giovedì 17 marzo 2022

17 marzo 2022, i centosessantuno anni di una nazione


Il 17 marzo in Italia si celebra la Giornata dell’ Unità nazionale, della Costituzione, dell’ Inno e della Bandiera. E’ una ricorrenza molto importante, che onora la nascita dello Stato in seguito alla proclamazione del Regno d’ Italia nel 1861. La sua istituzione fu approvata in maniera definitiva con la Legge 222 del 23 novembre 2012. Pur rimanendo un giorno lavorativo, essa viene considerata come «giornata promuovente i valori legati all’ identità nazionale».

Quanto segue è una lettera scritta da Giacomo Ramella Pralungo, autore di libri di narrativa e articoli storici. Di orientamento monarchico e convinto sostenitore del ramo dei Savoia-Aosta, che attualmente fa capo al Principe Aimone, responsabile per la Federazione russa di Pirelli Tyre, di cui è vicepresidente, e ambasciatore dell’ Ordine di Malta presso la stessa nazione, lo scrittore sostiene da anni che il valore storico e simbolico di questo giorno sia una valida occasione di riflessione sui valori di cittadinanza e, soprattutto, di identità nazionale, sulla quale il popolo italiano pare tuttora seriamente discorde.

La proclamazione del Regno italiano;


Il 17 marzo 1861, il Parlamento del Regno di Sardegna proclamò la nascita del Regno d’ Italia con la Legge 4671, presentata in Senato dal Conte Camillo Benso di Cavour, allora Presidente del Consiglio dei ministri, e che dal successivo 21 aprile divenne la prima del nuovo Stato: Vittorio Emanuele II di Savoia assumeva quindi per sé e per i propri discendenti e successori il titolo di Re d’ Italia. Quarantesimo signore della sua Casa, il Re galantuomo, così chiamato perché una volta salito al trono non revocò lo Statuto Albertino promulgato dal padre e predecessore Carlo Alberto, accettando il sistema costituzionale pur essendo di idee reazionarie e rispettando le decisioni dei suoi ministri anche quando non concordava, scelse di conservare in segno di continuità dinastica il numerale «secondo», analogamente a Ivan IV Vasilyevich, noto come il Terribile, Gran Principe di Mosca che nel 1547 assunse per primo il titolo di Zar di tutte le Russie, e ai monarchi britannici, che preservarono lo stesso numerale in vigore dai tempi del Regno d’ Inghilterra. All’ unità d’ Italia, suddivisa in undici compartimenti territoriali, cinquantanove province, centonovantatré circondari e settemilasettecentoventi comuni, mancavano ancora Veneto, Trentino-Alto Adige, il Friuli-Venezia Giulia, Istria, Trieste e Lazio, che vennero gradualmente annessi nel 1866 e nel 1870, quando Roma, epicentro naturale del neonato Stato, venne espugnata dopo la famosa breccia di Porta Pia divenendo capitale l’ anno seguente, dopo Torino e Firenze. Nel 1918 fu la volta del Trentino-Alto Adige, acquisito dal decaduto Impero austroungarico. L’ ex Regno delle Due Sicilie era stato annesso nel 1860 a seguito della Spedizione dei Mille, composta dai celebri volontari al comando di Giuseppe Garibaldi, partiti nella notte tra il 5 e il 6 maggio dai pressi di Genova alla volta della Sicilia.

La riunificazione d’ Italia, avvenuta a ben quattordici secoli dalla caduta di Roma nell’ anno 476, è un valore al cento percento positivo e magnifico, noi tutti dovremmo essere infinitamente grati a grandi personaggi quali Giuseppe Mazzini, Re Vittorio Emanuele II, il Conte di Cavour e Giuseppe Garibaldi, senza dimenticare quella grande schiera di persone che operarono anonimamente e silenziosamente dietro le quinte senza mai ottenere il giusto tributo dalla Storia, per essere scesi in campo in tempi e modi differenti al fine di lasciarci in eredità un Paese libero e unito. Eppure, in quale modo quest’ unità venne raggiunta? E quali conseguenze ebbe? Nel 1961, in occasione del primo centenario dell’ unità, lo storico Ernesto Ragionieri rifletteva se il Risorgimento fosse veramente finito. Oggi, a centosessantuno anni da quella storica seduta parlamentare, l’ impressione è che sia ancora in pieno svolgimento, dovendo assicurare difficili ma importanti obiettivi quali la costruzione dell’ identità nazionale, la memoria e persino l’ imposizione di una politica efficace e senza tanti sproloqui. Peraltro, a prescindere dalla propaganda dell’ epoca e degli anni immediatamente successivi, esposta in modo abbellito e pomposo, l’ unità nazionale non venne fatta completamente bene, e nemmeno a furor di popolo: fu piuttosto un’ operazione di vertice dettata dalle esigenze della nascente borghesia, che oltre mezzo secolo prima era stata la vera vincitrice della cruenta Rivoluzione francese, di avere un mercato unico senza il quale l’ economia non sarebbe decollata. In molti vi videro il carattere annessionistico del casato sabaudo, nient’ altro che un allargamento degli antichi confini, «una conquista regia» come polemicamente si sarebbe detto in seguito. L’ Italia è un Paese notoriamente frammentato su tutti i fronti, perché da sempre è frammentata la sua storia: gli italiani non sono come i francesi che, dopo regni, rivoluzioni, imperi e repubbliche, si sentono un’ unica realtà al punto che l’ architettura e la lingua sono le stesse anche in regioni come la Rhône-Alpes e la Normandia, che nel Medioevo erano del tutto estranee, e hanno da tempo perduto l’ uso dei dialetti. Abbiamo alle spalle profonde differenze sociali, politiche e di cultura che ci hanno portato ad un marcato campanilismo e a un Risorgimento guidato tra mille difficoltà, pagine oscure e sbagli, per quanto alla fine si rivelò un fatto positivo che pose il Belpaese sotto l’ attenzione di tutti, specialmente in Europa, ove per la prima volta fu considerato persino con stupore e ammirazione. La realtà politica della penisola prerisorgimentale era intricata, un vero e proprio mosaico in cui regnavano molte grandi Case dalla linea di sangue di tutto rispetto come gli Asburgo d’ Austria, i Borbone-Parma, gli Asburgo-Este, gli Asburgo-Lorena e i Borbone delle Due Sicilie, in una situazione in cui tutte avrebbero potuto cogliere l’ opportunità di conseguire l’ unità sotto la propria Corona, ma alla fine rimasero soggette agli interessi delle potenze straniere e prive di iniziativa, quindi la storia si compì per mezzo dei Savoia, antichi signori feudali alpini di discendenza francese, in origine conti di Moriana e delle vie di Francia che transitavano per il Moncenisio e il San Bernardo, poi duchi di Savoia e signori delle terre tra il Rodano e il Po, e dal Settecento sovrani di Sardegna, che per secoli avevano resistito alle ambizioni di vicini assai più potenti, come francesi e austriaci, grazie ad una politica estera, dinastica e matrimoniale spesso spregiudicata, muovendosi tra rischi, divisioni interne e alleanze sorprendenti ricorrendo ai propri eserciti, statisti, ambasciatori e agenti segreti.

Una pubblicazione del 1961;


L’ Italia è una nazione contorta, e venne al mondo dopo un parto molto difficile. La tradizione attribuisce la paternità del Risorgimento al Conte di Cavour, con la sua genialità politica e diplomatica, ai limiti dell’ intrigo; al repubblicano Giuseppe Mazzini, con il vigore del suo idealismo; all’ anticlericale Giuseppe Garibaldi, con il suo carisma di condottiero militare e capopopolo; e a Vittorio Emanuele II, che con il suo realismo politico rinunciò all’ assolutismo a cui era fermamente orientato confermando quel sistema costituzionale che aveva consentito la formazione di una classe politica di levatura che negli altri regni italiani rimasti assoluti non si era invece imposta, e che con le sue maniere da popolano colpì la sensibilità della sudditanza italiana, da nord a sud, funzionando splendidamente come immagine dell’ unità nazionale equanime, al di sopra delle parti.​

Eppure, dietro la rappresentazione patriottica vi fu un articolato processo di trasformazione politica e sociale nel quale il ruolo di questi grandi protagonisti e il loro reciproco rapporto furono ben più complessi e meno ovvi. Tanto per cominciare, l’ unità culminata il 17 marzo 1861 zampillò come già affermato da una scelta promossa dalle classi sociali più elevate e da un antico disegno di espansione dinastica, come suggerito ad esempio dal titolo del Re, che volle continuare a chiamarsi Vittorio Emanuele II: l’ esigenza di avere un Paese unico e indipendente nacque dall’ intesa tra il ceto emergente della borghesia, forte delle professioni in ogni campo, dall’ agricoltura alla finanzia, di cui Cavour, detto il Tessitore per la capacità che ebbe nell’ unire l’ Italia, come tramando una tela, anche tramite astuzie e macchinazioni, fu un ben noto esponente, e la vecchia aristocrazia, seppur non del tutto convinta, per la quale la coscienza nazionale avanzava su precisi interessi politici ed economici: bisognava andare oltre l’ ormai antiquata condizione dello Stato patrimoniale, demanio cioè delle dinastie regnanti per diritto divino, dando vita ad un più ampio mercato nazionale in cui sviluppare le attività produttive e commerciali, accedendo ad un ruolo di classe dirigente politica e confermando il passaggio all’ assetto costituzionale e parlamentare. Vittorio Emanuele partecipò in prima persona a quest’ intesa, convinto che la Corona impersonasse il ruolo dominante dell’ aristocrazia, e che i ceti emergenti avessero bisogno della copertura reale per affermarsi: la borghesia puntava quindi ad uno Stato nazionale che rispondesse ai suoi interessi, e la Monarchia la aiutava a realizzarlo e si prestava a presiederlo. Il merito del sovrano sabaudo fu di essere il solo regnante italiano a capire che il processo costituzionale era irreversibile e occorreva adeguarvisi per sopravvivere incoraggiando poi forze sociali vive. La prospettiva nazionale avrebbe premiato le secolari ambizioni espansionistiche di una Casa che da otto secoli lottava per sopravvivere in un angolo d’ Europa molto difficile. Nei ventidue anni dall’ esplosione rivoluzionaria del 1848 alla breccia di Porta Pia del 1870, il Risorgimento procedette tra episodi gloriosi come la battaglia di Solferino e San Martino, la più grande dopo quella di Lipsia del 1813 e che per perdite superò quella di Waterloo, e l’ incontro di Teano, ma anche attraverso episodi meno romantici quali il bombardamento di Genova nel 1849, i plebisciti combinati per le annessioni dell’ Italia centrale, le agitazioni manovrate da carabinieri infiltrati, la corruzione e gli appoggi malavitosi alla marcia trionfale di Garibaldi in Meridione, l’ aspra repressione del brigantaggio e le leggi anticattoliche. Addirittura, gli accordi verbali segreti stretti tra il Conte di Cavour e l’ Imperatore Napoleone III dei francesi nella cittadina termale di Plombières non prevedevano neppure che tutta la penisola fosse unificata sotto la Corona sabauda: ai Savoia sarebbe infatti toccato il Settentrione, mentre un regno nel Centro, escluso il Lazio che sarebbe rimasto entro i confini dello Stato Pontificio, e un altro in Meridione sarebbero stati retti da due cugini del sovrano francese, ossia Gerolamo Bonaparte, consorte della principessa Maria Clotilde, primogenita di Vittorio Emanuele II, e Luciano Murat, figlio del più noto Gioacchino. Per volere del Tessitore, il Re Galantuomo fu costretto, e assai a malincuore, a cedere alla Francia imperiale Nizza e, soprattutto, la Savoia, quella regione storica nei pressi delle Alpi Occidentali che alla fine del X secolo era stata culla della sua Casa, ponendo il confine sul crinale alpino, secondo la linea delle «frontiere naturali».

