lunedì 14 agosto 2017

Il potere e l’ abuso dei mezzi di comunicazione di massa


Giacomo Ramella Pralungo ama molto leggere e seguire i notiziari. In più occasioni ha sottolineato l’ importanza della lettura nel suo sviluppo come persona e nella sua attività di autore, mentre apprendere le notizie sia dall’ Italia che dall’ estero lo aiutano a mantenere un certo legame con il mondo circostante: talvolta ha persino sviluppato alcune idee per le sue narrazioni proprio partendo da particolari fatti di cronaca.
Ritiene che i mezzi di comunicazione di massa siano una delle più nobili conquiste del genere umano, e manifesta idee molto precise in proposito: «Hanno un potere immenso, in grado di influenzare la gente promuovendo un’ idea piuttosto che un’ altra, quindi l’ uso o l’ abuso di questo potere assume un’ importanza fondamentale: verrà usato per il bene di tutti oppure per fini personali, più manipolatori? E’ un quesito su cui prima o poi tutti dobbiamo riflettere, dal momento che vi è un confine molto sottile che ci indica quanto di quello che facciamo e avviene sia giusto oppure no, e quando invece ci trasforma in despoti delle menti altrui.».

I mezzi di comunicazione di massa sono ormai una realtà familiare a tutti noi, con i loro numerosi vantaggi.

«E’ vero, peraltro oggi sono praticamente alla portata di ciascuno, in ogni parte del mondo o quasi. In Occidente abbiamo tutti una radio, un televisore, leggiamo i giornali e, soprattutto, disponiamo di un computer con cui accediamo alla rete informatica. In un contesto del genere l’ informazione è disponibile in abbondanza, a beneficio di tutti, eppure non sempre viene ricevuta e compresa come si dovrebbe: il più delle volte leggiamo il giornale o seguiamo il notiziario televisivo o radiofonico senza davvero riflettere sulle notizie, oppure pendiamo dalle labbra di chi che le diffonde semplicemente perché si tratta di una famosa e carismatica. Peraltro, oggi noi stessi possiamo impiegare facilmente i mezzi di comunicazione per trasmettere informazioni: io dico sempre che sia un bene, ma non tutti ce ne serviamo come dovremmo. Non è una novità che i mezzi di comunicazione vengano usati per distorcere determinate informazioni o addirittura per crearne di false, manipolando a piacimento l’ opinione pubblica. In condizioni del genere si esercita un potere distruttivo ben superiore a quello di qualsiasi arma, tanto che un noto proverbio buddhista sostiene che una buona parola tenga un asino inchiodato a un palo per cento anni.».

Proprio di recente lei ha pubblicato un articolo in cui ha denunciato un utilizzo nocivo dei mezzi di comunicazione di massa.

«Sì, occupandomi in modo particolare del fenomeno di certa satira inaccettabile in ‘Le vignette sui migranti e la soluzione finale nazista’, pezzo uscito lo scorso martedì 1 agosto su News Biella. Ho chiaramente affermato che il problema non sta nella facilità con cui oggi accediamo ai mezzi di comunicazione, ma nell’ atteggiamento mentale con cui lo facciamo e nelle nostre motivazioni. La satira rappresenta una forma di comunicazione particolarmente seguita, e trasmettere informazioni è una cosa molto seria, perché consente di diffondere idee e concetti, quindi occorre riflettere con estrema attenzione su tutto quello che sentiamo di dover divulgare, e sul modo in cui vogliamo farlo.».

Un discorso in cui rientra anche il famoso articolo sul lato oscuro della resistenza partigiana.

«Esatto. Lo scorso 21 febbraio, con ‘Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana’, uscito su ‘Il Biellese’, ho affrontato il tema delle omissioni con cui un’ ala della nostra politica nazionale ha voluto ritoccare un periodo piuttosto turbolento e delicato della nostra storia recente, alleggerendolo: un bell’ esempio di uso improprio dei mezzi di comunicazione. In pratica ho sostenuto che tra i partigiani vi furono alcuni criminali che tra il 1943 e il 1945, in certi casi addirittura negli anni seguenti, approfittarono della confusione e dello scompiglio dell’ epoca per concedersi regolamenti di conti e rivalse personali o ideologiche, non connesse alla guerra. Ho anche citato determinati episodi clamorosi avvenuti in territorio biellese. L’ ANPI di Biella si è sentita in dovere di rispondermi bollandomi come revisionista privo di senso storico, nella convinzione che stessi infangando a priori l’ intera Resistenza, eppure denunciare le mele marce, responsabili di determinati episodi poco edificanti che ancora oggi i nostri anziani ricordano, non significa affermare che l’ intero cestino sia da buttare via o che la pianta stessa sia ammalata e quindi da abbattere, ma contribuire a trasmettere un quadro più completo e veritiero. Peraltro, alcuni miei parenti materni furono partigiani (risata)! Potrei schierarmi davvero contro la Resistenza, quella vera (risata)?».

Oggi il problema delle false notizie e della disinformazione non è mai stato tanto elevato.

«Direi che la rete informatica ha contribuito notevolmente ad aggravare il fenomeno. Per quanto riguarda radio, televisioni, giornali e libri la questione riguarda più che altro le rispettive redazioni e gruppi editoriali, che scelgono una certa linea divulgativa in base a determinati criteri, talvolta persino di natura politica. In rete, invece, vige una certa difficoltà di controllo, e moltissima gente diffonde informazioni liberamente distorte o inventate di sana pianta che trovano sempre un certo seguito. Da qualche tempo, ad esempio, è in atto un animato dibattito sulla pericolosità dei vaccini, tacciati di provocare svariate patologie tra cui l’ autismo: è un esempio lampante di disinformazione, promossa da fonti assolutamente inaffidabili, e purtroppo scienziati e medici pienamente qualificati stanno tuttora faticando a rassicurare la popolazione pur esibendo dati e prove del tutto concreti!».

E’ possibile che la responsabilità di questo malsano fenomeno sia non solo dei mittenti, ma anche dei riceventi?

