori potenze occidentali e orientali, le cui borse valori peraltro non sono mai state chiuse dando luogo a un animato terremoto finanziario. Ha confermato ancora una volta quanto i mezzi di comunicazione di massa abbiano tradito il loro obiettivo fondamentale, ossia informare la gente e guidarla fino alla sponda della conoscenza e, soprattutto, della consapevolezza, mettendosi al servizio dei meschini interessi di un particolare schieramento politico o addirittura ideologico. Come diceva il grande Giampaolo Pansa, che ho sempre molto ammirato, il giornalismo si è tramutato in carta straccia.
Questa pandemia ci ha condotto ad un bivio epocale, e la strada che abbiamo intrapreso pare proprio quella di un ulteriore restringimento delle nostre libertà e del crescente individualismo. Il timore che il prossimo possa essere un untore può risultare devastante per il costituirsi di una consapevolezza in cui la realtà va necessariamente declinata con il «noi» e non l’ «io». Fin dagli Anni Settanta siamo soggetti ad un modello economico neoliberista che, proprio come un virus, è diventato una pandemia: dopo il «Trentennio glorioso» di matrice keynesiana, in cui gli Stati svolgevano un ruolo preponderante, l’ elezione di Margareth Thatcher a Primo ministro britannico e quella di Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti, tale modello si è rapidamente propagato, e con la caduta del Muro di Berlino si è diffuso ovunque, mutandosi in un modello sociale in cui empatia, solidarietà e senso di comunità hanno fatto posto a quell’ individualismo sfrenato e funzionale al fine di renderci tutti consumatori obbedienti. Del resto, la stessa Lady di Ferro fu piuttosto chiara quando disse: «La società non esiste, esistono solo gli individui.». Un ulteriore pericolo è la militarizzazione della società a cui stiamo assistendo: io di certo non dimenticherò mai le immagini relative alle bare di Bergamo mentre venivano portate via dall’ esercito, in quanto monito della forzata segregazione e l’ inevitabile distanza sociale che, temo, anticiperanno scenari a cui non siamo abituati e che inevitabilmente faranno maturare cambiamenti personali e collettivi in senso distopico. Il COVID-19 verrà sconfitto, io l’ ho sempre pensato, ma ciò che dovrebbe inquietare davvero è lo strascico che tale esperienza globale lascerà su di noi e come queste nuove paure potranno essere usate per limitare ancor di più le nostre libertà e i nostri pensieri, nella miglior tradizione dittatoriale. E’ dalla Seconda Guerra Mondiale che il mondo non viveva una condizione di tale portata.
Ormai è evidente a tutti quanto la politica sia debole, un luogo caotico in cui una moltitudine di delegati discute all’ infinito senza giungere a nulla, tenendo in piedi un groviglio di leggi inestricabile ed inadeguato mentre la corruzione dilaga e gli interessi sia settari che economici hanno precedenza su tutto. E le corti giudiziarie impiegano ancora più tempo per risolvere le cause di cui si occupano, barcamenandosi tra cavilli e interpretazioni personali con cui negano alla giustizia il corso che le è dovuto. No, così proprio non va: la politica, come gli antichi greci tanto sapientemente affermavano, significa «arte del buon governo», pertanto ora ha l’ irrinunciabile compito di concepire e attuare una nuova visione, di insegnare che questo agente patogeno non ci deve dividere ma unire, di ricordare che siamo tutti quanti legati. Esiste una rete invisibile che ci connette reciprocamente, così come il mondo è connesso all’ universo, e solo insieme potremo vincere la difficoltà: questa è la vera politica!

