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Giacomo Ramella Pralungo; |
Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa
fantascientifica e articoli storici, culturali e scientifici, desidera
trasmettere i propri auguri accompagnati da una riflessione sul tema del Natale
con la seguente lettera.
Occhieppo
Superiore, 25 dicembre 2023
Anche
quest’ anno è arrivato il giorno che per gli amici cristiani è Natale, e come
sempre sono iniziati con largo anticipo i preparativi, tra acquisti per regali,
pranzi e cenoni, addobbi e così via discorrendo. Sebbene sia soltanto la
seconda festività più importante della cristianità, la principale è infatti
quella pasquale, la ricorrenza del Natale è la più affascinante e sentita da
tutti, complice il periodo invernale che a differenza di questi ultimi anni un
tempo portava la neve e quindi induceva a radunarsi tra le calde mura di casa,
attorno ad un bel camino.
Come
è risaputo, io mi sono allontanato dal Cristianesimo nel 2004, appena compiuti
i vent’ anni, assumendo una posizione super
partes nei riguardi delle religioni interessandomi più propriamente ad una
libera spiritualità, e continuo tuttora a rispettare Gesù come libero pensatore
e maestro spirituale svincolato dagli schemi della tradizione ebraica del suo
tempo, mosso da un desiderio altruistico. Attualmente ho il piacere di
continuare a leggere e documentarmi in materia di religione, ma con un occhio
più indipendente e analitico, e anche valutando i testi sacri trovo per mia
stessa sorpresa interessanti basi di riflessione in alternativa alle
consuetudini e notando determinate contraddizioni che con un atteggiamento più
da credente nella maggior parte dei casi non si considerano. Una delle cose che
da irreligioso più trovo evidenti è il modo in cui chi invece continua a
definirsi cristiano credente, per quanto non strettamente praticante, «si ricorda
di santificare le feste», come dice il terzo comandamento.
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Festa natalizia; |
Ormai
da molto tempo noto che già a novembre la gente inizia a pensare ai preparativi
natalizi, e con l’ avvento dei mercatini si lancia a capofitto nelle relative
spese, in una gara all’ acquisto migliore e più economico in modo tale da
presentarsi «come si conviene» a questa fatidica data. Fin da quando ero
bambino, ricordo che il Natale ha sempre portato questa frenesia, non dico
quindi nulla di nuovo, tuttavia oggi si tende molto di più a festeggiarlo ma senza
considerare il suo significato e valore, e neppure l’ episodio religioso da cui
trae la sua origine, che ovviamente è la nascita di Gesù. Io sono cresciuto in
un ambiente in cui la religione non ha mai avuto un’ importanza preminente,
sebbene ovviamente fosse rispettata, ma quando ero alle elementari nella mia
Casa si aveva l’ abitudine di andare in chiesa, cosa per nulla gravosa dato che
portava via un’ ora di tempo al massimo, e, più tardi, di recitare una
preghiera così che il motivo alla base della ricorrenza fosse correttamente
considerato, per poi procedere con gli auguri, lo scambio dei doni e i
festeggiamenti. Non vi era nulla di rigidamente formale o bigotto, solo un
minimo di coerenza: se si celebra un compleanno è infatti logico porgere gli
auguri al festeggiato. Oggi invece non è più così. In mezzo alla febbre dei
preparativi quasi più nessuno rivolge un pensiero al significato del Natale: ci
si scambia qualche vago augurio e i doni, poi ci si siede a tavola per mangiare
in abbondanza e allegria parlando di tutto e di più. Talvolta, anche di
recente, ho domandato a persone di mia conoscenza con cui mi permetto di avere
un minimo di dialogo il senso che danno al Natale, e la risposta più comune che
ho ricevuto è stata conferma di una certa confusione e superficialità: «C’ è
sempre stato. Natale è Natale…».
Tutto
questo mi porta ad un tema di cui spesso mi capita di parlare, quello delle
consuetudini, della tendenza ad agire ripetitivamente senza saperne il motivo e
l’ utilità, ma solo perché «è sempre stato così». L’ abitudinarietà fa parte
del funzionamento della nostra mente, indubbiamente, ed è anche utile perché ci
aiuta a vivere con praticità e regolarità. Anche nella vita di tutti i giorni
tendiamo a muoverci con l’ ausilio di orari e ritualità, semplificandoci l’
esistenza, tuttavia stiamo assistendo alla deriva dell’ automatismo, ossia il
fare le cose in un certo modo senza saperne affatto il motivo, e questo mi fa
ricordare le parole di T. S. Eliot, il celebre poeta e saggista statunitense premiato
nel 1948 con il Nobel per la letteratura, nel poema «La roccia»: «Dov’ è la
Vita che abbiamo perduto vivendo?». Io dico sempre che una persona intelligente
deve sapere tutto quello che fa e perché, mentre un credente di qualsivoglia
religione deve riflettere sulla propria fede e accettarne i valori fondamentali
solo dopo averli capiti dal suo punto di vista e comportarsi di conseguenza
nella vita di tutti i giorni. Questo dovrebbe valere anche nei festeggiamenti
di oggi, altrimenti sarebbe più logico non festeggiare alcunché! Un’ altra cosa
che mi capita di ripetere molte volte è che si deve prestare molta attenzione
sia alla sostanza che alla forma, perché alla lunga si influenzano
reciprocamente: guardandomi attorno, però, vedo molti preparativi formali ma
con ben poca o addirittura nessuna consapevolezza riguardante la sostanza.