Casa Savoia in epoca risorgimentale;


Oltre all’ indubbio e grande merito di averci consegnato un Paese, l’ unità ebbe molte conseguenze poco rosee: il neonato Regno si presentò sulla scena europea come ultima tra le maggiori potenze e prima tra le minori; era socialmente arretrato; in politica estera doveva risolvere le questioni territoriali con l’ Austria imperiale e il papato, mentre in quella interna doveva mutare in un’ unica realtà tante regioni molto diverse per consuetudini amministrative, economiche e sociali. Si dovevano unire codici, bilanci e forze armate con un sistema generale, stabilire una politica economica e una direzione governativa precise oltre che valide alleanze. Questa complessa opera di costruzione fu attuata con metodi spesso brutali, anche se in modo fluente e saldo nei diciassette anni di regno di Vittorio Emanuele, innanzitutto tramite un rigoroso e oppressivo accentramento da parte dei suoi dodici Presidenti del Consiglio dei ministri. La piemontesizzazione dell’ Italia fu una soluzione all’ esigenza di unire politicamente un sistema, ma poi non lasciò spazio alla decentralizzazione a beneficio delle varie realtà territoriali. La centralizzazione politica e l’ estensione delle stesse leggi e sistemi amministrativi si accompagnarono alla negazione di una politica riformista e democratica, temuta per le possibili ripercussioni sociali, oltre che ad una dura repressione che per esempio vide l’ esercito impegnato contro il brigantaggio nel Meridione e le manifestazioni del nascente movimento operaio. Alla depressione economica, all’ alta natalità e mortalità e all’ analfabetismo dovuto alla scarsezza di strutture e dell’ obbligo scolastico si aggiungeva una profonda divisione tra il Settentrione, industrializzato e scolarizzato, e il Meridione, privo di risorse, strutture finanziarie e infrastrutture, quindi arretrato al punto di essere rimasto fermo al latifondismo. L’ Italia postrisorgimentale, monarchica e di destra, era percepita in modo diverso dagli italiani: per alcuni era meravigliosa e aveva tante belle speranze, tra la creazione di infrastrutture e la conquista coloniale, ma per altri era orrenda, retta da una caotica classe politica che negava le libertà fondamentali, retta con una gran retorica e in mezzo a intrighi, scandali elettorali, bancari e tante piccole miserie che non avevano più nulla a che fare con il patriottismo delle eroiche lotte delle guerre d’ indipendenza, con i contadini e i poveri che morivano negli stenti peggiori.

Altri problemi nascevano dalla mancata unità linguistica e dalle regioni ancora escluse dai confini nazionali: non si scelse mai uno Stato federale, permettendo la progressiva integrazione dei sistemi locali, soprattutto a causa dell’ incertezza delle basi unitarie e alla presenza di svariate potenze che volevano ristabilire le condizioni precedenti, soprattutto l’ Austria del Kaiser Franz Joseph I. Se l’ Italia esisteva da secoli come civiltà e culla di arte e letteratura, continuava a penare sul piano statale e, ahinoi, le celebri parole attribuite a Massimo d’ Azeglio poco dopo il 1861 suonano ancora oggi come un’ amara e innegabile verità: «Purtroppo s’ è fatta l’ Italia, ma non si fanno gli italiani.». Si narra che persino Cavour morì sussurrando: «L’ Italia è fatta.», pur temendo che non fosse proprio così…

Re Vittorio Emanuele e Cavour;


La giornata di oggi dovrebbe essere un’ ottima occasione per riflettere su noi stessi come popolo e nazione. Attualmente, la crisi italiana si è molto aggravata, e lo si vede ovunque. Vi è una forte decadenza non politica ma di sistema, l’ attuale Repubblica pare come una supernova, pronta a implodere per un ristagno che non si risolve neanche con le elezioni. Peraltro, il 17 marzo è stato festeggiato solamente nel 1911, nel 1961 e nel 2011, rispettivamente in occasione del cinquantenario, del centenario e del centocinquantenario dall’ unità. Solo nel 2012 fu proclamato festa nazionale, eppure continua a non godere dello stesso risalto attribuito al 25 aprile che, peraltro, da festa nazionale è degenerato in una vera e propria celebrazione politica tanto cara agli ambienti della sinistra, che sfila cantando «Bella ciao» all’ ombra della bandiera rossa anziché l’ Inno di Mameli ai piedi del Tricolore: non è assurdo festeggiare la liberazione di un Paese di cui invece mai si onora la proclamazione? Questo anniversario dovrebbe avere un’ importanza analoga al 4 luglio statunitense, giorno dell’ Indipendenza dal Regno di Gran Bretagna, e del 14 luglio francese, Festa della Federazione parigina del 1790, i cui partecipanti giurano fedeltà alla Nazione, alla Legge e al Re.

Noi italiani abbiamo sempre avuto scarso o nullo senso della storia, e oggi ci presentiamo come un popolo senza gloria e memoria, che si nutre allegramente di ideologia e settarismo senza curarsi della realtà dei fatti e della nostra comune eredità. Addirittura, pare che il Paese sia nato soltanto il 2 giugno 1946, a seguito di quel controverso referendum a cui neppure si votò in tutta quanta la nazione, con ben tre milioni di italiani esclusi dal suffragio, e il cui spoglio delle schede e annuncio dell’ esito furono gestiti in maniera così incerta e pasticciata da far parlare fin da subito di brogli, esibendo ancora una volta un’ Italia divisa tra Settentrione e Meridione. Siamo una nazione impossibile e macchinosa, ben ardua da gestire, in cui prevale la cultura del «contro» e del «no», e alla lotta per migliorare le cose si è sostituita quella più facile del non fare, tanto che se oggi un incosciente volesse provare a cambiare le cose verrebbe frenato in partenza: in Italia ha più senso cambiare tutto per non cambiare niente, in un puro gattopardismo. Nel Belpaese montano in sella uno dopo l’ altro i moderni soloni, maestri di pensiero che vantano il monopolio delle soluzioni a situazioni difficili o compromesse e che blaterano sulla scarsa cultura del popolo, mentre sindacati contrari a priori istigano ad eterni scioperi e proteste in piazza contro le vane promesse dei padroni, e la cittadinanza accetta passivamente tutto ciò limitandosi a lamentare la situazione con gli amici al bar bevendo caffè o birra. La frustrazione collettiva e la sfiducia verso la pubblica amministrazione sono a livelli vertiginosi, condite da una burocrazia che porta acqua ai mulini dei potentati e da un intricato groviglio di leggi che mina la funzionalità dello Stato e incatena la società civile. La Repubblica venne edificata in nome di ideali quali libertà, solidarietà e uguaglianza, tanto che Pietro Nenni disse: «O la Repubblica o il caos.». Oggi, curiosamente, abbiamo sia la Repubblica che il caos, e nessuno dei suoi valori fondanti è garantito a dovere!  L’ Italia è pericolosamente impantanata nella palude delle sue contraddizioni e dell’ inefficienza, con una classe politica ai limiti del farsesco che anziché il prodotto interno lordo ha aumentato il debito pubblico! La Repubblica ha innegabilmente fallito la sua missione, non ha saputo rispondere ai bisogni essenziali del nostro popolo e neppure assicurare la democrazia a cui teneva tanto.

Forse la causa fondamentale di questa decadenza e la conseguente ascesa di delegati avidi e litigiosi, nessuno dei quali interessato al bene comune e in grado di vantare una vera preparazione sia culturale che civica, è la sua mancanza di simboli e valori forti nei quali la gente possa riconoscersi, che invece in una Monarchia sono fortemente presenti. Il 17 marzo 1861, infatti, avevamo un Re che di fatto catturò facilmente l’ immaginario collettivo dei vari popoli che vennero annessi alla sua sudditanza: Vittorio Emanuele era tarchiato e di colore rubizzo, dalle fattezze e le maniere ruvide, più da popolano che da nobile, dal vigore virile, gioviale, disinvolto e impetuoso, aperto e affabile, un vero e proprio uomo del popolo con cui si intratteneva sempre volentieri nelle sue amate scorribande campagnole e venatorie. Amava la compagnia e l’ allegria e avversava i salotti, era molto sensibile alla buona cucina delle Langhe, ai vini invecchiati e al fascino femminile, concedendosi un’ amante dopo l’ altra e mettendo al mondo chissà quanti figli illegittimi che poi si preoccupò di sistemare. Insomma, era ben lontano dagli ambienti, dai gusti e dalle sottigliezze della politica considerati dai suoi trentanove predecessori e persino dal figlio e successore, freddo e compassato, che si sforzò per tutta la vita di impersonare davanti al popolo l’ autorità e, peraltro, pur essendo il quarto Savoia a regnare con il nome di Umberto, decise di chiamarsi Umberto I per rispetto verso la Patria. Il Re Galantuomo fu in pratica ben altro in confronto all’ immagine tradizionale che la sudditanza ha di un monarca, ma forse proprio per questo seppe ritagliarsi splendidamente un ruolo fondamentale in molti contesti diversi: simbolo vivente dell’ unità nazionale e garante imparziale del carattere parlamentare italiano comunque al centro di considerevoli iniziative politiche. Quando, tra il 30 novembre e il 6 dicembre 1855, ancora trentacinquenne e sovrano subalpino, fu ospite della corte britannica, venne immortalato tra le pagine del diario della leggendaria Regina Vittoria, non senza una punta di ironia quanto di ammirazione: «Il Re di Sardegna ha un modo di esprimersi rapido e brusco. Indossa un’ uniforme azzurra, di cui la giubba, piuttosto corta, ricorda quella degli ussari, ed è guarnita di pelliccia.». Poi: «Il Re ha uno strano aspetto, non è molto alto, ma di corporatura massiccia; ha due occhi azzurri sporgenti, che fa roteare in modo particolare quando si imbarazza, si compiace o è colpito da qualcosa di particolare. E’ un uomo rozzo. Spesso è sfrenato nelle passioni, soprattutto con le donne. Balla come un orso, parla in modo ​sconveniente: ma se entrasse il drago sono sicura che tutti fuggirebbero tranne lui. Sguainerebbe la spada e mi difenderebbe. E’ un cavaliere medievale, un soldato, questo Savoia!». E ancora: «Quando lo si conosce bene, non si può fare a meno di amarlo. Egli è così franco, aperto, retto, giusto, liberale e tollerante e ha molto buon senso. Non manca mai alla sua parola e si può fare assegnamento su di lui.».


Oggi, invece, la Repubblica e la sua politica possono vantare anche solo un uomo altrettanto degno di stima e simpatia attorno al quale ci si possa schierare? La democrazia ha bisogno di aiuto, qui e ora, e in tutto questo si può credere fermamente che il ritorno della Monarchia giocherebbe un ruolo di tutto rispetto: i Paesi più progrediti e democratici in Europa sono infatti Regni parlamentari o costituzionali. La Monarchia è come una grande famiglia, sia nei momenti lucenti che in quelli bui, e i vari membri della famiglia reale sono sempre vicini alla popolazione condividendone felicità e tristezze: anche nella maggior parte delle Repubbliche le famiglie reali godono di un certo alone di prestigio e ammirazione! Un Re è imparziale e rappresenta l’ unità della nazione, indipendentemente dalle battaglie politiche, mentre un Presidente è come un giocatore di una delle due squadre chiamato a fare da arbitro a metà partita. Peraltro, il sovrano, che detiene anche altri titoli favorendo l’ identificazione nella sua figura della maggioranza della popolazione, è preparato fin dai primi anni di vita a svolgere il suo compito e una volta intronizzato sa come comportarsi e rappresentare il suo Paese. Vincola forze armate, diplomazia, magistratura e alta amministrazione alla Corona proteggendole dagli interessi delle fazioni e assicurando la neutralità politica dello Stato. Avendo un mandato a vita, ha una visione sul lungo termine anziché sul breve come quella di un normale politico, che una volta eletto si concentra sul proprio breve mandato e pensa solo ad essere riconfermato. La Monarchia è un sistema dal fortissimo potere simbolico, in cui il Re incarna lo Stato, che viene visto più favorevolmente, con un misto di curiosità e ammirazione da parte del popolo: lui e la sua famiglia sono il simbolo per eccellenza dell’ identità nazionale, e ovunque vadano la gente si accalca per vederli e sente lo Stato più presente e vicino. La Monarchia aiuta l’ economia: un matrimonio, un anniversario ed anche un funerale sono fonte di attrazione per moltissime persone che sul posto consumano, dormono, acquistano ricordini. Tutto questo in una Repubblica non succede affatto. Essa porta turismo, peraltro: se a Londra le persone fanno la fila per andare a visitare Buckingham Palace e a Montecarlo per andare a vedere Palais Princier, molte meno vanno a vedere l’ Eliseo o la sede presidenziale di una qualsivoglia capitale repubblicana. Addirittura, una Monarchia costa meno della Repubblica: in Europa, le residenze più care sono il l’ Eliseo e il Quirinale! Un sovrano, titolare dei tre poteri che delega a governo, parlamento e magistratura, e non può e non deve schierarsi ​mai politicamente, racchiude in sé storia e tradizione e promuove una visione di Patria ed Europa scevra dagli intriganti poteri economici. E’ un imparagonabile freno al dilagare dei vecchi e nuovi saloni delle banche che spadroneggiano sempre di più.


