mercoledì 18 aprile 2018

«Niente politica nei miei testi, sono Giacomo Ramella Pralungo!»



Giacomo Ramella Pralungo si definisce un apolitico convinto, e ha una visione della politica che, con una certa tristezza, reputa «destinata a rimanere soltanto un’ idea astratta, per quanto si rifaccia direttamente allo stesso ideale originario di politica». Soprattutto, è determinato a non scrivere mai alcun testo dettato dal minimo criterio politico: «Proprio come le religioni, sento che le ideologie politiche non mi appartengono, in quanto la mia mente ha il potere di ragionare per conto proprio, senza pendere dal pensiero altrui. Peraltro, le ideologie stesse hanno clamorosamente fallito la propria missione in qualsivoglia angolo di questo mondo: ho motivi assolutamente validi per coltivare una scrittura autonoma e autentica sotto tutti gli aspetti.».

Da ormai molti anni lei è notoriamente lontano dalla politica.

«Sì, da quando avevo vent’ anni. Fino ad allora ne subivo il fascino, e, detto tra noi, per qualche tempo sono anche stato tentato dal prendervi parte in qualche modo. Poi, però, me ne allontanai con una certa delusione.».

Come ha maturato la sua avversione per la politica?

«Nel 2004 ero parte di alcune associazioni di volontariato di Sordevolo, e in quel periodo alcuni membri delle due principali erano scesi in campo per le elezioni municipali. Venni a sapere di reciproci sgarbi e pettegolezzi, anche piuttosto gravi, e sentì parlare di tattiche e amicizie influenti che sarebbero state letteralmente di aiuto, quando invece in un sistema democratico bisogna convincere la cittadinanza votante con la chiarezza, la sincerità e la validità dei programmi elettorali, e rispettare ogni schieramento presente. Maturai quindi un profondo disgusto per la politica e i suoi falsi teatrini, e rinnegai con forza il desiderio di intraprenderne la via.».

Lei fa una distinzione tra quella che definisce la politica vera e propria e l’ affare degenerato che è tuttora, potrebbe spiegarsi?

«Il termine politica deriva dal termine greco antico politikḗ, ossia ‘che attiene alla pόlis’, e indica l’ arte di governare il territorio: questa è la natura vera della politica, in cui io credo tuttora. Oggi, invece, con il termine ci si riferisce alla lotta tra partiti, la degenerazione da cui io ho preso le distanze. La politikḗ era assolutamente estranea da ideologie e partiti, e benché già nei tempi antichi fosse gestita da persone ambiziose e avide di potere che fecero della democrazia un concetto più apparente che reale, era molto più indirizzata al bene comune e alla risposta pratica alle necessità della gente.».

Quindi, lei non ha un orientamento politico?

«Assolutamente no. Che si parli di religione o di politica, aderire ad un’ ideologia significa perdere la propria libertà e pensare che il proprio credo sia l’ unico giusto, guardando gli altri con disapprovazione. Sono fermamente consapevole del fatto che non serva affatto essere di destra o di sinistra per essere bravi politici, ma avere buone capacità amministrative, costanza nell’ impegno e onestà delle intenzioni. Ecco quindi il motivo per cui ho sempre detto che le ideologie politiche sono adatte soltanto alle disquisizioni astratte, e che lasciano il tempo che trovano: politica vuol dire pratica, pratica e ancora pratica!».

Peraltro, lei critica apertamente anche la presenza ormai ingombrante della politica nei mezzi di comunicazione di massa, soprattutto giornali e anche taluni romanzi.

«Quello tra la vita politica e i mezzi di comunicazione di massa, giornalismo in particolare, è un intreccio sempre più contestato, che crea più problemi di quanti ne risolva. E’ un bombardamento di informazioni sempre più menzognere. Giornali e persino determinati romanzi sono falsi e faziosi, trasmettendo notizie inzuppate di ideologia e prive di obiettività, nell’ interesse esclusivo degli schieramenti e a scapito della bravura del singolo autore. Peraltro, la rete telematica internazionale si è fatta sempre più selvaggia e scottante, rendendo lecito ogni gesto seppur vandalico e disumano. E’ tutto così rivoltante, soprattutto tenendo conto del fatto che il potere della stampa può influire sui comportamenti della gente e produrre mutamenti sociali: in un contesto del genere l’ intossicazione dei cervelli è un ovvio dato di fatto.».

Quindi, lei rifiuta fermamente di parlare di politica nei suoi testi?

«Oh, sì! Niente politica nei miei testi, sono Giacomo Ramella Pralungo (risata)! Uno come me, che si rifiuta di far politica e persino di prendere una tessera di partito, molto difficilmente potrà adeguare la propria scrittura a fini politici. Andrebbe assolutamente contro i miei principi. In quest’ era colma di favoritismi e punti di vista del tutto parziali la politica si è introdotta come un virus nella letteratura giornalistica e persino nella narrativa, uccidendo inesorabilmente tutta la nobiltà della vera informazione e degli spunti per una riflessione coerente e costruttiva, in cui io credo vivamente. Se dovessi pubblicare qualcosa di sbagliato, cosa effettivamente possibile perché come semplice essere umano sono talvolta soggetto a fraintendimenti, sarà un errore mio, non attribuibile ad una manipolazione esterna della mia mente.».

C’ è qualcosa che desidera dire rivolgendosi ai suoi colleghi scrittori?

«Quando si impugna la penna o si incomincia a dattilografare sulla tastiera si deve sempre pensare al fatto che il messaggio che ci si prepara a scrivere arriverà agli altri, dunque è bene scrivere sia con la mente che con il cuore, con passione e serietà. Bisogna trasmettere idee e principi in piena rettitudine di coscienza, non con l’ intento di favorire uno schieramento e danneggiarne un altro. Questo è il modo migliore per rendere onore ad una delle attività più belle e antiche al mondo.».

La ringraziamo molto.

«Tante grazie a tutti voi».

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