venerdì 27 ottobre 2023

Israele fermi l’ apartheid contro i palestinesi


Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articoli storici, culturali e scientifici, ha presentato una lettera in cui espone il proprio pensiero sui drammatici eventi che hanno luogo in Terra Santa, esprimendo seri dubbi sulla politica israeliana, che non esita a definire apartheid, e piena solidarietà al popolo palestinese.


Nei giorni scorsi il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, è intervenuto durante una riunione del Consiglio di Sicurezza, il principale organo esecutivo delle Nazioni Unite, per commentare la situazione nella Striscia di Gaza. Parlando del feroce attacco del 7 ottobre compiuto dal gruppo radicale islamista Hamas, dicendo che per quanto le violenze non siano giustificabili, «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non siano avvenuti nel vuoto: il popolo palestinese è stato sottoposto a cinquantasei anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e piagata dalla violenza, la loro economia soffocata, la loro gente sfollata e le loro case demolite. Le loro speranze per una soluzione politica alla loro situazione sono svanite». Il discorso è stato immediatamente molto criticato da vari esponenti istituzionali di Israele perché ritenuto non sufficientemente empatico nei confronti delle violenze subite dagli israeliani e al contempo troppo poco duro con Hamas, che Israele e altri Paesi considerano da tempo un’ organizzazione terroristica. Dall’ istituzione dello Stato di Israele nel 1948, i governi che si sono avvicendati hanno creato e preservato un sistema di leggi, politiche e pratiche progettate per opprimere e dominare le e i palestinesi. Questo sistema funziona in modi diversi nelle diverse aree in cui Israele esercita il controllo sui diritti dei palestinesi, ma l’ intento è sempre lo stesso: privilegiare gli ebrei israeliani a spese dei palestinesi. Come si legge in un messaggio pubblicato in rete nel marzo 2019 dal Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: «Israele non è lo Stato di tutti i suoi cittadini, ma piuttosto lo Stato-nazione del popolo ebraico e solo il loro.».

L’ esodo palestinese del 1948, conosciuto soprattutto nel mondo arabo, e fra i palestinesi in particolare, come nakba, che significa «catastrofe» in arabo, è l’ allontanamento forzato della popolazione araba palestinese durante la guerra civile del 1947-48, al termine del mandato britannico, e durante la guerra arabo-israeliana del 1948, dopo la fondazione dello Stato di Israele. Durante tale conflitto, più di settecentomila arabi palestinesi abbandonarono città e villaggi o ne furono espulsi e, successivamente, si videro rifiutare ogni loro diritto al ritorno nelle proprie terre, sia durante che al termine del conflitto. La proporzione fra i palestinesi che erano fuggiti o che furono cacciati, le cause e le responsabilità dell’ esodo, il suo carattere accidentale o intenzionale, come pure il diniego, dopo la cessazione dei combattimenti, del diritto al ritorno degli abitanti arabo-palestinesi, musulmani e cristiani, sono un soggetto fortemente dibattuto sia da parte degli studiosi della questione israelo-palestinese, che degli storici specialisti degli eventi di tale periodo. Questo esodo è anche all’ origine del successivo problema dei rifugiati palestinesi, che costituisce uno dei contenziosi più difficili da risolvere del più ampio conflitto arabo-israeliano e israelo-palestinese. A settantacinque anni dalla loro espulsione, la sofferenza e lo sfollamento dei profughi palestinesi sono una realtà quotidiana. I palestinesi che sono fuggiti o sono stati espulsi dalle loro case in quello che oggi è Israele, insieme ai loro discendenti, hanno il diritto al ritorno così come stabilito dal diritto internazionale. Tuttavia, non hanno praticamente alcuna prospettiva di poter tornare alle loro case, molte delle quali distrutte da Israele, o ai villaggi e alle città da cui provengono. Israele non ha mai riconosciuto questo loro diritto. Negare una casa ai palestinesi è al centro del regime di apartheid imposto da Israele ai palestinesi. L’ espropriazione delle proprietà dei palestinesi non si è fermata e la nakba è diventata l’ emblema dell’ oppressione che i palestinesi devono affrontare ogni giorno, da decenni. Oggi, oltre cinque milioni e seicentomila palestinesi rimangono rifugiati e non hanno diritto al ritorno. Almeno altri centocinquantamila corrono il rischio reale di perdere la casa a causa della brutale pratica israeliana di demolizioni di case o sgomberi forzati. La nuova ricerca di Amnesty International dimostra che Israele impone un sistema di oppressione e dominazione sulle e sui palestinesi in tutte le aree sotto il suo controllo: in Israele e nei Territori occupati, e contro i rifugiati palestinesi, in modo che a beneficiarne siano le e gli ebrei israeliani. Ciò equivale all’ apartheid ed è proibita dal diritto internazionale. Leggi, politiche e pratiche volte a mantenere un sistema crudele di controllo sulle e sui palestinesi, li hanno frammentati geograficamente e politicamente, spesso impoveriti in un costante stato di paura e insicurezza.

L’ apartheid non è accettabile in nessuna parte del mondo. Quindi perché il mondo accetta quello in corso contro i palestinesi? I diritti umani sono stati a lungo tenuti da parte dalla comunità internazionale quando ha affrontato la lotta e la sofferenza pluridecennale della popolazione palestinese. Di fronte alla brutalità della repressione israeliana, la popolazione palestinese chiede da oltre vent’ anni che venga compreso che la politica israeliana è una politica di apartheid. Nel corso del tempo, a livello internazionale, il trattamento riservato da Israele ai palestinesi ha iniziato a essere considerato in maniera sempre più ampia come apartheid. Tuttavia, i governi con la responsabilità e il potere di fare qualcosa si sono rifiutati di intraprendere qualsiasi azione significativa per chiedere conto a Israele delle sue responsabilità. Al contrario, si sono nascosti dietro un processo di pace moribondo a scapito dei diritti umani. Sfortunatamente, la situazione odierna non vede alcun progresso verso una soluzione, ma anzi il peggioramento dei diritti umani per i palestinesi. Amnesty International chiede a Israele di porre fine al crimine internazionale dell’apartheid, smantellando le misure di frammentazione, segregazione, discriminazione e privazione, attualmente in atto contro la popolazione palestinese.

Le autorità israeliane hanno fatto tutto ciò attraverso quattro principali strategie: frammentazione in domini di controllo, espellendo centinaia di migliaia di palestinesi e distruggendo centinaia di villaggi palestinesi, in quella che è stata una pulizia etnica; espropri di terra e proprietà, in cui i palestinesi sono stati confinati in enclavi separate e densamente popolate; segregazione e controllo, che vede Israele negare ai palestinesi i loro diritti alla nazionalità e allo status uguali, mentre i palestinesi nei Territori palestinesi occupati affrontano severe restrizioni alla libertà di movimento da parte di Israele che limita anche i diritti delle e dei palestinesi all’ unificazione familiare in modo profondamente discriminatorio; privazione di diritti economici e sociali, con i palestinesi che vivono forti limitazioni discriminatorie nell’ accesso e nell’ uso di terreni agricoli, acqua, gas e petrolio tra le altre risorse naturali, così come restrizioni nell’erogazione di servizi sanitari, di istruzione e di servizi di base.

Ebrei antisionisti a Trafalgar Square, luglio 2006;


Il popolo palestinese è sistematicamente sottoposto a demolizioni di case e sgomberi forzati, e vive nella costante paura di perdere le loro case. Per più di settant’ anni, Israele ha spostato con la forza intere comunità palestinesi. Centinaia di migliaia di case palestinesi sono state demolite, causando terribili traumi e sofferenze. Più di sei milioni di palestinesi rimangono rifugiati, la maggior parte di questi vive in campi profughi anche al di fuori di Israele e dei Territori palestinesi occupati. Ci sono più di centomila palestinesi negli Territori palestinesi occupati e altri sessantottomila all’ interno di Israele a rischio imminente di perdere le loro case, molti per la seconda o terza volta.

Il popolo palestinese è intrappolato in un circolo vizioso. Israele richiede loro di ottenere un permesso per costruire o anche solo di erigere una struttura come una tenda, ma a differenza delle e dei richiedenti ebrei israeliani raramente rilascia loro un permesso. Molti palestinesi sono costretti a costruire senza permesso. Israele poi demolisce le case palestinesi sulla base del fatto che sono state costruite illegalmente. Israele usa queste politiche discriminatorie di pianificazione e suddivisione in zone per creare condizioni di vita insopportabili per costringere le e i palestinesi a lasciare le loro case per permettere l’ espansione dell’insediamento ebraico. Mohammed Al-Rajabi, un residente della zona di Al-Bustan a Silwan, la cui casa è stata demolita dalle autorità israeliane il 23 giugno 2020 sulla base del fatto che era stata costruita illegalmente, ha descritto ad Amnesty International l’impatto devastante sulla sua famiglia: «E’ estremamente difficile da affrontare. Potrebbe essere difficile da esprimere a parole… e ho percepito che è stato più difficile per i miei figli che per noi. Erano davvero entusiasti che avessimo questa nuova casa. Conserverò le foto di quel giorno e le mostrerò ai miei figli quando saranno grandi, così non dimenticheranno quello che ci è successo. Dirò loro, ‘vedete che tipo di ricordi ho da trasmettervi?’. Il mio piano era che avessero una casa calda e familiare vicino ai loro cari e ai loro familiari. Ora sto trasmettendo i ricordi della distruzione della loro prima casa d’ infanzia.».