«Assolutamente sì! Dietro ad ogni notizia che viene colta, trasmessa e ricevuta vi sono un’ infinità di persone attivamente coinvolte in ogni singolo passaggio, esattamente come accade nella produzione del tè in Asia e nella sua distribuzione nel resto del mondo: si coltiva la pianta, si raccolgono le foglie verdi, le si fanno appassire, arrotolare, fermentare ed essiccare fino alla selezione finale. Poi si preparano le bustine e le scatole, le si comprano e vendono più volte di nazione in nazione e di continente in continente finché vengono acquisite dagli amanti della bevanda, che la gustano nella tazza con limone o latte, oppure al naturale. Allo stesso modo, il pubblico fa parte del fenomeno della trasmissione delle notizie in quanto parte ricevente, e ha l’ importante compito di rifletterci sopra, senza pendere dalle labbra dei mittenti. Un pubblico passivo e credulone che abbocca a qualsiasi cosa venga diffusa dai mezzi di comunicazione di massa finisce presto o tardi per subire un lavaggio del cervello da cui nascono sempre un mucchio di guai, ecco perché è importante tenere sveglia la nostra coscienza scettica e indagatrice. Proprio come disse il Buddha nel Kalama Sutta, uno dei suoi più noti e importanti insegnamenti, che di tanto in tanto mi piace rileggere: ‘Non credete a niente perché ne hanno parlato e chiacchierato in molti. Non credete semplicemente perché vengono mostrate le dichiarazioni scritte di qualche vecchio saggio. Non credete alle congetture. Non credete come una verità ciò a cui vi siete legati per abitudine. Non credete semplicemente all’ autorità dei vostri maestri e degli anziani. Dopo l’ osservazione e l’ analisi, quando concorda con la ragione e conduce al bene e al beneficio di tutti, solo allora accettatelo, e vivete secondo i suoi principi.’.».

Appare curiosa la tendenza con cui si privilegiano le cattive notizie.

«Ha ragione, io stesso non ricordo di aver trascorso un solo giorno della mia vita senza che alle mie orecchie sia giunta una brutta notizia. La cronaca nera ha sempre catturato moltissimo l’ attenzione del pubblico: ogni volta che si verifica un assassinio, un furto, un atto vandalico piuttosto che un episodio di corruzione o un grave incidente non si parla d’ altro per lungo tempo. Io penso che sia dovuto proprio alla natura deplorevole di certe azioni: uccidere, rubare, danneggiare le cose altrui, offrire denaro o qualche favore in cambio di qualcosa e così avanti sono atti ingiusti che devono essere condannati, mentre disgrazie e disastri ambientali sono un richiamo alla nostra vulnerabilità. Per contro, alle buone notizie, come la realizzazione di un’ opera di pubblica utilità, il salvataggio di una vita o gli aiuti ai meno fortunati viene sempre concessa un’ attenzione nettamente inferiore, quando balzano agli onori della cronaca. In questo modo si rischia di indurre la gente a credere che nel mondo avvengano soprattutto brutte vicende, incoraggiandola a perdere la fiducia nel prossimo, a guardarsi attorno con un costante sentimento di diffidenza e pericolo imminente.».

La scrittura in particolare ha un grande potere, perché permette alle informazioni di durare a lungo nel tempo.

«Certo, infatti il sapere antico e le idee dei grandi saggi del passato sono giunti sino a noi proprio perché vennero messi per iscritto. Le ‘Storie’ di Erodoto, ad esempio, sono la prima opera storiografica occidentale, e si distinguono per il fatto di essere uno dei primi resoconti dell’ ascesa dell’ Impero persiano e delle guerre con le città-stato greche. Il pensiero di grandi menti quali ad esempio Socrate, Platone e Aristotele sopravvissero nei secoli venendo scritte e poi tradotte in varie lingue. In modo particolare, i bizantini preservarono le opere scritte nell’ antichità, coltivandole incessantemente, e nell’ ultimo secolo di vita del loro impero molti loro grammatici si trasferirono in Italia contribuendo alla loro riscoperta e all’ inizio del Rinascimento. Anche in ambito religioso la via indicata da Mosè, dal Buddha, da Gesù, da Maometto e così via si trasmisero dettagliatamente da una generazione a un’ altra in forma scritta.».

I mezzi di comunicazione di massa esercitano un potere immenso, influendo sull’ opinione pubblica: esistono persino riviste dedite al pettegolezzo, molto seguite…

«Stiamo parlando di strumenti certamente potenti, in grado di arrivare velocemente in ogni parte del mondo e stimolando riflessioni, ma ricordiamoci che dietro di essi ci sono sempre e comunque le persone: i giornali non si stampano e non raggiungono le edicole da soli, e i notiziari radiofonici e televisivi non ricevono e non trasmettono alcuna informazione senza una redazione. L’ uso e l’ abuso dei mezzi di comunicazione di massa dipende solo da noi, ecco perché la responsabilità di apprendere e riferire le cose con animo equanime, con tutte le relative conseguenze, ricade sempre e comunque sulle nostre spalle. Per esempio, io ritengo positivo che le persone importanti come i governanti, gli imprenditori e, perché no, le guide religiose siano costantemente tenute d’ occhio, ma i giornalisti dovrebbero parlare di loro con atteggiamento costantemente imparziale, evitando di screditare soltanto la parte avversa al loro orientamento politico. L’ opinione pubblica non è difficile da manipolare quando si sa come farlo, ma la verità rimane pur sempre la verità, e l’ esperienza insegna che non la si può nascondere a lungo, salvo rare eccezioni. Quanto alle riviste dedite al pettegolezzo credo semplicemente che leggere simili scempiaggini a volte sia una mera distrazione, ma quasi sempre mi pare una perdita di tempo bella e buona: meglio una tazza di Prince of Wales o di Earl Grey con un bel libro davanti al caminetto, anche a costo di apparire come vecchi noiosi (risata)!».

Qual è il suo atteggiamento quando scrive e pubblica un libro o un articolo?

«Ogni mio libro e articolo è un mezzo con cui riesco a raggiungere le altre persone, esponendo fatti ed esprimendo idee. Tutte le volte che presento qualcosa mi espongo all’ opinione pubblica, perché i miei testi raggiungono un pubblico di menti pensanti, pertanto mentre scrivo rifletto sempre con grande attenzione su quello che voglio enunciare e su come è meglio che mi esprima, scegliendo con cura persino le singole parole. Alcuni parlano o scrivono molto senza però dire granché, e anche questo andrebbe evitato. Sandra Mondaini disse che gli attori possono entrare nelle case altrui senza suonare il campanello, e che in particolare quelli della sua generazione lo facevano con la cravatta e con garbo: allo stesso modo io non voglio passare per uno che fa le cose tanto per fare, piuttosto cerco sempre di fare un uso cosciente e attento dei mezzi a mia disposizione per confrontarmi al meglio con la realtà di cui sono parte.».

Grazie per il suo intervento.

«Grazie a lei, per me è sempre un vero piacere.».

venerdì 4 agosto 2017

L’ «inventore di storie» si racconta


Appassionato di storia e narrativa, nonché di fantascienza, Giacomo Ramella Pralungo è uno scrittore e articolista che ama definire sé stesso «inventore di storie». Ha pubblicato cinque libri e quarantacinque articoli, in cui ha trasmesso riflessioni sociali ed etiche a lui particolarmente care.
Di tanto in tanto, in occasione delle pubblicazioni su questo sito, si è soffermato a raccontare alcuni particolari del suo passato, che diffondiamo dopo averli ordinatamente raccolti.

