domenica 27 agosto 2023

«La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure»


Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e di articoli a sfondo culturale, storico e scientifico, desidera trasmettere un comunicato relativo al recente tumulto sollevato a proposito del testo pubblicato dal generale Roberto Vannacci.


Per prima cosa terrei a precisare di non aver letto «Il mondo al contrario» del generale Roberto Vannacci, che negli ultimi giorni ha fatto molto discutere scatenando peraltro un animato dibattito politico, di conseguenza ammetto di non essere in condizione di formulare una valutazione obiettiva in proposito. Coltivando un simile atteggiamento misurato in un Paese come l’ Italia, in cui si commentano gli articoli limitandosi a leggerne i titoli, sento di essere piuttosto controcorrente, eppure ho fatto mie le parole che il Buddha Śākyamuni espresse duemilacinquecento anni fa durante i suoi insegnamenti qua e là per la pianura indogangetica: «Limitatevi a parlare di ciò che avete visto e inteso.».

Pur senza aver letto il libro, mi viene spontaneo domandarmi il motivo del terremoto mediatico che ha sollevato. Certamente, le opinioni che espone possono essere messe in discussione e definite indegne dei tempi in cui noi tutti indistintamente viviamo, tuttavia l’ Articolo 21 della Costituzione della Repubblica così afferma: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.». Lo stesso Articolo procede attestando che sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume, pertanto la legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni. Il generale Vannacci è stato destituito dal comando dell’ Istituto geografico militare, e in risposta alle reazioni provocate ha tentato di difendersi affermando che il libro è stato strumentalizzato con frasi estratte dal loro contesto per ricamare storie che non emergono dal testo stesso: «L’ odio è un sentimento come l’ amore. Penso sia lecito provare odio, disprezzo per qualcuno. Sono libero di provare odio per chi stupra i bambini? Certo che sì, ma facendolo non sto istigando ad un linciaggio. E’ un disprezzo che viene espresso nei confronti di un’ azione. Rivendicare la libertà di sentimento è lecito e legittimo. Nel mio libro non mi sono mai rivolto a delle categorie. Non vedo perché dovremmo vivere in un mondo che prova solo amore. La libertà di opinione e le idee si devono confrontare sul piano delle argomentazioni e non della gogna mediatica.».

Come persona politicamente neutrale a questo punto sorge un dubbio nella mia mente: il dibattito è dovuto veramente alla tesi che il generale Vannucci sostiene tra le pagine di «Il mondo al contrario» o piuttosto è stato prontamente aizzato dal proverbiale spirito di contestazione delle guide politiche della Sinistra, solite a gridare contro la tradizione portata avanti dalla reazione a suon di comizi in nome del nuovo e della giustizia sociale, nella convinzione di dover rompere con il passato per mezzo della rivoluzione perché unico antidoto all’ arretratezza e all’ oppressione? Nell’ ultimo decennio, infatti, i partiti di Sinistra hanno portato avanti la loro contestazione non tanto con la rivolta popolare e la lotta di classe contro un sistema per loro ingiusto, ma con l’ imposizione del politicamente corretto, portando alla negazione di antiche consuetudini ritenute discriminatorie anziché ad una più equa estensione delle pari opportunità per tutti.

 

Giacomo Ramella Pralungo

domenica 2 luglio 2023

UFO e alieni secondo un autore di fantascienza

 


Istituita in seguito al celeberrimo e dibattuto incidente di Roswell, avvenuto il 2 luglio 1947 dando vita alla convinzione secondo cui un’ astronave aliena si schiantò al suolo, dopo che proprio in quel periodo erano stati avvistati diversi oggetti volanti non identificati, la Giornata mondiale degli UFO è per molti un’ occasione speciale per affrontare l’ enigma della vita aliena.

Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e di articoli storici e scientifici, e personalmente affascinato da questo singolare e ampio argomento, ha accettato di condividere le proprie riflessioni in proposito.

Copertina di «L’ angelo custode»;

Giacomo osserva una copia di due suoi romanzi, «L’ angelo custode» e sfoglia alcune pagine di «Fantasma del passato»: «Sono assai appropriati, considerando la particolare ricorrenza di oggi. I fatti avvenuti nel 1947 nella remota cittadina di Roswell mi hanno sempre molto incuriosito fin da quando avevo dieci anni, da quella sera dell’ estate 1994 in cui vidi il filmato di Ray Santilli per la prima volta. Per quanto quella registrazione si rivelò un falso colossale e non vi sia certezza che a cadere nel Nuovo Messico fu effettivamente un’ astronave aliena, rimango fermamente convinto che nello spazio non siamo soli. La nostra sola Galassia si compone da così tanti pianeti abitabili che trovo irragionevole escludere a priori la vita aliena.». Il romanzo «Fantasma del passato» si basa narrativamente proprio sull’ incidente di Roswell, mentre in «L’ angelo custode» ha avuto modo di toccare il tema della vita nello spazio: «In questo racconto breve affronto l’ argomento dell’ osservazione che alcuni esploratori alieni riescono a condurre segretamente sul genere umano, in modo tale da non influenzarlo e quindi comprenderne meglio i valori culturali fondamentali e soprattutto il senso che attribuisce alla vita e alla morte.».

Gli domandiamo come si immagina la vita nell’ universo, e lo scrittore sorride riflettendo per qualche istante. Si dice sicuro che vi siano forme di vita intelligente sparpagliate nel cosmo, qualcuna più avanzata e qualcun’ altra più primitiva in confronto a noi: «Il cinema ci ha abituati ormai da molti anni al filone dell’ invasione, dei primi contatti, dei rapimenti e dell’ osservazione silenziosa, e a vedere alieni di tutte le sembianze e i colori possibili. Tuttavia occorre ricordare che sono prodotti della nostra immaginazione, e che la realtà è quasi certamente assai diversa, magari più complessa o addirittura più semplice.». Aggiunge che l’ umanità conosce ben poco della vita sulla Terra, il suo stesso mondo, e appena il quattro percento di ciò che riguarda lo spazio: «La nostra ignoranza è così tanta che volutamente non parlo di conoscenza (risata)! Pensando agli alieni, ad esempio, li immaginiamo di sembianze umanoidi, piccoli e di colore grigio oppure verde. I loro veicoli sarebbero a forma di disco o di sigaro. Molte descrizioni li rappresentano così e chissà che da qualche parte non vi sia veramente qualcosa del genere, ma per me le possibilità sono infinite e i non terrestri potrebbero persino esistere in forme che la nostra mente ora non concepisce nemmeno, per ovvie ragioni. Potremmo addirittura essere persino noi i più avanzati, dato che su altri mondi è possibile che esistano forme di ominidi e cavernicoli che ancora non conoscono il fuoco. Ai bordi della Galassia, per contro, potrebbero esserci mondi abitati da civiltà capaci di manipolare materia, spazio e tempo con la stessa facilità con cui noi ora ci accendiamo un sigaro. Chissà…».


Quanto agli avvistamenti di oggetti volanti non identificati, gli UFO che tanto spesso vengono indicati come mezzi alieni, il romanziere tende a precisare: «Ho letto moltissimo su questi fenomeni, e con grande interesse. Il più delle volte sono spiegabili come eventi naturali, ad esempio giochi di luce, aurore boreali o piccole meteore che bruciano passando nell’ atmosfera, oppure tecnologici, prodotti dai nostri satelliti o mezzi aerei. Spesso addirittura viene confermato che sono montature create artisticamente da persone che vogliono attirare l’ attenzione con metodi pubblicitari. Occorre quindi fare una distinzione tra gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati, lasciando la parola agli esperti, e la possibilità concreta di alieni intelligenti capaci di raggiungere la nostra Terra.».

