martedì 26 settembre 2017

Il Ghana contro il Mahatma Gandhi


Giacomo Ramella Pralungo è da lungo tempo un ammiratore del Mahatma Gandhi, il celebre filosofo e politico indiano la cui azione di disobbedienza civile e lotta nonviolenta nel 1947 portò l’ India all’ indipendenza dall’ Impero britannico. Di recente, la direzione dell’ Università del Ghana, ove si trovava un monumento dedicato a Gandhi, ha provveduto alla sua rimozione per motivi di razzismo, e lo scrittore desidera rendere nota la sua posizione in proposito, esprimendo la sua opposizione a tale decisione e riflettendo sulle opinioni esposte dal Mahatma durante il suo ventennale soggiorno in Sudafrica, punto di partenza di un certo fraintendimento.

Il 17 luglio 1821, leggendo la Gazzetta di Milano nel giardino della sua villa di Brusuglio, Alessandro Manzoni seppe della morte in esilio di Napoleone Bonaparte, avvenuta il precedente 5 maggio. Ad appena quindici anni di età il celebre autore italiano aveva incontrato l’ inarrestabile condottiero francese al Teatro alla Scala di Milano, rimanendone favorevolmente impressionato pur non esprimendo mai alcun giudizio su di lui, contrariamente ad altri poeti del tempo, e in tre giorni, colto da un certo turbamento, scrisse un’ ode che ebbe una vastissima eco, «Il cinque maggio», tuttora riconosciuta come una delle sue opere assolutamente più famose e apprezzate, in cui incluse un verso semplice e diretto che esprime un immenso significato, su cui spesso non ragioniamo a sufficienza: «Ai posteri l’ ardua sentenza.».
Come studioso di storia credo proprio di poter affermare che non è facile comprendere e valutare appieno un personaggio oppure un evento storico, soprattutto nell’ immediato: occorre infatti prendere tempo per analizzare in modo degnamente imparziale il contesto storico in cui il personaggio visse e agì, mentre per gli eventi bisogna sempre considerare le cause, oltre che le conseguenze. Personaggi come Giulio Cesare, Napoleone e Benito Mussolini ed eventi quali la caduta della Repubblica romana in favore dell’ Impero, l’ avvento dell’ assolutismo illuminato e del Fascismo italiano sono tuttora eventi ampi e di vasta portata su cui si discute moltissimo.
Gandhi al 10 Dowing Street, 1931;

Ebbene, recentemente perfino un personaggio unanimemente conosciuto e rispettato come il Mahatma Gandhi, uno dei miei personaggi storici preferiti, è stato al centro di ricerche e valutazioni da cui è iniziato un animato dibattito che, peraltro, ha portato alla rimozione di una statua a lui dedicata dalla sede di Accra, la città in cui risiedo, dell’ Università del Ghana.
Nell’ ottobre 2015, due professori universitari sudafricani, Ashwin Desai e Goolam H. Vahed, pubblicarono «The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire», un libro che a quasi settant’ anni dalla morte del Mahatma fece immediatamente molto discutere, dal momento che ne capovolse l’ immagine accusandolo di razzismo nei confronti della popolazione nera. Il testo ripercorre i ventun anni che Gandhi trascorse in Sudafrica dal 1893 al 1914, dapprima come avvocato e poi come attivista, entrando in contatto con l’ apartheid, il pregiudizio razziale e le condizioni di quasi schiavitù nelle quali vivevano i suoi centocinquantamila connazionali, dando inizio alla militanza per i diritti civili e alla satyāgraha, elementi fondamentali della sua futura lotta per l’ indipendenza dell’ India: consultando gli archivi e leggendo i testi che lo stesso Gandhi scrisse durante il lungo soggiorno sudafricano, i due insegnanti rinvennero stupefacenti elementi in base ai quali il Mahatma giudicava i neri «selvaggi e primitivi», «dediti a una vita indolente e nuda», conducendo pertanto un’ ostinata campagna atta a convincere l’ amministrazione britannica che la comunità indiana era intrinsecamente superiore a loro.

L’ immagine ammirata e addirittura riverita di Gandhi, che proprio in Sudafrica iniziò l’ opera per cui rimase segnato nella storia, ne soffrì ampiamente, al punto che persino la scrittrice indiana Arundhati Roy ammise che dopo la pubblicazione di questa nuova biografia nessuno avrebbe potuto pensare come prima a questo grande uomo.
Secondo le pagine di «The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire», come già anticipato dal Washington Post nella sua recensione, appena giunto in Sudafrica, Gandhi avviò una tenace battaglia sugli ingressi separati per bianchi e neri all’ ufficio postale di Durban, dal momento che non trovava giusto che gli indiani rientrassero nella stessa categoria dei nativi sudafricani, che chiamava «cafri», e domandò un ingresso separato per gli indiani: «Ci feriva moltissimo questa mancanza di rispetto, e chiedemmo alle autorità di eliminare quell’ odiosa distinzione, e ora ci hanno dato tre ingressi per i neri, gli asiatici e gli europei.». In una lettera aperta al parlamento di Natal, nel 1893, peraltro, scrisse: «Ho avuto l’ ardire di sottolineare che sia gli inglesi che gli indiani provengono dalla stessa stirpe, chiamata indoariana. Una credenza generale sembra prevalere nella Colonia secondo la quale gli indiani sono un soltanto un po’ meglio, o addirittura uguali, ai selvaggi e cioè ai nativi dell’ Africa. I bambini crescono con questo pensiero, e il risultato è che gli indiani sono trascinati in basso nella stessa posizione dei primitivi cafri.».
In una petizione del 1895, il futuro Mahatma espresse peraltro la preoccupazione che un minore riconoscimento giuridico per gli indiani avrebbe avuto come risultato una degenerazione così forte che dalle loro abitudini civilizzate sarebbero stati degradati alle abitudini dei nativi, e nello spazio di una generazione ci sarebbe stata poca differenza nei costumi, nelle abitudini e nel modo di pensare tra la discendenza indiana e quella locale, mentre durante un discorso a Mumbai, nel 1896, disse che gli europei di Natal volevano degradare gli indiani al livello dei primitivi la cui unica occupazione era la caccia, e la cui unica ambizione era possedere un certo numero di mucche per comperarci una moglie e poi passare il resto della vita nell’ indolenza e nella nudità.
Nel giugno 2016, alcuni mesi dopo la pubblicazione di «The South African Gandhi: Stretcher-Bearer of Empire», all’ Università del Ghana di Accra venne inaugurata una statua in onore di Gandhi in occasione della visita del  Presidente della Repubblica Indiana, Pranab Mukherjee, iniziativa che sollevò l’ opposizione di vari professori e studenti, secondo cui la presenza della statua rappresentava «uno schiaffo a causa dell’ identità razzista di Gandhi». Venne pertanto lanciata una petizione in rete per chiederne l’ abbattimento, ed essa raccolse migliaia di adesioni in appena poche ore: attualmente il monumento non è più al suo posto.
Il monumento all’ Università del Ghana;