Se l’ Italia di oggi rispettasse davvero la propria storia, il 17 marzo sarebbe una ricorrenza molto più conosciuta, sentita e universale. Nonostante il lato rovescio del Risorgimento, l’ unità fu un vero e proprio miracolo perché nella frammentazione politica che da troppo tempo caratterizzava l’ Italia era tutt’ altro che facile costruire un unico Stato laddove, appena un paio d’ anni prima, ve ne erano addirittura sette. E se finalmente si decidesse ad abbandonare il proprio campanilismo locale in nome di un passato frammentato, unendo le proprie diversità interne come le dita di una mano anziché usarle come scusa per rimanere divisi, il Belpaese diverrebbe finalmente una realtà politica fondamentale sia in Europa che nel Mediterraneo, mediandone i numerosi contrasti in una prospettiva che lo stesso Conte di Cavour già nel 1846 aveva indicato valutando l’ importanza dei porti di Napoli e Palermo per il suo sviluppo economico: «L’ Italia sarà chiamata a nuovi e alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio, sembra destinata a collegare l’ Europa all’ Africa.». Una magnifica intuizione che però mai fu compresa dalla politica! Se solo questo ineguagliabile Presidente del Consiglio non fosse venuto a mancare ad appena una decina di settimane dalla proclamazione del Regno d’ Italia a soli cinquantuno anni nella sua residenza di famiglia, ucciso dalla malaria contratta per l’ assidua cura delle sue amate risaie, la nazione avrebbe continuato a beneficiare delle sue illuminazioni nell’ ora più bisognosa, e la difficile opera di unificazione dello Stato in una realtà variegata per esperienze politiche e culturali sarebbe stata ben più facilitata a vantaggio sia della generazione di allora che di quelle successive, fino a noi oggi. Possa quindi questo giorno aiutarci a riflettere sul valore e la vastità della nostra ricchissima e sfaccettata eredità: l’ Italia è una sola grande realtà, ma è anche molte preziose realtà contemporaneamente, e se queste finalmente imparassero a convivere e interagire, avremmo solo da guadagnarci.


Vi è un’ ulteriore grave mancanza da evidenziare. E’ noto che siamo un popolo distratto, tanto da vivere nell’ unico Paese al mondo in cui il ricordo dei suoi Padri fondatori, Re Vittorio Emanuele II e il Conte di Cavour, non è affatto considerato. Il giorno della loro nascita e quello della loro morte non rientra nel novero delle festività nazionali, e il bicentenario della loro venuta al mondo non è stato oggetto di alcuna ricorrenza ufficiale. Dopo il 1946, la classe dirigente repubblicana, antimonarchica analogamente a quella fascista, addossò alla Monarchia tutte le colpe del decaduto regime, che essa aveva subìto così come in Germania la Repubblica aveva patito il Nazismo, portando ad una vera e propria azione di distacco nei riguardi del passato. Un Savoia come Padre della Patria era considerato inammissibile e, per riflesso, anche il retaggio del Tessitore ne ha pesantemente risentito. Lo statista è stato dimenticato dallo Stato, come ebbe a dire per esempio Nerio Nesi, politico, banchiere e partigiano a lungo dirigente del Partito Socialista Italiano: «E’ una rimozione in atto da tempo, e lo dimostra il fatto che vie e piazze sono molte meno di quelle che ha Garibaldi, personaggio ‘più facile’, più popolare, anche nel senso più populista. Ma il vero Padre della Patria è Cavour. E quasi tutti se lo sono dimenticato. Al punto che non si trovano neanche i pochi soldi che sono necessari per mantenere il patrimonio cavouriano nel paese natale di Santena: il castello settecentesco, col parco all’ inglese, la tomba di famiglia, la biblioteca e l’ archivio ricco di documenti.». Il Conte di Cavour non è raccomandato, dunque non riceve appoggi: troppo liberale per la sinistra, troppo torinese e troppo poco populista per la destra, troppo italiano per i movimenti secessionisti e federalisti come quello della Lega. Meglio dunque ignorarlo, nello smemoramento più sconcertante, evitando che politici e intellettuali improvvisati riacquistino il ricordo del passato portando a starnazzanti baruffe televisive che fanno tanto bene a quegli indici di ascolto che fanno gola alle emittenti televisive anziché ad un ricordo storico alla base di un dibattito chiarificatore e sereno. Questo è ciò che promuove il culturame di questo nostro mondo contemporaneo. Che Cavour non pensasse ad una sola Italia ma a tre è un fatto comprovato. Il suo disegno originario presentato ai Bonaparte era essenzialmente una Confederazione italica, formata dai tre regni dell’ Italia settentrionale, centrale e meridionale e presieduta in forma onoraria dal pontefice, come compensazione del potere temporale di cui sarebbe stato privato. Imprevisti e miopie politiche mutarono il corso degli eventi, e il progetto federalista del Conte tramontò. Pesò moltissimo l’ inconsistenza degli alleati, e il risultato fu il personaggio che conosciamo, non più federalista, ma paladino dell’ Unione nazionale. Come scrisse Montanelli: «Solo dopo l’ Unificazione Cavour scese a visitare Bologna, Firenze e Pisa, ma oltre l’ Arno non andò mai. E al ritorno disse al suo segretario: ‘Meno male che abbiamo fatto l’ Italia prima di conoscerla.’.». L’ incuria del patrimonio spirituale e politico di questo valente governante, nostro grande vanto, ha raggiunto livelli così imbarazzanti che, nel 2020, nel corso della puntata di Natale del programma televisivo «L’Eredità» ebbe luogo un madornale scivolone per mezzo di una delle domande del conduttore Flavio Insinna ai concorrenti: «Nel 1869 con quale frase Cavour avvertì l’ ambasciatore piemontese che Garibaldi era arrivato a Napoli?». Peccato però che, nel 1869, il Presidente del Consiglio fosse morto da ben otto anni, essendo passato ad altra vita il 6 giugno del 1861! Altro esempio inequivocabile è il problema del degrado in cui versa il suo monumento in Piazza Carlina, una delle più belle di tutta Torino: inaugurato nel 1873 e realizzato dall’ architetto senese Giovanni Duprè, oggi versa in pessimo degrado a causa di fattori chimici e fisici, e del crescente vandalismo.

C’ è una forte censura nella trasmissione del ricordo della nostra storia come Paese unito. Più semplicemente e drammaticamente, il 17 marzo 1861 il Re Galantuomo e il Tessitore unirono e crearono un Paese che i politici repubblicani odierni stanno portando inesorabilmente alla dissoluzione, pezzo per pezzo, sullo stesso destino dell’ Impero romano d’ Occidente nel 476…

 

Buon 17 marzo a tutti. L’ Italia innanzitutto, W il Re!


Giacomo Ramella Pralungo

martedì 8 marzo 2022

Il martirio della filosofa Ipazia di Alessandria

In occasione della lieta e sentita ricorrenza di oggi, rieditiamo un articolo che Giacomo Ramella Pralungo preparò in omaggio alla Donna e di cui ottenne la pubblicazione nel 2016 sul giornale «Il Biellese».


Porgendo a tutte le signore un cordiale augurio di felice Festa della donna, ricorrenza internazionale celebrata per la prima volta nel 1909 negli Stati Uniti per poi diffondersi gradualmente nel mondo allo scopo di ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche del gentil sesso così come le discriminazioni e le violenze che ha subìto in passato e tuttora patisce in alcune zone del mondo, pare appropriato ricordare l’ esempio di Ipazia, filosofa, astronoma e matematica di altissimo livello assassinata l’ 8 marzo 415 ad Alessandria d’ Egitto da una folla di cristiani in tumulto che non tolleravano la presenza di una donna, peraltro pagana, dedita alle scienze e al sapere.

Ipazia era figlia di Teone, geometra, filosofo e insegnante attivo ad Alessandria, dedito soprattutto alla matematica e all’ astronomia, tra l’ altro esponente dell’ onorato lignaggio culturale del Museo tolemaico, fondato quasi sette secoli prima e andato distrutto al tempo della guerra condotta da Aureliano, sebbene i relativi insegnamenti medici e matematici germogliati entro le sue mura sopravvissero interamente. Grandemente erudita e convinta fautrice della libertà di pensiero, succedette al padre e ottenne molta stima per i dibattiti franchi e sinceri con i potenti quanto per la disinvoltura con cui appariva alle riunioni dei saggi e degli anziani, tutti uomini, tra i quali in virtù della sua spiccata intelligenza riscosse una simpatia generale, se non proprio una grande venerazione. Era riverita tanto dai discepoli pagani quanto da quelli cristiani, eppure sul suo capo non tardò ad ammassarsi una tempesta fatale: in occasione della quaresima del 415 una folla inferocita e armata di cocci la massacrò, la fece a pezzi e la diede alle fiamme. Alcune fonti sostengono che gli assassini fossero una schiera di parabolani, monaci dediti alla cura dei malati e alla sepoltura dei morti, mandata dal vescovo e patriarca alessandrino Cirillo, uomo assai potente e fanatico sostenitore della pura tradizione cristiana, che avrebbe aizzato i cristiani dell’ impero d’ oriente a vendicarsi sugli ultimi pagani superstiti per le passate persecuzioni: la morte di Ipazia, cardine della cultura e del pensiero libero, avrebbe posto fine al suo consenso e alla sua influenza, consentendo al vescovo e alla Chiesa di colmare saldamente il vuoto.

Ipazia di Alessandria;

Comunque siano andate le cose, è imperativo ricordare che fino a oggi non sono molte le donne che hanno potuto porsi in evidenza negli ambienti sociali e culturali, ritenuti un monopolio propriamente maschile. Per quanto amiamo definirci una società civile, si deve ammettere che c’ è ancora molta strada da fare, che le nostre donne continuano a vivere in una situazione precaria e insicura che le frena socialmente e professionalmente. E quando hanno successo facciamo commenti più o meno ironici su come ci siano riuscite. Peraltro sarebbe bene tenere a mente che nemmeno negli ambienti del Cristianesimo originario sono mancate vicende di violenza fanatica per molti versi affini a quanto sta accadendo attualmente nel criticato Medio Oriente musulmano.

mercoledì 2 marzo 2022

Messaggio di Giacomo Ramella Pralungo a proposito della guerra in Ucraina

 


L’ esercito russo ha invaso l’ Ucraina la notte tra il 23 e 24 febbraio scorso. Da allora si sono susseguite reazioni di solidarietà al Paese dell’ Europa orientale e di severo sdegno verso la Russia, tra sanzioni economiche e aiuti militari all’ Ucraina. Questa crisi politica, diplomatica, militare ed economica preoccupa molto Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa e di articoli storici e culturali, che ha desiderato trasmettere un messaggio in cui espone la propria panoramica su quanto sta accadendo.

 

Occhieppo Superiore, 2 marzo 2022;


Per capire quello che sta succedendo in queste ore occorre partire da molto lontano: l’ identità russa, infatti, ebbe origine attorno a Kiev, e non nei pressi di Mosca o San Pietroburgo. Le popolazioni Rus si aggregarono verso l’ anno 1000 nei territori che sono oggi in Ucraina orientale, in opposizione fin da allora a un regime polacco-lituano che comprendeva Leopoli, conquistata nel 1349 da Casimiro il Grande, Re di Polonia. Come ha detto nei giorni scorsi lo stimato professor Alessandro Barbero: «Non c’ è mai stato alcun dubbio che l’ identità russa, il popolo russo, la cultura russa nascono nella Rus di Kiev.». Più tardi, questi protorussi convertiti al Cristianesimo ortodosso si espansero verso nord e il centro di gravità si spostò verso Mosca mentre l’ Ucraina divenne gradualmente la periferia dell’ Impero russo, consolidato da Ivan il Terribile che per primo assunse il titolo di Zar di tutte le Russie. Mosca e Kiev rimasero però inseparabili, dal punto di vista religioso, politico ed economico: l’ Ucraina si confermò come il granaio della Russia, e oggi lo è anche dell’ Europa se pensiamo che i produttori di pasta italiani in questi giorni si sono lamentati per il blocco delle forniture causato dall’ invasione.