Se è vero, come abitualmente si dice, che l’ umano si distingue dal resto della famiglia animale per intelligenza, disciplina, cortese determinazione e comprensione vicendevole allora credo proprio che dovremmo finalmente cominciare a fare uso di queste qualità. Ogni crisi, pur essendo di per sé un problema, curiosamente consente l’ indubbia opportunità di disfarsi delle sue cause, apportando un miglioramento. Sia come singoli che come popolazione abbiamo quindi il dovere di trarre forza da ciò che sta succedendo, cercando sollievo al dolore e preparandoci ad affrontare attivamente il futuro, cambiando intelligentemente la pericolosa rotta precedentemente intrapresa, come già venne fatto dalle passate generazioni che vissero in tempi di carestie, malattie e guerre. Essendo già sopravvissuti ad altre pandemie, anche più gravi di questa, sono assolutamente convinto che prevarremo pure questa volta, e che la vittoria apparterrà a ciascuno di noi. Ma il superamento del COVID-19 sarà solo una parte della battaglia: dopo, infatti, ci attenderà la realizzazione di un futuro migliore sia del passato che del presente. Andrà tutto bene? E’ auspicabile. Tornerà tutto come prima? Sarebbe un errore madornale, la conferma che non abbiamo imparato nulla dalle vicende passate, e comunque non lo ritengo neppure possibile perché ogni cosa muta in continuazione: nulla rimane mai lo stesso, neppure le montagne, nonostante l’ apparenza. Mi auguro vivamente, quindi, che nei prossimi anni potremo tutti guardarci indietro dopo aver intuito il significato della grande esperienza affrontata in risposta a questa sfida, e che chi verrà dopo di noi, pur ammirando i nostri sforzi, sappia evitare i nostri fallimenti.

Spero davvero che ognuno di noi, ovunque sia, mostri apertamente che cosa significhi essere umani. Possano i malati guarire velocemente e i morti riposare in pace, e che ciascuno di noi tragga la lezione che più reputa opportuna da tutto questo dramma, confortandosi ricordando che giorni migliori torneranno, che un giorno saremo di nuovo con le nostre famiglie e i nostri amici.

Giacomo Ramella Pralungo

mercoledì 18 marzo 2020

Scrivendo con Giacomo…


Godendosi la vista dalla veranda, Giacomo finisce di sorseggiare una tazza di tè Earl Grey: «Sia pur senza un movente necessariamente critico, sono sempre stato un tipo controcorrente: tra dieci italiani che durante il giorno impazziscono per il caffè, io sono quello che sceglie il tè. Il caffè mi basta una sola volta al mattino, con il latte.». Alla domanda sul motivo per cui ami tanto la celebre bevanda importata dal subcontinente indiano, accenna ad un sorriso: «Ovviamente me ne piace molto il sapore, e mi affascina il cerimoniale che lo circonda. Trovo che svolga una bella funzione sociale, come avviene in Gran Bretagna e nei Paesi nordici. In Oriente, poi, equivale ad un momento estetico, e ha anche una grande valenza religiosa, come dimostrato dalla cerimonia del tè in Giappone e dal fatto che sia in tale Paese che in Cina venga servito silenziosamente nei monasteri Zen e Chán come parte della pratica spirituale buddhista, in quanto ritenuto in grado di favorire la concentrazione dei monaci, impegnati in lunghe ore di meditazione.».
La stessa tazza in cui beve, aggiunge, ha un suo particolare significato essendo un dono del suo insegnante di lettere e storia alle superiori, attualmente suo buon amico, che l’ acquistò appositamente in occasione di una raccolta fondi internazionale a favore del Villaggio dei Bambini Tibetani di Dharamsala, gestito da Jetsun Pema, sorella minore del XIV Dalai Lama: «Il bello della vita è che anche una cosa tanto semplice come bere un po’ di tè può divenire qualcosa di significativo.».

I suoi libri e articoli partono sempre da argomenti e idee ben precisi.

«Certamente. Nel caso di un romanzo di fantascienza vi è per prima cosa un particolare tema che cattura il mio interesse, intorno al quale invento la trama. In ‘Cuore di droide’, ad esempio, ragiono sul rapporto tra umanità e tecnologia, mentre in ‘L’ angelo custode’ parlo di incontri ravvicinati con una specie aliena e dell’ amore che continuiamo a provare per le persone care che passano ad altra vita tramite le vicende di un ufficiale della RAF britannica, e in ‘Sotto il cielo della Porta divina’ tratteggio il lato oscuro e autoritario della religione attraverso un accidentale viaggio nel futuro di un astronauta britannico, che sbarca in una Terra soggetta ad una severa teocrazia in cui peccare o addirittura dubitare della parola del clero equivale ad una condanna a morte.
Nel caso dei miei articoli storici, invece, parto da un particolare argomento che mi spinge a fare ricerche approfondendo la mia personale conoscenza in proposito, e prima di incominciare mi domando il motivo per cui ai lettori dovrebbe tanto interessare questo stesso soggetto: il che mi porta a fare una serie di considerazioni, e ogni volta do risalto ad un particolare aspetto che spesso non notiamo o che fraintendiamo.».