So per esperienza diretta che quando ci si occupa di personaggi e avvenimenti storici è molto frequente fare i conti con l’ ottica dei cronisti che ci trasmettono le informazioni: essi influiscono sulla sostanza delle informazioni che riceviamo, tanto che nella maggior parte dei casi le fonti storiche sono state ormai ridotte a qualcosa di nocivo, proprio come quegli articoli di giornale riguardanti avvenimenti politici e sociali che riferiscono una sola notizia secondo i punti di vista più diversi e contrastanti tra loro, impedendoci di comprendere la verità dell’ avvenimento stesso. Perché la verità si trova sempre e soltanto nei fatti, mai nelle opinioni personali. Comunque sia è un fatto risaputo: la storia viene opportunamente trasformata in leggenda, e la leggenda in mito, quindi le convinzioni e i punti di vista finiscono per diventare più potenti della stessa verità a cui tutti dovremmo sforzarci di attenerci.
Nel caso particolare del Mahatma Gandhi e della sua posizione nei riguardi della popolazione nera, se le fonti consultate dai professori Desai e Vahed venissero ritenute attendibili, come ritengo possibile, è mia intenzione sottolineare che bisognerebbe ricordare che in quel tempo il fenomeno del razzismo era fortemente sentito quasi ovunque nel mondo, e che si manifestava in modo specifico a seconda delle aree geografiche. Peraltro, all’ interno delle singole società era presente una vigorosa suddivisione sociale. Purtroppo è così anche oggi, sebbene avvenga in modo diverso perché viviamo un’ altra era. Tutti gli uomini e le donne vissuti in questo mondo hanno subìto l’ influenza della mentalità e della cultura vigenti nel proprio contesto: lo stesso Gandhi nacque a Porbandar, una cittadina sulle coste occidentali dell’ India, ove visse la sua giovinezza in una benestante e tradizionale famiglia induista della casta mercantile dei Bania. Eppure, in ogni tempo ci sono coloro che a seguito di determinate esperienze intuizioni si allontanano dalla visione dominante delle cose e tentano di andarvi oltre per consentire un’ evoluzione benefica al proprio ambiente, da lasciare in eredità alle generazioni future. Il Mahatma Gandhi era uno di questi uomini, infatti lottava con convinzione contro il millenario cappio delle caste indù, con un occhio di grande riguardo verso i paria, o dalit, ossia gli «oppressi» ritenuti impuri, nonché contro l’ usanza dei matrimoni infantili a cui lui stesso era stato obbligato e contro l’ odio che contrapponeva induisti e musulmani, nonché indiani e britannici, così come occorre ricordare che era venuto al mondo nella più importante colonia britannica, e che visse quattro anni a Londra per studiare giurisprudenza presso la University College, adattandosi alle abitudini britanniche, vestendosi e cercando di vivere come un vero signore locale nonostante l’ opposizione della sua casta per l’ impossibilità di rispettare i precetti induisti in Occidente, e da cui venne dichiarato fuoricasta, venendo poi riammesso nella casta al suo ritorno in Oriente con l’ aiuto del fratello.
Peraltro, occorre ricordare che quando giunse in Sudafrica per difendere una ditta indiana in una causa locale aveva appena ventiquattro anni: allora il giovane Gandhi non era ancora nessuno, e fu proprio il Sudafrica a trasformarlo gradualmente in una guida visionaria che poi sarebbe stata ricordata come Mahatma, la «Grande Anima». Dopo essere entrato profondamente in contatto con la cultura britannica durante il suo soggiorno londinese maturò una grandissima fiducia nella proclamazione pubblicata dalla regina Vittoria il 1 novembre 1858, che a seguito della ribellione del 1857 estendeva formalmente la sovranità britannica sull’ India e prometteva al suo popolo gli stessi privilegi e protezione di cui godevano tutte le altre popolazioni, peraltro nel desiderio che gli indiani venissero ammessi liberamente e con imparzialità agli uffici imperiali: con tale spirito, quando nel 1899 scoppiò la Seconda Guerra Boera,  Gandhi, membro del Natan Indian Congress, sospinse con onore e fierezza la comunità indiana a offrire i propri servigi alla Corona come «cittadini a pieno titolo dell’ Impero britannico, pronti a farsi carico dei loro obblighi e a meritarsi i diritti loro concessi». In un secondo momento, tuttavia, con l’ approvazione del Black Act nel 1906, con cui si costringeva la popolazione indiana che viveva nella provincia di Transvaal a registrarsi, Gandhi iniziò a tenere incontri e a incitare i compatrioti a bruciare i permessi che dovevano portare con sé, ritrovandosi in una prigione per cafri: in un certo modo comprendeva e accettava la discriminazione da parte dei bianchi, ma non di essere messo sullo stesso livello dei nativi africani, nella convinzione che si dovessero organizzare celle separate. Fu solo con l’ andare del tempo che il Mahatma dichiarò che il suo cuore era con gli zulu, spiegando che le crudeltà che aveva visto compiere contro di loro erano state il più grande punto di svolta della sua vita spirituale, esattamente ciò che lo aveva portato ad abbracciare, come strategia di resistenza, la nonviolenza.
Insomma, di fronte a questo lato oscuro della celebre guida indiana, finora rimasto inedito, ritengo che sia ragionevole dedurre che come normalissimo essere umano sia partito letteralmente dal nulla, come tutti noi, e che all’ inizio della sua esistenza abbia semplicemente avuto certi pregiudizi che, nel corso della sua esperienza decennale come persona, devoto religioso e guida sia politica che spirituale, vennero gradualmente superati da un ideale più universale. Dopo tutto, non è forse vero che l’ immensa e antica India è un insieme di popolazioni, lingue e religioni tra loro assai diverse? Se proprio si vogliono lanciare accuse di razzismo slegate dal contesto originario, io stesso potrei ricordare ai ghanesi, cristiani di grande fede, che nel Vangelo di Matteo e in quello di Marco si racconta che Gesù incontrò una donna cananea che lo supplicò di esorcizzare la figlioletta indemoniata, ma lui le rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele.». Solo dopo una certa discussione il Nazareno, rimasto colpito dalla fede con cui lei domandava il miracolo, concesse la guarigione della figlia, e detto questo mi si permetta di aggiungere che se oggi il Ghana può vantare davanti al mondo di essere un Paese indipendente dalla Gran Bretagna dal 6 marzo 1957, parte del merito va sicuramente attribuito al Mahatma Gandhi, che appena dieci anni prima con la sua azione in India aveva dato il via ad una reazione a catena che di fatto portò alla dissoluzione dell’ Impero britannico.


Giacomo Ramella Pralungo

giovedì 14 settembre 2017

«Percorsi di ascesa», la conclusione di una trilogia


Giacomo Ramella Pralungo mostra sorridendo il suo ultimo libro, «Percorsi di ascesa», edito su www.lulu.com in formato sia cartaceo che elettronico, la cui copertina, piuttosto suggestiva, si ispira ad un noto affresco di Michelangelo, la Creazione di Adamo: su di uno sfondo spoglio e celeste, una mano umana e una meccanica stanno per stringersi. Come lui stesso ci spiega: «Nel mondo ebraico, cristiano e musulmano l’ unione con Dio rappresenta per i mortali un’ elevazione verso qualcosa di puro e totale. Oggi, nell’ era della scienza e della tecnica, l’ unione tra uomo e tecnologia ha l’ intento di migliorare la vita, rendendola più comoda e superandone i problemi fondamentali. E’ un bell’ obiettivo, ma talvolta viene deviato da grandi malintesi che portano a intuizioni e invenzioni che lo stravolgono provocando degenerazioni estremamente pericolose.».

Con questo nuovo libro ha finalmente dato una conclusione alla trilogia di «Per i sentieri del tempo».

«Sì, finalmente. Non è stato molto semplice, perché fin dall’ inizio pensavo di fare qualcosa di diverso da quanto già affrontato nel corso dei due precedenti capitoli. Volevo che il terzo e ultimo rappresentasse uno stacco dalla consueta ambientazione, ma che ne rimanesse pur sempre conseguente. Reputavo necessario allontanarmi dalla lotta contro i Rete, che si era lungamente consumata tra viaggi nel tempo e realtà alternative, e dedicarmi a qualcosa di differente ma altrettanto importante: i legami diplomatici e culturali con Oxerin mi sono parsi un’ ottima novità da approfondire.».
Il formato cartaceo del libro;

«Percorsi di ascesa» è il seguito diretto di «Al confine della realtà», ma con Alexander Tralus morto e la vicenda che si ambienta una trentina di anni dopo il tentativo di invasione da parte dell’ Impero Terrestre rappresenta qualcosa di leggermente slegato, sicuramente più di quanto il secondo episodio fosse nei riguardi del primo.

«Certamente. Volevo assolutamente che Alexander Tralus morisse eroicamente per salvare la Terra, e pensavo che la mia trilogia non dovesse semplicemente affrontare la guerra tra lui e i Rete, quindi ho avuto l’ idea di farlo morire e di sconfiggere definitivamente gli avversari nel secondo libro, in modo tale che il figlio Benjamin potesse un giorno raccogliere la sua eredità e fungere da eroe salvatore in un diverso contesto. In ‘Al confine della realtà’ il padre promuove il primo viaggio nello spazio, a seguito del quale gli umani incontrano gli oxeriniani, di cui diventeranno alleati. La sua azione va a beneficio del popolo di Oxerin, rientra in pieno nel sogno di suo padre, quindi è vero, in questo libro l’ ambientazione è più slegata ma pur sempre connessa agli avvenimenti e al finale del capitolo precedente.».

Quanto di ciò che ha introdotto nei primi due libri è rimasto in quest’ ultimo, e quanto invece rappresenta l’ innovazione?

«Tra gli elementi fondamentali, comuni a tutti i romanzi della mia trilogia, direi di aver preservato con una certa attenzione lo spirito di ottimismo a proposito del futuro dell’ umanità, e non solo. Un tempo gli umani lottavano per sopravvivere ai penosi disastri provocati dalla guerra atomica tra la fine del XX e l’ inizio del XIX secolo, ma poi sono tornati a vivere liberamente nell’ ambiente ormai purificato del pianeta, segno che la vita procede trovando sempre una via di risanamento. Ora hanno la possibilità di viaggiare nello spazio, aprendosi a nuovi orizzonti così vasti da poterli comprendere a stento.
Per quanto riguarda l’ innovazione direi che una buona parte del libro riguarda la spiritualità e l’ ambientazione aliena. Ho voluto dare un certo risalto alle tematiche spirituali, pressoché assenti in ‘Per i sentieri del tempo’ e in ‘Al confine della realtà’, e ho colto l’ occasione per descrivere la civiltà oxeriniana direttamente sul campo.».

Per descrivere Oxerin si è molto ispirato al Tibet, sia come ambiente fisico che come civiltà.

«Esatto. Il Buddhismo tibetano è stato in assoluto la prima forma dell’ insegnamento del Buddha che ho incontrato, prima di concentrami sullo Zen giapponese. Ma il Tibet e la sua particolare scuola buddhista continuano tuttora ad affascinarmi, ecco perché ho pensato di modellare Oxerin sulle basi della geografia e della civiltà tibetane. Il Buddhismo tibetano deriva dalla fusione tra il Bön, l’ antica religione tibetana diffusa anche in certe zone del Nepal, legata allo sciamanesimo e all’ animismo, e il Buddhismo Vajrayāna, sorto a sua volta dal sincretismo tra le dottrine tantriche dell’ Induismo, fondate su credenze popolari sciamaniche, con il Buddhismo Mahāyāna, insieme di scuole dal contenuto filosofico e metafisico che lascia spazio al misticismo. L’ ambiente di Oxerin si rifà all’ ambiente montano del Tibet e a quello stepposo della Mongolia, altro Paese in cui è fortemente diffuso il Buddhismo dei lama, mentre la religione oxeriniana trae la sua ispirazione dalle antichissime dottrine Bön.».