Leopoli fu invece per secoli parte dell’ Impero austriaco e quindi cattolica: i confini attuali dell’ Ucraina vennero tracciati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con la sconfitta del Nazismo e l’ espansione verso ovest dell’ Unione Sovietica, mossa che faceva parte dell’ ossessione per la sicurezza di tutti i regimi politici di Mosca, dagli Zar a Stalin e da Krusciov a Putin. Per sua sfortuna, l’ Ucraina è estesa, andando da Luhansk nel Donbass a Leopoli, presso il confine polacco, milleduecento chilometri più in là. La conseguenza inevitabile è che Leopoli gravita verso la cattolica Polonia e l’ Europa occidentale, mentre Luhansk è ortodossa, parla russo e guarda verso Mosca. Sono le radici di un nazionalismo ucraino e di un nazionalismo russo che si sono combattuti sotterraneamente ma cruentemente per tutto il Novecento, come negli anni Trenta, quando in Ucraina ci fu una terribile carestia, con milioni di morti, ricordata oggigiorno come un genocidio deliberatamente attuato da Stalin. Negli stessi anni, Stepan Bandera, nazionalista ucraino, organizzò l’ assassinio del Ministro degli Interni polacco nel 1934, e nel 1941 si mise al servizio dei nazisti quando Hitler invase l’ Unione Sovietica. Dopo la guerra, movimenti separatisti di guerriglia rimasero attivi in Ucraina orientale per molti anni, mentre nel 1991, al momento della dissoluzione dell’ Unione Sovietica, il Presidente degli Stati Uniti Bush e il Cancelliere tedesco Kohl erano preoccupatissimi della possibilità di una superpotenza dotata di armi nucleari frammentata in undici Stati indipendenti in preda al caos politico e spesso ostili fra loro, come Armenia e Azerbaigian. Quindi Stati Uniti e Germania trattarono diplomaticamente per bilanciare la potenza militare propria e quella della Russia, allora presieduta dal filooccidentale Boris Eltsin, e promisero di non espandere verso Oriente la NATO, organizzazione militare creata nel 1949 per contrapporsi alla potenza sovietica. Se un calcolo va fatto, la stessa NATO, essendo stata concepita in funzione difensive contro uno Stato che non esisteva più, si sarebbe dovuta estinguere a sua volta, ma questo non accadde e, al contrario, fece rapidamente aderire le tre repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania, oltre alla Polonia. Nonostante gli ammonimenti del diplomatico e storico George Kennan, gli Stati Uniti cercarono di coinvolgere anche Georgia e Ucraina, Stati di confine che la Russia non poteva accettare come avamposti di potenze straniere. La situazione rimase fluida finché queste due repubbliche conservarono governi più o meno amici di Mosca, ma era destinata a precipitare quando a Kiev e a Tbilisi arrivarono regimi antirussi, sull’ onda di una rivoluzione popolare come accadde nel 2014 in Ucraina. Da allora, a Kiev si sono succeduti vari governi di breve durata, in genere legati agli oligarchi che si erano spartiti le ricchezze sovietiche al momento del crollo del Comunismo, mentre a Mosca si consolidava il potentato di Vladimir Putin. Forse una soluzione diplomatica si sarebbe potuta trovare sulla base di una neutralizzazione dell’ Ucraina, come proposto recentemente dall’ ex ambasciatore italiano a Mosca Sergio Romano, ma nessuno si fidava di nessuno e dalle parole si è passati alle armi.

Ora rimangono solo il sibilo dei missili e le sofferenze delle popolazioni. La motivazione ufficiale di questo conflitto è la protezione degli ucraini filorussi, suddivisi in due zone dell’ Ucraina autoproclamatesi repubbliche indipendenti di Donetsk e Lugansk, e la smilitarizzazione del Paese che Putin vorrebbe neutrale e fuori dall’ orbita dell’ Europa occidentale. Le motivazioni reali sono invece la volontà della Russia di riportare l’ Ucraina nella propria orbita, creare in Ucraina un governo filo russo che la allontani dall’ Europa occidentale e impedire un ulteriore spostamento della NATO verso est e quindi tornare a creare dei «Paesi cuscinetto» tra Russia ed Europa occidentale.



Sono profondamente addolorato a causa del conflitto in Ucraina, che in tutta evidenza non può vincere questa guerra. Il diritto all’ autodeterminazione dei popoli, lo sdegno nei confronti di chi invade un altro Paese non cambiano il fatto che l’ Ucraina non ha la forza per resistere all’ assalto di una potenza tanto vasta e forte come la Russia. Non può vincere senza la discesa in campo delle potenze occidentali, ma ciò significherebbe la Terza Guerra Mondiale, una guerra nucleare. E se dovesse accadere non avrebbe più importanza chi aveva ragione, non varrebbero più gli ideali, la ragion di Stato, l’ eroismo della lotta contro l’ oppressore. Intere città sarebbero distrutte, le vittime sarebbero milioni. Il tributo umano sarebbe talmente alto da annientare qualunque ragione.

Per quanto privi di senno, i capi di Stato non si spingeranno fino a questo punto. Non sarebbe conveniente per nessuno e in fondo tutti lo sanno. Ma non possono neanche perdere la faccia al cospetto del ciclope russo, mostrare al mondo che non siamo noi ad essere i più forti. Così si sta scegliendo la terza possibilità: aiutare l’ Ucraina a resistere e nel frattempo logorare Putin colpendone l’ economia, la finanza, le banche. Ma lui non cederà, almeno non subito. Perché il popolo russo patirà la fame ma i potenti non ne saranno toccati. Non così profondamente. L’ opinione pubblica si schiererà contro il governo, ma questo farà ciò che ha sempre fatto davanti al malcontento e alle sofferenze del popolo: lo ignorerà. Il malumore si diffonderà nell’ esercito, alla fine colpirà anche gli oligarchi che vedranno diminuiti i loro beni e privilegi ma questa strategia impiegherà tempo per dare i suoi frutti. Nel frattempo noi continueremo ad inviare armi al popolo ucraino. Già da giorni donne, ragazzi e bambini raccolgono bottiglie di vetro per costruire bombe incendiarie, Kiev è una trincea a cielo aperto e in Occidente i giornali esaltano il loro eroismo. Sono loro l’ ultima difesa. Resisteranno e combatteranno, migliaia saranno le vittime e un giorno un fotografo immortalerà per la commozione delle future generazioni il ritratto di una ragazza che imbraccia un fucile per resistere all’ invasore. Alla fine, dopo questa logorante guerriglia, entrambe le parti saranno più disposte a trovare un accordo. E qualcuno forse esulterà, perché Putin è stato fermato, il grande malvagio è stato sconfitto, ma per fermare un male noi nel frattempo avremmo contribuito a creare un male anche peggiore. Perché non importa quante saranno le vittime, non importa la devastazione e la carneficina che provoca la guerra, l’ Occidente non poteva perdere la faccia...



Il nostro mondo è diventato così interdipendente che il violento conflitto tra due Paesi ha inevitabilmente un impatto notevole sul resto del mondo. La guerra si combatte sul campo, eppure i suoi risvolti si manifestano con altrettanta crudeltà in tutto il mondo, tra aumento dei costi dell’ energia e del riscaldamento, della benzina, dei beni alimentari e crollo dell’ economia già zoppicante a causa del COVID-19, delle speculazioni e perfino degli attentati dell’ 11 settembre 2001 al Centro di Commercio Mondiale di New York. Il Novecento è stato notoriamente il secolo che ha visto due guerre mondiali, il Duemila deve essere quello del dialogo, come alternativa alla pericolosità della guerra moderna, che oggi per sua natura si combatte senza quartiere e provocando danni devastanti su più fronti, e non soltanto su quello militare. Basti pensare a quello intricato e delicato della diplomazia, un’ arte subdola e raffinata da cui dipende la pace per mezzo di trattative e accordi che fungeranno da base per le successive decisioni internazionali.

Mi auguro vivamente che la pace venga ristabilita il più velocemente possibile, e che i responsabili di questa indecente crisi si assumano le loro responsabilità.

 

Giacomo Ramella Pralungo

domenica 9 maggio 2021

Giacomo ricorda sua madre



Oggi, 9 maggio 2021, si celebra la Festa della Mamma, una delle ricorrenze più note e decantate del mondo moderno, insieme a quella del Papà del 19 marzo, con cui è a buon diritto entrata nella tradizione occidentale. Quest’ anno, Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e di articoli storici e critica letteraria sui giornali e in rete, ha colto l’ occasione per esprimere un commento su questa celebrazione e ricordare la propria madre, Gabriella Rosada.


Davanti ad una tazza di tè da poco preparata, una copia di un volume raccogliente la serie completa di Sherlock Holmes e alcune pagine di appunti scritti a mano in previsione di una storia di fantascienza incentrata su di una squadra di cosmonauti terrestri in esplorazione su di un lontano mondo matriarcale, lo scrittore afferma: «Innanzitutto, mi si permetta di fare gli auguri a tutte le madri e le signore che desiderano la maternità, in questo giorno così speciale per loro. Ho sentito con le mie orecchie molte donne parlare del periodo della gravidanza come di un evento del tutto particolare, assolutamente buono e meraviglioso: un uomo può ritenersi creativo finché vuole, ma sentirsi crescere dentro una vita, come appunto capita a una donna, è qualcosa che va oltre le parole. E lo dice uno che con le parole ci lavora! E più di una mi ha personalmente riferito di averne sentito un forte bisogno, che poi per fortuna è stato esaudito. La famiglia è importante. Può sembrare una delle tante ovvietà in cui la nostra società ormai è sempre più goffamente impantanata, ma io nella vita ho imparato che non si deve mai dare nulla per scontato: la società si compone di individui, i quali nascono e crescono sani o meno specialmente in conseguenza dell’ ambiente che li circonda. La famiglia è la prima società e ambiente con cui l’ individuo si confronta, e noi tutti conosciamo il valore delle fondamenta su cui ogni cosa deve poter maturare.».

Aggiunge di trovare splendido che in festività come questa i figli si ricordino di procurare un dono ai genitori o che rivolgano loro anche solo un pensiero, ma ciò di per sé non basta, occorre infatti capire l’ importanza dei genitori nella vita di tutti i giorni: «Secondo l’ antico mito biblico, tra i comandamenti che Dio diede al profeta Mosè sul monte Sinai ce n’ è uno, il quarto, che esorta ad onorare il padre e la madre affinché si prolunghino i giorni nel Paese che scelse per il suo popolo. Indipendentemente dalla leggenda o dalla realtà storica, ampiamente discusse, trovo queste parole molto belle e più che condivisibili, anche se non sempre convenientemente comprese e quindi messe in pratica.». Per Giacomo, infatti, un figlio è la prosecuzione di entrambi i suoi genitori, dai quali ha ricevuto la vita e i mezzi per divenire un individuo unico e irripetibile, e a cui in cambio deve amore e lealtà in ogni momento. Solo così la Festa della Mamma e quella del Papà possono acquisire effettivamente il giusto valore.



A proposito della celebrazione di oggi, l’ autore ha scelto di raccontare della propria madre: «Morì ventuno anni fa, il 5 febbraio 2000, dopo una malattia durata sette anni anche se in realtà la sua salute non era mai stata completamente buona a causa di problemi alle vie respiratorie. Soltanto nove giorni dopo, a San Valentino, avrebbe compiuto cinquantasette anni. Secondo le previsioni dei medici si sarebbe dovuta fermare a soli cinquant’ anni, invece tenne duro finché poté!». Aggiunge che per lui è stata per molti aspetti un esempio di vita molto importante, e ancora lo è. Nata a Voghera nel 1943, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, in una famiglia di discendenza argentina e prima ancora spagnola, che peraltro vantava un antico titolo nobiliare, con l’ avvento della Repubblica Sociale Italiana si ritrovò a vivere in una zona fortemente presidiata dalle forze armate tedesche, e nell’ inverno del 1944, a poco più di un anno, rischiò di essere catturata e passata per le armi da un plotone nazista: «Ricordava molto bene quel giorno, nonostante la tenerissima età, e più volte mi raccontò il fatto: era la prima volta che vedeva la neve, e giocava con un amato zio e il fratello maggiore in un campo che durante la bella stagione era adibito alla coltivazione del mais, quando all’ improvviso udirono il passo cadenzato dei soldati avvicinarsi lungo la vicina strada. Lo zio seppellì prontamente i due bambini sotto la neve raccomandandosi di non muoversi e restare in silenzio, per non farsi notare da quei macellai della Wehrmacht. Mia madre riuscì comunque a vedere due drappelli di soldati, i cui comandanti parlavano tra loro. Le rimasero impresse nella memoria le divise, mi disse. Quello che pareva il più alto in grado agitava le braccia e sbraitava in tedesco, poi entrambi fecero il saluto nazista e girarono sui tacchi, e insieme alle formazioni tornarono da dove erano venuti. Zio e nipotini tornarono subito a casa guardandosi sempre le spalle, e nei giorni seguenti in famiglia si seppe che i partigiani, tra cui vi erano alcuni parenti, avevano abbattuto alcuni ufficiali tedeschi di cui ora si stava organizzando la rappresaglia. Un tedesco valeva dieci italiani, che venivano scelti a casaccio tra i civili per essere fucilati: perfino vecchi, donne e bambini andavano bene, dato che per loro era una semplice questione di razza, quindi mio prozio, mio zio e mia madre corsero davvero un grave rischio…Io stesso ho visitato personalmente quel campo nel 2004, quando avevo vent’ anni, e non vi dico che effetto mi ha fatto sapendo quel che vi era accaduto sessant’ anni prima!».