Chiediamo se crede che qualche alieno sia già stato in visita su questo pianeta, e valutando con cura risponde: «Non lo so, ma lo ritengo possibile. In particolare vi è un settore dell’ archeologia secondo cui già migliaia di anni fa, al tempo degli Egizi, dei Sumeri, degli Indiani e delle civiltà americane precolombiane alcuni viaggiatori alieni siano giunti qui stabilendo un contatto e venendo adorati come divinità, perché in possesso di un potere tecnologico e scientifico che i nostri antenati non conoscevano. Quest’ ipotesi, che spiegherebbe ad esempio l’ esistenza di monumenti ciclopici e antichissimi come le piramidi egizie, mi ha sempre molto affascinato e la ritengo possibile benché non sia mai stata confermata come si conviene.». Spesso, aggiunge, a proposito della possibilità di contatti antichi tra umani e alieni parla del popolo dei Dogon: «Sono una minoranza etnica del Mali, e dai recenti censimenti pare si aggirino a circa duecentoquarantamila persone. Si tratta prevalentemente di coltivatori di miglio, caffè e tabacco e hanno una particolare abilità come fabbri e scultori. Venerano i Nommo, un genere di spiriti antropomorfi. Marcel Griaule e Germaine Dieterlen, due etnologi che tra il 1931 e il 1956 vissero tra di loro, riferirono che possedevano conoscenze astronomiche che ritenevano molto avanzate. Da oltre quattrocento anni i Dogon sarebbero al corrente del fatto che la stella Sirio ha una compagna che orbita attorno ad essa, effettivamente scoperta nel 1844 e nota come Sirio B. Questa popolazione sosterrebbe inoltre l’ esistenza di una terza stella compagna. Gli stessi autori dissero che conosceva molte cose anche sugli anelli di Saturno e le lune di Giove. L’ autore statunitense Robert K. G. Temple in seguito sostenne che la cosmologia Dogon sarebbe il frutto di un remoto contatto con una civiltà extraterrestre, quindi che i Nommo fossero in realtà alieni anfibi intelligenti provenienti da un pianeta orbitante attorno a Sirio C.». Alla domanda se ritenga ragionevole supporre che quest’ ipotesi abbia un fondamento afferma: «Potrebbe averne eccome. Ma potrebbe anche non averne. Non vi è la prova assoluta che sia vero e neppure falso, ragion per cui preferisco conservare il ragionevole dubbio. Comunque, sì: io sono aperto alla possibilità dell’ origine aliena delle conoscenze astronomiche dei Dogon.». E sui fatti di Roswell che cosa crede? «Non ne sono certo, potrebbe essere caduto un mezzo appartenente ad una tecnologia sperimentale tenuta segreta dai servizi segreti statunitensi così come avrebbe potuto effettivamente trattarsi di un’ astronave aliena con tre cadaveri alieni. Sta di fatto che proprio in quei giorni ebbero luogo altri avvistamenti, è ben nota ad esempio la testimonianza del pilota privato statunitense Kenneth Arnold, che riferì di aver visto mentre era in volo sullo Stato di Washington ben nove oggetti misteriosi. Era il 24 giugno, otto giorni prima dell’ incidente di Roswell, e questa coincidenza, se davvero possiamo chiamarla tale, fa molto pensare. Durante la Seconda Guerra Mondiale, prima ancora, ebbero luogo gli avvistamenti dei foo fighter, misteriosi oggetti luminosi descritti dai piloti dell’ Aeronautica militare britannica e statunitense nei cieli europei e nell’ Oceano Pacifico. E spesso, anche negli Anni Settanta e Ottanta, tanto negli Stati Uniti quanto in Gran Bretagna si è spesso parlato dei famosi uomini in nero, agenti speciali dei servizi segreti e dotati di grande potere che intimidirono i testimoni di determinati incidenti affinché tenessero il segreto. Io sono aperto a tutte le possibilità, quella aliena inclusa, e sono sicuro che in questo mondo vi siano governi a conoscenza di qualcosa su cui per ragioni strategiche abbiano imposto il segreto di Stato. Washington DC e Londra in testa, magari anche Mosca. E spero che non sia molto lontano il giorno in cui decideranno di declassificare i documenti ora riservati consentendoci una maggiore chiarezza in proposito.».


Insomma, Giacomo è un convinto sostenitore della possibilità di vita aliena intelligente, e ammette quella del paleocontatto e degli incontri ravvicinati pur non prendendo a priori per vero tutto ciò che viene riferito: «Sì, ho imparato ad avere un atteggiamento prudente e pratico. Se dovessi prestar fede a tutto ciò che sento e leggo, per il semplice fatto che viene detto e scritto, dovrei credere anche a versioni palesemente assurde e inverosimili. Peraltro, nel 1947, con la segnalazione dei primi avvistamenti di oggetti volanti non identificati e di dischi volanti, si è rapidamente diffuso in tutto il mondo il fenomeno del contattismo, un movimento vasto e sfaccettato portato avanti da persone in tutto il mondo che affermano di essere state scelte dai ‘fratelli dello spazio’ per diffondere sulla Terra il loro messaggio, una nuova rivelazione che spesso, si sostiene, svelerebbe il vero significato delle antiche scritture religiose, in particolare Bibbia e Veda, mostrando ad esempio che le grandi civiltà sono venute dallo spazio o che gli umani sono stati creati non da Dio, ma da extraterrestri. Il comportamento delle confraternite contattiste, e quello dei loro seguaci, presenta varie caratteristiche dei culti religiosi, al punto che con l’ andare del tempo hanno portato alla nascita di varie sette che vedono gli alieni come un segno di Dio, esseri infinitamente benevoli, perfetti e addirittura trascendenti, pionieri di un secondo Avvento. Il messianismo di tali fratellanze settarie si fonda sulla convinzione dell’ imminente manifestazione pubblica degli alieni sulla Terra, che però deve essere adeguatamente preparata con la trasmissione del messaggio illuminato di cui sono custodi, in modo tale da garantire un’ era di prosperità e abbondanza per l’ intero genere umano.». Si tratta di un fenomeno molto diffuso ancora oggi, e che vede tra i suoi sostenitori anche il popolare ex conduttore televisivo Marco Columbro: «Seguo le sue dichiarazioni da qualche tempo, e deduco che rientri proprio nel panorama del contattismo. In una lunga intervista del 2017 concessa a Giuseppe Cruciani e David Parenzo si è detto convinto che esistano milioni di razze aliene nell’ universo. Una di queste sarebbe molto vicina a noi per forma, i cosiddetti nordici, descritti come alti, biondi, molto filiformi e con gli occhi azzurri. Molti ufologi sostengono che questi alieni vivono già sulla Terra tra di noi da moltissimo tempo. Secondo Columbro, Papa Pio XII avrebbe avuto contatti con esseri di altri mondi, e il Presidente Eisenhower avrebbe invece incontrato un extraterrestre rimasto sulla Terra per un anno e mezzo.». Durante i suoi interventi, l’ apprezzato uomo televisivo aggiunge spesso che ci avrebbero chiesto di non utilizzare il nucleare e di non distruggere il nostro pianeta: «Non li chiama alieni ma fratelli cosmici, li reputa assolutamente innocui e portatori di messaggi d’ amore. Sostiene di aver studiato gli alieni per anni e di essere convinto che anche Gesù fosse un extraterrestre, e che anche Papa Francesco l’ avrebbe ammesso.».

Ma lo scrittore è ben più prudente: «Fare ipotesi e sviluppare pensieri alternativi è importante e utile, rappresenta un buon esercizio mentale capace di tenere vivo il nostro giudizio personale, ma una qualsivoglia argomentazione deve sempre basarsi su elementi precisi a proprio sostegno.».

Copertina di «Fantasma del passato»;


Se da una parte è convinto che la vita intelligente nello spazio sia ragionevole, dall’ altra Giacomo ragiona spesso e volentieri sulle reazioni ad un primo contatto aperto tra umani e alieni: «Sarebbe un avvenimento epocale, l’ umanità non rimarrebbe più la stessa. Con la loro stessa apparizione, gli alieni metterebbero alla prova il nostro senso di priorità nell’ universo. Partiamo da Copernico, che ha messo il Sole al centro dell’ universo conosciuto al posto della Terra, e arriviamo all’ evoluzione darwiniana per scoprire che siamo solo una fra le tante forme di vita su questa Terra. Ora verremmo ad avere la conferma che non siamo speciali neanche in tutto lo spazio, perché ci sono altre civiltà intelligenti. Sarebbe una vera rivoluzione, forse la più importante di tutte.». Ecco perché, spiega, alcuni ricercatori della NASA statunitense hanno pubblicato un articolo su Nature che propone linee guida su come raccontare al mondo una scoperta così importante, e in cui si afferma che la nostra generazione potrebbe essere quella che scoprirà prove di vita al di fuori della Terra: «Questo probabile privilegio ci pone di fronte anche ad alcune responsabilità, perché spesso dobbiamo fare i conti con un’ idea sbagliata che la gente ha a proposito di ciò che è alieno, ossia che la scoperta della vita extraterrestre sia una certezza acquisita al cento percento e che in caso contrario sarebbe una bufala. In altre parole ci si aspetta che nel momento in cui si dirà che abbiamo scoperto la vita extraterrestre l’ affermazione sarà così sicura che non si potrà tornare indietro.».

In realtà è quasi certo che le prove non arriveranno con l’ evidenza degli omini verdi che atterrano sulla Terra, ma che la vita extraterrestre si rivelerà solo per fasi successive e prolungate. La NASA sottolinea che questo concetto dovrebbe essere ben spiegato alla gente: «E’ improbabile che un giorno si arriverà ad annunciare in modo categorico la scoperta degli alieni, è più verosimile che si tratterà di uno sforzo progressivo, che rifletterà il modo di procedere della scienza. Questo è indispensabile soprattutto nel caso di falsi allarmi, in cui sarà necessario fare anche marcia indietro. Richiederà il coinvolgimento di scienziati ed esperti di comunicazione che si confronteranno tra loro innanzi tutto per stabilire quali sono le prove oggettive che consentiranno di affermare che si è davvero davanti a forme di vita aliena e, in secondo luogo, per determinare quale sia il modo migliore per comunicare queste prove. Tutto questo, si legge nello studio, dovrebbe essere fatto adesso, prima che venga rilevata la vita extraterrestre, per evitare di affannarsi quando sarà il momento.».