Israele ha commesso metodicamente gravi violazioni dei diritti umani contro i palestinesi per decenni. Violazioni come il trasferimento forzato, la detenzione amministrativa, la tortura, le uccisioni illegali e le lesioni gravi, e la negazione dei diritti e delle libertà fondamentali sono state ben documentate da Amnesty International e da altri. E’ chiaro che il sistema dell’ apartheid israeliano viene mantenuto commettendo questi abusi, che sono stati perpetrati nella quasi totale impunità. Questi abusi fanno parte di un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione palestinese, portato avanti nel contesto del regime istituzionalizzato di oppressione e dominio sistematico di Israele sui palestinesi, e quindi costituiscono crimini contro l’ umanità di apartheid. Le autorità israeliane hanno goduto dell’ impunità per troppo tempo. L’ incapacità internazionale di chiedere conto a Israele significa che le e i palestinesi continuano a soffrire ogni giorno. E’ ora di alzare la voce, di stare con i palestinesi e dire a Israele che l’ apartheid non può più essere tollerato. Per decenni, i palestinesi hanno chiesto la fine dell’ oppressione in cui vivono, e personalmente ritengo che si debba ricordare a Israele che in passato lo stesso popolo ebraico ha subito pregiudizi e persecuzioni violenti e ingiusti, soprattutto istigati dai cristiani e dalle autorità ecclesiastiche che lo accusava di deicidio e lo relegava a tutte quelle professioni immorali, come l’ usura, e, più in generale a quelle che non gli avrebbe conferito un vantaggio su coloro che seguivano la pura dottrina. Quanto subito durante il Terzo Reich dovrebbe fungere da lezione di tolleranza e solidarietà, ma purtroppo i palestinesi pagano troppo spesso un prezzo terribile per lottare per i loro diritti, e da tempo chiedono che il mondo li aiuti. Che questo sia l’ inizio della fine del sistema di apartheid di Israele contro la popolazione palestinese.


Giacomo Ramella Pralungo

lunedì 25 settembre 2023

Giacomo consulta Papa Francesco circa il «Gesù storico»: la risposta del Vaticano

Giacomo Ramella Pralungo;


Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articoli storici, culturali e scientifici, ha inviato una lettera a Papa Francesco chiedendogli un parere sull’ indagine storica riguardante Gesù di Nazareth e l’ origine del Cristianesimo. Dopo due mesi, dal Vaticano è arrivata la risposta su carta intestata…


Accomodandosi alla scrivania, piena di libri e riviste soprattutto di storia, e qualcuna di fisica, astrofisica e fantascienza, Giacomo racconta di come nel 2004 smise di credere in Dio confutando rigorosamente la religione in cui fino ad allora aveva creduto: «Avevo appena compiuto vent’ anni, e da quattro studiavo il Cristianesimo di scuola cattolica con maggiore interesse in confronto all’ infanzia e alla prima giovinezza. Non sono cresciuto infatti in un ambiente di devoti. Desideravo capire tante cose, ma i dubbi con il tempo aumentarono così tanto che alla fine non resistetti e sconfessai la mia fede.». Per la prima volta cominciò ad interrogarsi su chi veramente fosse stato Gesù di Nazareth, l’ uomo da cui la Chiesa aveva successivamente tratteggiato il Christós, il Cristo della fede in greco: «Iniziai a considerarlo sotto una prospettiva differente: che cosa pensava, cosa provava, cosa amava e cosa invece disapprovava. Mi domandai che cosa avesse voluto cambiare del mondo che lo circondava e come percepiva la divinità adorata da secoli dal suo popolo, come fosse in grado di compiere i miracoli che gli vennero attribuiti, se fosse sicuro di capire a dovere i valori ebraici fondamentali e così via discorrendo. Adottai insomma una curiosità più propriamente storica, che mi accompagna tuttora (risata)! Oggi sono un ateo sbattezzato e considero il personaggio di Gesù esclusivamente sotto questo profilo.».

Mostra una lettera, datata 12 luglio 2023, in cui si è rivolto personalmente a Papa Francesco in tema di storia della religione cristiana: «Conoscere l’ origine e l’ evoluzione di una qualsivoglia religione è importante, perché prima di poter dire di credere si deve poter dire di sapere e aver capito: solo dopo si può scegliere se credere o no. Coloro che si fanno guidare dalla fede non riflettuta e dalle consuetudini per me denotano un atteggiamento molto comune, e piuttosto sbagliato. Le grandi figure spirituali della storia, come Abramo, Mosè, Siddhattha Gotama, Gesù, Maometto e così avanti sono da sempre ammantate di leggenda, ma negli ultimi cento anni sono state analizzate e con una certa serietà anche in ambito storico e archeologico. Come dico nella mia lettera, da qualche tempo io stesso sto seguendo una ricerca sulla storicità di Gesù, un tema dibattuto dal Settecento in Europa e che attualmente vede coinvolti non solo gli storici tradizionali ma anche teologi, scienziati e semplici credenti. Ho spiegato al Sommo pontefice che vorrei scrivere un articolo in proposito, e sviluppare l’ argomentazione in modo logico e tale da contribuire costruttivamente alla discussione, ragion per cui mi piacerebbe essere il più esatto e preciso possibile. Ho consultato il parere del celebre professor Alessandro Barbero, il quale sostiene l’ esistenza storica di Gesù e l’ importanza riformatrice del suo pensiero in un’ epoca in cui la Giudea era animata da una profonda rivoluzione spirituale, e tenendo conto della preparazione sia culturale che spirituale del Papa, nonché della grande importanza che accorda ai mezzi di comunicazione, avrei avuto il piacere di porre anche a lui alcune domande, la cui risposta mi sarebbe stata di particolare aiuto.».

Le otto domande presentate a Francesco, prosegue lo scrittore, misurate con grande attenzione, si basavano sull’ ebraicità di Gesù, in quanto nato ebreo ed educato secondo la religione tradizionale del suo popolo, e la possibilità che il Cristianesimo fosse sorto come corrente minoritaria dell’ Ebraismo, divenendo qualcosa di autonomo nel momento in cui i primi missionari da San Paolo in poi insegnarono ai non ebrei, soprattutto greci e romani. Affermazioni trascritte nei Vangeli di San Marco e San Matteo paiono piuttosto precise: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento.», «Non andate tra i pagani e non entrate in nessuna città dei samaritani, ma andate piuttosto verso le pecore perdute della casa d’ Israele.», «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’ Israele.». Un’ altra domanda richiedeva una spiegazione ad affermazioni spigolose riportate soprattutto nei Vangeli di San Matteo e San Luca, in cui a Gesù vengono attribuite parole forti, se non addirittura aspre, che secondo molti mettono in discussione la sua immagine di uomo di pace: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’ uomo saranno quelli stessi di casa sua.», e ancora: «I figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti.».

Scorrendo con attenzione la lettera, l’ autore sorride: «Una questione in particolare che ho presentato all’ attenzione del Santo Padre riguarda l’ atipicità di Gesù come personaggio storico, essendo divenuto famoso dopo la sua morte, a differenza di altri come ad esempio Spartaco che, vissuto un secolo prima e seppure in modo diametralmente opposto, ossia con una ribellione armata, sfidò le autorità dell’ epoca. Intorno a Cristo vi è un particolare mistero, sia storicamente che spiritualmente. Curiosamente, la maggior parte delle persone pare poco interessata al suo personaggio, andando a messa con atteggiamento abitudinario per celebrare le feste senza un atteggiamento consapevole, ma solo perché è una consuetudine che le famiglie hanno sempre rispettato fin dall’ origine dei tempi. Siamo circondati dal Cristianesimo ma pensiamo poco a Gesù e agli ideali che lo hanno animato. Sono molto pochi quelli che si interrogano su chi davvero sia stato e cosa abbia fatto e insegnato. Ho domandato a Francesco che cosa ne pensi.». Un altro aspetto toccato dalle sue domande riguarda la sua natura di Messia promesso da Dio agli ebrei: «Questo è effettivamente un tema difficile, ma su cui ultimamente ho molto riflettuto. I cristiani affermano che Gesù sia il Messia promesso da Dio, mentre gli ebrei continuano tuttora a negarlo, ragion per cui aspettano ancora oggi quello vero e praticando la loro antica religione, la stessa dei tempi di Gesù. Secondo il popolo ebraico, infatti, il Messia deve stabilire il suo regno e inaugurare un’ era di pace, ricostruire il Tempio e rifondare il Sinedrio, ossia l’ assemblea dei sacerdoti, per poi ricondurre gli israeliti nella terra promessa da Dio ad Abramo, dando vita ad una nazione santa e rispettata da tutti i cui sacerdoti insegneranno la vera religione. Queste cose, scritte nell’ Antico Testamento, con Gesù non sono accadute e in più gli ebrei negano che lui fosse il figlio di Dio in rispetto del monoteismo, secondo cui un uomo non può essere divino, e confutano persino il principio che il Messia, in quanto inviato di Dio, possa essere ucciso dagli uomini. Io quindi mi chiedo: com’ è possibile che i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme, che studiavano l’ Antico Testamento e le profezie relative al Messia, contenute nei Libri di Isaia, Zaccaria, Ezechiele e Amos, e da secoli vivevano nell’ attesa di questo Salvatore, prestando attenzione ai segni della sua venuta, non abbiano compreso che proprio Gesù fosse il Messia, e che ne abbiano persino preteso la condanna a morte da parte dei romani?».

Piazza San Pietro, sede del papato;


Una serie di riflessioni notevoli, sia storicamente che spiritualmente, a cui l’ autore non ha escluso una curiosità relativa agli anni mancanti: «Uno dei misteri principali relativi alla figura di Gesù è quella dei cosiddetti anni omessi dalle cronache evangeliche. I quattro testi di San Marco, San Matteo, San Luca e San Giovanni ignorano infatti ben diciotto anni della sua vita, compresi tra i dodici e i trenta. Sono il periodo della sua formazione, tra l’ apprendimento del mestiere paterno di falegname e lo studio della Torah, la Legge data da Dio agli uomini e che i rabbini da Mosè in poi hanno insegnato ad interpretare correttamente. Come potrebbe aver vissuto in questo periodo? E’ rimasto in Galilea, dividendosi tra lavoro, famiglia e studi religiosi presso la sinagoga di Nazareth? C’ è una possibilità che abbia lasciato la Giudea per un viaggio in Oriente, come si vocifera? Oppure che, come suo cugino San Giovanni Battista, abbia vissuto tra gli Esseni?».