Ma purtroppo quello non fu il solo triste episodio della sua vita: nel dicembre 1947 Gabriella, di appena quatto anni, perse la madre Jolanda per tubercolosi, e soltanto un mese dopo, nel gennaio 1948, anche il padre Pietro, colpito dallo stesso male. Lei aveva appena ventisei anni, lui trentaquattro: «Ricordava ben poche cose di loro, come il pianto disperato del padre ormai vedovo al funerale della madre e il volto sorridente di lei nella bara, poco prima che la sigillassero. Venne quindi cresciuta dai nonni materni, Ida e Mario.». Tuttavia, negli anni non ebbe mai un rapporto sereno con la nonna, autoritaria e severa, sempre pronta a picchiarla, ma amò moltissimo il nonno, un uomo tranquillo e benevolo, piuttosto sottomesso alla consorte eppure sempre pronto a darle l’ amore di un genitore. «All’ inizio degli Anni Sessanta venne nel Biellese.» prosegue Giacomo finendo il tè «Non amava parlare di quel periodo, ma direi che appena poté abbandonò quella nonna con lei così dura e distaccata ma sempre amorevole e prodiga con il fratello maggiore, il suo favorito, per farsi finalmente una vita diversa, tutta sua, lontana da un luogo che per lei significava solo drammi e sofferenze.».

Poco dopo il trasferimento a Biella incontrò un uomo di sei anni più vecchio, un commerciante d’ arte appartenente ad una famiglia aristocratica, che sposò nel 1964 tra i bei colli del paese di Mosso Santa Maria, oggi Valdilana, e da cui quattro anni dopo ebbe una figlia. L’ unione era iniziata sotto molte belle speranze, tuttavia poco dopo tra i due coniugi iniziarono a manifestarsi incomprensioni destinate a peggiorare: «I biellesi vivono in una zona isolata, non di passaggio, ragion per cui sono un po’ freddi e riservati, sicuri di sé stessi e del loro modo di vivere e lavorare, quindi poco espansivi con i forestieri. Sanno anche rasentare il formalismo, persino tra di loro. E in una stirpe di rango comitale come quella in cui lei era entrata a far parte tutto questo era accentuato per via del ceto sociale e dell’ immagine pubblica che si voleva presentare.». Il marito, prosegue, era profondamente rigido e severo, conformista e legato all’ etichetta, pronto a doni così generosi da far intuire un tentativo di asservimento, e spesso faceva capire persino che il dovere verso i propri genitori precedeva quello verso la consorte, e la madre, così allegra e amante della compagnia, spontanea e anticonformista, con la passione per la pittura, le carte e la cultura, finì presto per patire tutto quel peso. Nemmeno la nascita di un secondo figlio nel 1973, purtroppo, poté fare molto per alleggerire la situazione, anzi: «Parlava ben poco di quei giorni, e io non ho mai osato farle troppe domande per una questione di tatto. Capivo al primo colpo d’ occhio che erano ricordi estremamente dolorosi, che era meglio non riesumare. Lasciavo che fosse lei ad affrontare l’ argomento quando e come voleva, e alle volte diceva con una certa ironia di essere stata tra le prime persone in Italia ad aver divorziato.». A pochi anni dallo storico referendum abrogativo del 1974 sul divorzio, già introdotto nel 1970 ma suscitando controversie e opposizioni, marito e moglie avviarono la pratica per porre fine al loro matrimonio. Ovviamente, il problema maggiore riguardava i due figli ancora bambini, che vennero consultati prima dagli avvocati e poi dal magistrato in persona vista la bufera coniugale: «I miei fratellastri avevano affermato di essere stati maltrattati da nostra madre. Tuttavia, quando vennero presentati al giudice per confermare la loro dichiarazione, mio fratello ad un certo punto ebbe un vuoto di memoria e si rivolse a nostra sorella chiedendole di ricordargli ‘che cosa gli era stato detto di raccontare’. Fu la prova evidente che erano stati indottrinati dal padre, come ripicca verso una moglie da cui si era sentito non adeguatamente rispettato, al punto che si era parlato di divorzio.». Il magistrato fece sapere che vi erano gli estremi per privarlo della potestà genitoriale in favore esclusivo di lei: «Ma nostra madre diede prova di essere veramente una grande anima, io al suo posto non so se avrei saputo fare altrettanto: rifiutò di ricorrere a questo estremo nella convinzione che anche l’ uomo più spregevole al mondo avesse il diritto di essere padre per i propri figli, e anzi preferì che crescessero con lui perché disponeva di ottime risorse finanziarie. Lei, invece, sapeva che si sarebbe preparata a vivere tempi molto difficili sul piano materiale.».

Dopo il divorzio, avvenuto in modo piuttosto sofferto, i figli le furono negati con ogni mezzo possibile. Era tutto finito, ogni volta che telefonava e tentava di vederli veniva respinta categoricamente, e tramite amici comuni venne a sapere che l’ ormai ex marito li aveva convinti di essere stati abbandonati senza una spiegazione da una madre che non li amava: «Tutto ciò ovviamente ebbe effetti assai deleteri su di lei, e presto cadde nell’ alcolismo. Non so nel dettaglio come e quando, ma fu allora che conobbe mio padre. I due si avvicinarono subito molto, fino a innamorarsi, e lui la aiutò a uscire da quell’ incubo. Quante volte mi disse che senza di lui non ce l’ avrebbe mai fatta a rialzarsi!». Qualche tempo dopo, nel 1984, nacque Giacomo, che a questo punto finalmente può riferire ricordi diretti: «Non si sposarono mai. Mia nonna le fu amica, ma vi furono alcuni parenti, un po’ avanti con l’ età e di ambienti bigotti, che non la videro di buon occhio e si presero la libertà di spettegolare facendo brutti commenti. Ho sentito con le mie orecchie una prozia acquisita, che purtroppo ora è morta, dire che era più vecchia di mio padre e che aveva un brutto passato alle sue spalle, quindi su era certi ‘che non fosse giusta per lui’. Come se mio padre non fosse capace di fare la scelta giusta. Ma i miei genitori si infischiarono delle maldicenze vane promosse dai perbenisti che si credevano brava gente dotata di un senso profondo dell’ umanità, e vissero il loro rapporto alla luce del sole dimostrando di non avere nulla di cui vergognarsi. Io stesso non ho mai goduto di alcuna considerazione da parte di questa cerchia, ma valutando le voci su mia madre la cosa non mi è mai pesata affatto, anzi (risata)! Pensate che mio padre un giorno dovette rivolgersi alla Benemerita pur di zittire una cugina che diceva peste e corna su mia madre, e facendole sapere che se non si fosse fermata l’ avrebbe denunciata…». Quando nacque lui, sua madre in qualche modo sentì di aver avuto una seconda opportunità: «I miei fratellastri le mancavano, e niente e nessuno avrebbe mai potuto sostituirli. Io stesso ho sempre saputo di non essere il suo solo figlio, ma capivo che con me avrebbe potuto avere tutte quelle possibilità che un amaro destino le aveva precedentemente negato. Per lei era importante fare la madre. Un giorno mi disse che dopo di me avrebbe tanto voluto avere un altro figlio, per non lasciarmi da solo, ma aveva rinunciato perché la sua salute cominciava a degenerare e alla mia nascita aveva già quarantuno anni, che all’ epoca erano tanti per una donna. Non come oggi, che molte amiche del gentil sesso cominciano proprio a quest’ età, tra la crisi economica e sociale e le esigenze della carriera, quando c’ è!». Mostrando una fotografia che li ritrae insieme quando aveva quattro o cinque anni a passeggio con Bijoux, un bel cucciolo di Yorkshire, aggiunge: «Spesso mi pare ancora di vederla seduta a tavola dopo i lavori domestici, alle prese con un bel Solitario oppure con una telenovela, sempre con una sigaretta o un bicchier di vino a portata di mano. Mia madre era un personaggio del tutto fuori del comune. Aveva sofferto molto, eppure non faceva mai la vittima. Era intelligente, sensibile ma forte e profondamente ostinata: quando aveva in testa qualcosa, così doveva essere! Amava moltissimo la compagnia, il confronto e la discussione. Avrebbe potuto conversare amabilmente per ore, ma guai a quello sprovveduto che avesse osato pestarle i piedi: sapeva accontentare chiunque fosse in cerca di problemi!». Era una persona pacata, fa capire, ma le sue esplosioni di rabbia erano davvero notevoli. Essendo di antica discendenza aristocratica, nata in una famiglia risalente al Cinquecento circa i cui avi spagnoli e poi argentini detenevano un titolo ducale, e che verso la fine dell’ Ottocento si era imborghesita e suddivisa in vari rami, uno rimasto in Argentina, un altro rientrato nell’ originaria Spagna e l’ ultimo stabilitosi in Italia, insieme al padre lo crebbe in accordo con il valore delle buone maniere, del rispetto e dell’ istruzione: «Mi diceva sempre che comportarsi con educazione è importante, perché così si può andare ovunque e ci si relaziona con tutti. Noi non siamo soli al mondo, quindi bisogna vivere senza urtare gli altri. Sostenere le proprie ragioni è altrettanto rilevante, perché se non lo si fa il prossimo si convince di poterci schiacciare a volontà, e anche questo può essere fatto con classe e dignità. Studiare, poi, è un patrimonio incalcolabile per la persona perché se siamo sufficientemente intelligenti ci aiuta a capire meglio il mondo e noi stessi. Quando si crede in qualcosa bisogna sempre dare l’ esempio per primi, e mai nascondersi dietro i formalismi: si deve saper essere spontanei, quel che si è, perché un comportamento veramente educato non si basa su comportamenti meccanici. Lei stessa era beneducata, per molti versi alla maniera dei signori di una volta, eppure piuttosto anticonformista!».