La parte più impegnativa e difficile, quella da affrontare con maggiore riguardo, sarebbe quindi l’ annuncio al mondo, in modo tale da gestirne opportunamente le reazioni della gente, e non la scoperta di per sé: «Alcuni psicologi affermano che la scoperta di vita aliena non ci manderebbe nel panico, ma ne saremmo entusiasti. Nella fantascienza, e io lo so bene (risata), spesso gli alieni sono raffigurati in maniera stereotipata, con un aspetto sgradevole e un animo malvagio, mossi dall’ intento di dominare la Terra, e chissà poi perché data la presenza di infiniti mondi possibili nella Galassia (risata)! Eppure, pare che l’ eventuale scoperta di una civiltà aliena sarebbe accolta bene dall’ umanità: è il risultato di ben tre studi della squadra di psicologi dell’ Università dell’ Arizona, benché sia bene valutarlo con cura dato che due di essi presentavano gli alieni come forma di vita batterica e non come civiltà intelligente.». Gli psicologi hanno utilizzato un programma che riconosce le parole legate a sentimenti negativi, come paura e ansia, da quelli positivi di felicità ed entusiasmo. Nel primo studio sono stati presi in esame i testi di quindici pubblicazioni scientifiche riguardanti la possibile scoperta di microbi alieni su Marte, la possibile megastruttura aliena attorno alla stella di Tabby e l’ ancor più recente scoperta di nuovi esopianeti abitabili. In totale, il numero delle parole positive è risultato tre volte superiore a quello delle parole negative. Nel secondo studio, cinquecento volontari hanno scritto un tema sull’ ipotetica scoperta di microrganismi alieni e su come sarebbe stata accolta la notizia, descrivendo sia la reazione personale che collettiva. Anche qui i sentimenti positivi sono stati la maggioranza, con cinque parole di entusiasmo per ogni parola di timore. Anche il terzo e ultimo studio è stato condotto sui testi di cinquecento volontari, ma questa volta i partecipanti sono stati divisi in due gruppi ed entrambi hanno dovuto commentare un diverso articolo del New York Times. Il primo articolo parlava dell’ evidenza di antichi microrganismi su Marte, il secondo raccontava il successo di alcuni scienziati nel creare la vita in laboratorio. Nel primo caso le parole positive hanno superato di dieci volte quelle negative, una risposta molto più ottimista rispetto a quella del secondo articolo, dove la percentuale di sentimenti negativi ha avuto un peso maggiore. E il parere comune è positivo, le ipotesi scientifiche e quelle economiche danno un avvertimento: secondo le conclusioni della teoria del Grande Filtro infatti, più è facile per la vita nascere ed evolversi fino al nostro livello, più sono scarse le nostre possibilità di sopravvivenza ed evoluzione in una superciviltà planetaria. Per questa teoria, trovare microbi su Marte significherebbe che la nostra specie è pertanto al capolinea.


Chiediamo a Giacomo che cosa farebbe se un giorno avvistasse un UFO e venisse trasportato a bordo di un disco volante, trovandosi di fronte a uno o più alieni. Ci pensa un po’, con attenzione, e tra il serio e il faceto risponde:

«Penso che cercherei il modo più educato di salutarli e avviare una conversazione, poi farei loro mille domande: vorrei sapere veramente tutto di loro, dalla provenienza ai principi che scientifici che hanno reso possibile la loro tecnologia astronavale, e come abbiano accumulato la loro conoscenza dello spazio, e in quanto tempo. Sarei veramente curioso, ai limiti della scortesia (risata)! Poi chiederei loro di portarmi in giro per la Galassia, vorrei davvero vedere cosa c’ è sui mondi abitati di loro conoscenza e magari fare qualche escursione in qualche area ancora inesplorata. Tornerei sulla Terra chissà quando, e con un bel po’ di fotografie e ricordini (risata)!».

venerdì 2 giugno 2023

Il 2 giugno secondo Giacomo Ramella Pralungo


Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e di articoli di argomento storico, culturale e scientifico, in quanto italiano rispetta il valore sociale del 2 giugno, Festa della Repubblica italiana, ma come monarchico legato al ramo dei Duchi d’ Aosta di Casa Savoia, l’ ex famiglia reale, nutre serie incertezze su quanto accadde in occasione del celebre referendum del 2 e 3 giugno 1946 in termini più storici e istituzionali.

Oggi affida il proprio pensiero ad una pubblicazione appositamente preparata.


In questo giorno, la Repubblica italiana compie settantasette anni. Negli ultimi quasi otto decenni trascorsi dal referendum del 1946, il Belpaese si è affacciato sulla scena internazionale guadagnando un certo peso, benché recentemente sia apparso piuttosto scricchiolante, tra crisi economica e istituzionale. La politica in particolare ci ha svelato i suoi scheletri ben nascosti nell’ armadio, uno dopo l’ altro, tra scandali, processi, raccomandazioni, corruzione, trattative con il crimine organizzato, brogli elettorali e, purtroppo, molto altro ancora. Nulla di cui stupirsi, se consideriamo che lo stesso referendum che oggi noi ricordiamo fu scandito da vicende tanto discutibili e opportunamente occultate sul nascere perché soprattutto in quei giorni era troppo pericoloso e imbarazzante parlarne apertamente. Ora, però, a tre generazioni circa di distanza, si direbbe che i tempi siano sufficientemente maturi per discuterne come si conviene e fare determinate ammissioni, come il fatto che questa Repubblica nacque con il piede sbagliato divenendo con il tempo uno Stato di fatto ma non di diritto.

Re Umberto II al voto referendario;


Quella relativa al voto è una forma di libertà unica nel suo genere per importanza, ed è grazie ad esso che la democrazia può sperare di sopravvivere al meglio: ognuno di noi può e deve esprimere una preferenza affinché il sistema imbocchi la direzione migliore nell’ interesse generale, senza esclusivismi. Una votazione ha quindi bisogno di svolgersi in un ambiente sereno e spontaneo, libero da interferenze e pressioni, e già queste considerazioni a mio parere pongono seri dubbi sulla validità di un plebiscito avvenuto in un Paese che soltanto l’ anno prima era uscito pesantemente sconfitto da una guerra disastrosa e che continuava ad essere occupato da ben tre potenze vincitrici, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, ognuna delle quali aveva tutto l’ interesse a pilotarne i risultati al fine di infiltrarsi meglio nella politica locale ed influenzarla a proprio vantaggio.

Il referendum del 2 e 3 giugno 1946 era stato previsto già due anni prima, con il decreto luogotenenziale 151 del 25 giugno 1944, una volta che la guerra sarebbe stata conclusa. Sua Altezza Reale il Principe Umberto di Piemonte, Luogotenente del Regno dal 5 giugno 1944, decretò che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata scelta tramite un referendum da indirsi contemporaneamente all’ elezione dell’ Assemblea costituente. Gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia o Repubblica, e per la prima volta avrebbero votato anche le donne. L’ affluenza popolare fu molto elevata, dai dati ufficiali si registrò infatti una partecipazione pari all’ 89.1% degli aventi diritto. La prima anomalia pratica di tale consultazione, però, fu che non poterono recarsi a votare coloro che si trovavano ancora al di fuori dei confini nazionali, come i prigionieri di guerra non rimpatriati, i residenti nelle colonie, gli abitanti di Trieste, Gorizia, provincia di Bolzano, trecentomila profughi in Venezia-Giulia e Dalmazia, i tanti sprovvisti degli adeguati certificati elettorali: le autorità fecero sapere che questi italiani, quasi tre milioni in tutto, avrebbero votato in seguito, ma alla fine così non fu!

Una volta terminate le operazioni di voto, le schede furono trasferite nella Sala della Lupa a Montecitorio, ove, in presenza della Corte di Cassazione, degli ufficiali britannici e statunitensi e della stampa, iniziarono le operazioni di spoglio. Il 4 giugno i Carabinieri comunicarono a Papa Pio XII che la Corona era in vantaggio, e il giorno successivo il Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi annunciò a Umberto, nel frattempo divenuto Re a seguito dell’ abdicazione del padre Vittorio Emanuele III, che il popolo si era espresso a favore della forma monarchica: a conferma di ciò giunsero a Roma i rapporti dell’ Arma provenienti dai seggi che confermavano la vittoria della Monarchia.

Re Vittorio Emanuele III al fronte nella Grande Guerra;


Tuttavia, nella notte tra il 5 e il 6 giugno i risultati si capovolsero con l’ immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza, tanto che analisi statistiche successive evidenziarono quanto il numero delle schede considerate valide fosse di gran lunga superiore a quello dei possibili elettori. Ebbe luogo pertanto uno scontro senza esclusione di colpi tra i servizi segreti statunitensi, favorevoli alla Repubblica, e quelli britannici, orientati verso la Monarchia, mentre le truppe del Maresciallo Tito di Jugoslavia si dichiararono pronte a varcare il confine nel caso in cui la forma repubblicana, ovviamente a maggioranza comunista, non avesse prevalso. Contemporaneamente, furono avviati migliaia di ricorsi per chiedere un conteggio più attento delle schede elettorali, ma il 10 giugno la Corte di Cassazione proclamò i risultati: 12.672.767 voti per la Repubblica e 10.688.905 in favore della Monarchia. Il verbale concludeva precisando che la stessa Cassazione avrebbe reso in altra sede il parere sulle contestazioni e i reclami presentati presso gli uffici delle varie circoscrizioni, nonché circa l’ esito definitivo del voto. Alla notizia che la Repubblica aveva prevalso, in molte città del Meridione, ove la Monarchia aveva raggiunto un risultato notevole, scoppiarono proteste e tafferugli: celebre per drammaticità fu l’ episodio ricordato come la strage di via Medina, avvenuto l’ 11 giugno a Napoli, quando un corteo cercò di assaltare la sede del PCI in cui si esponeva oltre alla bandiera rossa con falce e martello anche un Tricolore privo dello stemma sabaudo, venendo bloccato dalla polizia che rispose aprendo il fuoco uccidendo nove manifestanti e ferendone un centinaio. Tra i giovani comunisti vi era anche Giorgio Napolitano. Io penso che questo particolare dramma debba rappresentare una lezione di prudenza e saggezza da tenere laddove il clima è particolarmente caldo.


Contrariato al pensiero dei numerosi indizi di brogli e deluso dal fatto che non era stato rispettato il decreto luogotenenziale del 1944 nella parte in cui recitava che la forma istituzionale vincitrice avrebbe dovuto aggiudicarsi il voto della «maggioranza degli elettori votanti», in quanto la Cassazione nel conteggiare il totale non aveva preso in considerazione le schede nulle e quindi vi era la possibilità che nessuna delle due alternative avesse raggiunto la metà più uno dei voti, Sua Maestà Umberto preferì prendere atto del risultato e lasciare l’ Italia alla volta del Portogallo, evitando così che le proteste già in atto in un Paese spaccato in due sfociassero nella guerra civile. Altro che i politici repubblicani di oggi, proverbialmente legati alla propria poltrona con tutte le comodità e privilegi che ne derivano!