Lei si serve sempre di un linguaggio semplice e diretto, discorsivo.

«Oh, sì. E’ un aspetto che trovo molto importante. Spesso, infatti, le introduzioni ai romanzi, le note sugli autori o le presentazioni sui siti di associazioni culturali o religiose hanno un linguaggio molto bello e raffinato ma poco chiaro, e chi legge ha spesso la sgradevole sensazione di non aver afferrato gran che. Se non lo direte a nessuno, confesso che alle volte capita persino a me (risata)! Leggendo con attenzione i testi dei miei autori di riferimento, come ad Antonio Spinosa, Valerio Massimo Manfredi, il XIV Dalai Lama, Herbert George Wells e Michael Crichton, ho individuato le basi da cui ho sviluppato un linguaggio chiaro e di facile comprensione con cui trasmettere i concetti che intendo evidenziare.».

Come costruisce i suoi testi?

«Essenzialmente, nel caso dei romanzi mi baso sullo schema tradizionale: imposto la trama fondamentale, che sviluppo in maniera logica e ordinata tenendo conto dei personaggi e degli elementi utili alla sua comprensione. Non credo che un testo di narrativa debba essere necessariamente lungo come un romanzo, alle volte la brevità del racconto può essere più utile. Dipende dalle circostanze. Nel caso di un articolo, invece, incomincio con un’ introduzione, espongo il tema e concludo con determinate considerazioni personali.».

Preferisce dedicarsi a romanzi o ad articoli?

«Ritengo molto soddisfacenti ed importanti entrambe le forme, che scelgo a seconda dello scopo specifico.».

Come vengono accolti i suoi testi?

«Chi legge i miei romanzi mi ha fatto sapere che ho molta fantasia, e che i concetti che espongo con la trama sono molto interessanti, fanno pensare. Recentemente, ad esempio, una signora mia concittadina ha letto ‘L’ angelo custode’, e mi ha fatto sapere di averlo letto con grande interesse e partecipazione, aggiungendo che solo chi ha sofferto determinati eventi tristi della vita può capirne appieno le pagine. Una lode che mi ha profondamente commosso e incoraggiato. Peraltro, una mia conoscente di Livorno ha letto la mia autobiografia, ‘Io sono Giacomo’, e mi ha scritto di aver apprezzato molto lo spirito coraggioso con cui ho parlato di me stesso, e di aver letto cose che non tutti avrebbero osato riportare. Si è complimentata dicendomi che ho l’ animo del guerriero, e che non mi sono spezzato di fronte a certe prove poco piacevoli che la vita mi ha imposto. In molti, infine, leggono i miei articoli sul blog apposito e quelli di storia locale su ‘Il Biellese’ e ‘News Biella’, e con infinito piacere vengo spesso fermato per le strade di Occhieppo Superiore, il mio paesello, ma talvolta anche mentre mi trovo in città, a Biella, da gente che si congratula dicendo di rimanere colpita e interessata dalle mie pubblicazioni, chiedendomi che cosa ho in programma per la volta dopo. Spesso, mi scrivono anche sulle reti sociali.».