Quali sono i principi su cui ha impostato la sua storia?

«Questa volta ho scelto di parlare di transumanesimo, una delle tematiche più note e variopinte della fantascienza da ormai molti anni. Fin dall’ inizio pensavo di approfondire il legame tra uomo e macchina, senza però perdermi in ovvietà e neppure ripetere inutilmente quanto già visto nella serie di ‘Terminator’ oppure con i Borg di ‘Star Trek: The Next Generation’, quindi il transumanesimo, celebre movimento culturale occidentale che sostiene l’ impiego delle scoperte scientifiche e tecnologiche per rinforzare le abilità fisiche e mentali umane, peraltro rimuovendo aspetti indesiderabili della condizione umana come malattia, invecchiamento e persino morte, mi è parso un ottimo punto di partenza. Il riferimento del titolo è relativo all’ opinione che l’ antagonista di questa vicenda ha nei riguardi del transumanesimo: un vero e proprio percorso di ascesa. L’ altro principio fondamentale della storia è, come abbiamo detto poco fa, la spiritualità: trovavo infatti interessante confrontare due entità così diverse tra loro eppure orientate allo stesso obiettivo, ossia il miglioramento dell’ individuo.
Io stesso ritengo che la scienza e la tecnologia abbiano portato vantaggi immensi nella nostra vita, e ne sono un convinto estimatore finché noi uomini e donne manterremo un ruolo centrale nella nostra stessa esistenza, senza diventarne dipendenti. Una particolare corrente transumanista, quella postumanista, sostiene che l’ informatica e le biotecnologie un giorno trasformeranno l’ uomo in qualcosa di diverso e infinitamente superiore sia fisicamente che mentalmente, rendendolo un vero e proprio essere postumano: io mi oppongo nettamente a questa visione, nella convinzione che per quanto sia giusto semplificarsi la vita con la scienza e la tecnica si debba pur sempre permettere alla natura di compiere il suo corso, senza stravolgerla. La natura ha infatti impiegato milioni di anni per renderci quello che siamo oggi, instaurando equilibri delicati e ben precisi: cambiare le carte in tavola da un giorno all’ altro non potrà che condurci a situazioni del tutto incontrollabili.».

Potrebbe raccontarci qualcosa sulla trama?

«Nel 2119 gli umani e gli oxeriniani hanno ormai solidi legami di amicizia, tanto che i rispettivi governi hanno predisposto una propria ambasciata sull’ altro mondo. In questo periodo, il maggiore Wulf Steinmann, importante ufficiale appartenente a una divisione segreta dei servizi segreti, estremamente potente ma anche spregiudicata e dalla dubbia moralità, rinviene nei sotterranei di Taly City, la capitale della Repubblica Planetaria Terrestre, un’ antica installazione ove Duncan Rete lasciò i prototipi di una nuova e potente tecnologia cibernetica. Otto anni dopo, nel 2127, i tentativi di attivare il secondo Ersdakom in Egitto provocano un disastro che scatena una scossa sismica in tutto il mondo. Benjamin Tralus, figlio di Alexander e ora sergente delle forze speciali dell’ esercito, perde la madre Kate durante una missione di salvataggio, e, sconvolto, abbandona tutto per andare in ritiro spirituale su Oxerin, sotto la guida di uno dei più rispettati maestri oxeriniani viventi. Durante una serie di meditazioni guidate ha una premonizione riguardante un disastro che sta per abbattersi molto presto su Oxerin, e non appena questa viene confermata come autentica dai presagi, dagli oracoli e dalle massime guide spirituali planetarie si mette in movimento per arrivare al responsabile, in modo da tale da prevenire la morte di milioni di innocenti. Frattanto, Steinmann, ora colonnello, scopre di soffrire di una malattia incurabile e comprende che la sua sola salvezza sta nella tecnologia cibernetica sperimentale di Duncan Rete scoperta otto anni prima.».

Ha detto che realizzare questa storia è stato difficile per lei. Come mai?

«Per molte ragioni. Tanto per cominciare, Alexander Tralus, protagonista dei primi due capitoli, era morto e quindi dovevo sostituirlo con un personaggio particolare. Fin da subito ho pensato a suo figlio, ma perché fosse in grado di compiere un’ impresa particolare dovevo necessariamente ambientare il terzo libro alcuni decenni dopo il tentativo di invasione da parte dell’ Impero Terrestre. Un’ epoca in cui molte cose sarebbero ovviamente state diverse. E poi perché, come ho già affermato, volevo andare oltre l’ eterna lotta contro i Rete. Insomma volevo introdurre qualche cambiamento tutt’ altro che scontato, ma per fortuna i temi della civiltà oxeriniana, della spiritualità e del transumanesimo postumanista mi sono ampiamente venuti in aiuto.».

Non pensa di tornare a lavorare su questa serie, magari con qualche episodio che si possa collocare tra un libro e l’ altro, o che possa fare da cornice?

«Come ‘Rogue One: A Star Wars Story’ o il prossimo film su Han Solo nel contesto della serie di ‘Guerre stellari’? Sarebbe certamente un piacevole esperimento, ma penso di aver già raccontato tutto quello che era necessario con ‘Per i sentieri del tempo’, ‘Al confine della realtà’ e ‘Percorsi di ascesa’.».
Il formato elettronico del libro;

Lei ha affermato che «Per i sentieri del tempo» è stata in assoluto la prima opera a cui si è dedicato, sebbene sia stata pubblicata dopo «Cuore di droide». Che effetto le fa sapere che la sua trilogia ora è compiuta?

«Da una parte mi dà un senso di completezza, in quanto ogni viaggio ha un inizio e una fine, ma dall’ altro provo un senso di congedo, come quando si saluta un vecchio amico che si sa di non rivedere mai più.».

Grazie per il suo intervento.


«Grazie a lei, sono sempre molto onorato.».

mercoledì 6 settembre 2017

I benefici della lettura


Leggere fa bene alla mente. Sembra una delle solite affermazioni dei nostri vecchi e bacchettoni insegnanti di scuola, così rigorosi e lagnosi che anziché convincerci ottennero l’ esatto contrario, allontanandoci clamorosamente da questa particolare e affascinante attività.
Quando ero alle elementari, la mia maestra di italiano dedicava parte delle sue lezioni a leggerci fiabe da libri vecchi ma molto ben conservati, che amavo osservare con attenzione dal mio banco, e in previsione del nuovo anno scolastico sceglieva per noi belle antologie di racconti su cui in un secondo momento svolgevamo i relativi esercizi di comprensione. Era un modo meraviglioso di avvicinarci alla lettura, tramite il quale molti miei compagni e io ne scoprirono inevitabilmente il lato più suggestivo. In seguito, mentre frequentavo le medie, la professoressa di storia ci fece notare che leggere è particolarmente utile perché ci aiuta facilmente a imparare a parlare e scrivere correttamente. Negli anni quest’ indicazione non mi ha mai abbandonato, e dal momento che per me la lettura rappresenta un piacere personale, a cui dedico molto tempo, sono in condizione di confermarne pienamente la validità: devo molto della mia capacità di parlare e scrivere al meglio delle mie possibilità proprio ad una costante lettura, e benché abbia effettivamente raggiunto qualche risultato sento che mi rimane ancora qualcosa da apprendere, pertanto proseguo con entusiasmo in questo esercizio.