L’ ultima parola sull’ esito della consultazione sarebbe spettata alla Cassazione che, il 18 giugno, con il voto di dodici magistrati contro sette, stabilì che per «maggioranza degli elettori votanti» si dovesse intendere la prevalenza dei soli voti validi. Inoltre, dopo aver respinto tutti i ricorsi, pronunciò l’ esito definitivo della votazione, in favore della Repubblica. Nei mesi seguenti, in diverse zone d’ Italia vennero ritrovati sacchi contenti schede elettorali votate e prive di elementi invalidanti, ma ormai la questione concernente il referendum era chiusa. Con il pronunciamento della Suprema corte ogni voce dissidente tacque e la forma repubblicana non fu mai più messa in discussione. Tutto ciò è solo una parte di ciò che venne riferito da alcuni protagonisti dell’ epoca nel corso dei decenni. Negli anni successivi al 1946 furono raccolte altre dichiarazioni, come quella del gesuita Giuseppe Brunetta che narrò come nelle cantine del Quirinale egli stesso aveva visto casse contenti schede mai aperte, ma il loro peso non può essere che storico dal momento che politicamente non si può più tornare indietro.


Forse non sapremo mai che cosa accadde davvero in quei giorni così drammatici, che molto peso ebbero nella storia del Paese, ma di certo si può constatare quanto l’ Italia si divise, e con dolore, tra un Settentrione repubblicano e un Meridione monarchico, con un popolo che rimase unito soltanto nel desiderio di partecipare in massa per determinare il proprio destino, ambizione che a quasi ottant’ anni sembra purtroppo essersi spenta come una candela.

Peggio ancora, pare evidente l’ insincerità di una Repubblica che, dopo essere nata in un contesto dubbio e violento, per quanto si vanti di aver rotto i ponti con il Fascismo, negli anni volle al proprio servizio svariati ex funzionari fascisti, camicie nere e altre figure inquietanti che, benché accusate da Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia e dagli angloamericani per crimini di guerra, mai furono processate in Italia o epurate, estradate all’ estero o giudicate dai tribunali internazionali: piuttosto, tutti loro furono reinseriti negli apparati dello Stato democratico con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri. Tra coloro che non si macchiarono di colpe ma che parteciparono al governo fascista e ne condivisero le idee vi furono ad esempio Giovanni Gronchi, sottosegretario al Ministero dell’ Industria nel primo governo Mussolini e poi terzo Presidente della Repubblica; Giuseppe Pella, Vice Podestà della città di Biella e poi secondo Presidente del Consiglio dei ministri e più volte ministro; Amintore Fanfani, che si espresse favorevolmente per il Manifesto della razza e le leggi razziali del 1938, poi padre costituente e Presidente del Consiglio dei Ministri; Aldo Moro, in gioventù di aperte simpatie fasciste avendo aderito ai Gruppi universitari fascisti, favorevole al sostegno italiano alla guerra civile spagnola e all’ intervento nel 1940 a fianco della Germania vedendo nel Fascismo il miglior sistema politico atto a garantire tale integrazione politica, civile e morale, ovvero cristiana, e poi a sua volta Presidente del Consiglio; Giovanni Spadolini, dalle giovanili simpatie per il Fascismo repubblichino fino al 1944, quando lamentò che avesse perso «a poco a poco la sua agilità e il suo dinamismo rivoluzionario, proprio mentre riaffioravano i rimasugli della massoneria, i rottami del liberalismo, i detriti del giudaismo», primo Presidente del Consiglio dei ministri non democristiano. Notevole fu poi il caso di Giuseppe Pièche, uomo di fiducia di Mussolini e poi di Mario Scelba, Presidente del Consiglio negli anni Cinquanta. E poi accusiamo la Monarchia di complicità con il Fascismo, in nome della democrazia tipicamente repubblicana! Altri personaggi cupi che nella neonata Repubblica divennero assai influenti venivano dall’ ala dura dei partigiani, come i comunisti Palmiro Togliatti e Pietro Secchia, di aperte simpatie sovietiche, e Francesco Moranino, capo partigiano responsabile di svariati delitti ed eccidi, prima tra tutte la strage della missione Strassera. Molti di loro si erano comportati come terroristi, avevano compiuto inaccettabili abusi ed eccessi in nome dell’ ideologia rossa, arrivando anche ad uccidere compagni d’ armi di differente orientamento politico, trovando poi protezione in svariati Paesi comunisti, come la Cecoslovacchia o la stessa Unione Sovietica. Tutte cose su cui grandi gruppi quali l’ Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia tendono opportunamente a tacere in occasione del 25 aprile…

Giacomo con il Duca Aimone di Savoia;


Il 1 gennaio 1948 venne infine approvata nella Costituzione repubblicana la XIII disposizione transitoria, abrogata dopo ben cinquantaquattro anni nell’ ottobre 2002: «I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli.». Una simile norma ha rappresentato una vera e propria violazione delle regole democratiche del referendum, nel tentativo di salvaguardare la Repubblica dal pericolo di un ritorno alla Monarchia, tacciata di aver permesso la soppressione della democrazia prima, e l’ entrata in guerra poi. Quanto all’ esilio dei Savoia, peraltro, da qualche anno io faccio sempre notare che la vedova e i quattro figli di Mussolini vennero tranquillamente lasciati vivere in Italia, senza che nessuno mai pensasse di rivalersi su di loro espropriandoli dei beni e obbligandoli a lasciare il Paese come punizione per le colpe del famigliare defunto: ecco l’ ennesimo esempio dei due pesi e delle due misure tipiche dell’ ipocrisia della mentalità italiana!


Sotto un aspetto storico, le attuali generazioni di italiani non hanno idea che la Monarchia subì il Fascismo, che parimenti cercò di moderare, con il Re che contò sempre sulla lealtà delle forze armate, della burocrazia statale, della magistratura e della diplomazia benché il Fascismo potesse vantare una certa simpatia ad ogni livello della società, soprattutto tra la borghesia e la nobiltà che avversavano il Comunismo. All’ indomani della marcia su Roma del 28 ottobre 1922, Benito Mussolini ricevette come Presidente del Consiglio incaricato ben trecentosei voti di fiducia in Parlamento: quelli contrari furono solo centododici, e i deputati fascisti appena trentacinque. Il Duce salì al potere con una combinazione tra uso della forza, esibita e minacciata con la mobilitazione teatrale degli squadristi, e rispetto formale della legge: per assurdo, la Repubblica ha sempre dato tutta la colpa al Re, omettendo il fatto che i partiti democratici del tempo, dai popolari ai liberali, votarono tutti la fiducia al Fascismo. Ventun anni dopo, il 25 luglio 1943, nel pieno rispetto della via costituzionale Vittorio Emanuele III sostituì Mussolini e pose fine alla dittatura grazie al voto di sfiducia del Gran Consiglio del Fascismo, massimo organo del Partito Nazionale Fascista divenuto negli anni il supremo organo costituzionale del Regno d’ Italia, quando invece in Germania Adolf Hitler era capo sia dello Stato e che del Governo, ragion per cui nessuno riuscì a liquidarlo e la Germania, che era una Repubblica dal 9 novembre 1918, finì distrutta e divisa…

Le leggi razziali fasciste furono una vergogna di cui tutto il sistema italiano fu responsabile, ma occorre ricordare che Vittorio Emanuele, legato al suo ruolo di sovrano costituzionale, le firmò nel 1938 in quanto già vagliate dai competenti organi dello Stato secondo l’ iter tipico di un sistema parlamentare. Lui non era neppure razzista e men che meno antisemita, tanto che il medico di corte, il dottor Stukjold, era ebreo, come il ginecologo professor Valerio Artom, medico curante di Sua Altezza Reale la Principessa Maria José, moglie di Umberto, che il Sovrano nominò barone di Sant’ Agnese nel 1927 e che aiutò a espatriare in Svizzera. Vanto di Casa Savoia era stato, quasi un secolo addietro, la concessione per mezzo dello Statuto Albertino dei diritti civili e politici ai cittadini del Regno, compresi quelli di religione e discendenza ebraica. Per tali ragioni Vittorio Emanuele non perse l’ occasione per far presente a Mussolini il proprio dissenso, pur tenuto dallo Statuto alla firma di quei provvedimenti scellerati e constatando con frustrazione di avere poche possibilità di opporsi efficacemente, anche tenendo conto del fatto che in quel momento storico il dittatore era all’ apice della sua popolarità, adorato dalle masse e tenuto in gran conto all’ estero, e indicato quale «uomo della Provvidenza» dal Papa. Sulla contrarietà del Re si espresse anche il Conte Galeazzo Ciano nei propri Diari privati il 28 novembre 1938: «Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova un’ infinita pietà per gli ebrei [...] Il Duce ha detto che in Italia vi sono 20000 persone con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei. Il Re ha detto che è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della 4 divisione alpina. Il Duce era molto violento nelle espressioni contro la Monarchia. Medita sempre più il cambiamento di sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni.».