Alla domanda su che rapporto avesse con lei, sorride: «Meraviglioso. L’ ho sempre trovata un esempio molto particolare di persona forte, nonostante le molte e gravi difficoltà non si arrese mai, e non divenne pessimista. Non l’ ho mai sentita parlare di cose sconvenienti, spettegolare su nessuno o augurare il male a chicchessia. Pur essendosi limitata alla scuola dell’ obbligo in tono con le disponibilità delle famiglie comuni negli Anni Cinquanta, visto che i nonni erano persone semplici, aveva una certa cultura e amava i classici, passione che ha saputo trasmettere anche a me. Era una vera signora, e poco prima di morire mi disse che la nobiltà nasce nel cuore, mai da un titolo. Aggiunse che agire contro la propria coscienza è la cosa più sbagliata al mondo, che se anche tutti mi dovessero dire che una cosa sbagliata è giusta invitandomi a spostarmi sarebbe mio dovere restare con i piedi ben piantati in terra e guardarli negli occhi dicendo: ‘No, spostati tu!’.». A proposito di ciò che sente di avere in comune con lei, corruga la fronte e si immerge per qualche istante in una profonda riflessione: «La testardaggine è senz’ altro la prima cosa che mi viene in mente, come mio padre e mio zio materno hanno spesso confermato. Anche l’ anticonformismo è qualcosa che mi accomuna a lei, sento infatti il costante bisogno di pensare con la mia testa e agire in base alla mia esperienza personale: non riuscirei mai ad adeguarmi al pensiero di un’ altra persona, fosse anche l’ uomo più saggio, importante e riverito al mondo. Come lei perdo la pazienza quando cercano di prevaricare, sento l’ importanza delle buone maniere pur senza diventare formalista e subisco il fascino della storia e della cultura classica. E crescendo ho maturato i suoi stessi dubbi in tema di religione, che da quando avevo vent’ anni vedo come un semplice sistema, un prodotto culturale e sociale umano, niente di più, niente di meno. Era estimatrice di Jules Verne e Charles Dickens, oggi tra i miei autori favoriti, mi fece scoprire il piacere del tè, che come vedete non mi faccio mancare tuttora, ed era una convinta monarchica: quante volte mi parlò del referendum truccato del 1946, e della triste partenza di Sua Maestà e della Real Casa dall’ Italia. E come già abbiamo avuto modo di chiarire in questo sito tempo addietro, sono divenuto monarchico io stesso (risata)! Aveva visto al cinema i più grandi film di fantascienza, che poi io stesso avrei seguito con grande interesse, e me ne parlò con tale fascino che oggi devo soprattutto a lei la mia forte passione per il genere fantascientifico. Soprattutto, intuì la mia propensione a scrivere e mi sospinse ad assecondarla, facendomi promettere poco prima di passare ad altra vita di continuare a farlo con diligenza: lei mi avrebbe seguito ovunque fosse andata.». Sorride ricordando qualcosa, e dopo un momento aggiunge: «Solitamente non parlo di faccende così personali in un contesto tanto pubblico, ma stavolta mi concederò volentieri un’ eccezione. Mia madre non odiava nessuno, neppure quell’ ex marito che le aveva dato tanti dolori così acuti. Mi diceva sempre che non sapeva odiare, e quante volte mi sono chiesto come ci riuscisse! Ebbene, nel dicembre 2017 ebbi una dolente delusione sentimentale da una donna. Alcuni amici che la conoscevano bene avevano chiaramente tentato di mettermi in guardia da lei, dicendomi di sapere di altri uomini a cui aveva provocato solo un mucchio di dispiaceri, ma ormai il buon Cupido mi aveva già colpito e in tono con il mio carattere non li avevo ascoltati, facendo di testa mia. Mi vezzeggiò in ogni modo, e dopo pochissimo tempo, peraltro con una certa malagrazia, mi gettò via dicendomi che ‘si divertiva a far impazzire gli uomini’ e ‘a cambiare idea’. Ovviamente penai molto per questo, e provai una certa rabbia nei suoi confronti, eppure non l’ ho mai odiata proprio perché c’ è stato un tempo in cui l’ ho amata: soltanto allora finalmente compresi il grande esempio di mia madre. Il mio unico dispiacere è di non poterglielo più dire…». Circa il significato della perdita di un genitore, specie in così giovane età, lo scrittore usa parole semplici, ma esprimenti un significato assai potente: «Al posto mio, filosofi, santi e preti si perderebbero in lunghi e astrusi sermoni circa i misteri della vita e della morte, ma io che non appartengo a nessuna di queste categorie preferisco ricordare un insegnamento ricevuto dalla mia docente di lettere e storia all’ I.P.S.I.A. di Biella, l’ indimenticata professoressa Luisa Terzago: un giorno di fine 1999 commentò un passo particolare dell’ Eneide, il celeberrimo poema epico di Virgilio, nel quale il giovane principe troiano Enea scappa da Troia, ormai espugnata dai greci e data alle fiamme, insieme al vecchio padre Anchise, che si era caricato sulle spalle, e tenendo per mano il figlioletto Ascanio: passato, presente e futuro sono racchiusi in questi personaggi che incarnano le tre età della vita. Parlando di Ascanio in particolare, la professoressa Terzago riferì che come figlio rappresenta il futuro dei propri genitori, e confermò il principio citando un suo amico coetaneo, venuto a mancare proprio in quei giorni dopo pochi anni di matrimonio e con un figlio piccolo, il quale costituiva l’ avvenire della coppia. Quando mia madre morì, poco dopo quell’ affascinante lezione, tali parole mi tornarono alla mente e solo allora le compresi anche con il cuore: capivo finalmente di essere la prosecuzione di mia madre.». Dopo qualche istante di silenzio, e con espressione che tradisce un po’ di mestizia, aggiunge di essere sempre stato curioso di conoscere il parere dei propri fratellastri, che non parteciparono al funerale: «Credo che a loro sia andata un pochino peggio che a me. Io posso lamentarmi a volontà di aver vissuto questo lutto prima del tempo, ma almeno ho conosciuto nostra madre di persona, direttamente, mentre loro hanno udito solo voci di seconda mano opportunamente confezionate. Papà e io facemmo in modo che sapessero della sua morte, ma non li ho mai biasimati della loro assenza alla sepoltura: piuttosto, ho sempre pensato che ogni loro possibilità di conoscerla senza filtri fosse svanita una volta per tutte.». Furono altri, piuttosto, a deluderlo con la propria diserzione: «Certi amici di entrambi i miei genitori, con cui avevano vuto rapporti stretti, ma uno per uno erano venuti meno durante l’ aggravarsi della salute di mia madre, senza neppure una telefonata una volta ogni tanto. Nemmeno dopo la sua morte. Ora, quando raramente li incontro, non si ricorda mai il passato: un comportamento che proprio va oltre la mia capacità di comprensione! Peggio ancora, qualcuno in particolare nella parentela nei mesi scorsi mi ha inviato un messaggio su WhatsApp in risposta ad una pubblicazione su questo sito in cui l’ ho brevemente citata, scrivendomi che fosse stata ‘una persona che non sapeva dare niente a nessuno, che rispose male alle offerte di aiuto dei parenti’, e aggiungendo ‘di sentirsi con la coscienza tranquilla perché aveva sempre fatto quel che poteva con lei, anche se non fu facile’. Questo non mi ha fatto proprio piacere, almeno nella morte non la si vituperi. I morti andrebbero lasciati in pace, capisco l’ antipatia ma almeno il rispetto non dovrebbe venire meno: io non mi sento in condizione di avere alcuna relazione, al di là dei rapporti formali di educazione, con chi vuole rispetto ma non lo dà. Mia madre mi ha sempre insegnato a non odiare e a non portare rancore, ma al tempo stesso faccio farica a soprassedere ‘per conto terzi’, mi è più facile per ciò che subisco in prima persona. La storia non si cancella e non si dimentica, e il silenzio calato in una vera e propria damnatio memoriae, è molto triste. Piuttosto, si sappia che la mia più grande ambizione è quella di vivere e morire come un figlio degno della madre che mi ha partorito, e che quando avrò una compagna mia la presenterò più che altro alle persone più importanti e vicine come papà, evitando occhi indiscreti tipici dei paesi e una seconda inquisizione della Camera stellata.».

Oggi è la Festa della Mamma, e il romanziere e articolista riflette sull’ importanza della famiglia in generale e della figura materna in particolare senza tralasciare riferimenti storici e culturali: «La madre è una componente molto particolare della vita, è una persona molto speciale che non smette mai di amarci e darci tutto quel che può anche dopo i nove mesi di gravidanza. Per quanto ne so, nessuno sa amare quanto una madre, è un esempio unico di amore puro e totale al punto che perfino le antiche religioni l’ hanno sempre adottato come modello. Una delle più remote venerazioni, sorta addirittura nella Preistoria, è proprio quella famosa della Dea Madre: nei tempi più lontani, molti popoli credettero che il mondo fosse stato creato da una dea femminile, che aveva portato il mondo in grembo da sola o con un coniuge maschile alle volte identificato con suo figlio, avendolo creato per partenogenesi, quindi le donne furono venerate dagli uomini a conferma della riverenza verso quest’ entità, e il corpo femminile venne raffigurato nell’ arte come un potente simbolo di vita, con seni, ventre, fianchi e vagina accentuati. Poi, gli uomini si civilizzarono e si passò alla Storia, e la società, fino ad allora ginocratica, egualitaria, democratica, pacifista e agricola, divenne gradualmente androgina, classista e dedita al lavoro, al commercio e alla guerra. Il potere della Dea Madre diminuì sempre di più, e si impose la convinzione che a dare la vita fosse il maschio soltanto, senza alcun bisogno della femmina, ampiamente diffusasi anche nel contesto religioso, con l’ imposizione degli dèi maschili. Eppure, il culto della Dea Madre non si estinse mai veramente, venendo piuttosto assimilato dalle controparti maschili, e persistette tra i popoli lontani dai centri di potere sopravvivendo tuttora in forme differenti, anche nelle religioni più recenti, come avvenuto ad esempio con il culto cristiano della Madonna, presenza costante nella cultura e nell’ arte: durante il Medioevo, nel tentativo di attrarre sempre nuovi fedeli e in un’ epoca in cui le donne aristocratiche vantavano un certo potere in alternativa a quello degli uomini spesso impegnati in guerra o qua e là per i domini fino alla degenerazione con la caccia alle streghe voluta dall’ Inquisizione, la Chiesa modellò il culto di Maria ispirandosi proprio a quello della Dea Madre, persino adattandone le raffigurazioni artistiche con il figlio-amante in grembo. Nella tradizione ebraica, poi, il ruolo della donna e della madre è notoriamente fondamentale, sebbene per consuetudine siano sempre state soggette all’ autorità di padre, marito e figli maschi: ebrei si nasce per trasmissione matrilineare, ossia se si è figli di madre ebrea. Il ruolo dell’ uomo deriva dall’ aspetto maschile del Creatore, e si concentra più sulle azioni e il ruolo pubblico, mentre quello femminile proviene dalla Shekinah, l’ aspetto femminile di Dio, ed è una funzione interna, meno visibile ma molto presente proprio quanto la Shekinah, che si trova ovunque senza essere vista. Sono due aspetti inscindibili della stessa essenza, e re Salomone scrisse che una donna di valore è la corona del marito. Nel Buddhismo tibetano, invece, i lama insegnano che la compassione di cui parlò il Buddha Śākyamuni è sinonimo di amore assoluto, desiderio che gli altri siano felici e costante propensione ad agire affinché ciò avvenga, proprio sull’ esempio di una madre nei riguardi dei suoi figli, di cui si occupa più che di sé stessa. Nei suoi discorsi dottrinali, lo stesso XIV Dalai Lama cita abitualmente la propria madre, una povera contadina tibetana nata e vissuta in un piccolo, remoto e povero villaggio lungo il confine cinese, come esempio impareggiabile di gentilezza e amorevolezza malgrado la costante lotta contro una vita dura influenzata da un habitat molto difficile. E nello stesso pantheon di esseri risvegliati del Buddismo svetta Tara, la Liberatrice, un Buddha femminile molto amato in quanto manifestazione di amore e capacità di agire, il cui culto, specie tra i tibetani, è tra i più praticati e sentiti in quanto ‘Madre di tutti i Buddha, dalla cui saggezza nascono tutti i risvegliati, fonte di felicità e crescita spirituale, com’ è tipico di una Madre’.».

sabato 17 ottobre 2020

I conti che non tornano sul COVID-19


Il rapporto settimanale del Ministero della Salute e dell’ Istituto superiore di sanità evidenzia una situazione allarmante, con un’ esplosione di contagi da COVID-19 in Italia che ha raggiunto una criticità ormai riguardante anche la tenuta dei servizi sanitari. L’ epidemia è in una fase acuta e presto potrebbero riscontrarsi importanti criticità, ragion per cui si pensa a misure maggiormente restrittive. Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articoli storici sulla stampa tradizionale e in rete, commenta: «Abbiamo un problema, eppure sono molti i conti che non tornano nel modo in cui è stato affrontato in tutti questi mesi. Non sono poche le persone che, me compreso, sospettano che tutto ciò costituisca una crisi pilotata per qualche fine poco limpido.».