Con mia grande sorpresa, ho recentemente scoperto che i recenti studi condotti in ambito scientifico su alcune persone abituate a leggere quotidianamente hanno evidenziato risultati davvero sbalorditivi: la lettura non ha soltanto il potere di aprire la nostra mente a nuovi orizzonti, svelandoci altre realtà e rendendoci più colti, ma rappresenta un allenamento e un ottimo esercizio con cui il nostro cervello stimola le connessioni neuronali. La lettura fa davvero molto bene alla nostra testa, e i suoi benefici sono vasti quanto il cielo infinito, così tanti che la spiegazione non finirebbe mai.
I principali benefici della lettura sono dieci: stimola la mente, riduce lo stress, migliora le conoscenze, espande il vocabolario, migliora la memoria, rende più forte la capacità analitica del pensiero, migliora il livello di attenzione e di concentrazione, nonché le abilità di scrittura, induce alla tranquillità ed è una forma di intrattenimento gratuito. Esattamente come tutti i muscoli, il cervello ha infatti bisogno di tenersi in esercizio per rimanere in forma, e poiché costituisce la dimora della nostra mente è fondamentale evitarne l’ atrofizzazione. Analogamente ai rompicapi e agli scacchi, leggere mantiene il cervello sempre impegnato, prevenendo o rallentando lo sviluppo delle demenze senili. Quando si è immersi in una lettura, ci si ritrova in una diversa realtà, in cui ci si dimentica dei problemi quotidiani e lavorativi: un testo scritto bene aiuta ad allontanarsi dalle tensioni e a concedersi un po’ di rilassamento. Leggere è peraltro un ottimo metodo per nutrire il pensiero: quando si è in circostanze difficili, si può perdere il denaro, il lavoro, la casa e anche la salute, ma non le proprie conoscenze. Quello che si apprende leggendo si aggiunge invariabilmente al proprio bagaglio culturale, e tornerà utile nei momenti più inaspettati.
Più si legge, più il proprio modo di esprimersi migliora: le parole nuove vanno ad aggiungersi a quelle che costituiscono il vocabolario quotidiano, e naturalmente esprimersi bene e in modo articolato viene in aiuto anche nel contesto lavorativo, e stimola la propria autostima. Anche la memoria ha i suoi limiti, ma il cervello, nella sua meraviglia, può ricordare tutto con una certa disinvoltura: leggendo un libro occorre ricordare un certo novero di personaggi, di retroscena, storie e sfumature, dato che tutti i dettagli si intrecciano con la trama, e tale allenamento rappresenta un notevole beneficio per le sinapsi, spingendo la qualità della nostra memoria verso nuovi traguardi. Leggere con attenzione un libro giallo aiuta a sviluppare la capacità critica e analitica del pensiero, così da analizzare i dettagli e valutando la trama, determinando se sia stata scritta in modo soddisfacente o se i personaggi sono appropriati. Tale stimolo può estendersi anche alla vita quotidiana e lavorativa, recando enormi vantaggi proprio grazie alla tendenza a osservare e stimare gli elementi. Quando si legge un libro, un racconto o un articolo, l’ attenzione si riversa sul contenuto del testo, mentre il resto del mondo rimane fuori lasciandoci immersi in ogni dettaglio. Se si legge per almeno un quarto d’ ora prima di andare a lavoro si raggiungerà un maggiore livello di concentrazione, che senz’ altro sarà di aiuto sul posto di lavoro. Nello stesso modo in cui i musicisti si influenzano a vicenda, stabilendo dapprima chi è il maestro e chi l’ apprendista, gli scrittori imparano come scrivere in prosa proprio leggendo le opere degli altri: io stesso ho subito l’ influenza di grandi autori come Herbert George Wells, Frank Herbert e Michael Crichton, dei quali mi considero un discepolo, e posso confermare pienamente la verità di questo questo principio! Oltre al rilassamento che accompagna la lettura, l’ argomento può letteralmente condurre in un mondo di pace interiore e tranquillità: i testi spirituali fanno abbassare la pressione sanguigna dando un senso di calma estrema, mentre leggere libri incentrati sul come aiutare sé stessi aiuta profondamente chi soffre di determinati disturbi comportamentali o malattie mentali. Allontanandosi per qualche tempo dai convenzionali sistemi di intrattenimento, come la televisione, gli spettacoli teatrali o musicali in città, piuttosto che il cinema, è possibile aprire un libro e passando degnamente una parte del proprio tempo, riempiendo il proprio spirito e tornando a sé stessi nel qui e ora senza bisogno di immergersi nel caos urbano o di spendere cifre astronomiche. Naturalmente non sto invitando nessuno a boicottare abitualmente le tradizionali forme di spettacolo, come fanno i monaci, in favore della sola lettura, ma a scegliere una sana via di mezzo capace di toccare entrambe le realtà.
Quindi, possiamo concludere con una certa sicurezza che leggere sia un gran bel modo di avere cura di sé stessi!

Eppure, nonostante la piacevolezza, l’ utilità e gli immensi benefici della lettura sulla salute, la nostra Italia risulta un Paese che proprio nella lettura ha uno dei suoi punti più deboli: l’ Istituto nazionale di statistica afferma che nel 2016 il 57.6% degli italiani non ha letto nemmeno un libro di carta in un anno. Si tratta certamente di uno dei problemi più urgenti con cui siamo alle prese. All’ inizio degli Anni Sessanta solo il 16.3% degli italiani leggeva libri, ma allora tre quarti della popolazione nazionale aveva soltanto la licenza elementare, e l’ 8% soffriva ancora di analfabetismo.
Ma oggi perché zoppichiamo ancora così tanto nella lettura, registrando i livelli più bassi rispetto ad altri Paesi europei, e con grandi differenze sia territoriali che sociali? Leggere non è sufficiente, in quanto occorre capire appieno ciò che si sta recependo: tale abilità è molto bassa nella popolazione adulta italiana, non perché siamo un popolo di stupidi, tutt’ altro, ma in quanto non coltiviamo tale capacità, scegliendo più comodamente di limitarci a ripetere come pappagalli le parole, e il conseguimento di un semplice titolo di studio basta! Dietro qualsivoglia diploma o laurea vi è infatti una mente che deve essere costantemente coltivata e tenuta sveglia. Come disse il celebre linguista Tullio De Mauro, Ministro della pubblica istruzione tra il 2000 e il 2001, recentemente venuto a mancare, l’ analfabetismo di ritorno, in Italia piuttosto comune, va assolutamente sconfitto insistendo soprattutto sulla formazione degli adulti e la riduzione delle disuguaglianze: solo così la lettura potrà degnamente crescere. Peraltro occorre ricordare che tra i giovanissimi si è diffuso un forte calo della lettura nel contesto del tradizionale formato cartaceo in favore del formato digitale, che consente una lettura più rapida e meno impegnativa, ma molto discontinua. Rapidità ed efficacia non sono forse divenute le parole d’ ordine della società moderna, tutta dedita alla competizione?
A proposito del rapporto tra formato cartaceo e quello digitale, che comprende il libro elettronico, il telefono intelligente e il PC tavoletta, la maggior parte degli italiani, pur facendone un certo uso, continua a preferire il consueto libro di carta: normalmente, infatti, ci rivolgiamo al formato digitale per i testi più semplici, ma per i romanzi e gli scritti più complessi continuiamo a riconoscere al tradizionale formato cartaceo una posizione nettamente privilegiata.

Fatto piuttosto strano per un Paese come il nostro, noto e invidiato a livello mondiale per essere stato ed essere tuttora culla di una delle culture più vaste e sfaccettate di tutta la storia, in cui si sono generati fiotti di grandi scrittori, poeti, saggisti e filosofi dai tempi più antichi a quelli più attuali, noi italiani leggiamo poco, e non insegniamo abbastanza alle nuove generazioni il piacere della lettura, sia essa fine a sé stessa o finalizzata al miglioramento di noi stessi: la maggior parte delle persone riconosce di non aver letto un libro nell’ ultimo anno, e alcuni addirittura non ne hanno mai letto uno in tutta la vita! Peraltro risulta in costante aumento chi non legge il giornale, sebbene occorra precisare che le testate italiane di oggi non sono più qualificate come in passato.
Il problema deriva principalmente da una crisi sociale e culturale ormai talmente estesa che non possiamo nascondere fingendo che non esista, legata soprattutto all’ abbandono scolastico e all’ analfabetismo di ritorno piuttosto che all’ impiego del mezzo televisivo, vissuto come unico grande polo attrattivo e ricreativo passivo, per nulla impegnativo. In un certo senso si può affermare che anche il costo dei singoli libri non incoraggia ad imbarcarsi nella lettura, dal momento che molti testi hanno raggiunto prezzi elevati: in Francia i tascabili riscuotono invece un grande successo nelle vendite con circa centrotrenta milioni di pezzi venduti, vantando una qualità soddisfacente e un prezzo che oscilla al massimo tra i tre e i dieci euro. Forse è il caso di rifletterci sopra.

Se leggere, e soprattutto riflettere con intelligenza su ciò che si legge, beneficia la nostra mente rifornendola di nuovi dati che stimolano la comprensione della realtà e affinano il pensiero, e addirittura influisce positivamente sulle condizioni fisiche del nostro cervello, perché negarsene scivolando in un uno stato di progressiva pigrizia e intorpidimento mentale, finendo con il diventare esseri in condizioni vegetative? In passato ci è stato più volte ricordato che un popolo di ignoranti si governa più facilmente, attraendolo e seducendolo con quelle che lo stesso De Mauro chiamava «corbellerie e mistificazioni», ma oggi siamo talmente impantanati nello stagno dell’ ignoranza da aver votato politici a loro volta grandemente ignoranti: meno del 30% della nostra popolazione capisce come funziona la politica italiana, e il 70% vota possedendo scarse informazioni e con un’ elementare capacità di analisi. Conseguentemente, il 90% dei parlamentari casualmente intervistati all’ ingresso in aula non hanno saputo rispondere a semplici domande di cultura generale o di politica attuale! A complicare ulteriormente le cose, i principali tagli alle spese che i vari governi hanno compiuto negli ultimi anni sono proprio a danno della cultura.
Tutto ciò è rivoltante, assolutamente indegno di quella nazione civile che l’ Italia può e deve essere di fronte al mondo, e pur non volendo essere pessimista temo davvero che la crisi culturale che stringe la nostra meravigliosa nazione come in una morsa sia destinata a creare guai di gran lunga peggiori di quella economica e finanziaria. Perché un futuro sia possibile dovremo rimboccarci le maniche fin da questo momento e migliorare le nostre menti leggendo, leggendo e ancora leggendo!