Giacomo ricorda la sua infanzia

Sono nato a Biella nel 1984. Sono l’ unico figlio di mio padre, Claudio, ma non di mia madre, Gabriella Rosada, che prima di incontrare mio padre si era sposata con un aristocratico e aveva avuto una figlia e un figlio. Tra la fine degli Anni Settanta e i primi Anni Ottanta aveva divorziato, e per dispetto l’ ex marito aveva usato contro di lei i figli, ancora molto piccoli e facilmente influenzabili, inducendoli a credere che li avesse abbandonati per farsi un’ altra famiglia. Avendo dolorosamente perduto ogni possibilità di avere un rapporto con loro, mia madre mantenne sempre un atteggiamento molto protettivo nei miei riguardi. Vari miei parenti paterni nutrivano una certa ostilità nei suoi riguardi, e parlavano pesantemente alle sue spalle, forse perché erano impressionati dal fatto che avesse sedici anni più di mio padre, e perfino con me non maturarono mai un legame particolarmente positivo: lei era descritta come quella che amava spassarsela, io sono tuttora additato come quello strano. Ricevetti molte attenzioni anche da mio padre e dalla nonna paterna, Luciana, la sola ancora viva alla mia nascita, molto amica di mia madre e che venne a mancare quando avevo sette anni. Purtroppo, oggi ricordo molto poco di lei, ma si tratta di memorie molto belle, tra passeggiate nei boschi, una visita al santuario di Oropa e le ore trascorse giardino. Rammento molto bene il pianto disperato di mia madre, che mi diede la notizia della sua morte.

I miei genitori e io vivevamo in un’ antica casa padronale nel centro di Occhieppo Superiore, di proprietà di una signora leggermente avanti con l’ età che discendeva da una ricca e influente famiglia di industriali, di cui lei e il fratello erano gli ultimi membri. Era una signora un po’ stravagante, che innervosiva spesso il marito con i suoi atteggiamenti, al punto che lui trovava rifugio nel vino: ogni volta che si ubriacava la picchiava, e lei in risposta aveva preso l’ abitudine di uscire di casa ogni giorno ad una certa ora del mattino e del pomeriggio per dargli il tempo di smaltire gli effetti delle sue abbondanti bevute. Quando avevo circa dieci anni adottarono un gallo e una gallina americani, che amavo guardare dal balcone. Il mio primo amico fu il cane che i miei genitori avevano al tempo della mia nascita, Ghibli, un bellissimo schnauzer nano che portava il nome libico del vento proveniente da sudest, e che si affezionò a me al punto da stare sempre in mia compagnia e da non permettere agli estranei di avvicinarsi. Morì investito da una macchina quando avevo ancora pochi mesi, e purtroppo non ricordo nulla di lui. A circa tre anni iniziai a frequentare l’ asilo, a pochi metri da casa nostra. Ricordo molto bene ancora oggi quei giorni lontani: mi isolavo in un angolo e piangevo disperato, rifiutando la compagnia degli altri bambini. Proprio non capivo perché dovessi stare in quel posto, che trovavo strano, e rifiutavo addirittura di mangiare. Dopo tre settimane la direttrice chiamò i miei genitori e li implorò di tenermi a casa, mandandomi solo se fosse stato assolutamente necessario.
Poco tempo dopo adottammo un altro cane, Bijoux, uno yorkshire terrier con cui instaurai un bellissimo rapporto di amicizia. Eravamo inseparabili, giocavamo per giornate intere, e quando andavamo dalla nonna Luciana correvamo insieme fino allo sfinimento dietro alle galline. Qualche volta giocavo con il figlio dei vicini della nonna, Fabio, di un anno più giovane di me e che avevo incontrato all’ asilo, ma il mio vero compagno rimaneva Bijoux, e, in seguito, sua figlia Cherie.

Sui banchi di scuola

A sei anni incominciai ad andare a scuola, e siccome non avevo frequentato l’ asilo per un tempo sufficiente ebbi notevoli problemi di adattamento sia in prima che in seconda, mentre dalla terza in poi le cose si fecero molto più semplici. Ero in classe con molti bambini che avevo conosciuto all’ asilo e che divennero miei amici. Quello con cui stabilì un rapporto particolare era Matteo, figlio di un signore con cui mio padre giocava a tennis.

Avevo tre maestre: una di italiano e religione, una di storia e geografia e una di matematica e scienze. Quella di italiano e religione, la signorina Margherita Sidro, fu quella da cui imparai di più sia come maestra che come persona: era la più anziana, appartenente in tutto e per tutto alla vecchia scuola, legata alla vecchia maniera e assai severa e rigorosa ma al tempo stesso molto entusiasta del suo lavoro e affezionata a ognuno di noi. Credo proprio di dovere a lei la passione per la lettura e l’ interesse per la spiritualità: ricordo ancora oggi quando ci insegnò a scrivere, le favole che ci leggeva da libri vecchi di bell’ aspetto che osservavo con piacere dal mio banco, e di quando ci parlava di Dio e Gesù. Oltre a tutto questo ci insegnava spesso e con convinzione il valore della buona educazione e della disciplina, dicendo che prima di tutto noi eravamo l’ avvenire, gli uomini e le donne del futuro, e che dovevamo impegnarci in tutto quello che facevamo per ricambiare le cure che i nostri genitori avevano per noi. Anche dalla maestra di storia e geografia, Cinzia Bossi, che ebbi in terza e in quarta, imparai moltissimo. Era molto giovane, incominciava a insegnare proprio allora, e seppe trasmettermi la grande passione per la storia, le culture antiche e il Medioevo. Quella di matematica fu invece quella che mi piacque di meno: grassottella, dai lineamenti marcati e il vocione acuto, era antipatica e brusca, sempre pronta a urlare e rimbrottarci tutti, talvolta apostrofandoci con parole ostili come «cretino» e «lazzarone», oppure minacciandoci di sonori manrovesci. Aveva anche l’ abitudine di deridere davanti a tutti chi sbagliava. Ho sempre avuto molti problemi con la sua materia, e purtroppo ancora oggi faccio molta fatica a fare di conto benché la matematica mi piaccia molto come disciplina e scienza esatta.

