venerdì 4 agosto 2017

L’ «inventore di storie» si racconta


Appassionato di storia e narrativa, nonché di fantascienza, Giacomo Ramella Pralungo è uno scrittore e articolista che ama definire sé stesso «inventore di storie». Ha pubblicato cinque libri e quarantacinque articoli, in cui ha trasmesso riflessioni sociali ed etiche a lui particolarmente care.
Di tanto in tanto, in occasione delle pubblicazioni su questo sito, si è soffermato a raccontare alcuni particolari del suo passato, che diffondiamo dopo averli ordinatamente raccolti.

Giacomo ricorda la sua infanzia

Sono nato a Biella nel 1984. Sono l’ unico figlio di mio padre, Claudio, ma non di mia madre, Gabriella Rosada, che prima di incontrare mio padre si era sposata con un aristocratico e aveva avuto una figlia e un figlio. Tra la fine degli Anni Settanta e i primi Anni Ottanta aveva divorziato, e per dispetto l’ ex marito aveva usato contro di lei i figli, ancora molto piccoli e facilmente influenzabili, inducendoli a credere che li avesse abbandonati per farsi un’ altra famiglia. Avendo dolorosamente perduto ogni possibilità di avere un rapporto con loro, mia madre mantenne sempre un atteggiamento molto protettivo nei miei riguardi. Vari miei parenti paterni nutrivano una certa ostilità nei suoi riguardi, e parlavano pesantemente alle sue spalle, forse perché erano impressionati dal fatto che avesse sedici anni più di mio padre, e perfino con me non maturarono mai un legame particolarmente positivo: lei era descritta come quella che amava spassarsela, io sono tuttora additato come quello strano. Ricevetti molte attenzioni anche da mio padre e dalla nonna paterna, Luciana, la sola ancora viva alla mia nascita, molto amica di mia madre e che venne a mancare quando avevo sette anni. Purtroppo, oggi ricordo molto poco di lei, ma si tratta di memorie molto belle, tra passeggiate nei boschi, una visita al santuario di Oropa e le ore trascorse giardino. Rammento molto bene il pianto disperato di mia madre, che mi diede la notizia della sua morte.

I miei genitori e io vivevamo in un’ antica casa padronale nel centro di Occhieppo Superiore, di proprietà di una signora leggermente avanti con l’ età che discendeva da una ricca e influente famiglia di industriali, di cui lei e il fratello erano gli ultimi membri. Era una signora un po’ stravagante, che innervosiva spesso il marito con i suoi atteggiamenti, al punto che lui trovava rifugio nel vino: ogni volta che si ubriacava la picchiava, e lei in risposta aveva preso l’ abitudine di uscire di casa ogni giorno ad una certa ora del mattino e del pomeriggio per dargli il tempo di smaltire gli effetti delle sue abbondanti bevute. Quando avevo circa dieci anni adottarono un gallo e una gallina americani, che amavo guardare dal balcone. Il mio primo amico fu il cane che i miei genitori avevano al tempo della mia nascita, Ghibli, un bellissimo schnauzer nano che portava il nome libico del vento proveniente da sudest, e che si affezionò a me al punto da stare sempre in mia compagnia e da non permettere agli estranei di avvicinarsi. Morì investito da una macchina quando avevo ancora pochi mesi, e purtroppo non ricordo nulla di lui. A circa tre anni iniziai a frequentare l’ asilo, a pochi metri da casa nostra. Ricordo molto bene ancora oggi quei giorni lontani: mi isolavo in un angolo e piangevo disperato, rifiutando la compagnia degli altri bambini. Proprio non capivo perché dovessi stare in quel posto, che trovavo strano, e rifiutavo addirittura di mangiare. Dopo tre settimane la direttrice chiamò i miei genitori e li implorò di tenermi a casa, mandandomi solo se fosse stato assolutamente necessario.
Poco tempo dopo adottammo un altro cane, Bijoux, uno yorkshire terrier con cui instaurai un bellissimo rapporto di amicizia. Eravamo inseparabili, giocavamo per giornate intere, e quando andavamo dalla nonna Luciana correvamo insieme fino allo sfinimento dietro alle galline. Qualche volta giocavo con il figlio dei vicini della nonna, Fabio, di un anno più giovane di me e che avevo incontrato all’ asilo, ma il mio vero compagno rimaneva Bijoux, e, in seguito, sua figlia Cherie.