Giacomo aggiunge poi un altro argomento su cui la ricerca si è concentrata, ossia il nazireato, un fenomeno religioso ebraico molto antico e comune ai tempi di Gesù: «Cristo è spesso chiamato Nazareno, in quanto la famiglia era di Nazareth, ove lui stesso secondo la tradizione ha vissuto dal ritorno dall’ Egitto fino all’ inizio dell’ insegnamento. Alcuni studiosi però fanno notare la somiglianza di questo termine con nazireo, dall’ ebraico Nazir, ossia ‘consacrato, separato’. Il nazireato è la consacrazione di un ebreo a Dio con il conseguente voto di seguire alcuni rigidi precetti di vita, come l’ astenersi dal consumo di uva e derivati, dal tagliarsi i capelli e dal partecipare a funerali ed entrare in un cimitero. Alcuni passi dei Vangeli fanno pensare che Gesù abbia effettivamente fatto voto di nazireato: l’ esaltazione del consumo rituale del vino come parte dell’ Eucaristia, e in particolare il bagno rituale purificatorio nel Vangelo di Marco 14:22-25 indicano che Gesù osservasse questo aspetto del voto di nazireato, quando disse: ‘In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio.’. Il rituale purificatorio del battesimo con cui Gesù inizia poi ad insegnare ed il suo voto nel Vangelo di Marco 14:25 e Luca 22:15-18 alla fine di esso, rispettivamente riflettono i passi finali ed iniziali di purificazione con immersione in acqua e astensione dal vino inerenti al voto nazireo. Tali passi potrebbero indicare che Gesù intendesse identificarsi come nazireo, non bevendo il frutto della vigna prima della propria crocifissione e persino rifiutando il vino mescolato con fiele quando è sulla croce, come riferito da San Matteo. E’ quindi plausibile sostenere che Gesù fosse un nazireo?».

Un’ ultima curiosità tocca invece la questione dei luoghi di pellegrinaggio in Israele, legati agli eventi più importanti della vita di Gesù: «I grandi luoghi di pellegrinaggio cristiano, come la Basilica della Natività, quella del Santo Sepolcro e infine l’ Edicola dell’ Ascensione, ritenuti il luogo esatto in cui Gesù nacque, venne sepolto e infine ascese al cielo, vennero realizzati nel IV secolo dall’ Imperatore Costantino, per iniziativa della madre, Sant’ Elena. Questi posti vennero identificati tre secoli dopo la venuta di Gesù, quando Gerusalemme era completamente cambiata, e soprattutto quando la gente dell’ epoca era già morta. A tutto questo poi occorre aggiungere che nessuno assistette alla nascita di Gesù, che la posizione esatta della tomba offerta da Giuseppe d’ Arimatea era nota a pochissime persone e peraltro fu posta a restrizioni da un presidio di militari romani e che solo gli apostoli assistettero alla salita al cielo di Gesù. Con quanta certezza si può quindi affermare che questi siano il luogo effettivo in cui ebbero luogo le tappe fondamentali della vita di Cristo, un personaggio che divenne celebre solo molto tempo dopo la sua morte?».

Da tutte queste curiosità, conclude lo scrittore, ha avuto l’ idea di rivolgersi al Papa della Chiesa cattolica, che fin dall’ inizio del suo pontificato si è dimostrato molto comunicativo, costantemente attento nell’ impiego dei mezzi di comunicazione al fine di trasmettere idee precise: «E’ un gesuita, e per il suo ordine l’ istruzione è fondamentale: i singoli gesuiti vengono attentamente preparati per essere esperti di teologia e diritto canonico, ma spesso anche linguisti, storici e scienziati come strumento per diffondere il Cattolicesimo. Recita un celebre motto gesuita: ‘Datemi un bambino nei primi sette anni di vita e io vi mostrerò l’ uomo’. Tuttora esistono molte scuole che appartengono alla Compagnia di Gesù e in molti Paesi dell’ America Latina sono quelle di più alto livello. Mi sono rivolto a Francesco come uomo di cultura e comunicazione sperando vivamente nella sua collaborazione. Trovavo infatti di estremo interesse l’ idea di apprendere l’ opinione della massima autorità del mondo cattolico su questi avvincenti temi, così poco ovvi che, credo, bisognerebbe incominciare a trattare con obiettività e senza opinioni settarie, anzi avvicinandosi da più parti in un’ ottica di sforzo comune, confronto e ragionevolezza: la Chiesa stessa ne gioverebbe molto per sopravvivere!». L’ autore aggiunge di aver sempre saputo che dal Vaticano gli sarebbe giunta una risposta, che attendeva con viva curiosità, cosa in effetti avvenuta poco dopo la metà di settembre, con una missiva proveniente dalla Segreteria di Stato vaticana e datata 31 agosto 2023, che ci mostra: «Sono rimasto meravigliato dai toni della risposta, e trascorso qualche minuto, dopo averla letta due o tre volte, ammetto d’ aver avuto un moto di ilarità. In essa, infatti, i delegati papali mi dicono che il Santo Padre mi è riconoscente per ‘i sentimenti di filiale devozione’, e che ‘mentre invoca la celeste protezione della Vergine Maria, impartisce la Benedizione Apostolica, con l’ augurio di ogni bene nel Signore’. Il bello è che circa l’ istanza avanzata, pur apprezzando le motivazioni che la sostengono, gli stessi dignitari sono rammaricati ‘di dover comunicare che purtroppo non è possibile darvi seguito’.».

Insomma, nessuna risposta ufficiale dal papato. L’ autore ride compostamente: «Assolutamente nessuna, infatti! Io ho sempre pensato che una guida spirituale di qualsivoglia religione, non soltanto quella cristiana, debba vivere secondo i propri insegnamenti, dando l’ esempio e portando avanti un atteggiamento coerente e sincero, senza mentire sulle proprie qualità e conoscenze spirituali e neppure paura di ammettere la propria ignoranza. Dovrebbe attenersi ai fatti, e insegnare concetti e valori comprovati.». Mostra alcuni testi di Corrado Augias, come «Inchiesta su Gesù - Chi era l’ uomo che ha cambiato il mondo» e «Inchiesta sul Cristianesimo - Come si costruisce una religione», che dice di aver letto: «Sono fermamente convinto che la ricerca e l’ analisi storica siano nell’ interesse anche e soprattutto della comunità spirituale, per accertare ciò che le grandi figure spirituali a cui fa riferimento abbiano effettivamente detto e compiuto, poiché gli stessi sacerdoti ci dicono che proprio la loro vita è l’ esempio più importante di tutti. Quindi mi stupisce che la Chiesa di Roma non incoraggi la ricerca storica, guardandola piuttosto con diffidenza e ostacolandola laddove le risulta possibile.».

Papa Francesco, primo pontefice gesuita;


Gli domandiamo come procederà ora con la sua ricerca: «In realtà ho già accumulato materiale a sufficienza e dopo anni di letture e considerazioni ho maturato alcune idee, che sono in grado di motivare. Come dicevo prima, ho anche avuto la fortuna di accedere alle dichiarazioni del professor Alessandro Barbero, che negli anni ha parlato di Gesù tra storia e mito presentando opinioni molto interessanti. Tra breve vorrei iniziare a scrivere questo articolo, e in futuro vorrei preparare un saggio più esteso. Sarebbe stato interessante aggiungere a tutto questo il parere di un personaggio ecclesiastico, io lo trovavo addirittura equo da un punto di vista pratico e argomentativo, ma purtroppo sento che è stato confermato il proverbiale scetticismo che la Chiesa nutre da sempre verso la scienza: pensiamo al Medioevo, quando la definiva a chiare note una maledizione e un’ eresia condannando l’ Occidente ad oltre mille anni di arresto culturale per mezzo dei suoi roghi in piazza: per il clero, infatti, tutto ciò che vale la pena di sapere era già riferito nella Bibbia, senza alcun bisogno della ricerca. Poi, nel Seicento, venne la rivoluzione scientifica, un grande balzo in avanti che la Chiesa non ha saputo frenare come suppongo sperasse, e da cui sorsero l’ eliocentrismo copernicano e l’ evoluzionismo darwiniano, fino alla teoria del Big Bang. La fede religiosa ha perduto molto terreno negli ultimi quattrocento anni dinnanzi ai risultati degli studi scientifici, ed è sopravvissuta come semplice tradizione culturale, relegando l’ ordine sacerdotale alla custodia di un sistema ormai antiquato. Forse l’ impedimento della ricerca storica su Gesù rappresenta l’ ultima vera possibilità di difendere il proprio status di ‘detentori della pura dottrina e della parola di Dio’: pensiamo ad esempio al famoso detto secondo cui l’ Europa ha radici cristiane, nulla di più storicamente sbagliato! L’ Europa esisteva già prima della venuta di Gesù, e poggia su radici greco romane a cui il Cristianesimo stesso successivamente si è adeguato. Possiamo dire pertanto che il Cristianesimo ha radici europee (risata)…».

lunedì 18 settembre 2023

La vita nello spazio tra bufale e rivoluzione culturale secondo Giacomo Ramella Pralungo


Nel settembre 2023, Jaime Maussan, giornalista e ufologo messicano, ha stupito i parlamentari della Camera dei deputati del suo Paese durante una seduta dedicata al fenomeno degli UFO presentando i corpi mummificati di due presunti esseri non umani che sarebbero a suo dire la prova definitiva di vita extraterrestre sulla Terra mille anni fa. Recuperate in Perù nel 2017, tra le province di Nazca e Palpa, le creature, con i loro corpi minuscoli, le mani a tre dita e le teste allungate, sembrano uscite da un film di successo sull’ invasione aliena di Hollywood.

Giacomo Ramella Pralungo, autore di fantascienza e appassionato di storia, considera questo episodio con un certo scetticismo, invitando a valutare le prove in sede scientifica anziché spettacolarizzarle nell’ interesse stesso degli studi in materia di vita aliena nello spazio.


Lei che cosa crede a proposito dell’ esposizione di queste creature che in quest’ ultimo periodo molto ha fatto discutere il mondo?