In seguito, il 9 settembre 1943, dopo l’ accettazione dell’ Armistizio di Cassibile, dopo un’ iniziale esitazione il Sovrano fu convinto da Pietro Badoglio, nuovo Presidente del Consiglio succeduto al deposto Mussolini, circa la necessità di non cadere nelle mani tedesche e di abbandonare Roma per garantire la sopravvivenza delle istituzioni dello Stato in un luogo sicuro. Si narra che in un primo momento abbia risposto al capo di Governo: «Sono vecchio, anche se mi prendono cosa volete che mi facciano?». Badoglio, in seguito, scrisse: «Ora, se il Governo fosse rimasto a Roma, la sua cattura sarebbe stata inevitabile e i tedeschi si sarebbero affrettati a sostituirlo con un Governo fascista ed avrebbero subito provveduto ad annullare l’ armistizio. Bisognava ad ogni costo evitare questa disastrosa eventualità che avrebbe significato la completa rovina dell’ Italia.». Il Re, la Corte e il Governo si stabilirono a Brindisi: in Italia, dunque, e non all’ estero come tanti altri capi di Stato, ove il Monarca ricevette il riconoscimento internazionale e rappresentò lo Stato legittimo. Roma non poteva essere difesa con i suoi due milioni di abitanti, la presenza del Papa, tante opere d’ arte e monumenti storici. Sarebbe stata certamente una carneficina, e i nazisti, come successivamente dimostrato dalla strage delle Fosse Ardeatine, non avevano il pregio di porsi troppi scrupoli. La «fuga» del Re fu quindi un ritocco della propaganda nazista prima, e di quella antimonarchica poi: quello del Duce verso la Svizzera fu invece un effettivo fuggifuggi, e dall’ esito notoriamente drammatico e tuttora discusso poiché su di esso aleggia il sospetto di un ordine di eliminazione fisica impartito da Sir Winston Churchill al fine di celare adeguatamente i dettagli di una presunta corrispondenza precedentemente intrattenuta con il dittatore ormai caduto in disgrazia…

Giacomo con il suo Tricolore;


Che cos’ è quindi per me il 2 giugno?

Con una certa amarezza mi vedo costretto a rispondere di considerarlo uno dei più grandi fallimenti della storia italiana, da cui è scaturito un assetto istituzionale che ha mancato tutti gli obiettivi che si era posto, primo fra tutti quello di dare sovranità al popolo e rispettabilità alla nazione. Non v’ è infatti peggiore inganno del credersi sovrani ma di essere asserviti e vedere il proprio Paese in mano ad una conventicola di grotteschi cialtroni, dai vari Renzi e i Grillo, ai Di Maio e i Salvini, e così via discorrendo in un lungo elenco. Il diritto di voto è uno dei più importanti con cui la cittadinanza esercita quello di espressione, poiché per mezzo di esso si contribuisce alla conduzione della vita della Patria d’ appartenenza. Consente la sopravvivenza e la buona salute della democrazia, ma perché ciò avvenga non vi devono essere intimidazioni o pressioni di alcun tipo. Deve essere spontaneo, e consapevole. In un contesto come quello a cui si assistette nel 1946 non è possibile assicurare un esito veritiero e civile. Io che svolgo un mestiere, quello di autore, in cui l’ espressione è fondamentale, per quanto sia solamente l’ ultimo passaggio dato che è necessario innanzitutto individuare un argomento degno di interesse, sento molto l’ esigenza di una libera espressione, sia essa con la parola scritta o magari crociando una preferenza piuttosto che un’ altra sulla scheda elettorale. Se le elezioni non sono libere ma soggette a pressioni di qualsivoglia natura e provenienza, allora mi vedo costretto ad affermare che troverei più onesto vivere in una dittatura che ammette di essere tale piuttosto che in una democrazia fasulla ove il consenso popolare viene manipolato con la propaganda e con gli imbrogli di elezioni dall’ esito opportunamente indirizzato al fine di preservare l’ ordine costituito a beneficio di pochi oligarchi. A questo proposito faccio sempre l’ esempio delle contraddizioni della nostra attuale Costituzione, il cui Articolo 139 recita: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.». Dopo quasi ottant’ anni molto di ciò che la carta costituzionale afferma dal 1948 può e dovrebbe essere adeguato ai tempi attualmente in corso, magari sbloccandone la rigidità che in un primo momento poteva essere comprensibile nella necessità di assicurare il consolidamento dello Stato in quegli anni turbolenti, e comunque questo particolare concetto di per sé contraddice l’ Articolo 1: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.».

La Monarchia, malgrado la campagna di criminalizzazione scatenata contro di essa e la sconfitta militare, non si macchiò di colpe o crimini, e secondo gli stessi dati ufficiali al referendum raccolse quasi la metà dei voti del popolo italiano: un risultato certamente non da poco, anzi. Oggi si celebra il capolinea dell’ immagine pubblica del Belpaese, e mai come in queste ore sento il bisogno di esibire il mio amatissimo Tricolore!


Giacomo Ramella Pralungo

domenica 21 maggio 2023

La passione di uno scrittore per il tè…


Il 21 maggio 2005 a Nuova Delhi fu istituita dall’ Organizzazione delle Nazioni Unite la Giornata Internazionale del Tè, nel desiderio di richiamare l’ attenzione sulle condizioni dei lavoratori nelle piantagioni di camellia sinensis, da cui la nota bevanda viene ricavata. Il tè è importante non solo come materia prima, ma anche come patrimonio e principale mezzo di sussistenza dei piccoli produttori. E’ peraltro la bevanda più consumata al mondo dopo l’ acqua: in Oriente, ove se ne concentra la produzione soprattutto nelle zone tropicali e subtropicali, è al centro di un antico e affascinante rituale sociale e spirituale, in Giappone chiamato Cha no yu. In Occidente si sta ritagliando un sempre maggiore spazio, tra aumento dei consumi, sale da tè specializzate e corsi dedicati, tanto che in Italia c’ è persino chi la produce, come Marco Bertona e il suo Tè Bianco del Verbano. Nella cultura occidentale si è persino ritagliata un grande spazio nella letteratura, nei grandi romanzi realisti specialmente. Giacomo Ramella Pralungo, autore di fantascienza e articolista di temi storici e culturali, ne è notoriamente un estimatore, e non ha mancato l’ occasione di riflettere sul senso e l’ apprezzamento di cui il tè gode.


Il tè del tatdo pomeriggio di Giacomo;

Giacomo ci guida tutto contento in salotto, ove il tè è servito: «Bevanda meno arrogante del vino, non egocentrica quanto il caffè e non così innocua quanto il cacao, il tè è originario della Cina meridionale. La ricorrenza di oggi vuole essere un modo per sottolineare il suo ruolo nello sviluppo sostenibile e nella conservazione della biodiversità, con una certa attenzione al sostegno dei piccoli produttori e ai possibili vantaggi per tutti, dal campo alla tazza. La sua produzione e lavorazione costituiscono i principali mezzi di sussistenza per milioni di famiglie nei Paesi in via di sviluppo, ma a dispetto del suo contributo necessario allo sviluppo rurale, alla lotta alla povertà, alla conservazione della biodiversità e alla nutrizione, il suo settore rimane esposto a una serie di sfide come l’ impatto di condizioni climatiche avverse, l’ accesso ai mercati per i piccoli produttori, la mancanza di trasparenza e la sostenibilità della catena del valore del tè.». Sorseggia lui stesso un po’ di tè, domandando se abbiamo mai visto una piantagione di tè a terrazze: «Io amo osservarne le fotografie, e un giorno vorrei tanto visitarne una di persona. Il verde ovunque, l’ infinita ripetizione di linee serpeggianti che delimitano i gradini ricoperti di camellia sinensis, la sensazione che il mondo inizi e termini lì, l’ assenza di orizzonti che non siano altre montagne ricoperte di tè: forse è da questo che deriva la meditazione, l’ elevazione dell’ io oppure dello spirito, ammesso che siano due cose distinte, e la riconquista del gioiello della vita. Tutte cose a noi lontanissime, eppure reali e presenti.». La camellia sinensis era ben nota fin dall’ antichità nella botanica e nella medicina, e le si attribuivano importanti proprietà terapeutiche come quella di offrire sollievo alla fatica, allietare l’ animo, rafforzare la volontà e guarire problemi di vista. Talvolta le sue foglie venivano somministrate per uso esterno, sotto forma di impacchi, per alleviare dolori di origine reumatica. In ambiente religioso, ove trovò una funzione tuttora portata avanti soprattutto nei monasteri buddhisti cinesi e giapponesi, le foglie della sua pianta venivano considerate un ingrediente fondamentale di quell’ elisir di lunga vita invano bramato dai maestri taoisti. Durante la metà del Cinquecento, i primi missionari cristiani, i gesuiti, arrivarono in Giappone e provarono da subito una forte ammirazione per la pratica del tè, che fece il suo ingresso in Europa attorno alla metà del Seicento e divenendo apprezzato su vasta scala, anche popolare, durante l’ Ottocento, durante il regno di Vittoria del Regno Unito, prima Imperatrice d’ India.