Sui banchi di scuola

A sei anni incominciai ad andare a scuola, e siccome non avevo frequentato l’ asilo per un tempo sufficiente ebbi notevoli problemi di adattamento sia in prima che in seconda, mentre dalla terza in poi le cose si fecero molto più semplici. Ero in classe con molti bambini che avevo conosciuto all’ asilo e che divennero miei amici. Quello con cui stabilì un rapporto particolare era Matteo, figlio di un signore con cui mio padre giocava a tennis.

Avevo tre maestre: una di italiano e religione, una di storia e geografia e una di matematica e scienze. Quella di italiano e religione, la signorina Margherita Sidro, fu quella da cui imparai di più sia come maestra che come persona: era la più anziana, appartenente in tutto e per tutto alla vecchia scuola, legata alla vecchia maniera e assai severa e rigorosa ma al tempo stesso molto entusiasta del suo lavoro e affezionata a ognuno di noi. Credo proprio di dovere a lei la passione per la lettura e l’ interesse per la spiritualità: ricordo ancora oggi quando ci insegnò a scrivere, le favole che ci leggeva da libri vecchi di bell’ aspetto che osservavo con piacere dal mio banco, e di quando ci parlava di Dio e Gesù. Oltre a tutto questo ci insegnava spesso e con convinzione il valore della buona educazione e della disciplina, dicendo che prima di tutto noi eravamo l’ avvenire, gli uomini e le donne del futuro, e che dovevamo impegnarci in tutto quello che facevamo per ricambiare le cure che i nostri genitori avevano per noi. Anche dalla maestra di storia e geografia, Cinzia Bossi, che ebbi in terza e in quarta, imparai moltissimo. Era molto giovane, incominciava a insegnare proprio allora, e seppe trasmettermi la grande passione per la storia, le culture antiche e il Medioevo. Quella di matematica fu invece quella che mi piacque di meno: grassottella, dai lineamenti marcati e il vocione acuto, era antipatica e brusca, sempre pronta a urlare e rimbrottarci tutti, talvolta apostrofandoci con parole ostili come «cretino» e «lazzarone», oppure minacciandoci di sonori manrovesci. Aveva anche l’ abitudine di deridere davanti a tutti chi sbagliava. Ho sempre avuto molti problemi con la sua materia, e purtroppo ancora oggi faccio molta fatica a fare di conto benché la matematica mi piaccia molto come disciplina e scienza esatta.

L’ attrazione per la fantascienza e la storia
A una mostra su Ernesto Schiaparelli;

Avevo buoni rapporti con quasi tutti i miei compagni di classe, anche con le compagne. Come la maggior parte dei bambini frequentai i centri estivi. In un paio di occasioni partecipai a quelli gestiti dalla Comunità Montana, dei quali ho un pessimo ricordo perché i bambini e i ragazzini più grandi mi prendevano di mira in quanto cercavo di essere educato, in tono con l’ insegnamento dei miei genitori, mentre loro avevano atteggiamenti più volgari e incuranti, quindi si divertivano con scherzacci e talvolta picchiando. Nemmeno con i bambini che abitavano nei dintorni di casa mia fu semplice, perché nessuno di loro mi accettava nei loro giochi, dunque mi arrabbiavo e mi ritrovavo quasi sempre da solo, e Bijoux e Cherie rimasero i miei compagni privilegiati. Purtroppo anche i rapporti di amicizia con i miei compagni di classe si sciolsero velocemente con il passaggio alle scuole medie. Avevo anche alcuni cugini di pochi anni più giovani di me, ma li incontravo solo a Natale e talvolta a Pasqua, e in buona sostanza crescemmo come estranei, senza avere nulla a che fare tra noi.
Visita alla casa dell’ eroe Pietro Micca;