Jaime Muassan;


«Jaime Muassan ha esibito questi reperti in maniera spettacolare, ottenendo senza dubbio in tutto il mondo molta visibilità in appena poche ore, quando invece credo che avrebbe dovuto innanzitutto consegnarli alla comunità scientifica internazionale per accertarne l’ autenticità, lasciando le conclusioni al momento più opportuno. Questa persona già in passato ha presentato indizi che poi si sono rivelati fasulli, ragion per cui non mi stupirei se anche stavolta si trattasse di un colpo pubblicitario e nulla di più. Il fatto è che la teoria della vita extraterrestre ormai è comunemente accettata dalla scienza, ed è un argomento di estrema serietà e fondamento scientifico benché la gente comune dimostri tuttora un certo scetticismo in proposito. E neppure me ne stupisco, purtroppo, tenendo conto delle numerose sette ufologiche che si rifanno a messaggi spirituali inventati di sana pianta e attribuite ai missionari alieni per plagiare le menti più vulnerabili e dei ciarlatani in cerca di visibilità...».


Quindi per lei potrebbe essere l’ ennesimo falso?

L’ esibizione dei reperti alla Camera dei deputati;


«Io non lo escludo, proprio per il modo teatrale con cui ha avuto luogo e la grande attenzione di cui ha goduto fin da subito. Io infatti dico sempre che credere o dubitare a priori in qualcosa sia male, occorre piuttosto farsi qualche domanda a cui rispondere con atteggiamento equanime. Il tema della vita nello spazio è tra le cose che più meritano una valutazione obiettiva.».


Lei è un autore di fantascienza, e in passato ha più volte affermato di credere alla possibilità di vita intelligente nello spazio.


«Sì, certamente. E’ una questione di calcolo matematico: lo spazio è infinitamente vasto, tanto che la nostra mente fatica a comprenderne le implicazioni anche dopo un’ intera vita di studi astronomici e astrofisici. Sarebbe quindi irragionevole supporre che la vita, anche quella più propriamente intelligente, sia tipica di questo mondo soltanto. Io penso che la varietà e la malleabilità della vita sulla Terra sia così spiccata che dovremmo aspettarci qualcosa di livello esponenziale nel cosmo che ci circonda. Niente omini verdi e dischi volanti dotati di raggio della morte, direi, ma varietà infinite e meravigliose. Nulla è impossibile.».


Perché secondo lei molta gente fatica a crederci, invece?


«In parte è per le numerose figure dalla dubbia credibilità e moralità che negli anni hanno esposto racconti e rilasciato dichiarazioni dubbi e ragionevolmente contestati, ma c’ è dell’ altro. Noi siamo sempre stati soli su questo mondo, in questo particolare angolo di Galassia, e con l’ andare del tempo abbiamo maturato un atteggiamento piuttosto umanocentrico: noi ci consideriamo letteralmente il centro del mondo (risata)!

Abbiamo un atteggiamento mentale tendenzialmente dogmatico, che la rivoluzione scientifica dal Seicento fino ad oggi ha solamente attenuato, e non ancora risolto propriamente. Gli esempi, ahimè, sono molti: un millennio e mezzo fa tutti davano per certo che la Terra fosse il centro dell’ universo, e cinque secoli fa che fosse piatta, e così via discorrendo. Ci vuole molto tempo perché tra ipotesi, osservazione e deduzione per mezzo di prove e indizi e, soprattutto, tramite discussioni tra esperti, una nuova idea o un nuovo modo di considerare un principio si facciano strada tra di noi. A proposito di alieni, parliamo di esseri viventi che con la loro stessa esistenza metterebbero alla prova il nostro senso di priorità nell’ universo. Partiamo da Copernico, che rimise il Sole al centro dell’ universo conosciuto al posto della Terra, e arriviamo all’ evoluzione darwiniana per scoprire che siamo una fra le tante forme di vita su questa Terra. Poi si potrebbe scoprire che non siamo speciali neanche in tutto l’ universo, perché c’ è almeno una civiltà intelligente su un altro mondo: ecco, non saremmo soli! Ovviamente, sarebbe una cosa sconvolgente…».


E’ ciò che lei sostiene in un suo recente articolo, «Il mistero degli alieni».


«E’ vero, ho dedicato un articolo a questo argomento sul mio sito, ‘Due passi nel mistero’, pubblicato lo scorso 5 novembre 2022. In questo testo ho peraltro citato il lodevole intento che la NASA statunitense ha di recente assunto nel contesto delle proprie ricerche scientifiche, ossia l’ annuncio pubblico della vita aliena qualora dovesse essere confermata, il cui piano dovrà essere messo a punto con il coinvolgimento di scienziati, tecnologi e mezzi di comunicazione che si confronteranno tra loro innanzitutto per stabilire quali saranno le prove oggettive che consentiranno di affermare che si è davvero davanti a forme di vita aliena e, in secondo luogo, per determinare quale sarà il modo migliore per comunicare queste prove. Perché, una volta che verrà dato l’ annuncio, saremo dinnanzi ad un fatto storico senza precedenti e che non consentirà ripensamenti e smentite. Sarà una vera e propria rivoluzione culturale, che avrà un profondo impatto sulla civiltà umana intera e sui singoli individui.».


Come si immagina il primo contatto con una popolazione aliena?


«Non lo so proprio (risata)! Potrebbe essere per mezzo di segnali radio, coinvolgendo gli scienziati del SETI, o magari ci inviteranno in un luogo molto lontano della Galassia come in ‘Contact’, chi può dirlo? Oppure sbarcheranno con una navetta esplorativa come i vulcaniani di Star Trek in ‘Primo contatto’, anche se forse potremmo essere noi ad andare su uno dei loro mondi, venendo accolti con stupore da una popolazione ancora non evoluta abbastanza da viaggiare nel cosmo…».


Lei crede alla possibilità di un’ invasione?


«Questo direi proprio di no, anzi! E’ un tema classico della fantascienza, tutti siamo cresciuti con questo particolare genere letterario e cinematografico che risale al 1897, con il celebre ‘La guerra dei mondi’ del grande professor Herbert George Wells, che da sempre considero uno dei miei maestri letterari. Persino Orson Welles ci ricamò inavvertitamente un colpo di teatro nel 1938 con la sua celebre trasmissione radiofonica, e per la cronaca si era ispirato proprio al racconto di Wells (risata)!

Io credo che nello spazio esistano popoli più avanzati e altri più primitivi di noi, quindi suppongo che, se quelli più progrediti avessero voluto, già ci avrebbero assoggettati. E’ più verosimile supporre che qualche visitatore spaziale già sia stato qui sulla Terra, come suggeriscono alcuni archeologi convinti che alcune divinità antiche, ad esempio quelle sumere o delle civiltà precolombiane, fossero in realtà alieni adorati come dei dai nostri avi perché in possesso di un potere, la scienza e la tecnologia, che a loro era sconosciuto. Sento che questa teoria sia molto profonda e auspico che venga più seriamente presa in considerazione dalla comunità scientifica nell’ interesse della comprensione dei molti misteri ancora presenti nella conoscenza del nostro passato più lontano.».


Se ci pensiamo, è proprio ciò che in Messico sta dicendo Maussan…

Una presunta mummia esibita da Maussan;


«Infatti, lui sostiene che siamo dinnanzi a mummie di mille anni almeno, rimaste custodite qui sulla Terra fino al loro recente ritrovamento. L’ idea di antichi visitatori spiegherebbe molte cose, ma finora non è mai stato confermato nulla in proposito. Se questi reperti sono veri, che vengano sottoposti a esami scientifici di comprovata efficacia condotti da una squadra internazionale di esperti. Io sono certamente curioso di conoscere gli sviluppi di questa vicenda, per quanto io nutra il sospetto che sia l’ ennesimo siparietto destinato soltanto ad allontanare la gente dalla verità.».


La ringraziamo per la sua presenza.


«Io ringrazio voi per il tempo trascorso insieme, è sempre bello e utile per tentare di trasmettere idee che cercano di essere sensate.».

domenica 27 agosto 2023

«La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure»


Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e di articoli a sfondo culturale, storico e scientifico, desidera trasmettere un comunicato relativo al recente tumulto sollevato a proposito del testo pubblicato dal generale Roberto Vannacci.


Per prima cosa terrei a precisare di non aver letto «Il mondo al contrario» del generale Roberto Vannacci, che negli ultimi giorni ha fatto molto discutere scatenando peraltro un animato dibattito politico, di conseguenza ammetto di non essere in condizione di formulare una valutazione obiettiva in proposito. Coltivando un simile atteggiamento misurato in un Paese come l’ Italia, in cui si commentano gli articoli limitandosi a leggerne i titoli, sento di essere piuttosto controcorrente, eppure ho fatto mie le parole che il Buddha Śākyamuni espresse duemilacinquecento anni fa durante i suoi insegnamenti qua e là per la pianura indogangetica: «Limitatevi a parlare di ciò che avete visto e inteso.».

Pur senza aver letto il libro, mi viene spontaneo domandarmi il motivo del terremoto mediatico che ha sollevato. Certamente, le opinioni che espone possono essere messe in discussione e definite indegne dei tempi in cui noi tutti indistintamente viviamo, tuttavia l’ Articolo 21 della Costituzione della Repubblica così afferma: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.». Lo stesso Articolo procede attestando che sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume, pertanto la legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni. Il generale Vannacci è stato destituito dal comando dell’ Istituto geografico militare, e in risposta alle reazioni provocate ha tentato di difendersi affermando che il libro è stato strumentalizzato con frasi estratte dal loro contesto per ricamare storie che non emergono dal testo stesso: «L’ odio è un sentimento come l’ amore. Penso sia lecito provare odio, disprezzo per qualcuno. Sono libero di provare odio per chi stupra i bambini? Certo che sì, ma facendolo non sto istigando ad un linciaggio. E’ un disprezzo che viene espresso nei confronti di un’ azione. Rivendicare la libertà di sentimento è lecito e legittimo. Nel mio libro non mi sono mai rivolto a delle categorie. Non vedo perché dovremmo vivere in un mondo che prova solo amore. La libertà di opinione e le idee si devono confrontare sul piano delle argomentazioni e non della gogna mediatica.».