Giacomo Ramella Pralungo

lunedì 14 agosto 2017

Il potere e l’ abuso dei mezzi di comunicazione di massa


Giacomo Ramella Pralungo ama molto leggere e seguire i notiziari. In più occasioni ha sottolineato l’ importanza della lettura nel suo sviluppo come persona e nella sua attività di autore, mentre apprendere le notizie sia dall’ Italia che dall’ estero lo aiutano a mantenere un certo legame con il mondo circostante: talvolta ha persino sviluppato alcune idee per le sue narrazioni proprio partendo da particolari fatti di cronaca.
Ritiene che i mezzi di comunicazione di massa siano una delle più nobili conquiste del genere umano, e manifesta idee molto precise in proposito: «Hanno un potere immenso, in grado di influenzare la gente promuovendo un’ idea piuttosto che un’ altra, quindi l’ uso o l’ abuso di questo potere assume un’ importanza fondamentale: verrà usato per il bene di tutti oppure per fini personali, più manipolatori? E’ un quesito su cui prima o poi tutti dobbiamo riflettere, dal momento che vi è un confine molto sottile che ci indica quanto di quello che facciamo e avviene sia giusto oppure no, e quando invece ci trasforma in despoti delle menti altrui.».

I mezzi di comunicazione di massa sono ormai una realtà familiare a tutti noi, con i loro numerosi vantaggi.

«E’ vero, peraltro oggi sono praticamente alla portata di ciascuno, in ogni parte del mondo o quasi. In Occidente abbiamo tutti una radio, un televisore, leggiamo i giornali e, soprattutto, disponiamo di un computer con cui accediamo alla rete informatica. In un contesto del genere l’ informazione è disponibile in abbondanza, a beneficio di tutti, eppure non sempre viene ricevuta e compresa come si dovrebbe: il più delle volte leggiamo il giornale o seguiamo il notiziario televisivo o radiofonico senza davvero riflettere sulle notizie, oppure pendiamo dalle labbra di chi che le diffonde semplicemente perché si tratta di una famosa e carismatica. Peraltro, oggi noi stessi possiamo impiegare facilmente i mezzi di comunicazione per trasmettere informazioni: io dico sempre che sia un bene, ma non tutti ce ne serviamo come dovremmo. Non è una novità che i mezzi di comunicazione vengano usati per distorcere determinate informazioni o addirittura per crearne di false, manipolando a piacimento l’ opinione pubblica. In condizioni del genere si esercita un potere distruttivo ben superiore a quello di qualsiasi arma, tanto che un noto proverbio buddhista sostiene che una buona parola tenga un asino inchiodato a un palo per cento anni.».

Proprio di recente lei ha pubblicato un articolo in cui ha denunciato un utilizzo nocivo dei mezzi di comunicazione di massa.

«Sì, occupandomi in modo particolare del fenomeno di certa satira inaccettabile in ‘Le vignette sui migranti e la soluzione finale nazista’, pezzo uscito lo scorso martedì 1 agosto su News Biella. Ho chiaramente affermato che il problema non sta nella facilità con cui oggi accediamo ai mezzi di comunicazione, ma nell’ atteggiamento mentale con cui lo facciamo e nelle nostre motivazioni. La satira rappresenta una forma di comunicazione particolarmente seguita, e trasmettere informazioni è una cosa molto seria, perché consente di diffondere idee e concetti, quindi occorre riflettere con estrema attenzione su tutto quello che sentiamo di dover divulgare, e sul modo in cui vogliamo farlo.».

Un discorso in cui rientra anche il famoso articolo sul lato oscuro della resistenza partigiana.

«Esatto. Lo scorso 21 febbraio, con ‘Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana’, uscito su ‘Il Biellese’, ho affrontato il tema delle omissioni con cui un’ ala della nostra politica nazionale ha voluto ritoccare un periodo piuttosto turbolento e delicato della nostra storia recente, alleggerendolo: un bell’ esempio di uso improprio dei mezzi di comunicazione. In pratica ho sostenuto che tra i partigiani vi furono alcuni criminali che tra il 1943 e il 1945, in certi casi addirittura negli anni seguenti, approfittarono della confusione e dello scompiglio dell’ epoca per concedersi regolamenti di conti e rivalse personali o ideologiche, non connesse alla guerra. Ho anche citato determinati episodi clamorosi avvenuti in territorio biellese. L’ ANPI di Biella si è sentita in dovere di rispondermi bollandomi come revisionista privo di senso storico, nella convinzione che stessi infangando a priori l’ intera Resistenza, eppure denunciare le mele marce, responsabili di determinati episodi poco edificanti che ancora oggi i nostri anziani ricordano, non significa affermare che l’ intero cestino sia da buttare via o che la pianta stessa sia ammalata e quindi da abbattere, ma contribuire a trasmettere un quadro più completo e veritiero. Peraltro, alcuni miei parenti materni furono partigiani (risata)! Potrei schierarmi davvero contro la Resistenza, quella vera (risata)?».

Oggi il problema delle false notizie e della disinformazione non è mai stato tanto elevato.

«Direi che la rete informatica ha contribuito notevolmente ad aggravare il fenomeno. Per quanto riguarda radio, televisioni, giornali e libri la questione riguarda più che altro le rispettive redazioni e gruppi editoriali, che scelgono una certa linea divulgativa in base a determinati criteri, talvolta persino di natura politica. In rete, invece, vige una certa difficoltà di controllo, e moltissima gente diffonde informazioni liberamente distorte o inventate di sana pianta che trovano sempre un certo seguito. Da qualche tempo, ad esempio, è in atto un animato dibattito sulla pericolosità dei vaccini, tacciati di provocare svariate patologie tra cui l’ autismo: è un esempio lampante di disinformazione, promossa da fonti assolutamente inaffidabili, e purtroppo scienziati e medici pienamente qualificati stanno tuttora faticando a rassicurare la popolazione pur esibendo dati e prove del tutto concreti!».

E’ possibile che la responsabilità di questo malsano fenomeno sia non solo dei mittenti, ma anche dei riceventi?

«Assolutamente sì! Dietro ad ogni notizia che viene colta, trasmessa e ricevuta vi sono un’ infinità di persone attivamente coinvolte in ogni singolo passaggio, esattamente come accade nella produzione del tè in Asia e nella sua distribuzione nel resto del mondo: si coltiva la pianta, si raccolgono le foglie verdi, le si fanno appassire, arrotolare, fermentare ed essiccare fino alla selezione finale. Poi si preparano le bustine e le scatole, le si comprano e vendono più volte di nazione in nazione e di continente in continente finché vengono acquisite dagli amanti della bevanda, che la gustano nella tazza con limone o latte, oppure al naturale. Allo stesso modo, il pubblico fa parte del fenomeno della trasmissione delle notizie in quanto parte ricevente, e ha l’ importante compito di rifletterci sopra, senza pendere dalle labbra dei mittenti. Un pubblico passivo e credulone che abbocca a qualsiasi cosa venga diffusa dai mezzi di comunicazione di massa finisce presto o tardi per subire un lavaggio del cervello da cui nascono sempre un mucchio di guai, ecco perché è importante tenere sveglia la nostra coscienza scettica e indagatrice. Proprio come disse il Buddha nel Kalama Sutta, uno dei suoi più noti e importanti insegnamenti, che di tanto in tanto mi piace rileggere: ‘Non credete a niente perché ne hanno parlato e chiacchierato in molti. Non credete semplicemente perché vengono mostrate le dichiarazioni scritte di qualche vecchio saggio. Non credete alle congetture. Non credete come una verità ciò a cui vi siete legati per abitudine. Non credete semplicemente all’ autorità dei vostri maestri e degli anziani. Dopo l’ osservazione e l’ analisi, quando concorda con la ragione e conduce al bene e al beneficio di tutti, solo allora accettatelo, e vivete secondo i suoi principi.’.».

Appare curiosa la tendenza con cui si privilegiano le cattive notizie.

«Ha ragione, io stesso non ricordo di aver trascorso un solo giorno della mia vita senza che alle mie orecchie sia giunta una brutta notizia. La cronaca nera ha sempre catturato moltissimo l’ attenzione del pubblico: ogni volta che si verifica un assassinio, un furto, un atto vandalico piuttosto che un episodio di corruzione o un grave incidente non si parla d’ altro per lungo tempo. Io penso che sia dovuto proprio alla natura deplorevole di certe azioni: uccidere, rubare, danneggiare le cose altrui, offrire denaro o qualche favore in cambio di qualcosa e così avanti sono atti ingiusti che devono essere condannati, mentre disgrazie e disastri ambientali sono un richiamo alla nostra vulnerabilità. Per contro, alle buone notizie, come la realizzazione di un’ opera di pubblica utilità, il salvataggio di una vita o gli aiuti ai meno fortunati viene sempre concessa un’ attenzione nettamente inferiore, quando balzano agli onori della cronaca. In questo modo si rischia di indurre la gente a credere che nel mondo avvengano soprattutto brutte vicende, incoraggiandola a perdere la fiducia nel prossimo, a guardarsi attorno con un costante sentimento di diffidenza e pericolo imminente.».

La scrittura in particolare ha un grande potere, perché permette alle informazioni di durare a lungo nel tempo.

«Certo, infatti il sapere antico e le idee dei grandi saggi del passato sono giunti sino a noi proprio perché vennero messi per iscritto. Le ‘Storie’ di Erodoto, ad esempio, sono la prima opera storiografica occidentale, e si distinguono per il fatto di essere uno dei primi resoconti dell’ ascesa dell’ Impero persiano e delle guerre con le città-stato greche. Il pensiero di grandi menti quali ad esempio Socrate, Platone e Aristotele sopravvissero nei secoli venendo scritte e poi tradotte in varie lingue. In modo particolare, i bizantini preservarono le opere scritte nell’ antichità, coltivandole incessantemente, e nell’ ultimo secolo di vita del loro impero molti loro grammatici si trasferirono in Italia contribuendo alla loro riscoperta e all’ inizio del Rinascimento. Anche in ambito religioso la via indicata da Mosè, dal Buddha, da Gesù, da Maometto e così via si trasmisero dettagliatamente da una generazione a un’ altra in forma scritta.».