Ai centri estivi della parrocchia di Occhieppo Superiore, invece, le cose andavano molto meglio, e nel 1993 e nel 1994 vissi esperienze magnifiche ai campeggi a Bagneri, un paesino di montagna poco lontano da Occhieppo. Durante le scampagnate con don Egidio Marazzina scoprì un luogo meraviglioso, la Trappa di Sordevolo, un antico edificio ai piedi dei monti, completamente realizzato con rocce alpestri, dalle origini tuttora avvolte nel mistero. In quello stesso periodo scoprì la mia passione per la fantascienza, leggendo un racconto sulla mia antologia scolastica, e per la storia. Usavo i miei giocattoli inventando storie oppure riprendendo quelle che vedevo nei film o nei cartoni animati: a onor del vero, penso che ancora oggi sto proseguendo con quel gioco, ma con la penna! Il calcio non mi interessava minimamente, preferivo i giochi di fantasia, quelli con i miei cani e le passeggiate per i boschi, e forse la cosa contribuì ad isolarmi dagli altri bambini: se la maggior parte di loro si scambiava le figurine dei calciatori a me piacevano le storie di alieni e di invasioni segrete, di tecnologie e armi avanzate, di mostri creati in laboratorio, di viaggi nel tempo fino all’ antico Egitto o nella Roma degli imperatori, piuttosto che al tempo dei dinosauri e degli australopitechi. Se gli altri non vedevano l’ ora di andare al campo e passare ore tra una partita e l’ altra, io andavo per i boschi a sbizzarrire le mie fantasie.

Quando avevo otto anni o poco più mia madre mi incantò con i suoi racconti: ogni pomeriggio preparava il tè con i biscotti e mi raccontava della sua attrazione per le opere di Dickens e Jules Verne, e di quando ancora ragazzina vide al cinema molti film di genere fantascientifico oggi ritenuti pietre miliari, ma la cosa che più l’ aveva colpita era stato l’ avverarsi di molte grandi innovazioni tecnologiche e scientifiche viste al cinema, per non parlare del leggendario viaggio sulla luna del 1969. Solo alle scuole medie, tuttavia, vinto dalla voglia di sapere e capire sempre di più, incominciai a studiare con una certa regolarità la storia e a interessarmi di fisica spaziale e temporale, quindi alle letture e al cinema fantascientifico.

A Sordevolo tra Passione e volontariato

Mia madre soffriva di disturbi ai polmoni e ai bronchi, e nel 1993, quando avevo nove anni, la sua salute peggiorò e trascorse molto tempo in ospedale: per un certo tempo si temette per la sua vita, e una volta scampato il pericolo i medici dissero che non si sarebbe mai ripresa completamente, pertanto doveva riguardarsi con grande attenzione. Più o meno in quel periodo persi il mio amatissimo Bijoux, investito da un’ auto ai giardini di Biella: con lui se ne andava un amico e un compagno di giochi meraviglioso, la sua morte fu un grande dolore che solo chi vive da sempre con gli animali e impara a vederli come nostri compagni di vita può comprendere.
Volontariato presso la casa di risposo di Sordevolo;