Alla domanda su come abbia scoperto il tè, lo scrittore risponde che fu all’ età di otto o nove anni, quando alle 16:00 sua madre glielo preparava per merenda con qualche biscotto: «Quest’ abitudine non durò particolarmente a lungo, ma fu allora che mi accorsi che mi piaceva. Nel 2006, a ventidue anni, mi trasferì in Ghana, Africa occidentale, ove vissi per i successivi quindi anni e in quel periodo presi la consuetudine di berlo ogni giorno. Usanza che preservo tuttora. Mi piace addolcirlo soprattutto con lo zucchero di canna oppure con il miele. A poca distanza da casa mia vi è un apiario che mi piace osservare durante le mie passeggiate, e trovo che le api ci facciano davvero un grandissimo dono con la loro proverbiale operosità!». Gli chiediamo qual’ è il tè che ama di più, e lui cita il Darjeeling, l’ Earl Grey, il Prince of Wales e il tè verde: «Il tè Darjeeling, originario del Bengala occidentale, è tradizionalmente considerato il più pregiato dei tè neri, soprattutto in Gran Bretagna e nelle sue ex colonie. L’ Earl Grey è una miscela realizzata con i migliori tè neri provenienti da piantagioni selezionate in tutto il mondo e aromatizzata con l’ olio estratto dalla scorza del bergamotto. Il tè Prince of Wales Tea, dedicato a Re Edoardo VIII del Regno Unito nel 1921, quando ancora era erede al trono come Principe di Galles, è realizzato con i più pregiati tè neri provenienti dalle province della Cina centrale e meridionale, ha un profumo intenso e un sapore leggero e delicato, in cui si percepiscono note fruttate e un lieve sentore di cacao. Il tè verde è invece una variante ottenuta con foglie che durante la lavorazione non subiscono l’ ossidazione, e per tradizione è considerato in grado di apportare i migliori benefici alla nostra salute.». Che cosa lo affascina di più del tè, a parte il sapore? «Thích Nhất Hạnh, monaco buddhista e poeta vietnamita venuto a mancare il 21 gennaio 2022, disse che bevendo il tè si bevono nuvole.» risponde «Vale a dire che tutto è in relazione con tutto, ogni cosa è dipendente dalle condizioni causanti. Una tazza di tè che arriva sul nostro tavolo e che noi beviamo dipende da una serie di fattori concomitanti: una pianta, la terra, la pioggia e il sole, un agricoltore che coltiva la piantagione, un certo tempo per permettere alle foglie di crescere e maturare, qualcuno che le raccoglie, qualcun altro che le fa essiccare, appassire, ossidare, ammassare, fermentare e maturare per poi impacchettarle e portarle al mercato, qualcuno che prima di noi non compra il pacchetto, e noi che arriviamo dopo e lo scegliamo. Ciascuna di queste condizioni è a sua volta determinata da numerose altre che la precedono, e determineranno le infinite altre che la seguiranno. Peraltro, secondo il Buddhismo, come ogni altra cosa il tè è tale per differenza da tutto ciò che non è tè. Non è tè o altro, ma perché noi da un lato lo mettiamo in relazione al nostro concetto di tè e dall’ altro al nostro concetto di non tè. Dunque, tutto è una relazione, nella quale noi controlliamo ben poche cose!». Secondo la filosofia Zen, prosegue, per godersi a dovere il tè bisogna essere calati nel presente. Solo nella consapevolezza del presente le mani possono sentire il piacevole calore della tazza, assaporare l’ aroma, sentire la dolcezza e apprezzare la delicatezza: «Se sei preso dal passato o dal futuro, perdi del tutto il piacere del tè. Anzi, guaderai nella tazza e il tè non ci sarà neanche più. Con la vita vale lo stesso identico principio.».

Con questo spirito, prosegue dicendo che ama molto i prodotti della Dilmah, una delle aziende di tè più importanti al mondo il cui amministratore delegato, Dilhan Fernando, intende una ditta come servizio umano, puntando su un commercio etico che sostenga l’ economia e l’ agricoltura locali: poiché ogni azienda di successo ha un’ influenza sulla comunità dove opera, sui suoi clienti e sull’ ambiente, il suo lavoro deve cercare di cambiare in meglio le vite umane.


Dopo qualche istante di silenzio, aggiunge che questa bevanda si è ritagliata un notevole spazio nella letteratura, soprattutto nei grandi romanzi realisti, ma non solo: «Il momento in cui si beve il tè assume un significato culturale e simbolico nello stesso tempo. Fin dall’ inizio del Novecento rappresenta un rito così importante da consacrare un intero momento della giornata come l’ ora del tè. Un rito di certo non legato a un momento di meditazione e di ricerca individuale come in Cina e Giappone, bensì a un momento in cui si esprimono abitudini e costumi di società.». All’ interno delle opere della letteratura classica ci sono numerosi riferimenti a questa bevanda, che assume valore sempre diverso. E’ sinonimo di intensità, piacere, tradizione e condivisione.

Alla combinazione di tè e letteratura si è dedicata Eileen Reynolds in un articolo intitolato «Tea: a Literary Tour» e pubblicato nel 2010 sul The New Yorker. Nella letteratura britannica il tè è l’attore non protagonista più ricorrente se si pensa, ad esempio, ai romanzi delle sorelle Brontë, di Charles Dickens o Jane Austen. Talmente frequenti sono i riferimenti nelle scene di quest’ ultima autrice, che Kim Wilson ha pubblicato un libro al riguardo, «Tea with Jane Austen». L’ opera in cui l’ ora del tè assume il ruolo più iconico e memorabile è il romanzo fantastico «Alice nel Paese delle Meraviglie» di Lewis Carroll. Al di là dell’ impiego letterario, cvi fu un autore britannico per cui il tè era una vera e propria cerimonia, un insostituibile rito quotidiano: il giornalista e attivista politico George Orwell, noto per i romanzi «1984» e «La fattoria degli animali». Nel 1946 pubblicò un articolo, intitolato «A nice cup of tea», in cui descrisse la sua personale ricetta per una tazza di tè perfetta, articolata in non meno di undici punti essenziali.

«Eppure, non si può parlare del tè senza pensare alla famosa cerimonia di cui è oggetto in vari Paesi asiatici, soprattutto il Giappone.» prosegue Giacomo finendo di bere «E’ al centro di una vera e propria attività culturale, un rito in cui attraverso forme e gesti ben precisi in cui la bevanda si prepara e si degusta, accompagnando il processo a pratiche meditative e spesso religiose. Le cerimonie del tè differiscono da Paese a Paese per norme, metodi e principi. Indica il processo di preparazione, presentazione e degustazione del tè ruotanti saldamente attorno ai valori di rispetto, armonia, purezza e tranquillità che avvolgono tutto il rituale, dal rapporto tra coloro che prendono parte alla cerimonia a quello con gli accessori che servono alla preparazione, e infine a quello con il cibo che viene consumato.». Nel Buddhismo Zen, la forma più famosa per eccellenza del Buddhadharma giapponese, si dice che si può incontrare un intero universo bevendo una tazza di tè: questo avviene con l’ immersione totale nel qui ed ora e partecipando del tutto alla cerimonia con un cuore libero da sentimenti di egoismo. Si dice, peraltro, che il tè è il tè e lo Zen è lo Zen, sebbene appassionati di tè e seguaci dello Zen siano interessati sia all’ uno che all’ altro. I monaci Zen giapponesi vedono il tè come un ottimo strumento capace di tenere desta la mente e quindi di prolungare la meditazione. Si racconta persino che il monaco indiano Bodhidharma, XXVIII patriarca del Buddhismo indiano secondo la tradizione Chán e Zen che raggiunse la Cina nel 526 dopo Cristo, mentre sedeva in meditazione fu colto dal sonno e al suo risveglio si tagliò le palpebre che caddero a terra, misero radici e germogliarono: la pianta che crebbe da esse fu la prima del tè, simbolo e causa dell’ eterna insonnia. Sempre nel Buddhismo Zen, la tazza di tè viene utilizzata come parabola. Nan-in, un maestro giapponese del Perido Meiji, tra il 1868 e il 1912, ricevette la visita di un professore universitario statunitense che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen, e appena ricevuto gli pose numerose domande, una dopo l’ altra. Nan-in servì il tè in rigoroso silenzio, colmò la tazza del suo ospite continuando però a versare. Il professore guardò meravigliato il tè che traboccava, poi non riuscì più a contenersi dicendogli che era già piena. Nan-in, sorridendo, rispose benevolmente ma fermamente che esattamente come quella tazza il professore era ricolmo delle sue opinioni e congetture: gli sarebbe stato impossibile spiegargli lo Zen se prima non avesse vuotato la propria tazza. Siamo infatti abituati a guardare il mondo non con i nostri reali occhi, ma con l’ occhio della convinzione che ci siamo costruiti negli anni.

Un apiario nella zona dove Giacomo vive;


Recenti studi scientifici hanno inoltre evidenziato che l’ abituale consumo di tè porta enormi benefici alla salute, che Giacomo ha valutato attentamente: «E’ ricco di antiossidanti in grado di contrastare i radicali liberi responsabili dell’ invecchiamento e fondamentali nella prevenzione di alcune malattie cardiovascolari. E’ una bevanda infinitamente preziosa per la nostra salute. Studi sempre più aggiornati dimostrano ormai in modo inequivocabile che, specie quello verde, riduce pressione e colesterolo, diminuisce il rischio di ictus, previene alcuni tumori come ad esempio quello al colon. Inoltre aiuta la digestione e rafforza i denti. In una parola, come dicono i cinesi: il tè allunga la vita. Uno dei modi migliori per beneficiare al meglio delle sue proprietà è addolcire la tazza con il miele, più naturale e senza controindicazioni, piuttosto che con lo zucchero. La dose raccomandata per avere i massimi benefici è di tre tazze al giorno, possibilmente a digiuno: l’ efficacia è assai maggiore.». Peraltro, aggiunge, uno studio pubblicato sulla rivista Aging suggerisce che sorseggiare una tazza di tè in modo regolare potrebbe avere effetti benefici sulla struttura del nostro cervello: «L’ indagine, a cura di una squadra internazionale, si è avvalsa di un gruppo di volontari le cui abitudini sono state inizialmente valutate tramite un questionario. Una volta divisi i bevitori regolari di tè dai non regolari e dai non consumatori, tutti i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica, per documentare eventuali differenze all’ interno della scatola cranica. Si è così scoperto che gli amanti del tè possono contare su una minore asimmetria nelle connessioni presenti nei due emisferi del cervello. Le reti neurali sono sviluppate in modo piuttosto simile su entrambi i lati, con l’ ulteriore evidenza di connessioni robuste nelle aree del cervello coinvolte nei processi di pianificazione e relazionali. Si può quindi azzardare l’ ipotesi che l’ ottimizzazione delle strutture cerebrali innescata dal tè renda il cervello più efficiente, e ne rallenti pure il deterioramento. Alcuni esperti osservano inoltre che la propensione a consumare molta teina potrebbe andare a braccetto con altri fattori in grado di influenzare la salute dei neuroni: ad esempio, le persone socievoli potrebbero passare l’ ora del tè in compagnia amici e parenti, cosa che influenzerebbe già da sé e ampiamente in positivo l’ impalcatura del cervello.».