Come persona politicamente neutrale a questo punto sorge un dubbio nella mia mente: il dibattito è dovuto veramente alla tesi che il generale Vannucci sostiene tra le pagine di «Il mondo al contrario» o piuttosto è stato prontamente aizzato dal proverbiale spirito di contestazione delle guide politiche della Sinistra, solite a gridare contro la tradizione portata avanti dalla reazione a suon di comizi in nome del nuovo e della giustizia sociale, nella convinzione di dover rompere con il passato per mezzo della rivoluzione perché unico antidoto all’ arretratezza e all’ oppressione? Nell’ ultimo decennio, infatti, i partiti di Sinistra hanno portato avanti la loro contestazione non tanto con la rivolta popolare e la lotta di classe contro un sistema per loro ingiusto, ma con l’ imposizione del politicamente corretto, portando alla negazione di antiche consuetudini ritenute discriminatorie anziché ad una più equa estensione delle pari opportunità per tutti.

 

Giacomo Ramella Pralungo

domenica 2 luglio 2023

UFO e alieni secondo un autore di fantascienza

 


Istituita in seguito al celeberrimo e dibattuto incidente di Roswell, avvenuto il 2 luglio 1947 dando vita alla convinzione secondo cui un’ astronave aliena si schiantò al suolo, dopo che proprio in quel periodo erano stati avvistati diversi oggetti volanti non identificati, la Giornata mondiale degli UFO è per molti un’ occasione speciale per affrontare l’ enigma della vita aliena.

Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e di articoli storici e scientifici, e personalmente affascinato da questo singolare e ampio argomento, ha accettato di condividere le proprie riflessioni in proposito.

Copertina di «L’ angelo custode»;

Giacomo osserva una copia di due suoi romanzi, «L’ angelo custode» e sfoglia alcune pagine di «Fantasma del passato»: «Sono assai appropriati, considerando la particolare ricorrenza di oggi. I fatti avvenuti nel 1947 nella remota cittadina di Roswell mi hanno sempre molto incuriosito fin da quando avevo dieci anni, da quella sera dell’ estate 1994 in cui vidi il filmato di Ray Santilli per la prima volta. Per quanto quella registrazione si rivelò un falso colossale e non vi sia certezza che a cadere nel Nuovo Messico fu effettivamente un’ astronave aliena, rimango fermamente convinto che nello spazio non siamo soli. La nostra sola Galassia si compone da così tanti pianeti abitabili che trovo irragionevole escludere a priori la vita aliena.». Il romanzo «Fantasma del passato» si basa narrativamente proprio sull’ incidente di Roswell, mentre in «L’ angelo custode» ha avuto modo di toccare il tema della vita nello spazio: «In questo racconto breve affronto l’ argomento dell’ osservazione che alcuni esploratori alieni riescono a condurre segretamente sul genere umano, in modo tale da non influenzarlo e quindi comprenderne meglio i valori culturali fondamentali e soprattutto il senso che attribuisce alla vita e alla morte.».

Gli domandiamo come si immagina la vita nell’ universo, e lo scrittore sorride riflettendo per qualche istante. Si dice sicuro che vi siano forme di vita intelligente sparpagliate nel cosmo, qualcuna più avanzata e qualcun’ altra più primitiva in confronto a noi: «Il cinema ci ha abituati ormai da molti anni al filone dell’ invasione, dei primi contatti, dei rapimenti e dell’ osservazione silenziosa, e a vedere alieni di tutte le sembianze e i colori possibili. Tuttavia occorre ricordare che sono prodotti della nostra immaginazione, e che la realtà è quasi certamente assai diversa, magari più complessa o addirittura più semplice.». Aggiunge che l’ umanità conosce ben poco della vita sulla Terra, il suo stesso mondo, e appena il quattro percento di ciò che riguarda lo spazio: «La nostra ignoranza è così tanta che volutamente non parlo di conoscenza (risata)! Pensando agli alieni, ad esempio, li immaginiamo di sembianze umanoidi, piccoli e di colore grigio oppure verde. I loro veicoli sarebbero a forma di disco o di sigaro. Molte descrizioni li rappresentano così e chissà che da qualche parte non vi sia veramente qualcosa del genere, ma per me le possibilità sono infinite e i non terrestri potrebbero persino esistere in forme che la nostra mente ora non concepisce nemmeno, per ovvie ragioni. Potremmo addirittura essere persino noi i più avanzati, dato che su altri mondi è possibile che esistano forme di ominidi e cavernicoli che ancora non conoscono il fuoco. Ai bordi della Galassia, per contro, potrebbero esserci mondi abitati da civiltà capaci di manipolare materia, spazio e tempo con la stessa facilità con cui noi ora ci accendiamo un sigaro. Chissà…».


Quanto agli avvistamenti di oggetti volanti non identificati, gli UFO che tanto spesso vengono indicati come mezzi alieni, il romanziere tende a precisare: «Ho letto moltissimo su questi fenomeni, e con grande interesse. Il più delle volte sono spiegabili come eventi naturali, ad esempio giochi di luce, aurore boreali o piccole meteore che bruciano passando nell’ atmosfera, oppure tecnologici, prodotti dai nostri satelliti o mezzi aerei. Spesso addirittura viene confermato che sono montature create artisticamente da persone che vogliono attirare l’ attenzione con metodi pubblicitari. Occorre quindi fare una distinzione tra gli avvistamenti di oggetti volanti non identificati, lasciando la parola agli esperti, e la possibilità concreta di alieni intelligenti capaci di raggiungere la nostra Terra.».

Chiediamo se crede che qualche alieno sia già stato in visita su questo pianeta, e valutando con cura risponde: «Non lo so, ma lo ritengo possibile. In particolare vi è un settore dell’ archeologia secondo cui già migliaia di anni fa, al tempo degli Egizi, dei Sumeri, degli Indiani e delle civiltà americane precolombiane alcuni viaggiatori alieni siano giunti qui stabilendo un contatto e venendo adorati come divinità, perché in possesso di un potere tecnologico e scientifico che i nostri antenati non conoscevano. Quest’ ipotesi, che spiegherebbe ad esempio l’ esistenza di monumenti ciclopici e antichissimi come le piramidi egizie, mi ha sempre molto affascinato e la ritengo possibile benché non sia mai stata confermata come si conviene.». Spesso, aggiunge, a proposito della possibilità di contatti antichi tra umani e alieni parla del popolo dei Dogon: «Sono una minoranza etnica del Mali, e dai recenti censimenti pare si aggirino a circa duecentoquarantamila persone. Si tratta prevalentemente di coltivatori di miglio, caffè e tabacco e hanno una particolare abilità come fabbri e scultori. Venerano i Nommo, un genere di spiriti antropomorfi. Marcel Griaule e Germaine Dieterlen, due etnologi che tra il 1931 e il 1956 vissero tra di loro, riferirono che possedevano conoscenze astronomiche che ritenevano molto avanzate. Da oltre quattrocento anni i Dogon sarebbero al corrente del fatto che la stella Sirio ha una compagna che orbita attorno ad essa, effettivamente scoperta nel 1844 e nota come Sirio B. Questa popolazione sosterrebbe inoltre l’ esistenza di una terza stella compagna. Gli stessi autori dissero che conosceva molte cose anche sugli anelli di Saturno e le lune di Giove. L’ autore statunitense Robert K. G. Temple in seguito sostenne che la cosmologia Dogon sarebbe il frutto di un remoto contatto con una civiltà extraterrestre, quindi che i Nommo fossero in realtà alieni anfibi intelligenti provenienti da un pianeta orbitante attorno a Sirio C.». Alla domanda se ritenga ragionevole supporre che quest’ ipotesi abbia un fondamento afferma: «Potrebbe averne eccome. Ma potrebbe anche non averne. Non vi è la prova assoluta che sia vero e neppure falso, ragion per cui preferisco conservare il ragionevole dubbio. Comunque, sì: io sono aperto alla possibilità dell’ origine aliena delle conoscenze astronomiche dei Dogon.». E sui fatti di Roswell che cosa crede? «Non ne sono certo, potrebbe essere caduto un mezzo appartenente ad una tecnologia sperimentale tenuta segreta dai servizi segreti statunitensi così come avrebbe potuto effettivamente trattarsi di un’ astronave aliena con tre cadaveri alieni. Sta di fatto che proprio in quei giorni ebbero luogo altri avvistamenti, è ben nota ad esempio la testimonianza del pilota privato statunitense Kenneth Arnold, che riferì di aver visto mentre era in volo sullo Stato di Washington ben nove oggetti misteriosi. Era il 24 giugno, otto giorni prima dell’ incidente di Roswell, e questa coincidenza, se davvero possiamo chiamarla tale, fa molto pensare. Durante la Seconda Guerra Mondiale, prima ancora, ebbero luogo gli avvistamenti dei foo fighter, misteriosi oggetti luminosi descritti dai piloti dell’ Aeronautica militare britannica e statunitense nei cieli europei e nell’ Oceano Pacifico. E spesso, anche negli Anni Settanta e Ottanta, tanto negli Stati Uniti quanto in Gran Bretagna si è spesso parlato dei famosi uomini in nero, agenti speciali dei servizi segreti e dotati di grande potere che intimidirono i testimoni di determinati incidenti affinché tenessero il segreto. Io sono aperto a tutte le possibilità, quella aliena inclusa, e sono sicuro che in questo mondo vi siano governi a conoscenza di qualcosa su cui per ragioni strategiche abbiano imposto il segreto di Stato. Washington DC e Londra in testa, magari anche Mosca. E spero che non sia molto lontano il giorno in cui decideranno di declassificare i documenti ora riservati consentendoci una maggiore chiarezza in proposito.».