Nel 1995 iniziai a frequentare le scuole medie, e nel gennaio 1996 ci trasferimmo nella casa della defunta nonna Luciana. In quel tempo avevo una mente tortuosa, e siccome non avevo voglia di studiare venni bocciato. Mio padre volle darmi una lezione, e mi prese con sé per buona parte dell’ estate, nella sua officina di serramenti in alluminio: con il suo esempio compresi facilmente l’ importanza dell’ impegno costante in qualsiasi cosa facciamo. In quello stesso periodo adottammo Cico e Briciola, un bel pastore tedesco e una volpina provenienti da una famiglia di un paese vicino al nostro, ma dopo appena un anno fummo costretti a sopprimere Cico a causa del suo temperamento aggressivo, provocato dai gravi e ripetuti maltrattamenti subiti dalla prima famiglia.
Nel 1998, quando avevo quattordici anni, mio padre fu operato ad un ginocchio dopo che si era fatto male cadendo in casa, e per molti mesi faticò pesantemente dovendo peraltro affrontare un secondo intervento perché il primo non era stato eseguito correttamente. Ero l’ unico che stava completamente bene, e così dovetti assistere i miei genitori come meglio potevo. Dovevo anche dedicarmi a Cherie e a Briciola, e naturalmente non dovevo nemmeno tralasciare gli studi. Allora non avevo amici, anzi, i miei compagni di classe mi trattavano molto male, insultandomi e facendomi dispetti veramente spiacevoli, quindi lo studio e le passeggiate per i boschi con le mie cagnette, a cui poi si aggiunse Stella, un bel pastore maremmano, rimasero i miei passatempi preferiti, i miei momenti più felici.
Volontariato alla casa di risposo di Sordevolo;

All’ inizio del 2000, quando frequentavo le scuole superiori, mia madre infine morì. Benché sapessimo tutti che prima o poi in famiglia questo grande addio sarebbe avvenuto, mio padre e io ne soffrimmo ovviamente moltissimo. Ricordo che pochi giorni prima di morire disse di essere contenta di avere avuto con me la possibilità che invece le era stata negata con i miei fratellastri, e si raccomandò molto: in futuro avrei dovuto continuare a studiare con diligenza e non trascurare la mia tendenza a scrivere, che a lei piaceva molto.
Durante l’ estate un mio ex compagno di scuola alle medie, residente a Sordevolo e con cui ero rimasto in buoni rapporti, mi invitò a partecipare alla Passione di Cristo, una rappresentazione sacra su versi arcaici accompagnati da musica solenne, recitata in forma di teatro popolare dagli inizi del XIX secolo con cadenza quinquennale dalla popolazione sordevolese. Vi partecipai con grande entusiasmo come comparsa, per l’ esattezza ero soldato romano, e ottenni anche la parte del comandante nell’ edizione della Passione dei bambini. Non smisi mai di frequentare Sordevolo, ove mi feci molte nuove amicizie, e negli anni iniziai a fare il volontario presso le varie associazioni e soprattutto alla casa di risposo locale, ove instaurai legami personali di amicizia con gli anziani ospiti. Oggi sono molto più conosciuto a Sordevolo che a Occhieppo Superiore. Peraltro, in quel tempo ripresi con una certa continuità a frequentare la Trappa, che divenne per me un luogo particolarmente caro, ove tuttora mi piace molto recarmi per trovare la pace, ricavando ogni volta una sensazione incommensurabile.

Un periodo molto difficile e il distacco dalla religione
La Trappa di Sordevolo;

