martedì 26 settembre 2017

Il Ghana contro il Mahatma Gandhi


Giacomo Ramella Pralungo è da lungo tempo un ammiratore del Mahatma Gandhi, il celebre filosofo e politico indiano la cui azione di disobbedienza civile e lotta nonviolenta nel 1947 portò l’ India all’ indipendenza dall’ Impero britannico. Di recente, la direzione dell’ Università del Ghana, ove si trovava un monumento dedicato a Gandhi, ha provveduto alla sua rimozione per motivi di razzismo, e lo scrittore desidera rendere nota la sua posizione in proposito, esprimendo la sua opposizione a tale decisione e riflettendo sulle opinioni esposte dal Mahatma durante il suo ventennale soggiorno in Sudafrica, punto di partenza di un certo fraintendimento.

Il 17 luglio 1821, leggendo la Gazzetta di Milano nel giardino della sua villa di Brusuglio, Alessandro Manzoni seppe della morte in esilio di Napoleone Bonaparte, avvenuta il precedente 5 maggio. Ad appena quindici anni di età il celebre autore italiano aveva incontrato l’ inarrestabile condottiero francese al Teatro alla Scala di Milano, rimanendone favorevolmente impressionato pur non esprimendo mai alcun giudizio su di lui, contrariamente ad altri poeti del tempo, e in tre giorni, colto da un certo turbamento, scrisse un’ ode che ebbe una vastissima eco, «Il cinque maggio», tuttora riconosciuta come una delle sue opere assolutamente più famose e apprezzate, in cui incluse un verso semplice e diretto che esprime un immenso significato, su cui spesso non ragioniamo a sufficienza: «Ai posteri l’ ardua sentenza.».
Come studioso di storia credo proprio di poter affermare che non è facile comprendere e valutare appieno un personaggio oppure un evento storico, soprattutto nell’ immediato: occorre infatti prendere tempo per analizzare in modo degnamente imparziale il contesto storico in cui il personaggio visse e agì, mentre per gli eventi bisogna sempre considerare le cause, oltre che le conseguenze. Personaggi come Giulio Cesare, Napoleone e Benito Mussolini ed eventi quali la caduta della Repubblica romana in favore dell’ Impero, l’ avvento dell’ assolutismo illuminato e del Fascismo italiano sono tuttora eventi ampi e di vasta portata su cui si discute moltissimo.
Gandhi al 10 Dowing Street, 1931;

Ebbene, recentemente perfino un personaggio unanimemente conosciuto e rispettato come il Mahatma Gandhi, uno dei miei personaggi storici preferiti, è stato al centro di ricerche e valutazioni da cui è iniziato un animato dibattito che, peraltro, ha portato alla rimozione di una statua a lui dedicata dalla sede di Accra, la città in cui risiedo, dell’ Università del Ghana.
Nell’ ottobre 2015, due professori universitari sudafricani, Ashwin Desai e Goolam H. Vahed, pubblicarono «The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire», un libro che a quasi settant’ anni dalla morte del Mahatma fece immediatamente molto discutere, dal momento che ne capovolse l’ immagine accusandolo di razzismo nei confronti della popolazione nera. Il testo ripercorre i ventun anni che Gandhi trascorse in Sudafrica dal 1893 al 1914, dapprima come avvocato e poi come attivista, entrando in contatto con l’ apartheid, il pregiudizio razziale e le condizioni di quasi schiavitù nelle quali vivevano i suoi centocinquantamila connazionali, dando inizio alla militanza per i diritti civili e alla satyāgraha, elementi fondamentali della sua futura lotta per l’ indipendenza dell’ India: consultando gli archivi e leggendo i testi che lo stesso Gandhi scrisse durante il lungo soggiorno sudafricano, i due insegnanti rinvennero stupefacenti elementi in base ai quali il Mahatma giudicava i neri «selvaggi e primitivi», «dediti a una vita indolente e nuda», conducendo pertanto un’ ostinata campagna atta a convincere l’ amministrazione britannica che la comunità indiana era intrinsecamente superiore a loro.