L’ attrazione per la fantascienza e la storia
A una mostra su Ernesto Schiaparelli;

Avevo buoni rapporti con quasi tutti i miei compagni di classe, anche con le compagne. Come la maggior parte dei bambini frequentai i centri estivi. In un paio di occasioni partecipai a quelli gestiti dalla Comunità Montana, dei quali ho un pessimo ricordo perché i bambini e i ragazzini più grandi mi prendevano di mira in quanto cercavo di essere educato, in tono con l’ insegnamento dei miei genitori, mentre loro avevano atteggiamenti più volgari e incuranti, quindi si divertivano con scherzacci e talvolta picchiando. Nemmeno con i bambini che abitavano nei dintorni di casa mia fu semplice, perché nessuno di loro mi accettava nei loro giochi, dunque mi arrabbiavo e mi ritrovavo quasi sempre da solo, e Bijoux e Cherie rimasero i miei compagni privilegiati. Purtroppo anche i rapporti di amicizia con i miei compagni di classe si sciolsero velocemente con il passaggio alle scuole medie. Avevo anche alcuni cugini di pochi anni più giovani di me, ma li incontravo solo a Natale e talvolta a Pasqua, e in buona sostanza crescemmo come estranei, senza avere nulla a che fare tra noi.
Visita alla casa dell’ eroe Pietro Micca;

Ai centri estivi della parrocchia di Occhieppo Superiore, invece, le cose andavano molto meglio, e nel 1993 e nel 1994 vissi esperienze magnifiche ai campeggi a Bagneri, un paesino di montagna poco lontano da Occhieppo. Durante le scampagnate con don Egidio Marazzina scoprì un luogo meraviglioso, la Trappa di Sordevolo, un antico edificio ai piedi dei monti, completamente realizzato con rocce alpestri, dalle origini tuttora avvolte nel mistero. In quello stesso periodo scoprì la mia passione per la fantascienza, leggendo un racconto sulla mia antologia scolastica, e per la storia. Usavo i miei giocattoli inventando storie oppure riprendendo quelle che vedevo nei film o nei cartoni animati: a onor del vero, penso che ancora oggi sto proseguendo con quel gioco, ma con la penna! Il calcio non mi interessava minimamente, preferivo i giochi di fantasia, quelli con i miei cani e le passeggiate per i boschi, e forse la cosa contribuì ad isolarmi dagli altri bambini: se la maggior parte di loro si scambiava le figurine dei calciatori a me piacevano le storie di alieni e di invasioni segrete, di tecnologie e armi avanzate, di mostri creati in laboratorio, di viaggi nel tempo fino all’ antico Egitto o nella Roma degli imperatori, piuttosto che al tempo dei dinosauri e degli australopitechi. Se gli altri non vedevano l’ ora di andare al campo e passare ore tra una partita e l’ altra, io andavo per i boschi a sbizzarrire le mie fantasie.

Quando avevo otto anni o poco più mia madre mi incantò con i suoi racconti: ogni pomeriggio preparava il tè con i biscotti e mi raccontava della sua attrazione per le opere di Dickens e Jules Verne, e di quando ancora ragazzina vide al cinema molti film di genere fantascientifico oggi ritenuti pietre miliari, ma la cosa che più l’ aveva colpita era stato l’ avverarsi di molte grandi innovazioni tecnologiche e scientifiche viste al cinema, per non parlare del leggendario viaggio sulla luna del 1969. Solo alle scuole medie, tuttavia, vinto dalla voglia di sapere e capire sempre di più, incominciai a studiare con una certa regolarità la storia e a interessarmi di fisica spaziale e temporale, quindi alle letture e al cinema fantascientifico.

A Sordevolo tra Passione e volontariato

Mia madre soffriva di disturbi ai polmoni e ai bronchi, e nel 1993, quando avevo nove anni, la sua salute peggiorò e trascorse molto tempo in ospedale: per un certo tempo si temette per la sua vita, e una volta scampato il pericolo i medici dissero che non si sarebbe mai ripresa completamente, pertanto doveva riguardarsi con grande attenzione. Più o meno in quel periodo persi il mio amatissimo Bijoux, investito da un’ auto ai giardini di Biella: con lui se ne andava un amico e un compagno di giochi meraviglioso, la sua morte fu un grande dolore che solo chi vive da sempre con gli animali e impara a vederli come nostri compagni di vita può comprendere.
Volontariato presso la casa di risposo di Sordevolo;

Nel 1995 iniziai a frequentare le scuole medie, e nel gennaio 1996 ci trasferimmo nella casa della defunta nonna Luciana. In quel tempo avevo una mente tortuosa, e siccome non avevo voglia di studiare venni bocciato. Mio padre volle darmi una lezione, e mi prese con sé per buona parte dell’ estate, nella sua officina di serramenti in alluminio: con il suo esempio compresi facilmente l’ importanza dell’ impegno costante in qualsiasi cosa facciamo. In quello stesso periodo adottammo Cico e Briciola, un bel pastore tedesco e una volpina provenienti da una famiglia di un paese vicino al nostro, ma dopo appena un anno fummo costretti a sopprimere Cico a causa del suo temperamento aggressivo, provocato dai gravi e ripetuti maltrattamenti subiti dalla prima famiglia.
Nel 1998, quando avevo quattordici anni, mio padre fu operato ad un ginocchio dopo che si era fatto male cadendo in casa, e per molti mesi faticò pesantemente dovendo peraltro affrontare un secondo intervento perché il primo non era stato eseguito correttamente. Ero l’ unico che stava completamente bene, e così dovetti assistere i miei genitori come meglio potevo. Dovevo anche dedicarmi a Cherie e a Briciola, e naturalmente non dovevo nemmeno tralasciare gli studi. Allora non avevo amici, anzi, i miei compagni di classe mi trattavano molto male, insultandomi e facendomi dispetti veramente spiacevoli, quindi lo studio e le passeggiate per i boschi con le mie cagnette, a cui poi si aggiunse Stella, un bel pastore maremmano, rimasero i miei passatempi preferiti, i miei momenti più felici.
Volontariato alla casa di risposo di Sordevolo;

All’ inizio del 2000, quando frequentavo le scuole superiori, mia madre infine morì. Benché sapessimo tutti che prima o poi in famiglia questo grande addio sarebbe avvenuto, mio padre e io ne soffrimmo ovviamente moltissimo. Ricordo che pochi giorni prima di morire disse di essere contenta di avere avuto con me la possibilità che invece le era stata negata con i miei fratellastri, e si raccomandò molto: in futuro avrei dovuto continuare a studiare con diligenza e non trascurare la mia tendenza a scrivere, che a lei piaceva molto.
Durante l’ estate un mio ex compagno di scuola alle medie, residente a Sordevolo e con cui ero rimasto in buoni rapporti, mi invitò a partecipare alla Passione di Cristo, una rappresentazione sacra su versi arcaici accompagnati da musica solenne, recitata in forma di teatro popolare dagli inizi del XIX secolo con cadenza quinquennale dalla popolazione sordevolese. Vi partecipai con grande entusiasmo come comparsa, per l’ esattezza ero soldato romano, e ottenni anche la parte del comandante nell’ edizione della Passione dei bambini. Non smisi mai di frequentare Sordevolo, ove mi feci molte nuove amicizie, e negli anni iniziai a fare il volontario presso le varie associazioni e soprattutto alla casa di risposo locale, ove instaurai legami personali di amicizia con gli anziani ospiti. Oggi sono molto più conosciuto a Sordevolo che a Occhieppo Superiore. Peraltro, in quel tempo ripresi con una certa continuità a frequentare la Trappa, che divenne per me un luogo particolarmente caro, ove tuttora mi piace molto recarmi per trovare la pace, ricavando ogni volta una sensazione incommensurabile.