Insomma, Giacomo è un convinto sostenitore della possibilità di vita aliena intelligente, e ammette quella del paleocontatto e degli incontri ravvicinati pur non prendendo a priori per vero tutto ciò che viene riferito: «Sì, ho imparato ad avere un atteggiamento prudente e pratico. Se dovessi prestar fede a tutto ciò che sento e leggo, per il semplice fatto che viene detto e scritto, dovrei credere anche a versioni palesemente assurde e inverosimili. Peraltro, nel 1947, con la segnalazione dei primi avvistamenti di oggetti volanti non identificati e di dischi volanti, si è rapidamente diffuso in tutto il mondo il fenomeno del contattismo, un movimento vasto e sfaccettato portato avanti da persone in tutto il mondo che affermano di essere state scelte dai ‘fratelli dello spazio’ per diffondere sulla Terra il loro messaggio, una nuova rivelazione che spesso, si sostiene, svelerebbe il vero significato delle antiche scritture religiose, in particolare Bibbia e Veda, mostrando ad esempio che le grandi civiltà sono venute dallo spazio o che gli umani sono stati creati non da Dio, ma da extraterrestri. Il comportamento delle confraternite contattiste, e quello dei loro seguaci, presenta varie caratteristiche dei culti religiosi, al punto che con l’ andare del tempo hanno portato alla nascita di varie sette che vedono gli alieni come un segno di Dio, esseri infinitamente benevoli, perfetti e addirittura trascendenti, pionieri di un secondo Avvento. Il messianismo di tali fratellanze settarie si fonda sulla convinzione dell’ imminente manifestazione pubblica degli alieni sulla Terra, che però deve essere adeguatamente preparata con la trasmissione del messaggio illuminato di cui sono custodi, in modo tale da garantire un’ era di prosperità e abbondanza per l’ intero genere umano.». Si tratta di un fenomeno molto diffuso ancora oggi, e che vede tra i suoi sostenitori anche il popolare ex conduttore televisivo Marco Columbro: «Seguo le sue dichiarazioni da qualche tempo, e deduco che rientri proprio nel panorama del contattismo. In una lunga intervista del 2017 concessa a Giuseppe Cruciani e David Parenzo si è detto convinto che esistano milioni di razze aliene nell’ universo. Una di queste sarebbe molto vicina a noi per forma, i cosiddetti nordici, descritti come alti, biondi, molto filiformi e con gli occhi azzurri. Molti ufologi sostengono che questi alieni vivono già sulla Terra tra di noi da moltissimo tempo. Secondo Columbro, Papa Pio XII avrebbe avuto contatti con esseri di altri mondi, e il Presidente Eisenhower avrebbe invece incontrato un extraterrestre rimasto sulla Terra per un anno e mezzo.». Durante i suoi interventi, l’ apprezzato uomo televisivo aggiunge spesso che ci avrebbero chiesto di non utilizzare il nucleare e di non distruggere il nostro pianeta: «Non li chiama alieni ma fratelli cosmici, li reputa assolutamente innocui e portatori di messaggi d’ amore. Sostiene di aver studiato gli alieni per anni e di essere convinto che anche Gesù fosse un extraterrestre, e che anche Papa Francesco l’ avrebbe ammesso.».

Ma lo scrittore è ben più prudente: «Fare ipotesi e sviluppare pensieri alternativi è importante e utile, rappresenta un buon esercizio mentale capace di tenere vivo il nostro giudizio personale, ma una qualsivoglia argomentazione deve sempre basarsi su elementi precisi a proprio sostegno.».

Copertina di «Fantasma del passato»;


Se da una parte è convinto che la vita intelligente nello spazio sia ragionevole, dall’ altra Giacomo ragiona spesso e volentieri sulle reazioni ad un primo contatto aperto tra umani e alieni: «Sarebbe un avvenimento epocale, l’ umanità non rimarrebbe più la stessa. Con la loro stessa apparizione, gli alieni metterebbero alla prova il nostro senso di priorità nell’ universo. Partiamo da Copernico, che ha messo il Sole al centro dell’ universo conosciuto al posto della Terra, e arriviamo all’ evoluzione darwiniana per scoprire che siamo solo una fra le tante forme di vita su questa Terra. Ora verremmo ad avere la conferma che non siamo speciali neanche in tutto lo spazio, perché ci sono altre civiltà intelligenti. Sarebbe una vera rivoluzione, forse la più importante di tutte.». Ecco perché, spiega, alcuni ricercatori della NASA statunitense hanno pubblicato un articolo su Nature che propone linee guida su come raccontare al mondo una scoperta così importante, e in cui si afferma che la nostra generazione potrebbe essere quella che scoprirà prove di vita al di fuori della Terra: «Questo probabile privilegio ci pone di fronte anche ad alcune responsabilità, perché spesso dobbiamo fare i conti con un’ idea sbagliata che la gente ha a proposito di ciò che è alieno, ossia che la scoperta della vita extraterrestre sia una certezza acquisita al cento percento e che in caso contrario sarebbe una bufala. In altre parole ci si aspetta che nel momento in cui si dirà che abbiamo scoperto la vita extraterrestre l’ affermazione sarà così sicura che non si potrà tornare indietro.».

In realtà è quasi certo che le prove non arriveranno con l’ evidenza degli omini verdi che atterrano sulla Terra, ma che la vita extraterrestre si rivelerà solo per fasi successive e prolungate. La NASA sottolinea che questo concetto dovrebbe essere ben spiegato alla gente: «E’ improbabile che un giorno si arriverà ad annunciare in modo categorico la scoperta degli alieni, è più verosimile che si tratterà di uno sforzo progressivo, che rifletterà il modo di procedere della scienza. Questo è indispensabile soprattutto nel caso di falsi allarmi, in cui sarà necessario fare anche marcia indietro. Richiederà il coinvolgimento di scienziati ed esperti di comunicazione che si confronteranno tra loro innanzi tutto per stabilire quali sono le prove oggettive che consentiranno di affermare che si è davvero davanti a forme di vita aliena e, in secondo luogo, per determinare quale sia il modo migliore per comunicare queste prove. Tutto questo, si legge nello studio, dovrebbe essere fatto adesso, prima che venga rilevata la vita extraterrestre, per evitare di affannarsi quando sarà il momento.».

La parte più impegnativa e difficile, quella da affrontare con maggiore riguardo, sarebbe quindi l’ annuncio al mondo, in modo tale da gestirne opportunamente le reazioni della gente, e non la scoperta di per sé: «Alcuni psicologi affermano che la scoperta di vita aliena non ci manderebbe nel panico, ma ne saremmo entusiasti. Nella fantascienza, e io lo so bene (risata), spesso gli alieni sono raffigurati in maniera stereotipata, con un aspetto sgradevole e un animo malvagio, mossi dall’ intento di dominare la Terra, e chissà poi perché data la presenza di infiniti mondi possibili nella Galassia (risata)! Eppure, pare che l’ eventuale scoperta di una civiltà aliena sarebbe accolta bene dall’ umanità: è il risultato di ben tre studi della squadra di psicologi dell’ Università dell’ Arizona, benché sia bene valutarlo con cura dato che due di essi presentavano gli alieni come forma di vita batterica e non come civiltà intelligente.». Gli psicologi hanno utilizzato un programma che riconosce le parole legate a sentimenti negativi, come paura e ansia, da quelli positivi di felicità ed entusiasmo. Nel primo studio sono stati presi in esame i testi di quindici pubblicazioni scientifiche riguardanti la possibile scoperta di microbi alieni su Marte, la possibile megastruttura aliena attorno alla stella di Tabby e l’ ancor più recente scoperta di nuovi esopianeti abitabili. In totale, il numero delle parole positive è risultato tre volte superiore a quello delle parole negative. Nel secondo studio, cinquecento volontari hanno scritto un tema sull’ ipotetica scoperta di microrganismi alieni e su come sarebbe stata accolta la notizia, descrivendo sia la reazione personale che collettiva. Anche qui i sentimenti positivi sono stati la maggioranza, con cinque parole di entusiasmo per ogni parola di timore. Anche il terzo e ultimo studio è stato condotto sui testi di cinquecento volontari, ma questa volta i partecipanti sono stati divisi in due gruppi ed entrambi hanno dovuto commentare un diverso articolo del New York Times. Il primo articolo parlava dell’ evidenza di antichi microrganismi su Marte, il secondo raccontava il successo di alcuni scienziati nel creare la vita in laboratorio. Nel primo caso le parole positive hanno superato di dieci volte quelle negative, una risposta molto più ottimista rispetto a quella del secondo articolo, dove la percentuale di sentimenti negativi ha avuto un peso maggiore. E il parere comune è positivo, le ipotesi scientifiche e quelle economiche danno un avvertimento: secondo le conclusioni della teoria del Grande Filtro infatti, più è facile per la vita nascere ed evolversi fino al nostro livello, più sono scarse le nostre possibilità di sopravvivenza ed evoluzione in una superciviltà planetaria. Per questa teoria, trovare microbi su Marte significherebbe che la nostra specie è pertanto al capolinea.


Chiediamo a Giacomo che cosa farebbe se un giorno avvistasse un UFO e venisse trasportato a bordo di un disco volante, trovandosi di fronte a uno o più alieni. Ci pensa un po’, con attenzione, e tra il serio e il faceto risponde:

«Penso che cercherei il modo più educato di salutarli e avviare una conversazione, poi farei loro mille domande: vorrei sapere veramente tutto di loro, dalla provenienza ai principi che scientifici che hanno reso possibile la loro tecnologia astronavale, e come abbiano accumulato la loro conoscenza dello spazio, e in quanto tempo. Sarei veramente curioso, ai limiti della scortesia (risata)! Poi chiederei loro di portarmi in giro per la Galassia, vorrei davvero vedere cosa c’ è sui mondi abitati di loro conoscenza e magari fare qualche escursione in qualche area ancora inesplorata. Tornerei sulla Terra chissà quando, e con un bel po’ di fotografie e ricordini (risata)!».

venerdì 2 giugno 2023

Il 2 giugno secondo Giacomo Ramella Pralungo


Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e di articoli di argomento storico, culturale e scientifico, in quanto italiano rispetta il valore sociale del 2 giugno, Festa della Repubblica italiana, ma come monarchico legato al ramo dei Duchi d’ Aosta di Casa Savoia, l’ ex famiglia reale, nutre serie incertezze su quanto accadde in occasione del celebre referendum del 2 e 3 giugno 1946 in termini più storici e istituzionali.

Oggi affida il proprio pensiero ad una pubblicazione appositamente preparata.