Chiediamo a Giacomo se c’ è una forma di tè che vorrebbe provare, e lui ridacchiando risponde prontamente: «Il tè tibetano. E’ molto lontano dal classico tè indiano o cinese. Si tratta infatti di una miscela di foglie di tè con sale, bicarbonato e burro di yak, il famoso bovino tibetano simile ad un grosso toro ma con pelo più folto e lungo. Il tutto è mescolato in un cilindro di legno. Non importa dove si è diretti: in Tibet ci sarà sempre una tazza bollente ad accogliere l’ ospite come segno di benvenuto, un compagno amichevole per nomadi e viaggiatori.». Parlando di tè, il burro non è la prima cosa che viene in mente agli occidentali, ma i tibetani amano aggiungerne in buone dosi, perché l’ alto contenuto di grassi è perfetto per la vita in alta quota e per contrastare il freddo dell’ altopiano himalayano, tra i quattro e i cinquemila metri di quota. Secondo la tradizione, ci racconta lo scrittore, gli ospiti non devono mai bere tutto il tè dalla tazza, dovendo lasciarne un po’ per far capire al padrone di casa che ne desidera ancora. Quando non se ne vuole più, si può versare il tè rimasto in una coppa apposita sul pavimento, ma mai prima della terza o quarta tazza, per non apparire scortesi: «Alcuni conoscenti che nel gennaio 2011 incontrai all’ Istituto Lama Tzong Khapa, in provincia di Pisa, dopo un loro viaggio tra India del nord e Nepal, ove vissero con molti tibetani, mi dissero che per la bocca di un occidentale il tè tibetano risulta disgustoso. Eppure, i tibetani arrivano a berne dalle quaranta alle sessanta piccole tazze al giorno, per la nutrizione e l’ idratazione, dopo i pasti, durante le preghiere o semplicemente durante le conversazioni tra amici e familiari.».

lunedì 8 maggio 2023

La stima di Giacomo per il professor Barbero

Giacomo Ramella e il prof. Barbero;


Giacomo Ramella Pralungo, autore di romanzi di narrativa fantascientifica e di articoli di storia, cultura e scienza, in virtù della sua antica passione per la storia che lo porta a definirsi «storico dilettante», è un ammiratore del professor Alessandro Barbero, docente di Storia medievale presso l’ Università del Piemonte Orientale di Vercelli. Dopo alcuni contatti via posta elettronica, i due si sono personalmente incontrati sabato 29 aprile 2023 alla Libreria Giovannacci di Biella, la città di Giacomo, in occasione della presentazione di «Brick for stone», romanzo in cui il popolare insegnante racconta l’ 11 settembre 2001 mischiando realtà storica e invenzione letteraria.

La seguente pubblicazione è ricavata da una conversazione che Giacomo ha avuto alcuni giorni dopo in proposito, nella quale ha commentato la figura rappresentata da questo grande studioso, che negli ultimi anni ha acquisito una notevole popolarità su Internet grazie all’ abilità divulgativa in una serie di conferenze e lezioni trasmesse su YouTube, che hanno guadagnato centinaia di migliaia di visualizzazioni.



In una civiltà alla rovescia come questa, come mia madre la definì poco prima di morire con la raccomandazione di non stupirmi più di tanto di ciò che avrei visto, in cui più una persona è scombinata e volgare e più gode di stima e visibilità, è bello constatare che qualcuno che ancora disponga di intelligenza e preparazione riesca a farsi notare e a godere di un certo peso e successo. Il professor Barbero è una persona veramente notevole, dotato di una grandissima conoscenza e abilità comunicativa, potrebbe infatti parlare per una vita intera di argomenti vasti e sfaccettati in modo semplice e diretto, molto coinvolgente e con vivo entusiasmo, che riesce a trasmettere in chi lo ascolta. Non avevo mai visto un insegnante e un conferenziere simile, prima di lui. Si trova perfettamente a suo agio nel raccontare la storia in un’ aula universitaria esattamente come in televisione, nei convegni che diventano episodi di contenuti audio diffusi via informatica, e anche scrivendo, come se la storia non fosse altro che un grande romanzo. Come lui stesso ha affermato: «L’ unica differenza tra noi storici e i romanzieri è che loro possono inventare.». Il dubbio che i libri di storia siano scritti in forma opportunamente ritoccata, come nel contesto narrativo, è ragionevole e anche piuttosto antico, si pensi al detto secondo cui la storia viene scritta dal vincitore. Anche in tempi più recenti, grandi storici del Novecento come Marc Bloch non hanno mai avuto paura di una scrittura non accademica, soggettiva. In narrativa, gli autori sono assolutamente liberi, ma chi si occupa di storia si gioca tutto in tema di verificabilità. Oggi siamo nell’ epoca della propaganda politica, che si ripercuote anche nella trasmissione della memoria storica, e delle notizie fasulle, delle pseudonotizie e del negazionismo e revisionismo, e le sue lezioni sono una delle poche certezze di cui disponiamo: in questo momento abbiamo più che mai bisogno di sapere le cose così come sono andate, e lui resta saldamente ancorato al fondamento della verificabilità, la possibile verità sui fatti. Il professore è uno che fa ipotesi, tenta di seguire vie coerenti escludendo quelle che paiono improbabili ed evidenziando ciò che alla fine è il lavoro dello storico, il processo della sua scrittura: sebbene non esatta come la matematica, la storia resta una scienza, e come tale si basa sulla deduzione data dall’ osservazione degli elementi a disposizione, in una continua analisi in cui le conclusioni possono continuamente essere confermate oppure smentite e superate da ulteriori scoperte, mettendo a confronto le voci e le idee di quelli che hanno provato, prima di lui, a interpretare il passato, nel tentativo di capire dove possa nascondersi la verità dei fatti. Il dovere dello storico è comunicare al lettore questo principio. E’ illuminante per noi avere ben chiaro di quanto viviamo in mezzo a ipotesi, valutazioni e interpretazioni, anche soggettive.

Fin da bambino sono sempre stato un grande ammiratore di Piero Angela e, mentre vivevo in Ghana, dal 2009 in poi ogni venerdì sera in agosto seguivo su Rai Internazionale il programma «Superquark», in cui vidi il professore per la prima volta. La sua personalità e il suo stile mi impressionarono dal primo momento, essendo così familiari, spontanei e cordiali. Ascoltandolo, dopo appena pochi istanti si ha la sensazione di comprendere a fondo ciò che spiega, riflettendo su che cosa sia veramente la storia e come ne venga trasmesso il ricordo. Dal 2014 in poi ho avuto l’ occasione di scrivergli via posta elettronica per domandargli aiuto in alcune ricerche, che in seguito sono state alla base di alcuni miei libri e articoli, e mi è stato veramente utile. Mi ha sempre risposto in breve tempo e con molta gentilezza, oltre che con la proverbiale chiarezza e piacevolezza. Nel 2017, poi, assistetti alla presentazione di «Caporetto», di cui acquistai una copia sebbene in quell’ occasione non mi fu possibile restare fino alla fine richiedendogli una dedica. Solo ora ci sono riuscito, dopo oltre cinque anni! Fu comunque un gran piacere sentirlo mentre descriveva lo scenario in cui maturò la famigerata disfatta italiana durante la Grande Guerra, in cui combattemmo contro un Impero antico e multietnico ormai sulla via del crepuscolo: l’ Italia era ancora un Paese arretrato e contadino, e i limiti delle forze armate combaciavano con quelli della stessa nazione, la distanza sociale tra soldati e ufficiali era notevole, e si preferiva affidare il comando dei reparti a giovani diciannovenni di classe borghese piuttosto che promuovere i sergenti, contadini e operai che avevano imparato il mestiere sul campo. Tra ufficiali e soldati non vi era peraltro una comunicazione, con tutti i limiti pratici che ne derivavano. I nostri ragazzi in trincea erano un esercito in cui nessuno voleva prendersi responsabilità, e si aveva paura dell’ iniziativa personale tanto che la notte del 24 ottobre 1917, con i telefoni interrotti dal bombardamento nemico, molti comandanti di artiglieria non osarono aprire il fuoco senza avere ricevuto l’ ordine dai piani alti. Eravamo un Paese retto da una classe dirigente di linguacciuti da cui erano scaturiti generali che emanavano circolari in cui esortavano i soldati a battersi fino alla morte, credendo di aver risolto in tal modo tutti i problemi. Personalmente, io temo che noi oggi non siamo cambiati mica tanto! La scorsa estate 2022 mi ha visto impegnato nella Passione di Sordevolo come comparsa e come attore, ero infatti soldato del Tempio di Gerusalemme e Marsaglia, il fabbro ferraio che inchioda Gesù alla croce. Quando avevo i due ruoli insieme avevo giusto il tempo di cambiarmi dietro le quinte. La sera in cui venne ad assistere allo spettacolo, dopo aver visitato il museo in paese nel pomeriggio, io ero impegnato in entrambi i ruoli, ed è stato un vero privilegio per me, un bel regalo che la vita mi ha fatto.