L’ immagine ammirata e addirittura riverita di Gandhi, che proprio in Sudafrica iniziò l’ opera per cui rimase segnato nella storia, ne soffrì ampiamente, al punto che persino la scrittrice indiana Arundhati Roy ammise che dopo la pubblicazione di questa nuova biografia nessuno avrebbe potuto pensare come prima a questo grande uomo.
Secondo le pagine di «The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire», come già anticipato dal Washington Post nella sua recensione, appena giunto in Sudafrica, Gandhi avviò una tenace battaglia sugli ingressi separati per bianchi e neri all’ ufficio postale di Durban, dal momento che non trovava giusto che gli indiani rientrassero nella stessa categoria dei nativi sudafricani, che chiamava «cafri», e domandò un ingresso separato per gli indiani: «Ci feriva moltissimo questa mancanza di rispetto, e chiedemmo alle autorità di eliminare quell’ odiosa distinzione, e ora ci hanno dato tre ingressi per i neri, gli asiatici e gli europei.». In una lettera aperta al parlamento di Natal, nel 1893, peraltro, scrisse: «Ho avuto l’ ardire di sottolineare che sia gli inglesi che gli indiani provengono dalla stessa stirpe, chiamata indoariana. Una credenza generale sembra prevalere nella Colonia secondo la quale gli indiani sono un soltanto un po’ meglio, o addirittura uguali, ai selvaggi e cioè ai nativi dell’ Africa. I bambini crescono con questo pensiero, e il risultato è che gli indiani sono trascinati in basso nella stessa posizione dei primitivi cafri.».
In una petizione del 1895, il futuro Mahatma espresse peraltro la preoccupazione che un minore riconoscimento giuridico per gli indiani avrebbe avuto come risultato una degenerazione così forte che dalle loro abitudini civilizzate sarebbero stati degradati alle abitudini dei nativi, e nello spazio di una generazione ci sarebbe stata poca differenza nei costumi, nelle abitudini e nel modo di pensare tra la discendenza indiana e quella locale, mentre durante un discorso a Mumbai, nel 1896, disse che gli europei di Natal volevano degradare gli indiani al livello dei primitivi la cui unica occupazione era la caccia, e la cui unica ambizione era possedere un certo numero di mucche per comperarci una moglie e poi passare il resto della vita nell’ indolenza e nella nudità.
Nel giugno 2016, alcuni mesi dopo la pubblicazione di «The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire», all’ Università del Ghana di Accra venne inaugurata una statua in onore di Gandhi in occasione della visita del  Presidente della Repubblica Indiana, Pranab Mukherjee, iniziativa che sollevò l’ opposizione di vari professori e studenti, secondo cui la presenza della statua rappresentava «uno schiaffo a causa dell’ identità razzista di Gandhi». Venne pertanto lanciata una petizione in rete per chiederne l’ abbattimento, ed essa raccolse migliaia di adesioni in appena poche ore: attualmente il monumento non è più al suo posto.
Il monumento all’ Università del Ghana;