A volte, però, è stato anche criticato…

«Verissimo. Come chiunque altro, sono stato sia complimentato che criticato in quello che faccio. Ho ricevuto determinate critiche costruttive e altre invece ben più malevole. Io ho sempre incoraggiato la gente a darmi un parere sincero su quello che scrivo, nella convinzione che una lode senza spirito critico non faccia bene a nessuno. Tra le critiche costruttive ricordo con piacere quella di un amico, che ora purtroppo è morto, secondo il quale avrei dovuto inserire un po’ di ironia nelle mie opere di narrativa: un suggerimento che ho molto apprezzato e che sto mettendo in atto ora che sono alle prese con una raccolta di racconti su di un agente segreto dell’ MI6 britannico alle prese con alcune minacce aliene. Il mio insegnante di diritto alle superiori, invece, mi ha fatto notare un errore di impostazione del discorso in ‘Cuore di droide’. Tra le critiche malevole, invece, con un certo dispiacere ho avuto a che fare con il parere ostile di alcuni amici di famiglia, peraltro miei concittadini occhieppesi, secondo i quali faccio un’ attività insensata, priva di qualsivoglia utilità. In un’ occasione mi hanno persino detto che io non sono nessuno, in un’ altra che rincorro argomenti politici e discutibili verso cui nessuno ha il benché minimo interesse.».

E che cosa risponde a questi pareri così poco amichevoli?

«Questi gentiluomini sono talmente criticoni e pettegoli che se si prendessero la briga di scrivere qualcosa diverrebbero paparazzi di grande levatura. Peraltro, hanno la fortuna di essere in pensione, quindi hanno molto tempo a disposizione per sfidarmi. Dicono che ne uccida più la penna che la spada, per cui staremo a vedere (risata)…».

Lei ha spesso affermato che gli esempi sono molto importanti, e che leggendo ha individuato quelli che lei definisce i suoi «maestri letterari», di cui poco fa ha parlato.

«Assolutamente sì, nella vita di tutti i giorni gli esempi sono fondamentali nello sviluppo della nostra personalità e delle nostre capacità. Rappresentano il punto di partenza da cui noi costruiamo la nostra realtà. Nel caso specifico della mia realtà letteraria, ho innanzitutto incominciato a leggere, e grazie a questo ho gradualmente sviluppato il mio stile personale. Devo molto di quel che so fare all’ esempio di Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, il XIV Dalai Lama, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi.».


Quindi, se dovesse dare un suggerimento ad un aspirante scrittore gli direbbe di incominciare a leggere?

«Sì, senz’ altro. E’ una cosa assolutamente inevitabile. Madre Natura dona a ciascuno di noi una precisa capacità che poi dobbiamo affinare con la tecnica. Ma la lettura resta qualcosa di estremamente utile anche per chi non è portato alla scrittura, perché rappresenta un modo con cui recepire dati e informazioni estremamente benefico per lo sviluppo della mente, della conoscenza e della consapevolezza.».

Un’ altra cosa su cui spesso si esprime è il «retto linguaggio».

«E’ una virtù che, purtroppo, stiamo dimenticando sempre di più. Per retto linguaggio io intendo l’ esprimersi preferibilmente su ciò che abbiamo correttamente compreso, oltre che l’ evitare argomenti e termini volgari e sconci, le menzogne, i pettegolezzi, le maldicenze, le diffamazioni e, cosa altrettanto importante, il miscuglio tra la nostra lingua con le parole straniere. In questo caso particolare ho sempre dato ragione a Benito Mussolini, che il 23 luglio 1929 bandì l’ uso di parole straniere da ogni comunicazione scritta e orale in lingua italiana.».

Lei ha sempre precisato di essere antifascista, fa quindi effetto sentirla sostenere il Duce.

«Il Fascismo fu animato fin dall’ inizio da ideali politici quali il nazionalismo estremo, l’ autoritarismo, lo squadrismo, il partito unico e la soppressione delle libertà costituzionali in nome della sicurezza che ovviamente mi vedono scettico. Tuttavia, avendo avuto modo di analizzare il relativo periodo storico, non nego che alcune iniziative che promosse, soprattutto le riforme sociali e infrastrutturali, furono effettivamente utili allo sviluppo di un’ Italia che per molti aspetti pareva ancora un Paese medievale, come molti storici di professione hanno spesso sottolineato. Furono provvedimenti molto buoni, anche se purtroppo animati da un preciso movente politico che garantì una buona immagine pubblica al regime. Oggi servirebbero molte altre disposizioni del genere, ma per il bene del Paese e non per la carriera di qualche politico. Quello relativo alle sole parole italiane mi pare uno dei migliori provvedimenti promossi direttamente da Mussolini.».