Nei giorni scorsi, con la presentazione di «Brick for stone», ho finalmente avuto la possibilità di presentarmi di persona e di ringraziarlo per l’ aiuto che mi ha prestato alcuni anni fa, e di esprimergli apprezzamento e stima per la sua preparazione e capacità espositiva. Persone come lui sono veramente speciali, e hanno bisogno di sapere che ciò che fanno a nostro beneficio viene positivamente recepito da noi tutti. Trovo molto importante che sentano la conferma che il loro impegno dia i suoi frutti.



Una delle cose per cui maggiormente apprezzo il professor Barbero è l’ attenzione che presta al tema delle false notizie. Lui dice sempre che esistono fin dall’ inizio della nostra storia, solo noi siamo convinti che siano una novità dei tempi moderni. A suo dire, si trattano soltanto di una versione attuale delle antiche leggende: se da una parte c’ erano quelle che nascevano in maniera spontanea, come le storie su dei, orchi, streghe e personaggi fantastici, dall’ altra c’ erano quelle costruite pezzo dopo pezzo per uno scopo ben preciso. La propaganda politica era una tecnica comprovata già nell’ antica Roma: inventare un episodio o ritoccarlo a seconda dei propri interessi o della parte di popolo che si voleva convincere, specie in occasione delle votazioni, era una pratica abituale. Spesso noi non sappiamo affatto come sia andata la storia. Chiunque, già in quarta elementare, ha studiato che Costantino fu quel particolare imperatore che cristianizzò l’ Impero, ponendo fine alla crudeltà delle persecuzioni e aprendo la strada a venti secoli di storia durante i quali Stato e Chiesa sono andati avanti in armonia a seguito della famosa battaglia di Ponte Milvio, che vide Costantino sconfiggere Massenzio: si racconta che durante lo scontro in cielo apparve la croce e la scritta «In hoc signo vinces», ossia «Sotto questo segno vincerai». Chiaramente, questo particolare è una validissima aggiunta propagandistica, per quanto fantasiosa. Se dopo la battaglia avesse deciso di rimanere pagano, quasi certamente in tutto il mondo si sarebbe detto di come l’ imperatore fosse stato aiutato dagli dei anziché dalla strana e misteriosa divinità ebraico cristiana. Costantino ha regnato sia sui cristiani che sui pagani e non è stato affatto intollerante con questi ultimi, retaggio della precedente religiosità classica: ci sono tracce di discorsi pubblici dell’ epoca stessa in cui i non cristiani imputavano il risultato all’ intervento delle loro divinità. Insomma, chi costruisce le pseudonotizie oggi ha soltanto imparato la lezione dei maestri del passato, non abbiamo inventato nulla di nuovo, c’ è solo una grande differenza: mentre noi le affidiamo a Twitter o ai giornali, per poi vederle passare dopo un giorno, una settimana, un mese o un anno per poi dimenticarle, gli architetti delle bufale dei tempi andati pensavano in termini più lunghi, a come fare affinché venissero ricordate per secoli e secoli nel futuro, e furono in grado di far arrivare i loro falsi miti fino a noi, e con conseguenze non da poco, soprattutto se consideriamo agli strumenti che avevano allora!


Il modo di porsi pacato del professor Barbero, da solo, non basta a spiegare la sua popolarità. All’ interno delle sue conferenze, infatti, non si limita a raccontare la storia. Presenta agli spettatori le fonti, interpretandole e dando loro anche un tocco di teatralità in modo da renderle apprezzabili anche agli occhi di chi non ha mai affrontato la storiografia fuori dalle mura scolastiche. Un livello di narrazione che non dimentica il lavoro e la fatica compiuta dallo storico, ma che anzi sceglie di introdurla al grande pubblico. La fonte, quindi, rimane centrale nella sua narrazione quanto nella scienza storica tradizionale. L’ interpretazione della fonte può essere visto in maniera differente, tra quella dello storico, che contestualizza il documento e ne comprende le sue finalità e la sua origine, e quella del divulgatore, che non esita mettere un po’ di teatro nell’ esporre una testimonianza del passato. Ricorda che il presente non è altro che una continuità con il passato, e consegna dignità al ruolo dello storico e al suo lavoro, mostrando come la nostra stessa vita, gli eventi che viviamo tutti i giorni, siano parte di qualcosa di più grande. Ed è proprio qui che ha luogo il grande merito di questo singolare e geniale divulgatore: rende la storia e i suoi mezzi di ricerca qualcosa di presente, di attuale. Viviamo in un mondo dove le voci corrono incontrollate e diventa sempre più difficile per le persone come noi distinguere una notizia vera da una falsa. Il «popolo della rete» sembra non essere più capace di riconoscere il vero dal falso e spesso accetta passivamente questa diffusione incontrollata delle false notizie. In un simile contesto la figura di questo professore assume una notevole importanza: quella di una persona dotata del sapere necessario per indagare una fonte. Non solo quella storica, ma anche quella attuale. Un esercizio che dona nuova importanza alla disciplina storiografica, quindi.

In questo, l’ operato del professor Barbero ci porta in una dimensione nuova della storia, un mezzo che ci permette di acquisire competenze anche per la vita di tutti i giorni. Tocca di conseguenza a noi utilizzarla secondo la nostra coscienza, allo scopo di riportare i fatti non solo al centro della narrazione storica, ma anche della vita quotidiana. Ogni volta che sentiamo qualcosa, ad esempio, anche un semplice pettegolezzo, dovremmo imparare a chiedere: «Ma tu come l’ hai saputo?».



L’ atteggiamento pratico e veritiero del professore mi riporta al Buddhismo, particolare filosofia orientale che molta importanza ha avuto nella mia vita e che tuttora continua ad affascinarmi. Gli insegnamenti alla base di tutte le scuole vengono trasmessi per mezzo di ciò che viene chiamato lignaggio, che equivale ad una precisa linea di diffusione basata sul passaggio da maestro a discepolo e atta proprio a certificarne la provenienza e la validità, dimostrata dalla realizzazione incarnata dal maestro saggio. Al tempo stesso, nel Nobile Ottuplice Sentiero, la via spirituale basata su un’ esistenza virtuosa che conduce alla cessazione della sofferenza esposta nel Discorso di Benares, il Buddha Śākyamuni stesso parlò di «retta parola», cioè l’ assunzione di responsabilità di ciò che diciamo, ponendo attenzione nella scelta delle singole parole e di come le esprimiamo, in modo da non far del male a nessuno e di conseguenza a noi stessi. Sulla base di questo principio si deve parlare per essere veritieri e non menzogneri, per favorire la chiarezza anziché la confusione e le opinioni errate. Durante i suoi quarantacinque anni trascorsi insegnando, il Risvegliato aggiunse: «Non credere a niente perché ne hanno parlato e chiacchierato in molti. Non credere semplicemente perché vengono mostrate le dichiarazioni scritte di qualche vecchio saggio. Non credere alle congetture. Non credere come una verità ciò a cui ti sei legato per abitudine. Non credere semplicemente all’autorità dei tuoi maestri e degli anziani. Dopo l’ osservazione e l’ analisi, quando concorda con la ragione e conduce al bene e al beneficio di tutti e di ciascuno, solo allora accettalo, e vivi secondo i suoi principi.». Un proverbio Zen, similmente, recita: «Una buona parola tiene un asino inchiodato a un palo per cento anni.». A tutto ciò, Lama Paljn, guida spirituale del centro buddhista tibetano Samten Ling di Graglia, con cui ho un rapporto personale di stima e amicizia, spiega che il concetto di «retta parola» insiste sull’ evitare bugie, maldicenza, zizzania, offese e pettegolezzo, e aggiunge che le parole non esistono di per sé, ma servono a intendere l’ infinito e aiutano a favorire la «retta comprensione», ossia vedere le cose nella loro vera natura, così come sono senza il filtro delle opinioni soggettive. La parola non deve nuocere, perché comunicare ci rende più umani in quanto siamo animali sociali che vivono in gruppo. La comunicazione è uno strumento di civiltà da usare per fini consapevolezza e di liberazione sia personale che altrui.

L’ impiego pratico, semplice e diretto della parola al fine di esprimere idee precise e fondate e verificabili avvalorato dal Buddha Śākyamuni nell’ India settentrionale di duemilacinquecento anni fa è molto vivo nel professor Barbero, come ho personalmente constatato. In un’ epoca in cui l’ informazione, e quindi la parola, è pilotata per influire sull’ opinione pubblica a vantaggio di discutibili interessi settari, noi oggi abbiamo la fortuna di beneficiare di un uomo che invece la usa per indicarci qualcosa di tangibile, logico e pienamente confermabile. E’ davvero un bene che in mezzo a tante figure oggi alla moda soprattutto tra i più giovani, tra opinionisti televisivi dediti ad un linguaggio sempre più volgare come Luciana Littizzetto e celebrità di Internet non vincolate da alcun valore etico fondamentale vi sia invece chi, come lui, tiene un basso profilo e si esprime con classe e dignità parlando di ciò che ha convenientemente valutato e compreso. E sono veramente fortunato ad avergli stretto la mano in amicizia e rispetto! Lo reputo in tutta sincerità un esempio formidabile da cui ho molto da apprendere.

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman; Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e ...