Un periodo molto difficile e il distacco dalla religione
La Trappa di Sordevolo;

Nel 2003 mio padre e io adottammo Orso, un simpatico e intelligente bassotto che Briciola e Stella accolsero volentieri tra loro, ma nell’ estate 2004, complici le mie dolorose esperienze passate e alcuni contrasti con certa gente a Sordevolo che mi turbarono molto, attraversai un periodo di forte depressione, e come se non bastasse nel dicembre successivo dovemmo sopprimere Briciola per un tumore allo stomaco resosi incurabile. Fu un periodo estremamente drammatico, che certamente non ricorderò con piacere. Fino a quel momento ero stato un cristiano piuttosto credente, ma tanta drammaticità mi sospinse a mettere in discussione tutto quello che mi era stato insegnato su Dio e la sua natura onnipotente e benevola: in tono con la tradizione avevo molto e sinceramente pregato per mia madre, che alla fine era morta dopo una dura malattia, mentre in un secondo momento avevo fatto i conti con la depressione di mio padre e infine ero stato costretto a sopprimere uno dei miei cani, che peraltro mi era molto affezionato, e viceversa. Nessuno mi espresse la minima solidarietà, e solo allora, di fronte all’ evidenza dei fatti, compresi che tutte le religioni sono un semplice prodotto dell’ uomo, concepite in un’ era in cui l’ uomo si interrogava sulle origini della vita, sulle cause dei fenomeni e su cosa c’ è dopo la morte ma ancora non esisteva la scienza come fonte di risposte plausibili: «Dio» e il suo volere sono tutto ciò che non sappiamo spiegare, niente di più. Mi allontanai apertamente dal Cristianesimo, rigettandone ogni singolo principio, divenni irascibile e costantemente giù di morale, e mi isolai dal resto del mondo. Ad un certo punto maturai persino alcune manie di persecuzione. Allora frequentavo il corso di servizi sociali all’ istituto di scuola superiore I.P.S.S.C.T.S. di Mosso, e su suggerimento di alcuni gentili insegnanti mi rivolsi ad una psicologa e poi ad una psichiatra che mi aiutarono a superare le mie pesanti reazioni.
Fui sottoposto a una perizia psichiatrica, e affrontai il test di Rorschach, il celebre esame proiettivo basato sulla descrizione delle immagini che si riconoscono nelle macchie di inchiostro, ed emerse che ero spiccatamente intelligente, molto portato per le dinamiche teoriche ed astratte, ma che facevo una certa fatica nel distinguere la realtà interna da quella esterna e che ero soggetto al disturbo borderline di personalità, che in me si esprimeva soprattutto con improvvisi cambiamenti d umore tra serenità e tristezza, rabbia e senso di colpa, instabilità nei comportamenti e nelle relazioni con gli altri e con una marcata impulsività, tutti elementi che si rinforzavano reciprocamente generandomi notevole sofferenza e comportamenti problematici, dando luogo ad emozioni contrastanti e contemporaneamente presenti, capaci di creare caos in me e nelle persone che mi erano vicine, che sentivo come condannanti e possibili nemici da cui difendermi. Emerse che nel tentativo di controllare tali picchi emotivi tendevo a ricorrere impulsivamente all’ azione, senza escludere atti autolesionisti, e a sfuggire alle forti pressioni distaccandosi da tutti e da tutto, nel contesto di una scarsissima stima di me stesso, sentendomi sbagliato e debole, senza possibilità di difesa e di aiuto, esposto ad un mondo fortemente minaccioso e pericoloso.

Con il tempo e la pazienza potei recuperare la calma e la lucidità, e il corso degli eventi si fece fortunatamente meno cupo. Nell’ estate 2005 mi diplomai, acquisendo il titolo di tecnico di servizi sociali, e nello stesso periodo partecipai per la seconda volta alla Passione di Sordevolo, nei panni di Malco, giovane sacerdote membro del Sinedrio di Gerusalemme. Purtroppo non possiedo alcuna fotografia che preservi il ricordo di quell importante avvenimento, che tuttora mi porto nel cuore.

Il periodo dopo la scuola e l’ avvicinamento al Buddhismo e al pensiero di Gandhi

Nel maggio 2004 mio padre si sposò con una signora sua coetanea proveniente dal Ghana, Stato dell’ Africa occidentale, ma residente in Europa da trent’ anni. Nell’ agosto 2005, mentre io ero coinvolto nella Passione di Sordevolo, essi andarono in viaggio di nozze in Ghana, ove conobbero un imprenditore di Biella che era migrato laggiù alla fine degli Anni Settanta fondando una grossa impresa di costruzioni con circa duemila dipendenti, e che propose a mio padre di trasferirsi aprendo un’ attività in società con lui.
Al suo ritorno in Italia lo aiutai nella sua nuova attività, un’ azienda individuale di serramenti che aveva aperto da pochi mesi, ma il nostro Paese e l’ Europa in generale stavano sprofondando costantemente in una crisi economica particolarmente grave.
L’ incontro con ghesce Tenzin Tenphel, monaco tibetano;

Nel 2006, dopo aver seguito un documentario sul Dalai Lama e i suoi insegnamenti, rimasi favorevolmente impressionato dal Buddhismo, e me ne avvicinai gradualmente, approfondendone la mia conoscenza. Trovavo molto interessanti le considerazioni del Buddha, passato alla storia come filosofo e monaco e non come profeta o persona divina, a proposito della sofferenza, che indicava come parte naturale della vita, come dimostrano la malattia e la morte, ma anche come risultato dell’ ignoranza, dell’ avversione e della brama, pertanto possibile da superare con un atteggiamento basato sulla consapevolezza della realtà, sull’ altruismo verso tutte le cose viventi, animali e vegetali compresi, e con una condotta lontana dagli eccessi del piacere e della rinuncia.
Un altro grande personaggio a cui mi interessai nello stesso periodo è il Mahatma Gandhi, il grandissimo politico e filosofo indiano, pioniere di una rigorosa forma di non violenza, che avevo già studiato in terza media, rimanendone colpito. Guardando per la prima volta il film biografico «Gandhi» e leggendo determinati articoli sul suo conto ebbi l’ opportunità di comprendere molto meglio il suo pensiero e il suo metodo, che in Occidente erano stati piuttosto fraintesi: quella che di solito viene chiamata resistenza passiva, dal termine sanscrito satyāgraha, era in realtà un’ opposizione assolutamente pacifica, un diniego totale di collaborazione con l’ Impero britannico che venne attuato come mezzo di pressione di massa atto al boicottaggio di tutto ciò che era anglosassone, dal rifiuto di acquistarne le merci e di ricorrere ai relativi titoli di Stato come forma di investimento alla disobbedienza alle leggi, inclusa l’ astensione da incarichi militari e civili e il rigetto di qualsivoglia titolo onorifico. La grandezza e la profondità di quest’ uomo così speciale mi sorpresero, e da allora cerco sempre di ricordarmene e di migliorarne la mia comprensione.