Per scrivere bisogna avere immaginazione, conoscenza e chiarezza espositiva. Occorre anche una mente operosa, e la sua pare sempre in funzione.

«(Risata) Oh, sì! E’ sempre in movimento… Lo considero senz’ altro un bene, perché fin da quando ero piccolo mi è sempre stato detto che un cervello correttamente funzionante è importante. Cerco sempre di recepire e analizzare positivamente i dati che l’ ambiente esterno mi trasmette, che sia seguendo i notiziari televisivi, leggendo i giornali e i libri della mia biblioteca o anche solo conversando con la gente. A volte però trovo un po’ stancante avere una mente come la mia, perché a forza di tenerla in movimento e assecondarla ci sono occasioni in cui mi è difficile darle un freno. Molto spesso, poi, mi concentro come un laser sulla questione di turno, e siccome fin da quando ero molto piccolo ho sempre avuto problemi a fare più di una cosa per volta ci sono occasioni in cui perdo la calma quando semplicemente mi si chiama e si cerca di farmi parlare: è il guaio di quando vengo distratto (risata)! Il più delle volte risolvo il problema dei grandi ritmi del mio cervello facendo una passeggiata con i miei cani nei boschi, respirando un po’ di aria fresca: il contatto con i miei amici a quattro zampe e con la natura rappresenta ciò che io ho sempre indicato come l’ essenza stessa della spiritualità, l’ immergersi nella natura vera della vita. E’ estremamente rilassante.».

In questi giorni dominano la scena le notizie riguardanti il Coronavirus. Lei che cosa pensa di questa grave crisi?

«E’ un’ emergenza tutta particolare, dovuta principalmente al fatto che si tratta di una malattia nuova, scatenata da un agente patogeno dalle origini poco limpide, molto probabilmente manipolato in laboratorio dalla mano dell’ uomo. Sono molto preoccupato e dispiaciuto sia per la diffusione del contagio, quindi per tutte le persone ammalate e le vittime finora contate, quanto per il clima di paura e le penose difficoltà imposte dalle esigenze della quarantena alla società, perché hanno precise conseguenze psicologiche sul singolo individuo e la massa. In queste settimane, peraltro, stanno girando voci inquietanti sui presunti retroscena politici di questa vicenda, in base alle quali il Coronavirus sarebbe l’ arma privilegiata di una guerra batteriologica mossa dall’ Occidente contro la Cina, la superpotenza politica, diplomatica e commerciale del momento. Il guaio è che purtroppo non sono teorie da escludere a priori, perché dalla venuta di Adolf Hitler, con tutte le sue folli teorie eugenetiche e genocide, vi è da aspettarsi di tutto, soprattutto ora che abbiamo a disposizione armi più sofisticate in confronto a ottant’ anni fa. Comunque sia cominciata, io spero che questo evento rappresenti una lezione per tutti noi: le leggi di natura non dovrebbero essere sfidate tanto incautamente, perché il più delle volte ci si imbatte in conseguenze imprevedibili e molto difficili da risolvere…».

Si direbbe un argomento molto interessante da approfondire, magari in un nuovo articolo…

«Sì, certo. E’ veramente un tema interessante. Dopo aver affrontato questioni particolari come il panorama politico ed ecclesiastico in cui nel 2013 venne eletto papa Francesco, le sottili e poco note dinamiche dell’ autorità sia politica che spirituale del XIV Dalai Lama e il coinvolgimento di Gangchen Rinpoche in intrighi a doppio taglio tra Cina e Tibet credo proprio che un’ analisi del Coronavirus e i suoi discussi fatti dietro le quinte sarebbe una bella sfida per me come autore.».


Tante grazie per la disponibilità.