Nel 2003 mio padre e io adottammo Orso, un simpatico e intelligente bassotto che Briciola e Stella accolsero volentieri tra loro, ma nell’ estate 2004, complici le mie dolorose esperienze passate e alcuni contrasti con certa gente a Sordevolo che mi turbarono molto, attraversai un periodo di forte depressione, e come se non bastasse nel dicembre successivo dovemmo sopprimere Briciola per un tumore allo stomaco resosi incurabile. Fu un periodo estremamente drammatico, che certamente non ricorderò con piacere. Fino a quel momento ero stato un cristiano piuttosto credente, ma tanta drammaticità mi sospinse a mettere in discussione tutto quello che mi era stato insegnato su Dio e la sua natura onnipotente e benevola: in tono con la tradizione avevo molto e sinceramente pregato per mia madre, che alla fine era morta dopo una dura malattia, mentre in un secondo momento avevo fatto i conti con la depressione di mio padre e infine ero stato costretto a sopprimere uno dei miei cani, che peraltro mi era molto affezionato, e viceversa. Nessuno mi espresse la minima solidarietà, e solo allora, di fronte all’ evidenza dei fatti, compresi che tutte le religioni sono un semplice prodotto dell’ uomo, concepite in un’ era in cui l’ uomo si interrogava sulle origini della vita, sulle cause dei fenomeni e su cosa c’ è dopo la morte ma ancora non esisteva la scienza come fonte di risposte plausibili: «Dio» e il suo volere sono tutto ciò che non sappiamo spiegare, niente di più. Mi allontanai apertamente dal Cristianesimo, rigettandone ogni singolo principio, divenni irascibile e costantemente giù di morale, e mi isolai dal resto del mondo. Ad un certo punto maturai persino alcune manie di persecuzione. Allora frequentavo il corso di servizi sociali all’ istituto di scuola superiore I.P.S.S.C.T.S. di Mosso, e su suggerimento di alcuni gentili insegnanti mi rivolsi ad una psicologa e poi ad una psichiatra che mi aiutarono a superare le mie pesanti reazioni.

Con il tempo e la pazienza potei recuperare la calma e la lucidità, e il corso degli eventi si fece fortunatamente meno cupo. Nell’ estate 2005 mi diplomai, acquisendo il titolo di tecnico di servizi sociali, e nello stesso periodo partecipai per la seconda volta alla Passione di Sordevolo, nei panni di Malco, giovane sacerdote membro del Sinedrio di Gerusalemme.

Il periodo dopo la scuola e l’ avvicinamento al Buddhismo e al pensiero di Gandhi

Nel maggio 2004 mio padre si sposò con una signora sua coetanea proveniente dal Ghana, Stato dell’ Africa occidentale, ma residente in Europa da trent’ anni. Nell’ agosto 2005, mentre io ero coinvolto nella Passione di Sordevolo, essi andarono in viaggio di nozze in Ghana, ove conobbero un imprenditore di Biella che era migrato laggiù alla fine degli Anni Settanta fondando una grossa impresa di costruzioni con circa duemila dipendenti, e che propose a mio padre di trasferirsi aprendo un’ attività in società con lui.
Al suo ritorno in Italia lo aiutai nella sua nuova attività, un’ azienda individuale di serramenti che aveva aperto da pochi mesi, ma il nostro Paese e l’ Europa in generale stavano sprofondando costantemente in una crisi economica particolarmente grave.
L’ incontro con ghesce Tenzin Tenphel, monaco tibetano;

Nel 2006, dopo aver seguito un documentario sul Dalai Lama e i suoi insegnamenti, rimasi favorevolmente impressionato dal Buddhismo, e me ne avvicinai gradualmente, approfondendone la mia conoscenza. Trovavo molto interessanti le considerazioni del Buddha, passato alla storia come filosofo e monaco e non come profeta o persona divina, a proposito della sofferenza, che indicava come parte naturale della vita, come dimostrano la malattia e la morte, ma anche come risultato dell’ ignoranza, dell’ avversione e della brama, pertanto possibile da superare con un atteggiamento basato sulla consapevolezza della realtà, sull’ altruismo verso tutte le cose viventi, animali e vegetali compresi, e con una condotta lontana dagli eccessi del piacere e della rinuncia.
Un altro grande personaggio a cui mi interessai nello stesso periodo è il Mahatma Gandhi, il grandissimo politico e filosofo indiano, pioniere di una rigorosa forma di non violenza, che avevo già studiato in terza media, rimanendone colpito. Guardando per la prima volta il film biografico «Gandhi» e leggendo determinati articoli sul suo conto ebbi l’ opportunità di comprendere molto meglio il suo pensiero e il suo metodo, che in Occidente erano stati piuttosto fraintesi: quella che di solito viene chiamata resistenza passiva, dal termine sanscrito satyāgraha, era in realtà un’ opposizione assolutamente pacifica, un diniego totale di collaborazione con l’ Impero britannico che venne attuato come mezzo di pressione di massa atto al boicottaggio di tutto ciò che era anglosassone, dal rifiuto di acquistarne le merci e di ricorrere ai relativi titoli di Stato come forma di investimento alla disobbedienza alle leggi, inclusa l’ astensione da incarichi militari e civili e il rigetto di qualsivoglia titolo onorifico. La grandezza e la profondità di quest’ uomo così speciale mi sorpresero, e da allora cerco sempre di ricordarmene e di migliorarne la mia comprensione.