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La celebre partita di pallone a Ypres; |
Il
7 dicembre 2018 pubblicai sul mio sito informatico un articolo, «Quando il
Natale veniva più decorosamente festeggiato in trincea», in cui affermai che un
tempo il Natale era vivamente percepito dai cristiani come un giorno speciale,
unico nel suo genere, nel quale si sentivano più buoni trasmettendo all’
ambiente una speciale carica di positività ed ottimismo che, non soggetta a
limitazioni, si propagava in ogni direzione nell’ ambiente come un profumo o
un’ onda luminosa o sonora, tornando peraltro indietro apportando risultati
amplificati in accordo alla purezza e all’ intensità con cui era stata
generata. Non di rado allietava con effetti riequilibranti e risananti persino
i pochi non credenti, che oggi, invece, sono nettamente aumentati. Era un
giorno così particolare che durante gli anni della tremenda Grande Guerra portò
ad un particolare miracolo oggi poco ricordato: in occasione del Natale 1914 vi
fu una tregua durante la quale le trincee videro il cessate il fuoco, e i
soldati di entrambi gli schieramenti, tedeschi e britannici, dopo aver sepolto
i cadaveri dei commilitoni uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti, lasciarono
le rispettive fosse per festeggiare la ricorrenza insieme, fraternizzando e
scambiandosi doni e cibo. I versi di una canzone popolare di Mike Harding,
«Christmas 1914», si rifanno proprio a questo particolare evento, omesso dai
libri di storia: «I fucili rimasero in silenzio […] senza disturbare la notte.
Parlammo, cantammo, ridemmo […] e a Natale giocammo a calcio insieme, nel fango
della terra di nessuno.». La partita a pallone ebbe luogo nei pressi della
cittadina belga di Ypres, entro la «terra di nessuno», lo spazio che divideva
le trincee britanniche da quelle germaniche: fu il momento fondamentale di
quella che sarebbe passata alla storia come «Tregua di Natale». Dopo aver ordinato
alle truppe di non interrompere per nessun motivo i combattimenti, le quali
evidentemente non obbedirono, i comandi britannico e tedesco fecero arrivare
nelle prime linee alcuni piccoli pacchi dono natalizi contenenti dolci,
liquori, tabacco, alberelli natalizi e candele. La sera della vigilia, a Ypres
i tedeschi addobbarono le postazioni scambiandosi gli auguri e cantando vari
motivetti natalizi. Qualcuno intonò la canzone «Stille nacht», la versione
germanica della celebre «Silent night» britannica. Da quel momento, e per buona
parte della serata, i soldati dei due eserciti non smisero di cantare, ognuno
nella propria lingua e al riparo della propria postazione. E il giorno dopo
deposero le armi per festeggiare insieme: un grande avvenimento nel bel mezzo
di un inferno dall’ inarrestabile violenza!
Oggi,
a centonove anni di distanza da quel particolare giorno, viene spontaneo interrogarsi
sul legame tra chi si definisce ancora credente e il Natale e, più ingenerale,
con la fede che segue. Dalla mia posizione, io che sono irreligioso penso con
ferma convinzione che ricorrenze come quella di oggi andrebbero vissute con più
consapevolezza del relativo significato da chi continua ad essere cristiano.
Magari ci si potrebbe affannare un po’ meno nei preparativi e nelle spese,
perché l’ esperienza ci insegna che anche nella semplicità si può giungere al
bello e al decoroso, l’ importante è che chi decide di festeggiare ricordi
anche solo per un momento il Figlio del suo Dio, imparando la nobile lezione di
quei valorosi giovani che lottarono e morirono orribilmente lungo le linee
trincerate della Grande Guerra nel cuore della nostra Europa, oggi come allora
soggetta a profonde divisioni politiche e nazionaliste. Gente coraggiosa e
degna di rispetto che oggi purtroppo non c’ è più, dinnanzi alla quale solo
pochi di noi reggerebbero al confronto, persone di grande nobiltà che
combattevano un conflitto che non capivano e che dividevano senza problemi tra
di loro e addirittura con il nemico quel poco che avevano, dando alla
ricorrenza di oggi un significato particolarmente profondo e commovente in un
contesto tutt’ altro che scontato, dimostrando una saggezza e una compassione
infinitamente superiori alle nostre. Gente dinnanzi alla quale io stesso chino
il capo con riguardo. E’ più che evidente che il Natale venne ahimè più degnamente
festeggiato nel doloroso inferno delle trincee piuttosto che nella nostra
lodata «civiltà» dei centri urbani, veri e propri deserti interiori sepolti
dalla pesante coltre della sabbia della superficialità e del conformismo, in
cui forma e sostanza vengono sempre più tristemente lasciate a sé stesse…
Con
i miei più cordiali auguri di buon Natale e felice anno nuovo.
Giacomo Ramella Pralungo