«Grazie infinite.».

martedì 24 settembre 2019

I benefici della lettura e della scrittura: due passi nel mondo di Giacomo


La lettura e la scrittura rappresentano valori di grande importanza per Giacomo Ramella Pralungo, scrittore di fantascienza e articolista storico che afferma di dovere molto soprattutto come persona a queste due grandi conquiste del genere umano, sottolineando spesso che andrebbero vissute con maggiore coscienza, come ogni altra tappa fondamentale della nostra esistenza personale: «Sono l’ occhio destro e sinistro della civiltà, ci hanno permesso di custodire molti ricordi della nostra storia passata e i segreti delle scoperte scientifiche e culturali, ma il più delle volte le guardiamo con noia, aspettando di poter passare rapidamente ad altro. Eppure, gli scienziati hanno dimostrato che sia leggere che scrivere hanno benefici infiniti come il cielo, e più in generale si può affermare che rappresentano un passatempo molto gradevole e, soprattutto, una fonte unica di miglioramento personale e persino una terapia.».

Mostrandoci alcuni pipistrelli dormienti a testa in giù in un angolo della terrazza coperta, poco prima di entrare in salotto, l’ «inventore di storie» afferma di aver sempre trovato simpatico ed interessante questo particolare animale, benché generalmente descritto come macabro e sinistro, tanto che nei secoli è stato indelebilmente abbinato a determinate pratiche di magia nera e stregoneria. Ridacchiando in modo composto si concede una battuta: «Il solo problema è che questi piccoli esemplari somigliano alle galline per la tendenza a fare ovunque e in abbondanza i loro bisogni, ma se penso che sono grandi divoratori di zanzare non mi lamento, anzi, grazie a loro non devo ricorrere agli spray o agli zampironi…».
Poco dopo, mentre sfoglia l’ immancabile libro con accanto alcune pagine di appunti che recano quelli che lui chiama ironicamente «i suoi scarabocchi», spiega che verso gli otto anni si è appassionato alla fantascienza, a dieci alla storia e alla mitologia, a dodici alla scrittura e alla lettura regolare a quindici. Nel corso del tempo, lo studio in generale, e la lettura e la scrittura in particolare sono stati elementi fondamentali per lui: «Ho avuto determinati problemi personali, come la morte di un genitore, la sofferenza dell’ altro, il fatto di essere figlio unico e la mancanza di relazioni amicali stabili, soprattutto con i miei coetanei, a cui in particolare ho trovato una bella alternativa nel rapporto con i miei cani e nelle mie escursioni nei boschi e tra colline e monti. Ho passato molto tempo da solo e ho sofferto di depressione, ma sono riuscito a stare meglio proprio grazie alla lettura e alla scrittura, che hanno assunto per me una grande funzione di guarigione e comprensione, in grado di aiutarmi a superare il confine tra stabilità e squilibrio mentale, serenità e perturbazione. In un certo modo si sono rivelate un bel modo per compensare quel che da bambino e ragazzino mi mancava.».
Peraltro, varie personalità del mondo sia scientifico che accademico hanno spesso evidenziato precisi benefici della pratica sia della lettura che della scrittura, che Giacomo sente di poter fermamente confermare tanto come persona che come autore. Lui stesso dedica molto tempo alla lettura, soprattutto di libri e articoli, di cui esamina forma e contenuti, e ovviamente alla scrittura, e sostiene che entrambe queste attività presentano una quantità così elevata di benefici che sarebbe impossibile elencarli tutti: «Nel contesto della lettura, da cui bisogna necessariamente cominciare prima di passare direttamente alla scrittura, i più importanti sono dieci: stimola la mente, riduce lo stress, favorisce la tranquillità, migliora la conoscenza, espande il vocabolario, migliora la memoria, rende più forte la capacità analitica del pensiero, migliora il livello di attenzione e di concentrazione, e, infine affina le abilità di scrittura.».