Il trasferimento in Ghana
L’ amicizia con lama Paljin Rinpoce, unico lama italiano;

Dopo lunghe e attente valutazioni e con l’ aggravarsi della crisi economica in tutto l’ Occidente, mio padre accettò l’ offerta dell’ imprenditore biellese in Ghana e ci trasferimmo il 5 dicembre 2006, naturalmente insieme a Stella e Orso. Ci stabilimmo a Kumasi, la seconda città del Ghana, soprannominata «città giardino» per le numerose specie di fiori e piante che crescono nella zona e nota per essere il luogo di nascita di Kofi Annan, ex Segretario generale delle Nazioni Unite e Premio Nobel per la pace. Mio padre aprì la nuova azienda e operò per dieci anni in società con l’ altro imprenditore biellese, conducendo molti lavori articolati e impegnativi.

Il trasferimento in Ghana non fu una decisione molto semplice per nessuno di noi, e gli inizi furono molto difficili. Lasciare la propria terra e tutto ciò che è familiare è arduo per tutti, senza eccezione. In modo particolare, mi faceva un certo effetto muovermi in mezzo a tanta gente di colore, dal momento che in Italia i bianchi sono la maggioranza e i neri la minoranza, ma con l’ andare del tempo mi ci sono abituato. Peraltro il Ghana è un Paese occidentalizzato, con poca delinquenza e soprattutto privo di tensioni razziali.

Autore nella tradizione di Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, Michael Crichton e Antonio Spinosa
Al lavoro su qualche appunto;

Trovai conforto nelle abituali letture e nella scrittura, raccogliendo molte idee fondamentali per quelli che in seguito sarebbero divenuti i miei primi cinque libri, e per molti altri che ho in programma di sviluppare e pubblicare in futuro. Anche la meditazione buddhista e l’ approfondimento del pensiero del Dalai Lama e altri maestri buddhisti, come il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, mi furono di grande aiuto.
L’ incontro con la sportiva e scrittrice Nicole Orlando;


Come lettore e autore prediligo la fantascienza, ma non escludo anche altri generi, come la saggistica di argomento storico, i romanzi sociali e ovviamente i classici. I miei autori preferiti sono Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, Michael Crichton e Antonio Spinosa: ognuno di essi ha un particolare stile e predilezione di argomenti di cui ho riconosciuto il pregio, e mi sforzo di operare nella loro tradizione. Dickens, Wells e Crichton si dedicarono con grandi narrazioni all’ analisi e alla critica sociale e scientifica, mentre Herbert realizzò la nota esalogia di «Dune», basata su questioni ecologici e filosofici. Spinosa invece presentò personaggi ed eventi storici fondamentali per la storia italiana e mondiale in una diversa chiave di lettura. Ho imparato molto dalla lettura e dall’ analisi delle loro opere, ma ovviamente anche dalla pratica personale. Sento che mi rimane ancora tanta strada da fare per perfezionarmi ed esprimere le molte idee che mi stanno a cuore, ma continuerò a seguire il sentiero ancora per molto tempo con l’ entusiasmo che ho sempre messo in tutto quello che ho fatto nella mia vita.

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