Il trasferimento in Ghana
L’ amicizia con lama Paljin Rinpoce, unico lama italiano;

Dopo lunghe e attente valutazioni e con l’ aggravarsi della crisi economica in tutto l’ Occidente, mio padre accettò l’ offerta dell’ imprenditore biellese in Ghana e ci trasferimmo il 5 dicembre 2006, naturalmente insieme a Stella e Orso. Ci stabilimmo a Kumasi, la seconda città del Ghana, soprannominata «città giardino» per le numerose specie di fiori e piante che crescono nella zona e nota per essere il luogo di nascita di Kofi Annan, ex Segretario generale delle Nazioni Unite e Premio Nobel per la pace. Mio padre aprì la nuova azienda e operò per dieci anni in società con l’ altro imprenditore biellese, conducendo molti lavori articolati e impegnativi.

Il trasferimento in Ghana non fu una decisione molto semplice per nessuno di noi, e gli inizi furono molto difficili. Lasciare la propria terra e tutto ciò che è familiare è arduo per tutti, senza eccezione. In modo particolare, mi faceva un certo effetto muovermi in mezzo a tanta gente di colore, dal momento che in Italia i bianchi sono la maggioranza e i neri la minoranza, ma con l’ andare del tempo mi ci sono abituato. Peraltro il Ghana è un Paese occidentalizzato, con poca delinquenza e soprattutto privo di tensioni razziali.
Il 27 dicembre 2007, al culmine della disperazione, dopo essermi assicurato di essere da solo, tentai di suicidarmi assumendo un forte quantitativo di medicine che mio padre usava per la sua depressione. Divenni incosciente in breve tempo e fui salvato davvero per un soffio. Il medico che mi visitò riferì che per fortuna non avevo riportato danni al cervello o al cuore. Ricordo ancora oggi la fatica che feci al mio risveglio, quanto difficile fu riaprire gli occhi, ricominciare a muovermi e a parlare.

Autore nella tradizione di Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi
Al lavoro su qualche appunto;

Dopo quello spiacevole avvenimento trovai conforto nelle abituali letture e nella scrittura, raccogliendo molte idee fondamentali per quelli che in seguito sarebbero divenuti i miei primi cinque libri, e per molti altri che ho in programma di sviluppare e pubblicare in futuro. Anche la meditazione buddhista e l’ approfondimento del pensiero del Dalai Lama e altri maestri buddhisti, come il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, mi furono di grande aiuto.
L’ incontro con la sportiva e scrittrice Nicole Orlando;


Come lettore e autore prediligo la fantascienza, ma non escludo anche altri generi, come la saggistica di argomento storico, i romanzi sociali e ovviamente i classici. I miei autori preferiti sono Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi: ognuno di essi ha un particolare stile e predilezione di argomenti di cui ho riconosciuto il pregio, e mi sforzo di operare nel solco della loro tradizione. Dickens, Wells e Crichton si dedicarono con grandi narrazioni all’ analisi e alla critica sociale e scientifica, mentre Herbert realizzò la nota esalogia di «Dune», basata su questioni ecologici e filosofici. Spinosa invece presentò personaggi ed eventi storici fondamentali per la storia italiana e mondiale in una diversa chiave di lettura, e Manfredi ama così tanto la storia da firmare saggi tecnici semplici e diretti e romanzi particolarmente fedeli alla realtà dei fatti, senza inventare nulla. Ho imparato molto dalla lettura e dall’ analisi delle loro opere, ma ovviamente anche dalla pratica personale. Sento che mi rimane ancora tanta strada da fare per perfezionarmi ed esprimere le molte idee che mi stanno a cuore, ma continuerò a seguire il sentiero ancora per molto tempo con l’ entusiasmo che ho sempre messo in tutto quello che ho fatto nella mia vita.

venerdì 28 luglio 2017

Un tè con Giacomo Ramella Pralungo


Giacomo Ramella Pralungo ci accoglie sulla porta con un ampio sorriso, e ci guida in giardino, ove serve il : «Scoprì questo particolare piacere grazie a mia madre, quando avevo otto o nove anni. Ho ripreso per qualche tempo quest’ abitudine nel periodo in cui morì, e l’ ho definitivamente conservata negli ultimi dieci anni.».
Aggiunge che è molto raro per lui mangiare o prendere il tè in giardino, ma sente di voler rimediare perché ogni volta che gli capita avverte chiaramente il forte legame tra uomo e ambiente, e ogni illusione di essere qualcosa di distaccato e oltre le leggi della natura decade: «Stiamo sempre più recando danno al nostro ecosistema in nome del profitto o, peggio ancora, del progresso, e sono sicuro che tra cento anni, se non prima, avremo evidenti motivi per dolercene.».

A proposito di progresso, noi tutti viviamo in un mondo in continuo e rapido mutamento. Che cosa ne pensa?

«Il cambiamento è una naturale caratteristica di tutte le cose: anche una montagna è incessantemente soggetta a qualche variazione, benché osservandola a valle non si noti. Peraltro penso che senza cambiamenti qualcosa si addormenti in noi, inducendoci al ristagno. Negli ultimi quattro milioni di anni l’ evoluzione biologica e il progresso sociale e materiale ci hanno consentito di mutare da australopitechi primordiali a esseri umani capaci di svolgere attività sofisticate e di semplificarsi la vita. Chissà che cosa saremo tra altri quattro milioni di anni, se per qualche motivo non ci estingueremo prima? Eppure non si può negare che negli ultimi cento anni ci siamo evoluti troppo in fretta sia socialmente che tecnologicamente, al punto che per ironia stiamo faticando moltissimo a mantenere il passo che noi stessi ci siamo dati. Io penso che dovremmo rallentare un po’ per familiarizzare con le conoscenze e l’ esperienza fin qui acquisite e poi riprendere il cammino.».