Come tutti gli altri muscoli del corpo, spiega lo scrittore, anche il cervello ha bisogno di fare esercizio per restare in forma, ragion per cui il detto «o lo usi o lo perdi» è particolarmente adatto in riferimento alla mente, e la lettura è un mezzo privilegiato per stimolarla aiutando a prevenire o rallentare lo sviluppo di malattie come la sindrome di Alzheimer e le altre forme di demenza senile. Quando si è immersi in un testo ci si ritrova in un’ altra dimensione, una sorta di mondo parallelo in cui ci dimentica dei problemi, facendo vivere il presente, lasciando al di fuori le tensioni e concedendo un po’ di rilassamento. Qualsiasi cosa si legga, questa si va ad aggiungere al proprio bagaglio culturale, ampliandolo e tornando utile quando meno ce lo aspettiamo. Più conoscenze si hanno, più si sarà pronti ad affrontare le sfide che la vita presenta, peraltro nutrendo il pensiero. Le parole nuove inoltre si andranno ad aggiungere a quelle che costituiscono il proprio vocabolario quotidiano, esprimersi bene e in modo articolato è infatti importante anche in ambito lavorativo, e sapere che si sa parlare con sicurezza davanti ad una persona importante può essere stimolante anche per la propria autostima. Per quanto la memoria abbia un limite, il cervello è qualcosa di meraviglioso e può ricordare moltissime cose con una certa disinvoltura. E’ quindi straordinario come le dinamiche della memoria che si innescano nel lettore rinforzino le sinapsi, influendo in modo importante anche sull’ umore. Quando si legge un libro, tutta l’ attenzione si riversa sul testo, il resto del mondo rimane fuori e ci si ritrova immersi in ogni dettaglio: la stessa abilità utilizzata per analizzare i dettagli ritornerà utile per criticare il contenuto, determinando se è stato scritto un brano accettabile, se gli argomenti sono stati sviluppati in modo appropriato, se la forma è scorrevole e così via.
«Soprattutto, leggere molto aiuta a scrivere bene.» precisa ad un certo punto Giacomo «Solo i grandi scrittori possono essere veri maestri, e io stesso ho stabilito un preciso rapporto, una sorta di lignaggio tra maestro e discepolo, con nomi leggendari quali Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, Tenzin Gyatso, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi.».
Scrivere non è affatto facile, aggiunge, ma si può imparare a farlo bene soprattutto attraverso l’ esperienza pratica, non vi sono infatti tirocini, diplomi o qualifiche. Non significa solo rispettare le regole grammaticali, usare in modo appropriato i segni di punteggiatura e conoscere le tecniche di scrittura. Sono certamente tutte cose importanti, ma non è tutto: «Io non posso mostrare un certificato, non esistono specializzazioni per questo. Tutto quello che so viene dall’ esperienza, e tutto quello che ho scritto è stato una grande esperienza. Pertanto, io tendo a diffidare di chi si vanta di essere uno scrittore professionista solo perché ha un attestato, anche bello a vedersi, ricavato al termine di un corso di scrittura creativa. Il solo modo per migliorare la propria scrittura, qualunque siano i nostri scopi, è leggere, leggere e ancora leggere! Solo sfogliando i grandi maestri possiamo provare ad essere buoni scrittori. Come dice Stephen King, se non hai tempo per leggere, non ce l’ hai neppure per scrivere.».
Quindi la lettura costante, anche di giornali e riviste, è il veicolo privilegiato per migliorare il proprio scrivere, perché rende sensibili alle tematiche attuali e al linguaggio a cui la gente è probabilmente abituata. Quanto alla scrittura, Giacomo afferma da subito che come la lettura presenta inesauribili benefici, il più importante dei quali è la capacità di stimolare un pensiero chiaro e l’ abilità di argomentare: «Scrivendo con parole proprie, si assimila e si consolida la conoscenza appena acquisita. Si migliora il livello di attenzione, focalizzandola più lucidamente sui pensieri. Ci aiuta a comunicare bene, e come la lettura aiuta a eliminare lo stress poiché è un modo per sfogarsi. Peraltro, favorisce la produttività: scrivendo si attivano i neuroni e ci si prepara a superare tutte le sfide, imparando a comprendere sé stessi, guardando le proprie riflessioni dall’ esterno, quindi imparando a prendere le decisioni migliori.». Grazie alla scrittura, prosegue, si riescono a superare momenti difficili in modo più veloce, perché scrivendo in proposito aiuta a metabolizzare le sofferenze e il dolore voltando pagina più facilmente.