Mettendo da parte i fogli degli appunti su di una nuova storia che sta buttando giù con una penna nera, Giacomo affronta il tema del COVID-19, di cui parla molto ponderatamente: «Il dibattito sul COVID-19 si è fondato su due tesi rigidamente opposte: da una parte vi è chi si appella allo stato di eccezione e alla necessità di ottemperare a qualsiasi disposizione del governo, e dall’ altra si schiera invece chi invoca l’ immunità di gregge o addirittura nega la gravità della pandemia. Io penso ad un’ alternativa, cioè accostarsi criticamente alla gestione di questa emergenza pur senza respingere o minimizzare i fatti drammatici ed epocali che stiamo vivendo in questo periodo. Lo reputo utile e adeguato sia al bisogno di agire rapidamente contro il contagio che a quello di custodire la democrazia e la sua funzione.». Prosegue dicendo che un’ emergenza non si risolve sospendendo la libertà e il governo collegiale, ma coltivandoli, cosa che nella Repubblica Popolare Cinese non si è fatta, in quanto entro i confini del gigante asiatico ha prevalso la ragion di Stato senza alcuna mezza misura. Eppure, l’ insindacabilità del potere governativo cinese non ha evitato i disastrosi errori che il mondo ricorda all’ alba della pandemia: «Quando la campagna di informazione riguardante il COVID-19 è cominciata con una certa forza, ho personalmente cercato di mantenere la calma, osservando gli eventi, approfondendo le questioni, verificando le notizie e continuando a farmi domande. Questo è ovviamente un fatto storico assai inusuale, e solo in futuro potremo sperare di comprenderlo appieno e formulare giudizi il più possibile corretti. Eppure, qualcosa che già intravedo all’ orizzonte mi inquieta, e non soltanto in tema sanitario.». Lo scrittore si dice assolutamente convinto che quella in corso sia una guerra vera e propria, combattuta con mezzi nuovi, più subdoli e raffinati di quelli passati, e che buona parte della politica internazionale ne abbia approfittato per qualche regolamento di conti: «Lungo tutta la storia del genere umano, ovviamente le epidemie sono sempre esistite, anche se con impatto variabile, come nel caso della peste del Trecento e del Seicento, del vaiolo e dell’ influenza spagnola. Prima ancora, durante l’ Impero romano, vi fu la peste antonina, all’ epoca di Marco Aurelio, che in realtà pare fosse vaiolo, ed ebbe un impatto devastante spopolando l’ Impero e causando un periodo di drammatica crisi, lasciando Roma senza i suoi soldati.». Venendo a oggi, spiega che la reazione dei governi di fronte al COVID-19 è stata nel solco dei protocolli di epoca medievale e dell’ inizio dell’ età moderna, con l’ individuazione e l’ isolamento dei focolai, l’ interruzione delle comunicazioni con il luogo circoscritto, la messa in quarantena dei soggetti nelle zone infette e l’ informazione della popolazione: «Naturalmente, all’ epoca non si sapeva ancora nulla di virus e batteri, ma lo schema adottato oggi è sempre quello di allora e la differenza sta nel tasso di letalità enormemente inferiore.». Tuttavia, oggi sono stati sigillati Paesi interi, finché mezzo mondo si è praticamente fermato. Si sono perduti posti di lavoro, con famiglie senza reddito che si sono trovate a gravare sulle spalle dello Stato, chiamato ad intervenire con ammortizzatori sociali come i sussidi o la cassa integrazione: «I crolli e i rimbalzi di questo effetto catastrofico hanno travolto le borse di tutto il mondo, con perdite percentuali seguite a poche ore di distanza da importanti impennate al rialzo degli indici, i cosiddetti rimbalzi. Non ha precedenti nella storia della finanza, è stato ancora più devastante del crollo di Wall Street nel 1929: allora gli indici impiegarono quarantadue giorni per perdere il venti percento mentre questa volta ne sono bastati sedici.». Per Giacomo vi sono troppe cose che non tornano, specialmente la mancanza di un parere unico sul piano scientifico benché oggi si viva nell’ era della scienza, della medicina e delle informazioni; la malattia si è diffusa particolarmente in fretta nel mondo ma ancora non vi è un’ ortodossia su di essa, con ogni virologo convinto di un parere in opposizione a quello degli altri: «La gente ha paura perché siamo di fronte a qualcosa rimasto sconosciuto, e alle prese con una serie di disposizioni che, in un modo o nell’ altro, influiscono grandemente sulla nostra vita quotidiana e sociale limitando le nostre consuete libertà generando un evento dalle conseguenze anche sul piano sociale e giuridico.». Circa il sospetto che questa crisi sia stata sfruttata, se addirittura non creata come in molti già hanno ipotizzato, Giacomo parla di una campagna di vero e proprio terrorismo mediatico dovuto all’ abbondanza di informazioni in contrasto tra loro: in tempo di crisi la gente rinuncia alla propria libertà in cambio della sicurezza. Continua poi sostenendo che tale pressione psicologica potrebbe rientrare in un vasto confronto tra nazioni concorrenti sparse tra Occidente e Oriente, Settentrione e Meridione, impegnati in una tenzone dagli importanti effetti geopolitici, tecnologici e ambientali temuti dagli esperti, quasi la metà dei quali infatti afferma che le restrizioni ai movimenti internazionali di beni e persone si faranno più dure. Si prevede infatti un crollo dal tredici al trentadue percento del commercio internazionale, e dal trenta al quaranta percento degli investimenti diretti esteri: «Circa un quinto degli analisti teme inoltre che la crisi umanitaria si inasprirà a causa della riduzione degli aiuti ai Paesi più poveri. Si parla poi di possibili attacchi informatici e furti di dati sensibili, a causa dell’ aumento del telelavoro. Curiosamente, la tecnologia che ha salvato il posto di lavoro a molti durante la passata quarantena, ora potrebbe rivoltarcisi contro: un quarto degli osservatori è preoccupato che il lavoro di numerosi dipendenti possa essere sostituito da processi sempre più automatizzati, con un conseguente aumento della disoccupazione.». In questa classifica di grandi rischi, non va scordata la crisi climatica. Il più grande timore degli esperti è che i governi, preoccupati dalla situazione economica globale e col prezzo del petrolio stabilmente basso, mettano da parte le politiche ambientali e smettano di investire in energie alternative: «Gli iniziali crolli nelle emissioni di alcuni inquinanti atmosferici a causa della quarantena, oggi sono per molti Paesi un lontano ricordo e la ripresa delle attività potrebbe avere un effetto molto negativo sulla nostra Terra, già provata da anni di emissioni inquinanti.». Mostrando alcune copie dei romanzi di James Bond firmati da Ian Fleming, a cui tiene molto, il romanziere e articolista storico si dice molto preoccupato al pensiero che tali storie di fantasia non siano molto lontane dal vero: «Mentre noi ammiravamo Sean Connery e Roger Moore per la loro abilità sul campo e con le belle donne, forse dietro le quinte già iniziavano manovre simili a quelle della SPECTRE…».

Molti tra i provvedimenti adottati sono stati discutibili, se non proprio irrazionali in quanto hanno richiesto ai cittadini adempimenti assurdi. In una chiesa, ad esempio, potevano entrare settanta persone nel rispetto delle distanze interpersonali di sicurezza, ma in occasione di un funerale non si doveva essere in più di sedici: «In un clima che oscillava tra la farsa e la tragedia, siamo andati verso un coprifuoco il cui unico precedente nella storia appartiene a poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale. Dalle 18.00 alle ore 06.00 siamo stati obbligati sull’ intero territorio nazionale ad usare protezioni delle vie respiratorie all’ aperto, negli spazi di pertinenza dei luoghi e locali aperti al pubblico nonché negli spazi pubblici ove è più agevole il formarsi di assembramenti, spontanei o occasionali. Perché hanno imposto un simile orario, se pensiamo che le epidemie non vanno a dormire? A me pare una scelta semplicemente politica, per nulla scientifica…». In seguito vi è poi stata una lunga e pesante quarantena, attuata in modo profondamente disfunzionale e con un impatto assai negativo sulla salute mentale della popolazione, tra cui non sono mancati episodi di panico e suicidio per disperazione, in un clima intimorito da un apparato sanzionatorio particolarmente duro, da una narrativa colpevolizzante, dal tono enfatico dei mezzi di comunicazione politicizzati. Il modo migliore per persuadere è quello di esercitare il potere in modo razionale e trasparente, poiché più saranno ragionevoli e chiare le disposizioni, tanto più avranno presa sulla coscienza collettiva e saranno così efficaci nel loro ultimo scopo, quello di risolvere la crisi sanitaria il più velocemente possibile: «Eppure, la formulazione di molte regole sarebbe stata burocraticamente comica, se non fossimo stati in una situazione in cui non c’ è proprio niente da ridere!». Peraltro, tra infettività e mortalità, i conti sulle vittime del COVID-19 non sono mai tornati: «Io non sono un virologo e neppure un negazionista. Il problema di questa pandemia è reale e va risolto, ma cerco di capire la situazione al meglio con i dati contraddittori che vengono trasmessi.». I numeri descrivono la situazione, peraltro ingannando: le statistiche non sono solo la fotografia della situazione, visti da una prospettiva o da un’ altra possono assumere significati opposti. Lo stesso numero può essere usato sia per allarmare che per tranquillizzare. I decessi crescono tra trenta e quarantacinque giorni, e poi decrescono tra i sessanta e i novanta in modo meno rapido. Questo è stato vero in Europa, in singoli Stati statunitensi e brasiliani, in Svezia e in tutte le nazioni del Sudamerica che hanno visto le maggiori diffusioni di casi e decessi finora. L’ incidenza dei decessi sulla popolazione, cioè i morti per milione di abitanti, arriva a un numero compreso tra cinquecento e ottocento, per poi fermarsi. Incidentalmente gli unici casi al mondo dove l’ incidenza dei decessi è significativamente superiore ad oggi sono la Lombardia, New York e gli Stati della costa orientale statunitense, e Madrid: tutti questi luoghi condividono un errore gravissimo ormai capito ed evitato, ossia il ricovero anche temporaneo di casi conclamati nelle residenze sanitarie assistite. In questo caso i decessi per milione di abitanti schizzano oltre i millecinquecento, e fino a duemila. Sarà un caso, ma in tutti i territori al mondo senza questo errore i decessi si fermano sotto i settecento per milione, e non salgono più: «Non mi permetterei di fare conclusioni, perché non sono uno scienziato, ma osservando i dati, visto che è sempre così e non lo si può contestare, vorrei che i virologi ne spiegassero il motivo.». Il rapporto tra tamponi, casi e decessi è un altro aspetto opaco. Ci sono alcuni Paesi al mondo molto piccoli o molto ricchi, come le isole Faer Oer, Lussemburgo, Islanda, Bahrein ed Emirato di Dubai, che hanno fatto tamponi a tutta la popolazione e anche più volte: la capacità di rilevare i casi se si tampona il cento percento della popolazione cresce o arriva molto vicina alla realtà. Se prendiamo per buono il rapporto tra decessi e casi rilevati in queste nazioni, l’ indice di mortalità da COVID-19 è tra lo 0.25 e lo 0.50 percento. La mortalità per influenza normale è intorno allo 0.10 percento cioè un terzo o un quinto rispetto al COVID-19 con distribuzione del tutto analoga per fascia di età, vale a dire fortemente concentrata su anziani e su comorbilità varie. In Italia, ad aprile, i dati dell’ Istituto superiore di sanità dicevano che il novantasei percento dei morti erano dovuti ad altre patologie, specie infarto e cancro. Non è vero che sono morte tante persone di COVID-19 in Italia: è stato un modo per terrorizzare la popolazione e imporre una dittatura del consenso, come ribadito da Vittorio Sgarbi nel suo celebre discorso in Parlamento. Nella stragrande maggioranza dei casi, questo virus è più esattamente una concausa di morte, il classico colpo di grazia a danno di persone già fortemente debilitate da altre malattie, e allora l’ attribuzione diventa più incerta. E qui probabilmente sta il principale motivo della diversità dei numeri, dati troppo discordanti per non far nascere domande e dubbi: «Siamo sicuri che si usi lo stesso metro per le diagnosi e per le cause di morte? Certamente anche le strategie di contrasto al virus possono avere il loro peso, ma le differenze sono talmente grosse che si fa fatica a pensare che sia solo questo. In ogni caso è clamoroso il dato italiano, quasi il doppio della mortalità rispetto alla Cina: in Italia la popolazione è più anziana, ma non basta certo a spiegare questa differenza! E la Germania è nelle stesse condizioni...».

Giacomo scuote la testa, estremamente dubbioso ma anche preoccupato, spiegando uno dei principi fondamentali dell’ attività di uno scrittore: «Quando un autore si occupa di una storia, questa deve essere coerente, verosimile, dettagliata e chiaramente descritta. Io stesso mi attengo a questo valore ogni volta che pubblico un libro di narrativa oppure un più semplice articolo. Ma tale vicenda mi pare tutto fuorché ben strutturata. Piuttosto, la trovo opaca e discontinua, una bomba dagli effetti inquietanti e destinati a fare infiniti danni su più di un fronte.». E ancora: «Come dicevo prima, mezzo mondo si è ritrovato in gabbia dalla mattina alla sera, con l’ economia e la finanza che frattanto colavano a picco come successe nel 1912 al Titanic dopo l’ impatto con il celebre blocco di ghiaccio vagante tra le gelide acque atlantiche. Ebbene, per dirlo semplicemente, io credo che questa sia una crisi abilmente sfruttata e destinata a proseguire oltre, tramutata in una guerra combattuta con mezzi nuovi. Una testata atomica non fa distinzioni, ma con un’ epidemia si possono avere alcune speranze di controllo in più. Dobbiamo cominciare a chiederci quale ruolo vi abbia avuto la reazione dei politici, e quali conseguenze vi saranno sulle sorti della democrazia. Che si volesse compiere una manipolazione psicologica a fini totalitari, arrivando a tenere meglio sotto controllo la vita di noi tutti, trasformandoci in una sudditanza ridotta all’ ortodossia?». Tra le cose relative al COVID-19 che non capisce, come puntualizza, vi è il termine «distanza sociale»: «Perché nessuno parla mai di ‘distanza di sicurezza’ o ‘sanitaria’? Quella prevista in Gran Bretagna dal protocollo reale è una vera e propria distanza sociale, in quanto non è permesso ad un cittadino qualunque di avvicinarsi troppo al sovrano, come forma di rispetto verso l’ istituzione regia che questi incarna. Perfino il principe Filippo l’ ha sempre osservata tenendosi pubblicamente un passo o due indietro ad Elisabetta. Non l’ ha mai neppure tenuta per mano o cinta affettuosamente con un braccio. Nel caso di questa malattia si dovrebbe parlare di altro, o forse la scelta del termine non è causale e tradisce il possibile e poco limpido movente alla base di questa crisi?».