Quello tra tradizione e modernità è un contrasto antico ma sempre attuale.

«Ha assolutamente ragione, e mai come oggi il dibattito è stato tanto aperto. Nel mondo di oggi, così come è sempre avvenuto nel corso della nostra storia, le differenze tra i più anziani e i più giovani sono più che evidenti, perché gli avvenimenti storici e i cambiamenti sociali, tecnologici e addirittura professionali hanno portato a cambiamenti epocali. Oggi abbiamo risolto molti problemi e superato varie manchevolezze del passato, abbiamo tante comodità che fino a poco tempo fa non c’ erano e sotto questo aspetto è importante che sia così. Eppure siamo alle prese con nuovi problemi e manchevolezze che risolveremo con un ulteriore progresso, e così avanti finché il genere umano uscirà di scena. Io dico sempre che devono esistere determinati valori fondamentali che nel tempo devono rimanere sempre gli stessi, come la famiglia, l’ impegno costante ed entusiastico per quello che si fa, la buona educazione, l’ altruismo, la cura per l’ ambiente, gli animali e la società in cui si vive, per quanto la loro applicazione possa e debba logicamente adeguarsi ai tempi che corrono perché altrimenti sfoceremmo in quel ristagno di cui parlavamo prima. Peraltro mi piace aggiungere che il progresso deve essere sia materiale che interiore: possiamo avere un’ automobile molto bella e moderna e una casa zeppa di elettrodomestici efficienti e in grado di fare tutto, eppure essere persone povere nella mente e nell’ animo, quindi in tutta evidenza non saremmo di fronte ad alcun vero progresso.».

Infatti, oggigiorno, per progresso si intende solo lo sviluppo materiale in quanto tale, e non la sua utilità e nemmeno le conseguenze sulle persone…

«E’ uno degli effetti collaterali della rivoluzione industriale che ha animato l’ Occidente europeo. Noi di solito siamo abituati a sostenere con forza il miglioramento del tenore di vita e dei trasporti, nonché il conseguente aumento demografico e l’ espansione delle città, ma con l’ andare del tempo abbiamo toccato un estremo dopo l’ altro: le comodità materiali erano così desiderabili da divenire il fine ultimo del processo di evoluzione venuto a instaurarsi, al punto che oggi ci affidiamo molto più del dovuto alle nostre realizzazioni, delegando ad esse ogni cosa e divenendone dipendenti, siamo alle prese con la sovrappopolazione e un’ eccessiva urbanizzazione che stanno letteralmente distruggendo l’ ambiente planetario. Peraltro, le persone sono divenute parte di un ingranaggio folle che le ha trasformate in unità produttive che valgono solo per quello che producono: oggi uomini e donne non sono più i beneficiari di quel grande balzo in avanti auspicato dalla rivoluzione industriale, ne sono vittime. E gli anziani, un tempo visti come saggi ed esempi di vita per via della loro saggezza, sono divenuti un peso perché con l’ età avanzata non sono più in grado di contribuire al meccanismo. No, questo non è assolutamente progresso!».

Quindi lei è a favore di un connubio tra tradizione e sviluppo, in un contesto di antropocentrismo?

«Sì, tradizione e sviluppo possono senz’ altro combinarsi, e credo che sia un valido principio. Determinate popolazioni orientali, come gli indiani e soprattutto i giapponesi, hanno adottato questa visione, mantenendo le proprie antiche tradizioni e combinandole con le moderne innovazioni. Il progresso, in ogni sua forma, è stato concepito per il bene dell’ essere umano, e i prodotti tecnologici devono rimanere strumenti che le persone devono rispettare e considerare entro i giusti limiti: l’ uomo non deve smettere di camminare solo perché ha l’ automobile o la motocicletta, così come non deve rinunciare a far di conto in favore della calcolatrice o evitare di scrivere lettere a mano da mandare tramite la posta tradizionale ricorrendo esclusivamente a quella elettronica. Migliorare e semplificarsi la vita è il vero obiettivo del progresso, non ricorrere abitualmente a tecnologie sempre più autonome da cui un giorno farsi gestire e condizionare l’ esistenza.».

E’ quello che sostiene nei suoi romanzi di fantascienza?

«La fantascienza nacque e si sviluppò proprio considerando questo principio: l’ impatto di una scienza, di una scoperta e di una tecnologia sull’ umanità. Herbert George Wells e Michael Crichton hanno pubblicato storie esemplari con le quali hanno espresso molto bene l’ esigenza di procedere gradualmente e intelligentemente lungo la via dello sviluppo tecnico e scientifico: è il solo modo per riempire il nostro cesto con frutti veramente utili. Io stesso ho riconosciuto la validità delle loro considerazioni, e le ho fatte mie.».

E’ per l’ importanza che attribuisce sia ai metodi tradizionali che a quelli moderni che lei pubblica i suoi libri sia in formato cartaceo che in quello digitale?

«Certamente, è proprio per questo. Oggi il libro elettronico è una realtà ormai impostasi nelle nostre vite, e ha il vantaggio di poter custodire al proprio interno l’ equivalente di una biblioteca, quindi ben venga laddove se ne vede il bisogno. Se devo essere sincero ne ho uno anche io (risata)! Ma il libro di carta continua giustamente a mantenere il proprio fascino, e molte persone mi hanno detto chiaramente che sfogliarne le pagine e sentire persino l’ odore della carta restano esperienze imparagonabili. Anche in questo caso siamo davanti a una bella combinazione tra tradizione e modernità.».

Grazie per il tè e la bella intervista.

«Grazie a voi, è stato un vero piacere.».

martedì 14 marzo 2017

La posizione di Giacomo sulla Resistenza italiana



Fin dall’ infanzia ho sempre avuto una grande passione per la storia, oltre che per la narrativa e la fantascienza. Ricordo che il passato mi ha sempre molto incuriosito, che mi sono sempre chiesto come fossimo arrivati a realizzare un mondo esattamente come questo, e quanto rimanesse oggi dei grandi fatti e delle grandi scoperte dei tempi passati. L’ importanza che ho imparato a dare alla continuità del tempo trovò un’ importante conferma quando iniziai le scuole superiori, ove i miei insegnanti mi dissero che conoscere la storia è fondamentale per capire al meglio il mondo di oggi e perfino noi stessi. Peraltro, più di recente qualcuno mi ha detto che se non si conosce la storia si è come una foglia che non sa di essere parte di un albero: tutte queste affermazioni mi hanno profondamente colpito, e le ho fatte mie, tuttavia nel corso dei miei studi ho presto dovuto confrontarmi con un’ altra verità, piuttosto triste, secondo cui, tanto per citare un noto proverbio, la storia è scritta dai vincitori. Quanto di quel che sappiamo del nostro passato corrisponde effettivamente al vero e non a un’ operazione di riscrittura atta a coprire il lato rovescio e meno roseo di determinati avvenimenti fondamentali, o a esaltare il lato buono di personaggi discutibili resisi colpevoli di colpe inammissibili?
Partigiani in azione sui monti biellesi