So per esperienza diretta che quando ci si occupa di personaggi e avvenimenti storici è molto frequente fare i conti con l’ ottica dei cronisti che ci trasmettono le informazioni: essi influiscono sulla sostanza delle informazioni che riceviamo, tanto che nella maggior parte dei casi le fonti storiche sono state ormai ridotte a qualcosa di nocivo, proprio come quegli articoli di giornale riguardanti avvenimenti politici e sociali che riferiscono una sola notizia secondo i punti di vista più diversi e contrastanti tra loro, impedendoci di comprendere la verità dell’ avvenimento stesso. Perché la verità si trova sempre e soltanto nei fatti, mai nelle opinioni personali. Comunque sia è un fatto risaputo: la storia viene opportunamente trasformata in leggenda, e la leggenda in mito, quindi le convinzioni e i punti di vista finiscono per diventare più potenti della stessa verità a cui tutti dovremmo sforzarci di attenerci.
Nel caso particolare del Mahatma Gandhi e della sua posizione nei riguardi della popolazione nera, se le fonti consultate dai professori Desai e Vahed venissero ritenute attendibili, come ritengo possibile, è mia intenzione sottolineare che bisognerebbe ricordare che in quel tempo il fenomeno del razzismo era fortemente sentito quasi ovunque nel mondo, e che si manifestava in modo specifico a seconda delle aree geografiche. Peraltro, all’ interno delle singole società era presente una vigorosa suddivisione sociale. Purtroppo è così anche oggi, sebbene avvenga in modo diverso perché viviamo un’ altra era. Tutti gli uomini e le donne vissuti in questo mondo hanno subìto l’ influenza della mentalità e della cultura vigenti nel proprio contesto: lo stesso Gandhi nacque a Porbandar, una cittadina sulle coste occidentali dell’ India, ove visse la sua giovinezza in una benestante e tradizionale famiglia induista della casta mercantile dei Bania. Eppure, in ogni tempo ci sono coloro che a seguito di determinate esperienze intuizioni si allontanano dalla visione dominante delle cose e tentano di andarvi oltre per consentire un’ evoluzione benefica al proprio ambiente, da lasciare in eredità alle generazioni future. Il Mahatma Gandhi era uno di questi uomini, infatti lottava con convinzione contro il millenario cappio delle caste indù, con un occhio di grande riguardo verso i paria, o dalit, ossia gli «oppressi» ritenuti impuri, nonché contro l’ usanza dei matrimoni infantili a cui lui stesso era stato obbligato e contro l’ odio che contrapponeva induisti e musulmani, nonché indiani e britannici, così come occorre ricordare che era venuto al mondo nella più importante colonia britannica, e che visse quattro anni a Londra per studiare giurisprudenza presso la University College, adattandosi alle abitudini britanniche, vestendosi e cercando di vivere come un vero signore locale nonostante l’ opposizione della sua casta per l’ impossibilità di rispettare i precetti induisti in Occidente, e da cui venne dichiarato fuoricasta, venendo poi riammesso nella casta al suo ritorno in Oriente con l’ aiuto del fratello.
Peraltro, occorre ricordare che quando giunse in Sudafrica per difendere una ditta indiana in una causa locale aveva appena ventiquattro anni: allora il giovane Gandhi non era ancora nessuno, e fu proprio il Sudafrica a trasformarlo gradualmente in una guida visionaria che poi sarebbe stata ricordata come Mahatma, la «Grande Anima». Dopo essere entrato profondamente in contatto con la cultura britannica durante il suo soggiorno londinese maturò una grandissima fiducia nella proclamazione pubblicata dalla regina Vittoria il 1 novembre 1858, che a seguito della ribellione del 1857 estendeva formalmente la sovranità britannica sull’ India e prometteva al suo popolo gli stessi privilegi e protezione di cui godevano tutte le altre popolazioni, peraltro nel desiderio che gli indiani venissero ammessi liberamente e con imparzialità agli uffici imperiali: con tale spirito, quando nel 1899 scoppiò la Seconda Guerra Boera,  Gandhi, membro del Natan Indian Congress, sospinse con onore e fierezza la comunità indiana a offrire i propri servigi alla Corona come «cittadini a pieno titolo dell’ Impero britannico, pronti a farsi carico dei loro obblighi e a meritarsi i diritti loro concessi». In un secondo momento, tuttavia, con l’ approvazione del Black Act nel 1906, con cui si costringeva la popolazione indiana che viveva nella provincia di Transvaal a registrarsi, Gandhi iniziò a tenere incontri e a incitare i compatrioti a bruciare i permessi che dovevano portare con sé, ritrovandosi in una prigione per cafri: in un certo modo comprendeva e accettava la discriminazione da parte dei bianchi, ma non di essere messo sullo stesso livello dei nativi africani, nella convinzione che si dovessero organizzare celle separate. Fu solo con l’ andare del tempo che il Mahatma dichiarò che il suo cuore era con gli zulu, spiegando che le crudeltà che aveva visto compiere contro di loro erano state il più grande punto di svolta della sua vita spirituale, esattamente ciò che lo aveva portato ad abbracciare, come strategia di resistenza, la nonviolenza.
Insomma, di fronte a questo lato oscuro della celebre guida indiana, finora rimasto inedito, ritengo che sia ragionevole dedurre che come normalissimo essere umano sia partito letteralmente dal nulla, come tutti noi, e che all’ inizio della sua esistenza abbia semplicemente avuto certi pregiudizi che, nel corso della sua esperienza decennale come persona, devoto religioso e guida sia politica che spirituale, vennero gradualmente superati da un ideale più universale. Dopo tutto, non è forse vero che l’ immensa e antica India è un insieme di popolazioni, lingue e religioni tra loro assai diverse? Se proprio si vogliono lanciare accuse di razzismo slegate dal contesto originario, io stesso potrei ricordare ai ghanesi, cristiani di grande fede, che nel Vangelo di Matteo e in quello di Marco si racconta che Gesù incontrò una donna cananea che lo supplicò di esorcizzare la figlioletta indemoniata, ma lui le rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele.». Solo dopo una certa discussione il Nazareno, rimasto colpito dalla fede con cui lei domandava il miracolo, concesse la guarigione della figlia, e detto questo mi si permetta di aggiungere che se oggi il Ghana può vantare davanti al mondo di essere un Paese indipendente dalla Gran Bretagna dal 6 marzo 1957, parte del merito va sicuramente attribuito al Mahatma Gandhi, che appena dieci anni prima con la sua azione in India aveva dato il via ad una reazione a catena che di fatto portò alla dissoluzione dell’ Impero britannico.


Giacomo Ramella Pralungo

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