I mezzi di comunicazione di massa esercitano un potere immenso, influendo sull’ opinione pubblica: esistono persino riviste dedite al pettegolezzo, molto seguite…

«Stiamo parlando di strumenti certamente potenti, in grado di arrivare velocemente in ogni parte del mondo e stimolando riflessioni, ma ricordiamoci che dietro di essi ci sono sempre e comunque le persone: i giornali non si stampano e non raggiungono le edicole da soli, e i notiziari radiofonici e televisivi non ricevono e non trasmettono alcuna informazione senza una redazione. L’ uso e l’ abuso dei mezzi di comunicazione di massa dipende solo da noi, ecco perché la responsabilità di apprendere e riferire le cose con animo equanime, con tutte le relative conseguenze, ricade sempre e comunque sulle nostre spalle. Per esempio, io ritengo positivo che le persone importanti come i governanti, gli imprenditori e, perché no, le guide religiose siano costantemente tenute d’ occhio, ma i giornalisti dovrebbero parlare di loro con atteggiamento costantemente imparziale, evitando di screditare soltanto la parte avversa al loro orientamento politico. L’ opinione pubblica non è difficile da manipolare quando si sa come farlo, ma la verità rimane pur sempre la verità, e l’ esperienza insegna che non la si può nascondere a lungo, salvo rare eccezioni. Quanto alle riviste dedite al pettegolezzo credo semplicemente che leggere simili scempiaggini a volte sia una mera distrazione, ma quasi sempre mi pare una perdita di tempo bella e buona: meglio una tazza di Prince of Wales o di Earl Grey con un bel libro davanti al caminetto, anche a costo di apparire come vecchi noiosi (risata)!».

Qual è il suo atteggiamento quando scrive e pubblica un libro o un articolo?

«Ogni mio libro e articolo è un mezzo con cui riesco a raggiungere le altre persone, esponendo fatti ed esprimendo idee. Tutte le volte che presento qualcosa mi espongo all’ opinione pubblica, perché i miei testi raggiungono un pubblico di menti pensanti, pertanto mentre scrivo rifletto sempre con grande attenzione su quello che voglio enunciare e su come è meglio che mi esprima, scegliendo con cura persino le singole parole. Alcuni parlano o scrivono molto senza però dire granché, e anche questo andrebbe evitato. Sandra Mondaini disse che gli attori possono entrare nelle case altrui senza suonare il campanello, e che in particolare quelli della sua generazione lo facevano con la cravatta e con garbo: allo stesso modo io non voglio passare per uno che fa le cose tanto per fare, piuttosto cerco sempre di fare un uso cosciente e attento dei mezzi a mia disposizione per confrontarmi al meglio con la realtà di cui sono parte.».

Grazie per il suo intervento.

«Grazie a lei, per me è sempre un vero piacere.».

venerdì 4 agosto 2017

L’ «inventore di storie» si racconta


Appassionato di storia e narrativa, nonché di fantascienza, Giacomo Ramella Pralungo è uno scrittore e articolista che ama definire sé stesso «inventore di storie». Ha pubblicato cinque libri e quarantacinque articoli, in cui ha trasmesso riflessioni sociali ed etiche a lui particolarmente care.
Di tanto in tanto, in occasione delle pubblicazioni su questo sito, si è soffermato a raccontare alcuni particolari del suo passato, che diffondiamo dopo averli ordinatamente raccolti.

Giacomo ricorda la sua infanzia

Sono nato a Biella nel 1984. Sono l’ unico figlio di mio padre, Claudio, ma non di mia madre, Gabriella Rosada, che prima di incontrare mio padre si era sposata con un aristocratico e aveva avuto una figlia e un figlio. Tra la fine degli Anni Settanta e i primi Anni Ottanta aveva divorziato, e per dispetto l’ ex marito aveva usato contro di lei i figli, ancora molto piccoli e facilmente influenzabili, inducendoli a credere che li avesse abbandonati per farsi un’ altra famiglia. Avendo dolorosamente perduto ogni possibilità di avere un rapporto con loro, mia madre mantenne sempre un atteggiamento molto protettivo nei miei riguardi. Vari miei parenti paterni nutrivano una certa ostilità nei suoi riguardi, e parlavano pesantemente alle sue spalle, forse perché erano impressionati dal fatto che avesse sedici anni più di mio padre, e perfino con me non maturarono mai un legame particolarmente positivo: lei era descritta come quella che amava spassarsela, io sono tuttora additato come quello strano. Ricevetti molte attenzioni anche da mio padre e dalla nonna paterna, Luciana, la sola ancora viva alla mia nascita, molto amica di mia madre e che venne a mancare quando avevo sette anni. Purtroppo, oggi ricordo molto poco di lei, ma si tratta di memorie molto belle, tra passeggiate nei boschi, una visita al santuario di Oropa e le ore trascorse giardino. Rammento molto bene il pianto disperato di mia madre, che mi diede la notizia della sua morte.

I miei genitori e io vivevamo in un’ antica casa padronale nel centro di Occhieppo Superiore, di proprietà di una signora leggermente avanti con l’ età che discendeva da una ricca e influente famiglia di industriali, di cui lei e il fratello erano gli ultimi membri. Era una signora un po’ stravagante, che innervosiva spesso il marito con i suoi atteggiamenti, al punto che lui trovava rifugio nel vino: ogni volta che si ubriacava la picchiava, e lei in risposta aveva preso l’ abitudine di uscire di casa ogni giorno ad una certa ora del mattino e del pomeriggio per dargli il tempo di smaltire gli effetti delle sue abbondanti bevute. Quando avevo circa dieci anni adottarono un gallo e una gallina americani, che amavo guardare dal balcone. Il mio primo amico fu il cane che i miei genitori avevano al tempo della mia nascita, Ghibli, un bellissimo schnauzer nano che portava il nome libico del vento proveniente da sudest, e che si affezionò a me al punto da stare sempre in mia compagnia e da non permettere agli estranei di avvicinarsi. Morì investito da una macchina quando avevo ancora pochi mesi, e purtroppo non ricordo nulla di lui. A circa tre anni iniziai a frequentare l’ asilo, a pochi metri da casa nostra. Ricordo molto bene ancora oggi quei giorni lontani: mi isolavo in un angolo e piangevo disperato, rifiutando la compagnia degli altri bambini. Proprio non capivo perché dovessi stare in quel posto, che trovavo strano, e rifiutavo addirittura di mangiare. Dopo tre settimane la direttrice chiamò i miei genitori e li implorò di tenermi a casa, mandandomi solo se fosse stato assolutamente necessario.
Poco tempo dopo adottammo un altro cane, Bijoux, uno yorkshire terrier con cui instaurai un bellissimo rapporto di amicizia. Eravamo inseparabili, giocavamo per giornate intere, e quando andavamo dalla nonna Luciana correvamo insieme fino allo sfinimento dietro alle galline. Qualche volta giocavo con il figlio dei vicini della nonna, Fabio, di un anno più giovane di me e che avevo incontrato all’ asilo, ma il mio vero compagno rimaneva Bijoux, e, in seguito, sua figlia Cherie.

Sui banchi di scuola

A sei anni incominciai ad andare a scuola, e siccome non avevo frequentato l’ asilo per un tempo sufficiente ebbi notevoli problemi di adattamento sia in prima che in seconda, mentre dalla terza in poi le cose si fecero molto più semplici. Ero in classe con molti bambini che avevo conosciuto all’ asilo e che divennero miei amici. Quello con cui stabilì un rapporto particolare era Matteo, figlio di un signore con cui mio padre giocava a tennis.

Avevo tre maestre: una di italiano e religione, una di storia e geografia e una di matematica e scienze. Quella di italiano e religione, la signorina Margherita Sidro, fu quella da cui imparai di più sia come maestra che come persona: era la più anziana, appartenente in tutto e per tutto alla vecchia scuola, legata alla vecchia maniera e assai severa e rigorosa ma al tempo stesso molto entusiasta del suo lavoro e affezionata a ognuno di noi. Credo proprio di dovere a lei la passione per la lettura e l’ interesse per la spiritualità: ricordo ancora oggi quando ci insegnò a scrivere, le favole che ci leggeva da libri vecchi di bell’ aspetto che osservavo con piacere dal mio banco, e di quando ci parlava di Dio e Gesù. Oltre a tutto questo ci insegnava spesso e con convinzione il valore della buona educazione e della disciplina, dicendo che prima di tutto noi eravamo l’ avvenire, gli uomini e le donne del futuro, e che dovevamo impegnarci in tutto quello che facevamo per ricambiare le cure che i nostri genitori avevano per noi. Anche dalla maestra di storia e geografia, Cinzia Bossi, che ebbi in terza e in quarta, imparai moltissimo. Era molto giovane, incominciava a insegnare proprio allora, e seppe trasmettermi la grande passione per la storia, le culture antiche e il Medioevo. Quella di matematica fu invece quella che mi piacque di meno: grassottella, dai lineamenti marcati e il vocione acuto, era antipatica e brusca, sempre pronta a urlare e rimbrottarci tutti, talvolta apostrofandoci con parole ostili come «cretino» e «lazzarone», oppure minacciandoci di sonori manrovesci. Aveva anche l’ abitudine di deridere davanti a tutti chi sbagliava. Ho sempre avuto molti problemi con la sua materia, e purtroppo ancora oggi faccio molta fatica a fare di conto benché la matematica mi piaccia molto come disciplina e scienza esatta.