In questo giorno, la Repubblica italiana compie settantasette anni. Negli ultimi quasi otto decenni trascorsi dal referendum del 1946, il Belpaese si è affacciato sulla scena internazionale guadagnando un certo peso, benché recentemente sia apparso piuttosto scricchiolante, tra crisi economica e istituzionale. La politica in particolare ci ha svelato i suoi scheletri ben nascosti nell’ armadio, uno dopo l’ altro, tra scandali, processi, raccomandazioni, corruzione, trattative con il crimine organizzato, brogli elettorali e, purtroppo, molto altro ancora. Nulla di cui stupirsi, se consideriamo che lo stesso referendum che oggi noi ricordiamo fu scandito da vicende tanto discutibili e opportunamente occultate sul nascere perché soprattutto in quei giorni era troppo pericoloso e imbarazzante parlarne apertamente. Ora, però, a tre generazioni circa di distanza, si direbbe che i tempi siano sufficientemente maturi per discuterne come si conviene e fare determinate ammissioni, come il fatto che questa Repubblica nacque con il piede sbagliato divenendo con il tempo uno Stato di fatto ma non di diritto.

Re Umberto II al voto referendario;


Quella relativa al voto è una forma di libertà unica nel suo genere per importanza, ed è grazie ad esso che la democrazia può sperare di sopravvivere al meglio: ognuno di noi può e deve esprimere una preferenza affinché il sistema imbocchi la direzione migliore nell’ interesse generale, senza esclusivismi. Una votazione ha quindi bisogno di svolgersi in un ambiente sereno e spontaneo, libero da interferenze e pressioni, e già queste considerazioni a mio parere pongono seri dubbi sulla validità di un plebiscito avvenuto in un Paese che soltanto l’ anno prima era uscito pesantemente sconfitto da una guerra disastrosa e che continuava ad essere occupato da ben tre potenze vincitrici, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, ognuna delle quali aveva tutto l’ interesse a pilotarne i risultati al fine di infiltrarsi meglio nella politica locale ed influenzarla a proprio vantaggio.

Il referendum del 2 e 3 giugno 1946 era stato previsto già due anni prima, con il decreto luogotenenziale 151 del 25 giugno 1944, una volta che la guerra sarebbe stata conclusa. Sua Altezza Reale il Principe Umberto di Piemonte, Luogotenente del Regno dal 5 giugno 1944, decretò che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata scelta tramite un referendum da indirsi contemporaneamente all’ elezione dell’ Assemblea costituente. Gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia o Repubblica, e per la prima volta avrebbero votato anche le donne. L’ affluenza popolare fu molto elevata, dai dati ufficiali si registrò infatti una partecipazione pari all’ 89.1% degli aventi diritto. La prima anomalia pratica di tale consultazione, però, fu che non poterono recarsi a votare coloro che si trovavano ancora al di fuori dei confini nazionali, come i prigionieri di guerra non rimpatriati, i residenti nelle colonie, gli abitanti di Trieste, Gorizia, provincia di Bolzano, trecentomila profughi in Venezia-Giulia e Dalmazia, i tanti sprovvisti degli adeguati certificati elettorali: le autorità fecero sapere che questi italiani, quasi tre milioni in tutto, avrebbero votato in seguito, ma alla fine così non fu!

Una volta terminate le operazioni di voto, le schede furono trasferite nella Sala della Lupa a Montecitorio, ove, in presenza della Corte di Cassazione, degli ufficiali britannici e statunitensi e della stampa, iniziarono le operazioni di spoglio. Il 4 giugno i Carabinieri comunicarono a Papa Pio XII che la Corona era in vantaggio, e il giorno successivo il Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi annunciò a Umberto, nel frattempo divenuto Re a seguito dell’ abdicazione del padre Vittorio Emanuele III, che il popolo si era espresso a favore della forma monarchica: a conferma di ciò giunsero a Roma i rapporti dell’ Arma provenienti dai seggi che confermavano la vittoria della Monarchia.

Re Vittorio Emanuele III al fronte nella Grande Guerra;


Tuttavia, nella notte tra il 5 e il 6 giugno i risultati si capovolsero con l’ immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza, tanto che analisi statistiche successive evidenziarono quanto il numero delle schede considerate valide fosse di gran lunga superiore a quello dei possibili elettori. Ebbe luogo pertanto uno scontro senza esclusione di colpi tra i servizi segreti statunitensi, favorevoli alla Repubblica, e quelli britannici, orientati verso la Monarchia, mentre le truppe del Maresciallo Tito di Jugoslavia si dichiararono pronte a varcare il confine nel caso in cui la forma repubblicana, ovviamente a maggioranza comunista, non avesse prevalso. Contemporaneamente, furono avviati migliaia di ricorsi per chiedere un conteggio più attento delle schede elettorali, ma il 10 giugno la Corte di Cassazione proclamò i risultati: 12.672.767 voti per la Repubblica e 10.688.905 in favore della Monarchia. Il verbale concludeva precisando che la stessa Cassazione avrebbe reso in altra sede il parere sulle contestazioni e i reclami presentati presso gli uffici delle varie circoscrizioni, nonché circa l’ esito definitivo del voto. Alla notizia che la Repubblica aveva prevalso, in molte città del Meridione, ove la Monarchia aveva raggiunto un risultato notevole, scoppiarono proteste e tafferugli: celebre per drammaticità fu l’ episodio ricordato come la strage di via Medina, avvenuto l’ 11 giugno a Napoli, quando un corteo cercò di assaltare la sede del PCI in cui si esponeva oltre alla bandiera rossa con falce e martello anche un Tricolore privo dello stemma sabaudo, venendo bloccato dalla polizia che rispose aprendo il fuoco uccidendo nove manifestanti e ferendone un centinaio. Tra i giovani comunisti vi era anche Giorgio Napolitano. Io penso che questo particolare dramma debba rappresentare una lezione di prudenza e saggezza da tenere laddove il clima è particolarmente caldo.


Contrariato al pensiero dei numerosi indizi di brogli e deluso dal fatto che non era stato rispettato il decreto luogotenenziale del 1944 nella parte in cui recitava che la forma istituzionale vincitrice avrebbe dovuto aggiudicarsi il voto della «maggioranza degli elettori votanti», in quanto la Cassazione nel conteggiare il totale non aveva preso in considerazione le schede nulle e quindi vi era la possibilità che nessuna delle due alternative avesse raggiunto la metà più uno dei voti, Sua Maestà Umberto preferì prendere atto del risultato e lasciare l’ Italia alla volta del Portogallo, evitando così che le proteste già in atto in un Paese spaccato in due sfociassero nella guerra civile. Altro che i politici repubblicani di oggi, proverbialmente legati alla propria poltrona con tutte le comodità e privilegi che ne derivano!

L’ ultima parola sull’ esito della consultazione sarebbe spettata alla Cassazione che, il 18 giugno, con il voto di dodici magistrati contro sette, stabilì che per «maggioranza degli elettori votanti» si dovesse intendere la prevalenza dei soli voti validi. Inoltre, dopo aver respinto tutti i ricorsi, pronunciò l’ esito definitivo della votazione, in favore della Repubblica. Nei mesi seguenti, in diverse zone d’ Italia vennero ritrovati sacchi contenti schede elettorali votate e prive di elementi invalidanti, ma ormai la questione concernente il referendum era chiusa. Con il pronunciamento della Suprema corte ogni voce dissidente tacque e la forma repubblicana non fu mai più messa in discussione. Tutto ciò è solo una parte di ciò che venne riferito da alcuni protagonisti dell’ epoca nel corso dei decenni. Negli anni successivi al 1946 furono raccolte altre dichiarazioni, come quella del gesuita Giuseppe Brunetta che narrò come nelle cantine del Quirinale egli stesso aveva visto casse contenti schede mai aperte, ma il loro peso non può essere che storico dal momento che politicamente non si può più tornare indietro.


Forse non sapremo mai che cosa accadde davvero in quei giorni così drammatici, che molto peso ebbero nella storia del Paese, ma di certo si può constatare quanto l’ Italia si divise, e con dolore, tra un Settentrione repubblicano e un Meridione monarchico, con un popolo che rimase unito soltanto nel desiderio di partecipare in massa per determinare il proprio destino, ambizione che a quasi ottant’ anni sembra purtroppo essersi spenta come una candela.

Peggio ancora, pare evidente l’ insincerità di una Repubblica che, dopo essere nata in un contesto dubbio e violento, per quanto si vanti di aver rotto i ponti con il Fascismo, negli anni volle al proprio servizio svariati ex funzionari fascisti, camicie nere e altre figure inquietanti che, benché accusate da Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia e dagli angloamericani per crimini di guerra, mai furono processate in Italia o epurate, estradate all’ estero o giudicate dai tribunali internazionali: piuttosto, tutti loro furono reinseriti negli apparati dello Stato democratico con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri. Tra coloro che non si macchiarono di colpe ma che parteciparono al governo fascista e ne condivisero le idee vi furono ad esempio Giovanni Gronchi, sottosegretario al Ministero dell’ Industria nel primo governo Mussolini e poi terzo Presidente della Repubblica; Giuseppe Pella, Vice Podestà della città di Biella e poi secondo Presidente del Consiglio dei ministri e più volte ministro; Amintore Fanfani, che si espresse favorevolmente per il Manifesto della razza e le leggi razziali del 1938, poi padre costituente e Presidente del Consiglio dei Ministri; Aldo Moro, in gioventù di aperte simpatie fasciste avendo aderito ai Gruppi universitari fascisti, favorevole al sostegno italiano alla guerra civile spagnola e all’ intervento nel 1940 a fianco della Germania vedendo nel Fascismo il miglior sistema politico atto a garantire tale integrazione politica, civile e morale, ovvero cristiana, e poi a sua volta Presidente del Consiglio; Giovanni Spadolini, dalle giovanili simpatie per il Fascismo repubblichino fino al 1944, quando lamentò che avesse perso «a poco a poco la sua agilità e il suo dinamismo rivoluzionario, proprio mentre riaffioravano i rimasugli della massoneria, i rottami del liberalismo, i detriti del giudaismo», primo Presidente del Consiglio dei ministri non democristiano. Notevole fu poi il caso di Giuseppe Pièche, uomo di fiducia di Mussolini e poi di Mario Scelba, Presidente del Consiglio negli anni Cinquanta. E poi accusiamo la Monarchia di complicità con il Fascismo, in nome della democrazia tipicamente repubblicana! Altri personaggi cupi che nella neonata Repubblica divennero assai influenti venivano dall’ ala dura dei partigiani, come i comunisti Palmiro Togliatti e Pietro Secchia, di aperte simpatie sovietiche, e Francesco Moranino, capo partigiano responsabile di svariati delitti ed eccidi, prima tra tutte la strage della missione Strassera. Molti di loro si erano comportati come terroristi, avevano compiuto inaccettabili abusi ed eccessi in nome dell’ ideologia rossa, arrivando anche ad uccidere compagni d’ armi di differente orientamento politico, trovando poi protezione in svariati Paesi comunisti, come la Cecoslovacchia o la stessa Unione Sovietica. Tutte cose su cui grandi gruppi quali l’ Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia tendono opportunamente a tacere in occasione del 25 aprile…