Ad un certo punto, il narratore solleva una questione che gli sta molto a cuore, ossia l’ importanza di salvaguardare la scrittura manuale: «Questa è l’ era dell’ informatica e degli apparecchi elettronici. Battere i testi al computer e comunicare tramite posta elettronica sono cose certamente utili e vantaggiose, io stesso lo faccio, ma sono assolutamente convinto che non si debba abbandonare la scrittura manuale per nessun motivo al mondo: piuttosto, occorre salvarla!». La società in cui viviamo, spiega, ci permette di velocizzare i tempi, grazie ad una forma di scrittura multimediale più veloce e immediata, soprattutto grazie a cellulari e computer. WhatsApp, Messenger e le conversazioni sulle reti sociali come Facebook, che rifiuta categoricamente di chiamare con i termini «chat» e «social networks» non volendo mischiare l’ italiano con l’ inglese, ci permettono di scrivere in maniera più immediata, semplice e diretta, rischiando però di farci disimparare le regole grammaticali e le basi stesse della lingua italiana. Se è vero che vivere nella società odierna permette di avere un linguaggio istantaneo, non possiamo correre il rischio di dimenticare l’ importanza della scrittura manuale: «La scrittura a mano va riscoperta e salvata dall’ estinzione, e non soltanto per motivi estetici, per quanto la calligrafia di una persona rimanga ovviamente più bella dei caratteri stampati tipici di una qualsivoglia tecnologia. Questo tipo di scrittura ci permette di memorizzare le cose più facilmente, rispetto a quelli che scrivono al computer: scrivere a mano ci aiuta a memorizzare più in fretta, in questo modo possiamo immagazzinare i dati più in fretta nella nostra memoria. Come spiega la professoressa Gabriella Bottini, docente di neuropsicologia all’ Università di Pavia, scrivere a mano può essere vantaggioso per l’ attenzione, la cognizione e la memoria. La stessa insegnante sottolinea che il computer e i cellulari hanno il correttore automatico, che non permette di riconoscere gli sbagli, rischiando di commetterli nuovamente senza neppure rendersene conto. La difesa della scrittura manuale quindi non diventa solo un sostegno a beneficio della tradizione, ma rappresenta un aiuto che facciamo a noi stessi.».

Rispetto allo scrivere al computer, insiste Giacomo, la scrittura manuale attiva aree del cervello che sono coinvolte nella comprensione del linguaggio e nella memoria. Inoltre, scrivendo si stimola il reticolare attivatore ascendentale che permette di selezionare i dati più importanti e stimola l’ attenzione. Gli scienziati, inoltre, concordano tutti nell’ affermare che rispetto alla testiera la scrittura manuale fa imparare meglio e di più, concentrandosi più facilmente e ricordando per più tempo. Scrivere con la penna aiuta a ricordare e coinvolge persino i muscoli della mano in un’ attività che richiede attenzione e precisione, come confermato dal professor Daniel Oppenheimer, docente di psicologia all’ Università della California: «Quando prendiamo appunti a mano durante una lezione, la lentezza dell’ atto ci obbliga a selezionare molto. E questo è fondamentale per fare propria la lezione.». Alla domanda su quanto tempo dedichi alla scrittura manuale, Giacomo non nasconde una punta di soddisfazione: «Preferisco sporcarmi le mani con l’ inchiostro, assolutamente! Scrivo sempre volentieri a mano tutto quello che posso, soprattutto le dediche sui libri e i biglietti di auguri o di accompagnamento di un dono, in occasione di qualche festa o di un compleanno. Per quanto riguarda i miei dati e appunti, ad un certo punto inevitabilmente arriva il momento della trascrizione sul computer. Scrivo molto, ma purtroppo per la mia maestra elementare sono rimasto zampe di gallina come quando avevo sei anni (risata)…».

Il dialetto, un anacronismo

Quella tra lingua e dialetto è una singolar tenzone antica che da sempre divide popolo e studiosi. Se non vi è differenza tra loro a...