L’ attrazione per la fantascienza e la storia
A una mostra su Ernesto Schiaparelli;

Avevo buoni rapporti con quasi tutti i miei compagni di classe, anche con le compagne. Come la maggior parte dei bambini frequentai i centri estivi. In un paio di occasioni partecipai a quelli gestiti dalla Comunità Montana, dei quali ho un pessimo ricordo perché i bambini e i ragazzini più grandi mi prendevano di mira in quanto cercavo di essere educato, in tono con l’ insegnamento dei miei genitori, mentre loro avevano atteggiamenti più volgari e incuranti, quindi si divertivano con scherzacci e talvolta picchiando. Nemmeno con i bambini che abitavano nei dintorni di casa mia fu semplice, perché nessuno di loro mi accettava nei loro giochi, dunque mi arrabbiavo e mi ritrovavo quasi sempre da solo, e Bijoux e Cherie rimasero i miei compagni privilegiati. Purtroppo anche i rapporti di amicizia con i miei compagni di classe si sciolsero velocemente con il passaggio alle scuole medie. Avevo anche alcuni cugini di pochi anni più giovani di me, ma li incontravo solo a Natale e talvolta a Pasqua, e in buona sostanza crescemmo come estranei, senza avere nulla a che fare tra noi.
Visita alla casa dell’ eroe Pietro Micca;

Ai centri estivi della parrocchia di Occhieppo Superiore, invece, le cose andavano molto meglio, e nel 1993 e nel 1994 vissi esperienze magnifiche ai campeggi a Bagneri, un paesino di montagna poco lontano da Occhieppo. Durante le scampagnate con don Egidio Marazzina scoprì un luogo meraviglioso, la Trappa di Sordevolo, un antico edificio ai piedi dei monti, completamente realizzato con rocce alpestri, dalle origini tuttora avvolte nel mistero. In quello stesso periodo scoprì la mia passione per la fantascienza, leggendo un racconto sulla mia antologia scolastica, e per la storia. Usavo i miei giocattoli inventando storie oppure riprendendo quelle che vedevo nei film o nei cartoni animati: a onor del vero, penso che ancora oggi sto proseguendo con quel gioco, ma con la penna! Il calcio non mi interessava minimamente, preferivo i giochi di fantasia, quelli con i miei cani e le passeggiate per i boschi, e forse la cosa contribuì ad isolarmi dagli altri bambini: se la maggior parte di loro si scambiava le figurine dei calciatori a me piacevano le storie di alieni e di invasioni segrete, di tecnologie e armi avanzate, di mostri creati in laboratorio, di viaggi nel tempo fino all’ antico Egitto o nella Roma degli imperatori, piuttosto che al tempo dei dinosauri e degli australopitechi. Se gli altri non vedevano l’ ora di andare al campo e passare ore tra una partita e l’ altra, io andavo per i boschi a sbizzarrire le mie fantasie.

Quando avevo otto anni o poco più mia madre mi incantò con i suoi racconti: ogni pomeriggio preparava il tè con i biscotti e mi raccontava della sua attrazione per le opere di Dickens e Jules Verne, e di quando ancora ragazzina vide al cinema molti film di genere fantascientifico oggi ritenuti pietre miliari, ma la cosa che più l’ aveva colpita era stato l’ avverarsi di molte grandi innovazioni tecnologiche e scientifiche viste al cinema, per non parlare del leggendario viaggio sulla luna del 1969. Solo alle scuole medie, tuttavia, vinto dalla voglia di sapere e capire sempre di più, incominciai a studiare con una certa regolarità la storia e a interessarmi di fisica spaziale e temporale, quindi alle letture e al cinema fantascientifico.

A Sordevolo tra Passione e volontariato

Mia madre soffriva di disturbi ai polmoni e ai bronchi, e nel 1993, quando avevo nove anni, la sua salute peggiorò e trascorse molto tempo in ospedale: per un certo tempo si temette per la sua vita, e una volta scampato il pericolo i medici dissero che non si sarebbe mai ripresa completamente, pertanto doveva riguardarsi con grande attenzione. Più o meno in quel periodo persi il mio amatissimo Bijoux, investito da un’ auto ai giardini di Biella: con lui se ne andava un amico e un compagno di giochi meraviglioso, la sua morte fu un grande dolore che solo chi vive da sempre con gli animali e impara a vederli come nostri compagni di vita può comprendere.
Volontariato presso la casa di risposo di Sordevolo;

Nel 1995 iniziai a frequentare le scuole medie, e nel gennaio 1996 ci trasferimmo nella casa della defunta nonna Luciana. In quel tempo avevo una mente tortuosa, e siccome non avevo voglia di studiare venni bocciato. Mio padre volle darmi una lezione, e mi prese con sé per buona parte dell’ estate, nella sua officina di serramenti in alluminio: con il suo esempio compresi facilmente l’ importanza dell’ impegno costante in qualsiasi cosa facciamo. In quello stesso periodo adottammo Cico e Briciola, un bel pastore tedesco e una volpina provenienti da una famiglia di un paese vicino al nostro, ma dopo appena un anno fummo costretti a sopprimere Cico a causa del suo temperamento aggressivo, provocato dai gravi e ripetuti maltrattamenti subiti dalla prima famiglia.
Nel 1998, quando avevo quattordici anni, mio padre fu operato ad un ginocchio dopo che si era fatto male cadendo in casa, e per molti mesi faticò pesantemente dovendo peraltro affrontare un secondo intervento perché il primo non era stato eseguito correttamente. Ero l’ unico che stava completamente bene, e così dovetti assistere i miei genitori come meglio potevo. Dovevo anche dedicarmi a Cherie e a Briciola, e naturalmente non dovevo nemmeno tralasciare gli studi. Allora non avevo amici, anzi, i miei compagni di classe mi trattavano molto male, insultandomi e facendomi dispetti veramente spiacevoli, quindi lo studio e le passeggiate per i boschi con le mie cagnette, a cui poi si aggiunse Stella, un bel pastore maremmano, rimasero i miei passatempi preferiti, i miei momenti più felici.
Volontariato alla casa di risposo di Sordevolo;

All’ inizio del 2000, quando frequentavo le scuole superiori, mia madre infine morì. Benché sapessimo tutti che prima o poi in famiglia questo grande addio sarebbe avvenuto, mio padre e io ne soffrimmo ovviamente moltissimo. Ricordo che pochi giorni prima di morire disse di essere contenta di avere avuto con me la possibilità che invece le era stata negata con i miei fratellastri, e si raccomandò molto: in futuro avrei dovuto continuare a studiare con diligenza e non trascurare la mia tendenza a scrivere, che a lei piaceva molto.
Durante l’ estate un mio ex compagno di scuola alle medie, residente a Sordevolo e con cui ero rimasto in buoni rapporti, mi invitò a partecipare alla Passione di Cristo, una rappresentazione sacra su versi arcaici accompagnati da musica solenne, recitata in forma di teatro popolare dagli inizi del XIX secolo con cadenza quinquennale dalla popolazione sordevolese. Vi partecipai con grande entusiasmo come comparsa, per l’ esattezza ero soldato romano, e ottenni anche la parte del comandante nell’ edizione della Passione dei bambini. Non smisi mai di frequentare Sordevolo, ove mi feci molte nuove amicizie, e negli anni iniziai a fare il volontario presso le varie associazioni e soprattutto alla casa di risposo locale, ove instaurai legami personali di amicizia con gli anziani ospiti. Oggi sono molto più conosciuto a Sordevolo che a Occhieppo Superiore. Peraltro, in quel tempo ripresi con una certa continuità a frequentare la Trappa, che divenne per me un luogo particolarmente caro, ove tuttora mi piace molto recarmi per trovare la pace, ricavando ogni volta una sensazione incommensurabile.