Giacomo con il Duca Aimone di Savoia;


Il 1 gennaio 1948 venne infine approvata nella Costituzione repubblicana la XIII disposizione transitoria, abrogata dopo ben cinquantaquattro anni nell’ ottobre 2002: «I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli.». Una simile norma ha rappresentato una vera e propria violazione delle regole democratiche del referendum, nel tentativo di salvaguardare la Repubblica dal pericolo di un ritorno alla Monarchia, tacciata di aver permesso la soppressione della democrazia prima, e l’ entrata in guerra poi. Quanto all’ esilio dei Savoia, peraltro, da qualche anno io faccio sempre notare che la vedova e i quattro figli di Mussolini vennero tranquillamente lasciati vivere in Italia, senza che nessuno mai pensasse di rivalersi su di loro espropriandoli dei beni e obbligandoli a lasciare il Paese come punizione per le colpe del famigliare defunto: ecco l’ ennesimo esempio dei due pesi e delle due misure tipiche dell’ ipocrisia della mentalità italiana!


Sotto un aspetto storico, le attuali generazioni di italiani non hanno idea che la Monarchia subì il Fascismo, che parimenti cercò di moderare, con il Re che contò sempre sulla lealtà delle forze armate, della burocrazia statale, della magistratura e della diplomazia benché il Fascismo potesse vantare una certa simpatia ad ogni livello della società, soprattutto tra la borghesia e la nobiltà che avversavano il Comunismo. All’ indomani della marcia su Roma del 28 ottobre 1922, Benito Mussolini ricevette come Presidente del Consiglio incaricato ben trecentosei voti di fiducia in Parlamento: quelli contrari furono solo centododici, e i deputati fascisti appena trentacinque. Il Duce salì al potere con una combinazione tra uso della forza, esibita e minacciata con la mobilitazione teatrale degli squadristi, e rispetto formale della legge: per assurdo, la Repubblica ha sempre dato tutta la colpa al Re, omettendo il fatto che i partiti democratici del tempo, dai popolari ai liberali, votarono tutti la fiducia al Fascismo. Ventun anni dopo, il 25 luglio 1943, nel pieno rispetto della via costituzionale Vittorio Emanuele III sostituì Mussolini e pose fine alla dittatura grazie al voto di sfiducia del Gran Consiglio del Fascismo, massimo organo del Partito Nazionale Fascista divenuto negli anni il supremo organo costituzionale del Regno d’ Italia, quando invece in Germania Adolf Hitler era capo sia dello Stato e che del Governo, ragion per cui nessuno riuscì a liquidarlo e la Germania, che era una Repubblica dal 9 novembre 1918, finì distrutta e divisa…

Le leggi razziali fasciste furono una vergogna di cui tutto il sistema italiano fu responsabile, ma occorre ricordare che Vittorio Emanuele, legato al suo ruolo di sovrano costituzionale, le firmò nel 1938 in quanto già vagliate dai competenti organi dello Stato secondo l’ iter tipico di un sistema parlamentare. Lui non era neppure razzista e men che meno antisemita, tanto che il medico di corte, il dottor Stukjold, era ebreo, come il ginecologo professor Valerio Artom, medico curante di Sua Altezza Reale la Principessa Maria José, moglie di Umberto, che il Sovrano nominò barone di Sant’ Agnese nel 1927 e che aiutò a espatriare in Svizzera. Vanto di Casa Savoia era stato, quasi un secolo addietro, la concessione per mezzo dello Statuto Albertino dei diritti civili e politici ai cittadini del Regno, compresi quelli di religione e discendenza ebraica. Per tali ragioni Vittorio Emanuele non perse l’ occasione per far presente a Mussolini il proprio dissenso, pur tenuto dallo Statuto alla firma di quei provvedimenti scellerati e constatando con frustrazione di avere poche possibilità di opporsi efficacemente, anche tenendo conto del fatto che in quel momento storico il dittatore era all’ apice della sua popolarità, adorato dalle masse e tenuto in gran conto all’ estero, e indicato quale «uomo della Provvidenza» dal Papa. Sulla contrarietà del Re si espresse anche il Conte Galeazzo Ciano nei propri Diari privati il 28 novembre 1938: «Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova un’ infinita pietà per gli ebrei [...] Il Duce ha detto che in Italia vi sono 20000 persone con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei. Il Re ha detto che è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della 4 divisione alpina. Il Duce era molto violento nelle espressioni contro la Monarchia. Medita sempre più il cambiamento di sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni.».

In seguito, il 9 settembre 1943, dopo l’ accettazione dell’ Armistizio di Cassibile, dopo un’ iniziale esitazione il Sovrano fu convinto da Pietro Badoglio, nuovo Presidente del Consiglio succeduto al deposto Mussolini, circa la necessità di non cadere nelle mani tedesche e di abbandonare Roma per garantire la sopravvivenza delle istituzioni dello Stato in un luogo sicuro. Si narra che in un primo momento abbia risposto al capo di Governo: «Sono vecchio, anche se mi prendono cosa volete che mi facciano?». Badoglio, in seguito, scrisse: «Ora, se il Governo fosse rimasto a Roma, la sua cattura sarebbe stata inevitabile e i tedeschi si sarebbero affrettati a sostituirlo con un Governo fascista ed avrebbero subito provveduto ad annullare l’ armistizio. Bisognava ad ogni costo evitare questa disastrosa eventualità che avrebbe significato la completa rovina dell’ Italia.». Il Re, la Corte e il Governo si stabilirono a Brindisi: in Italia, dunque, e non all’ estero come tanti altri capi di Stato, ove il Monarca ricevette il riconoscimento internazionale e rappresentò lo Stato legittimo. Roma non poteva essere difesa con i suoi due milioni di abitanti, la presenza del Papa, tante opere d’ arte e monumenti storici. Sarebbe stata certamente una carneficina, e i nazisti, come successivamente dimostrato dalla strage delle Fosse Ardeatine, non avevano il pregio di porsi troppi scrupoli. La «fuga» del Re fu quindi un ritocco della propaganda nazista prima, e di quella antimonarchica poi: quello del Duce verso la Svizzera fu invece un effettivo fuggifuggi, e dall’ esito notoriamente drammatico e tuttora discusso poiché su di esso aleggia il sospetto di un ordine di eliminazione fisica impartito da Sir Winston Churchill al fine di celare adeguatamente i dettagli di una presunta corrispondenza precedentemente intrattenuta con il dittatore ormai caduto in disgrazia…

Giacomo con il suo Tricolore;


Che cos’ è quindi per me il 2 giugno?

Con una certa amarezza mi vedo costretto a rispondere di considerarlo uno dei più grandi fallimenti della storia italiana, da cui è scaturito un assetto istituzionale che ha mancato tutti gli obiettivi che si era posto, primo fra tutti quello di dare sovranità al popolo e rispettabilità alla nazione. Non v’ è infatti peggiore inganno del credersi sovrani ma di essere asserviti e vedere il proprio Paese in mano ad una conventicola di grotteschi cialtroni, dai vari Renzi e i Grillo, ai Di Maio e i Salvini, e così via discorrendo in un lungo elenco. Il diritto di voto è uno dei più importanti con cui la cittadinanza esercita quello di espressione, poiché per mezzo di esso si contribuisce alla conduzione della vita della Patria d’ appartenenza. Consente la sopravvivenza e la buona salute della democrazia, ma perché ciò avvenga non vi devono essere intimidazioni o pressioni di alcun tipo. Deve essere spontaneo, e consapevole. In un contesto come quello a cui si assistette nel 1946 non è possibile assicurare un esito veritiero e civile. Io che svolgo un mestiere, quello di autore, in cui l’ espressione è fondamentale, per quanto sia solamente l’ ultimo passaggio dato che è necessario innanzitutto individuare un argomento degno di interesse, sento molto l’ esigenza di una libera espressione, sia essa con la parola scritta o magari crociando una preferenza piuttosto che un’ altra sulla scheda elettorale. Se le elezioni non sono libere ma soggette a pressioni di qualsivoglia natura e provenienza, allora mi vedo costretto ad affermare che troverei più onesto vivere in una dittatura che ammette di essere tale piuttosto che in una democrazia fasulla ove il consenso popolare viene manipolato con la propaganda e con gli imbrogli di elezioni dall’ esito opportunamente indirizzato al fine di preservare l’ ordine costituito a beneficio di pochi oligarchi. A questo proposito faccio sempre l’ esempio delle contraddizioni della nostra attuale Costituzione, il cui Articolo 139 recita: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.». Dopo quasi ottant’ anni molto di ciò che la carta costituzionale afferma dal 1948 può e dovrebbe essere adeguato ai tempi attualmente in corso, magari sbloccandone la rigidità che in un primo momento poteva essere comprensibile nella necessità di assicurare il consolidamento dello Stato in quegli anni turbolenti, e comunque questo particolare concetto di per sé contraddice l’ Articolo 1: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.».

La Monarchia, malgrado la campagna di criminalizzazione scatenata contro di essa e la sconfitta militare, non si macchiò di colpe o crimini, e secondo gli stessi dati ufficiali al referendum raccolse quasi la metà dei voti del popolo italiano: un risultato certamente non da poco, anzi. Oggi si celebra il capolinea dell’ immagine pubblica del Belpaese, e mai come in queste ore sento il bisogno di esibire il mio amatissimo Tricolore!


Giacomo Ramella Pralungo

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman; Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e ...