In conclusione, lo scrittore rivolge un pensiero al paese di Sordevolo e alla Casa Ospitaliera Nostra Signora d’ Oropa ONLUS, la residenza sanitaria assistita ove per anni ha fatto volontariato: «Sono di Occhieppo Superiore, e frequento Sordevolo dal 2000, quando partecipai all’ edizione della Passione di Cristo, noto spettacolo di teatro popolare. Dal 2002 in poi sono stato volontario alla casa di risposo, dedicandomi all’ animazione e alla compagnia degli anziani, con cui ho stabilito un bel rapporto di amicizia personale. Ora, sia la struttura che il paesello hanno problemi con il COVID-19, essendo divenuti un focolaio nel Biellese. La mia casa è ad appena cinque chilometri da lassù, e a Sordevolo ho camminato, fatto amicizie e partecipato a manifestazioni, mentre alla residenza sanitaria assistita ho svolto un’ attività meravigliosa da cui molto ho ricavato sul piano umano. Mi auguro che il problema venga adeguatamente e velocemente debellato, per il bene di tutti.».

lunedì 29 giugno 2020

Il dialetto, un anacronismo



Quella tra lingua e dialetto è una singolar tenzone antica che da sempre divide popolo e studiosi. Se non vi è differenza tra loro a livello idiomatico, su quello formale è ben diverso: la prima ha un carattere di ufficialità che viene negato al secondo, per via di cause soprattutto storiche e sociali. Tale discrepanza presenta comunque un forte riflesso linguistico. Giacomo Ramella Pralungo, romanziere di fantascienza e articolista storico, è un convinto difensore della lingua italiana, e riconosce al dialetto un’ importanza storica e culturale che tuttavia oggi non ha più su quello pratico: «La storia fa costantemente il suo corso, come dimostrato dal greco antico e dal latino, oggi tramandati come utile elemento di studio al fine di preservare la comprensione di due celebri e potenti popoli antichi, che molto hanno dato al mondo e che hanno modellato l’ Europa. Oggi, i dialetti hanno semplicemente imboccato questa particolare strada, mentre l’ italiano è sempre più la lingua del presente e del futuro.».

Mentre sorseggia un buon tè verde in veranda, sfogliando di tanto in tanto le pagine di un album fotografico ritraente varie città e regioni d’ Italia al calar della notte in una successione di fotografie incantevoli, Giacomo espone i suoi dubbi in tema di dialetto: «La mia opinione? Penso che il dialetto si tratti di un anacronismo, una forma di linguaggio che ha fatto il suo tempo, come è nella natura di tutte le cose.». Aggiunge che si tratta di una cosa bella da sentire e da parlare, che abbia una precisa importanza storica e culturale, che però ha ben poco a che vedere con il mondo di oggi: «L’ Italia è un Paese fortemente variegato al suo interno, con tradizioni molto diverse e persino parlate locali particolari. Tutto ciò in condizioni normali rappresenta una notevole ricchezza, ma siamo anche una nazione complicata, fortemente campanilista e differenziata al suo interno. Ed ecco che quanto potrebbe giovarci finisce piuttosto con il recarci danno. Siamo molto diversi dalla Francia, lo Stato unitario per antonomasia, una nazione omogenea in cui il popolo si sente ben più unito sotto quasi tutti gli aspetti, anche linguistici e architettonici, e che si presenta unito e fiero di fronte al resto del mondo. Per secoli gli italiani di una regione hanno percepito come nemici più gli abitanti di una regione o una provincia vicina piuttosto che i francesi o gli austriaci, le principali potenze militari e imperialistiche, e questo ha impedito la nostra vera unificazione. Sono fermamente convinto che la sopravvivenza dei dialetti nell’ Italia di oggi ricada ampiamente in questo discorso di discordie e settarismo.».
Lo scrittore afferma che da molti anni ama leggere le pagine relative all’ unità d’ Italia, e sente che la parlata dialettale aveva propriamente senso allora, prima della riunificazione: «Con la caduta dell’ Impero romano d’ Occidente, il latino si frammentò e si mischiò con gli idiomi locali e quelli barbarici, dando origine al variegato panorama delle lingue volgari. In questa stessa culla si svilupparono quelli che in seguito sarebbero divenuti i dialetti che conosciamo noi oggi, accompagnati in un certo modo dall’ italiano, per secoli in costante evoluzione pur avendo un ruolo marginale.». I dialetti, infatti, erano le lingue dei rispettivi popoli italiani, mentre il nascente italiano era quella dei dotti e dei letterati, così come il latino corrispondeva a quello dei giuristi e dei religiosi. Tutto cambiò nell’ Ottocento, con i vari movimenti culturali, politici e sociali che promossero la riunificazione nazionale sulla base di ideali romantici, nazionalisti e patriottici che portarono alla proclamazione del Regno d’ Italia, in una serie di guerre, accordi diplomatici e annessioni territoriali che ebbero fine nel 1918, al termine della Grande Guerra. La lingua italiana si ritrovò pertanto tra gli elementi più importanti della riunificazione sul piano sia culturale che formale e burocratico, sebbene fino alla metà del Novecento una larga parte della popolazione, soprattutto le classi meno abbienti, come i contadini e gli abitanti delle periferie, continuarono a parlare i dialetti locali non potendo permettersi il lusso di andare a scuola, ove era incoraggiata. All’ indomani del 1861, infatti, solo il due virgola cinque percento degli italiani conosceva l’ italiano, anche solo in forma orale, mentre nel 1951 il sessantacinque percento della popolazione usava ancora il dialetto in qualunque circostanza: «Siamo una nazione relativamente giovane sulla scena europea, anche più di alcune nazioni sudamericane, e all’ inizio della nostra storia eravamo particolarmente indietro in confronto ai Paesi confinanti, con un tasso di analfabetismo e condizioni di vita che in campagna erano rimaste a livelli praticamente medievali. Soffrivamo ancora di determinate malattie che in buona parte d’ Europa erano state già debellate da lungo tempo. Fortunatamente ci siamo molto evoluti da allora, ma se vi è stata l’ unità politica, è purtroppo mancata quella culturale e quindi linguistica, tanto che ancora oggi molta gente di mia conoscenza continua a ritenersi piemontese, lombarda, veneta o altro, difendendo la superiorità del proprio dialetto sull’ idioma nazionale: suonano tristemente veritiere le parole di Massimo d’ Azeglio, il celebre patriota che fu Primo ministro del Regno di Piemonte e Sardegna tra il 1849 e il 1852, secondo cui purtroppo si è fatta l’ Italia, ma non gli italiani!».
Tutto ciò, prosegue, gli pare molto triste per una nazione che dal 1975 siede con onore nel Gruppo dei Sette: sente con convinzione che nell’ era dell’ unità nazionale vi dovrebbe essere la consapevolezza di essere tutti indistintamente italiani da Bressanone a Lampedusa, da Oulx a Lecce, quindi ancorarsi a cose del passato come i dialetti gli pare proprio come una negazione di quest’ unità, un mancato riconoscimento dell’ impegno di tutti coloro che, in un modo o nell’ altro, parteciparono al Risorgimento. Moltissimi patrioti di ogni schieramento persero la vita in battaglia, contribuendo a consegnarci un’ unica nazione con un unico popolo, e parlare ancora oggi i dialetti nella vita di tutti giorni è forse una delle più evidenti mancanze di considerazione nei loro riguardi.
Il Tricolore, simbolo dell’ unità nazionale, svetta sul Quirinale;

I dialetti locali rappresentano una delle più forti barriere all’ unità nazionale, afferma Giacomo, che tuttavia ripete di ammetterne il valore storico: «Per lungo tempo, i dialetti sono stati il linguaggio fondamentale nello scenario preunitario. Studiarli come il greco antico e il latino significa comprendere e ricordare come eravamo una volta, ma occorre tenere presente che oggi hanno perduto la loro ragion d’ essere: viviamo in un tempo in cui ogni cosa è profondamente diversa dalla metà dell’ Ottocento e dai secoli precedenti, pertanto bisogna ragionare in termini più moderni, ampi e nazionali. Ho la ferma sensazione che continuare a parlare in dialetto oggigiorno sia antitaliano, ben contrario all’ impegno e al sacrificio di tutti coloro che parteciparono al Risorgimento, spesso morendo sul campo o dedicando una lunga vita in altri ambienti.».
L’ autore si dice convinto che il problema di base si trovi nella mentalità degli italiani, tuttora animata da pregiudizi e classificazioni molto radicati, tipici dell’ era preunitaria: «Ancora oggi siamo largamente divisi secondo criteri regionali, e trovo che la cosa non ci faccia affatto bene. Come possiamo presentarci di fronte al mondo come una nazione se continuiamo a nutrire antipatie e preconcetti reciproci tra siciliani e campani, laziali e calabresi, settentrionali e meridionali? E’ molto difficile. Siamo proprio un Paese contradditorio, e i dialetti sono stati ridotti ad una pretesa di superiorità nei confronti di chi ci circonda senza piacerci…».
A questo proposito, aggiunge che non gli garba affatto sentirsi chiamare «piemontese»: «Mio padre è di Biella, mentre mia madre era di Pavia. Lasciando per un momento da parte il discorso dell’ italianità, trovo piuttosto grave sentirmi descrivere come unicamente piemontese, perché significa negare che ho avuto una madre, con la sua provenienza territoriale. La mia duplice discendenza mi permette di sentirmi più italiano della maggior parte dei miei vicini di casa e dei miei stessi parenti. Ecco perché la lingua italiana mi è tanto cara e mi è ormai chiaro quanto il dialetto sia qualcosa di più limitante e di valore strettamente storico, da trattare con riguardo accademico ma senza aggrapparsi ad esso come una cosa necessaria a livello pratico e quotidiano. I veri piemontesi, oggi, riposano tutti nelle proprie tombe da oltre centocinquant’ anni (risata)…».
L’ Italia vista dai satelliti: una e senza confini;

Giacomo sente molto il valore dell’ italianità, pur precisando di essere in parte di discendenza straniera attraverso la madre, la cui famiglia ha un’ antica provenienza ispanica ed argentina, altra cosa di cui non nasconde un certo vanto: «Il fatto di essere un po’ italiano e un po’ straniero mi aiuta a vedere le cose in maniera più ampia, senza cadere nella trappola del nazionalismo, o del campanilismo a cui accennavo prima. In confronto al novanta percento degli italiani sento comunque di avere le idee più chiare in fatto di nazionalità e quindi lingua. Sono beatamente ispirato alle parole di D’ Azeglio: fatta l’ Italia, si facciano gli italiani! Ricordiamo pure i dialetti, come si fa con gli idiomi antichi, ma non consideriamoli più la nostra lingua madre. Riscopriamo piuttosto il valore e la sostanza della lingua italiana, una delle più raffinate, ricche e apprezzate al mondo, per quanto difficile da padroneggiare, e che forse rappresenta l’ elemento che più ci unisce come popolo!». Quando casualmente gli diciamo che abbiamo notato che parlando non utilizza mai parole inglesi, annuisce fermamente con un sorriso, rispondendo che si tratta di una sua particolare battaglia contro il miscuglio di lingue, che porta avanti anche nei suoi testi, siano essi libri di narrativa o articoli: «Oggi, conoscere l’ inglese è fondamentale perché ci consente di stabilire solidi contatti con il resto del mondo, e penso che tra qualche tempo saremo tenuti ad imparare il cinese per la stessa ragione, visto il crescente peso che la Cina ha accumulato e che tuttora sta guadagnando sulla scena mondiale. Conoscere altre lingue rappresenta un vero patrimonio, ma il mischiarle tra loro mi pare proprio una sciocchezza del tutto inutile e che aborrisco. Io conosco l’ inglese e ne confermo l’ utilità, ma amo l’ italiano così com’ è, e proprio non vedo che cosa ricaverei di buono diluendola con un’ altra lingua, sia essa l’ inglese o una qualsiasi altra…».

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman; Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e ...