Un periodo molto difficile e il distacco dalla religione
La Trappa di Sordevolo;

Nel 2003 mio padre e io adottammo Orso, un simpatico e intelligente bassotto che Briciola e Stella accolsero volentieri tra loro, ma nell’ estate 2004, complici le mie dolorose esperienze passate e alcuni contrasti con certa gente a Sordevolo che mi turbarono molto, attraversai un periodo di forte depressione, e come se non bastasse nel dicembre successivo dovemmo sopprimere Briciola per un tumore allo stomaco resosi incurabile. Fu un periodo estremamente drammatico, che certamente non ricorderò con piacere. Fino a quel momento ero stato un cristiano piuttosto credente, ma tanta drammaticità mi sospinse a mettere in discussione tutto quello che mi era stato insegnato su Dio e la sua natura onnipotente e benevola: in tono con la tradizione avevo molto e sinceramente pregato per mia madre, che alla fine era morta dopo una dura malattia, mentre in un secondo momento avevo fatto i conti con la depressione di mio padre e infine ero stato costretto a sopprimere uno dei miei cani, che peraltro mi era molto affezionato, e viceversa. Nessuno mi espresse la minima solidarietà, e solo allora, di fronte all’ evidenza dei fatti, compresi che tutte le religioni sono un semplice prodotto dell’ uomo, concepite in un’ era in cui l’ uomo si interrogava sulle origini della vita, sulle cause dei fenomeni e su cosa c’ è dopo la morte ma ancora non esisteva la scienza come fonte di risposte plausibili: «Dio» e il suo volere sono tutto ciò che non sappiamo spiegare, niente di più. Mi allontanai apertamente dal Cristianesimo, rigettandone ogni singolo principio, divenni irascibile e costantemente giù di morale, e mi isolai dal resto del mondo. Ad un certo punto maturai persino alcune manie di persecuzione. Allora frequentavo il corso di servizi sociali all’ istituto di scuola superiore I.P.S.S.C.T.S. di Mosso, e su suggerimento di alcuni gentili insegnanti mi rivolsi ad una psicologa e poi ad una psichiatra che mi aiutarono a superare le mie pesanti reazioni.
Fui sottoposto a una perizia psichiatrica, e affrontai il test di Rorschach, il celebre esame proiettivo basato sulla descrizione delle immagini che si riconoscono nelle macchie di inchiostro, ed emerse che ero spiccatamente intelligente, molto portato per le dinamiche teoriche ed astratte, ma che facevo una certa fatica nel distinguere la realtà interna da quella esterna e che ero soggetto al disturbo borderline di personalità, che in me si esprimeva soprattutto con improvvisi cambiamenti d umore tra serenità e tristezza, rabbia e senso di colpa, instabilità nei comportamenti e nelle relazioni con gli altri e con una marcata impulsività, tutti elementi che si rinforzavano reciprocamente generandomi notevole sofferenza e comportamenti problematici, dando luogo ad emozioni contrastanti e contemporaneamente presenti, capaci di creare caos in me e nelle persone che mi erano vicine, che sentivo come condannanti e possibili nemici da cui difendermi. Emerse che nel tentativo di controllare tali picchi emotivi tendevo a ricorrere impulsivamente all’ azione, senza escludere atti autolesionisti, e a sfuggire alle forti pressioni distaccandosi da tutti e da tutto, nel contesto di una scarsissima stima di me stesso, sentendomi sbagliato e debole, senza possibilità di difesa e di aiuto, esposto ad un mondo fortemente minaccioso e pericoloso.

Con il tempo e la pazienza potei recuperare la calma e la lucidità, e il corso degli eventi si fece fortunatamente meno cupo. Nell’ estate 2005 mi diplomai, acquisendo il titolo di tecnico di servizi sociali, e nello stesso periodo partecipai per la seconda volta alla Passione di Sordevolo, nei panni di Malco, giovane sacerdote membro del Sinedrio di Gerusalemme. Purtroppo non possiedo alcuna fotografia che preservi il ricordo di quell importante avvenimento, che tuttora mi porto nel cuore.

Il periodo dopo la scuola e l’ avvicinamento al Buddhismo e al pensiero di Gandhi

Nel maggio 2004 mio padre si sposò con una signora sua coetanea proveniente dal Ghana, Stato dell’ Africa occidentale, ma residente in Europa da trent’ anni. Nell’ agosto 2005, mentre io ero coinvolto nella Passione di Sordevolo, essi andarono in viaggio di nozze in Ghana, ove conobbero un imprenditore di Biella che era migrato laggiù alla fine degli Anni Settanta fondando una grossa impresa di costruzioni con circa duemila dipendenti, e che propose a mio padre di trasferirsi aprendo un’ attività in società con lui.
Al suo ritorno in Italia lo aiutai nella sua nuova attività, un’ azienda individuale di serramenti che aveva aperto da pochi mesi, ma il nostro Paese e l’ Europa in generale stavano sprofondando costantemente in una crisi economica particolarmente grave.
L’ incontro con ghesce Tenzin Tenphel, monaco tibetano;

Nel 2006, dopo aver seguito un documentario sul Dalai Lama e i suoi insegnamenti, rimasi favorevolmente impressionato dal Buddhismo, e me ne avvicinai gradualmente, approfondendone la mia conoscenza. Trovavo molto interessanti le considerazioni del Buddha, passato alla storia come filosofo e monaco e non come profeta o persona divina, a proposito della sofferenza, che indicava come parte naturale della vita, come dimostrano la malattia e la morte, ma anche come risultato dell’ ignoranza, dell’ avversione e della brama, pertanto possibile da superare con un atteggiamento basato sulla consapevolezza della realtà, sull’ altruismo verso tutte le cose viventi, animali e vegetali compresi, e con una condotta lontana dagli eccessi del piacere e della rinuncia.
Un altro grande personaggio a cui mi interessai nello stesso periodo è il Mahatma Gandhi, il grandissimo politico e filosofo indiano, pioniere di una rigorosa forma di non violenza, che avevo già studiato in terza media, rimanendone colpito. Guardando per la prima volta il film biografico «Gandhi» e leggendo determinati articoli sul suo conto ebbi l’ opportunità di comprendere molto meglio il suo pensiero e il suo metodo, che in Occidente erano stati piuttosto fraintesi: quella che di solito viene chiamata resistenza passiva, dal termine sanscrito satyāgraha, era in realtà un’ opposizione assolutamente pacifica, un diniego totale di collaborazione con l’ Impero britannico che venne attuato come mezzo di pressione di massa atto al boicottaggio di tutto ciò che era anglosassone, dal rifiuto di acquistarne le merci e di ricorrere ai relativi titoli di Stato come forma di investimento alla disobbedienza alle leggi, inclusa l’ astensione da incarichi militari e civili e il rigetto di qualsivoglia titolo onorifico. La grandezza e la profondità di quest’ uomo così speciale mi sorpresero, e da allora cerco sempre di ricordarmene e di migliorarne la mia comprensione.

Il trasferimento in Ghana
L’ amicizia con lama Paljin Rinpoce, unico lama italiano;

Dopo lunghe e attente valutazioni e con l’ aggravarsi della crisi economica in tutto l’ Occidente, mio padre accettò l’ offerta dell’ imprenditore biellese in Ghana e ci trasferimmo il 5 dicembre 2006, naturalmente insieme a Stella e Orso. Ci stabilimmo a Kumasi, la seconda città del Ghana, soprannominata «città giardino» per le numerose specie di fiori e piante che crescono nella zona e nota per essere il luogo di nascita di Kofi Annan, ex Segretario generale delle Nazioni Unite e Premio Nobel per la pace. Mio padre aprì la nuova azienda e operò per dieci anni in società con l’ altro imprenditore biellese, conducendo molti lavori articolati e impegnativi.

Il trasferimento in Ghana non fu una decisione molto semplice per nessuno di noi, e gli inizi furono molto difficili. Lasciare la propria terra e tutto ciò che è familiare è arduo per tutti, senza eccezione. In modo particolare, mi faceva un certo effetto muovermi in mezzo a tanta gente di colore, dal momento che in Italia i bianchi sono la maggioranza e i neri la minoranza, ma con l’ andare del tempo mi ci sono abituato. Peraltro il Ghana è un Paese occidentalizzato, con poca delinquenza e soprattutto privo di tensioni razziali.
Il 27 dicembre 2007, al culmine della disperazione, dopo essermi assicurato di essere da solo, tentai di suicidarmi assumendo un forte quantitativo di medicine che mio padre usava per la sua depressione. Divenni incosciente in breve tempo e fui salvato davvero per un soffio. Il medico che mi visitò riferì che per fortuna non avevo riportato danni al cervello o al cuore. Ricordo ancora oggi la fatica che feci al mio risveglio, quanto difficile fu riaprire gli occhi, ricominciare a muovermi e a parlare.

Autore nella tradizione di Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi
Al lavoro su qualche appunto;

Dopo quello spiacevole avvenimento trovai conforto nelle abituali letture e nella scrittura, raccogliendo molte idee fondamentali per quelli che in seguito sarebbero divenuti i miei primi cinque libri, e per molti altri che ho in programma di sviluppare e pubblicare in futuro. Anche la meditazione buddhista e l’ approfondimento del pensiero del Dalai Lama e altri maestri buddhisti, come il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, mi furono di grande aiuto.
L’ incontro con la sportiva e scrittrice Nicole Orlando;


Come lettore e autore prediligo la fantascienza, ma non escludo anche altri generi, come la saggistica di argomento storico, i romanzi sociali e ovviamente i classici. I miei autori preferiti sono Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi: ognuno di essi ha un particolare stile e predilezione di argomenti di cui ho riconosciuto il pregio, e mi sforzo di operare nel solco della loro tradizione. Dickens, Wells e Crichton si dedicarono con grandi narrazioni all’ analisi e alla critica sociale e scientifica, mentre Herbert realizzò la nota esalogia di «Dune», basata su questioni ecologici e filosofici. Spinosa invece presentò personaggi ed eventi storici fondamentali per la storia italiana e mondiale in una diversa chiave di lettura, e Manfredi ama così tanto la storia da firmare saggi tecnici semplici e diretti e romanzi particolarmente fedeli alla realtà dei fatti, senza inventare nulla. Ho imparato molto dalla lettura e dall’ analisi delle loro opere, ma ovviamente anche dalla pratica personale. Sento che mi rimane ancora tanta strada da fare per perfezionarmi ed esprimere le molte idee che mi stanno a cuore, ma continuerò a seguire il sentiero ancora per molto tempo con l’ entusiasmo che ho sempre messo in tutto quello che ho fatto nella mia vita.

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman; Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e ...