Contemporaneamente alla mia attività di romanziere, nel mese di novembre dell’ anno 2015 iniziai per puro caso a pubblicare su «Il Biellese», nota testata giornalistica della provincia di Biella, di cui sono originario, alcuni articoli di storia e personaggi locali, mentre su www.neteditor.it presi a pubblicarne altri di storia e cultura più generale: in entrambi i casi compresi fin dall’ inizio quanto fosse importante attenersi rigorosamente ai fatti, senza travisarli facendo prevalere una tesi a scapito di un’ altra. Lo scorso 21 febbraio, un martedì, dopo una lunga riflessione e attente considerazioni ho deciso di pubblicare su «Il Biellese» un articolo dalle implicazioni piuttosto delicate, «Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana», in cui mi sono concentrato sul lato rovescio Resistenza italiana, che dall’ 8 settembre 1943 ai primi giorni del maggio 1945 si opposero al Nazifascismo.

Negli ultimi settant’ anni si è dichiarato e scritto molto sui valori e l’ azione dei partigiani, lodandone grandemente il coraggio e il valore. Io stesso sono convinto che tutto il popolo italiano sia debitore nei loro riguardi, avendo contribuito al ristabilimento della democrazia perduta in Italia, e sono molto fiero di poter affermare che molti parenti materni furono partigiani. Eppure, come studioso di storia, credo che sia imperativo rammentare che alcuni partigiani commisero certi errori. A tal proposito ricordo molto bene le parole di mia madre, secondo cui non tutti i fascisti furono cattivi e non tutti i partigiani furono buoni, e molte persone anziane di mia conoscenza hanno spesso confermato che i partigiani ebbero ampie occasioni per portare avanti vendette, eccidi e calcoli politici che la storiografia dei vincitori occultò abilmente con una spessa cortina di silenzio. In quei giorni penosi non vi fu alcuno schieramento composto da cavalieri senza macchia, e fino a oggi la Resistenza è stata quasi sempre solo lodata. Tuttavia troppe lodi prive di senso critico non giovano mai a nessuno.
«Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana»

Tra le righe di «Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana» ho voluto affrontare il clima di accanimento e furore che alcuni partigiani perpetrarono inquinando la nobiltà dell’ ideale originario, principalmente scagliandosi contro fascisti veri o presunti, ma anche contro antifascisti di ideale non comunista. Secondo certe fonti, tanta violenza era atta a sostenere l’ imposizione del Bolscevismo in territorio italiano. Pur precisando che tali brutalità ebbero luogo in tutto il territorio della Repubblica di Salò, ho dovuto concentrarmi sui fatti avvenuti nella sola terra biellese, adeguandomi alla realtà locale di «Il Biellese», ma i risultati della mia ricerca hanno avuto esiti ugualmente interessanti, permettendomi ad esempio di scoprire che al valico del Bocchetto di Sessera, situato tra la valle dello Strona di Mosso e la Val Sessera, vennero trucidate decine di fascisti, tra cui molte donne che prima vennero brutalizzate e stuprate, i cui cadaveri probabilmente giacciono tuttora sepolti nel bosco sottostante. In seguito, Graglia fu teatro il 27 aprile 1945 dell’ uccisione di trentatré ufficiali del Raggruppamento Allievi Ufficiali catturati a Cigliano e delle mogli di due di questi, una delle quali addirittura incinta, da parte di una formazione di partigiani comunisti, e a Sordevolo, appena due giorni dopo, ebbe luogo la fucilazione da parte dei garibaldini della 2º Brigata di dieci militi del presidio di Cossato, fra cui un sacerdote salesiano.

Il 28 febbraio scorso, ad una settimana dall’ uscita del mio articolo, il Comitato biellese dell’ ANPI, l’ Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia, ha pubblicato su «Il Biellese», una dura risposta in cui mi si accusa di avere una consapevolezza della storia piuttosto lacunosa e di sostenere libere interpretazioni e affermazioni inaccettabili in quanto mosse da intenti revisionisti. Avrei peraltro intenti incoerenti e ipocriti, come dimostrerebbe una frase presente nel mio pezzo: «Nessuno intende disonorare il ricordo e la maestà della Resistenza partigiana.».
Dopo una scrupolosa lettura di quanto mi è stato rivolto ho ritenuto doveroso inviare al giornale la mia risposta agli amici dell’ ANPI, e in attesa della sua pubblicazione vorrei che fosse chiaro a tutti i miei lettori che ho sempre preso molto sul serio tutte le mie pubblicazioni, arrivando persino a scegliere con cura le singole parole, nella consapevolezza di essere soggetto all’ opinione pubblica, e che non avendo mai aderito a un’ ideologia e a un partito politico io sono assolutamente il tipo meno adatto ad occuparmi di revisionismo. Temo piuttosto di avere il sospetto che l’ ANPI stessa nutra un preciso orientamento politico, questo almeno spiegherebbe i toni severi e la prontezza della sua risposta al mio articolo, e a tal proposito mi permetto di affermare che questo nuoce seriamente alla tutela e alla valorizzazione della memoria e dei valori della Resistenza di cui si è assunta l’ impegno: la trasmissione della conoscenza della storia e la politica sono da sempre due cose inconciliabili, mosse da esigenze assai diverse tra loro.
La replica dell’ ANPI 

Noi apparteniamo ad una generazione diversa da quella che visse e subì il conflitto di Hitler e la guerra civile italiana, in cui agirono i partigiani, pertanto credo che dopo settant’ anni dovremmo cominciare a smettere di affrontare il tema della Resistenza solo in base ai rigidi e ormai obsoleti dettami della propaganda secondo cui i fascisti furono tutti cattivi e i partigiani tutti buoni: denunciare le mele marce nel cesto non significa affermare che il grande albero della Resistenza fosse malato e in attesa di essere abbattuto, ma contribuire a mantenere un ricordo più appropriato e preciso della storia. Io non ho fatto assolutamente di tutta un’ erba un fascio, ho sempre sostenuto che vi furono partigiani buoni esattamente quanto vi furono partigiani cattivi, e credo che si possa comprendere facilmente con una lettura imparziale del mio articolo.
Vorrei concludere sostenendo che se l’ ANPI riconoscesse gli errori compiuti dalle pecore nere della grande famiglia dei partigiani, sull’ esempio dei principi Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto di Savoia in occasione del loro rientro in Italia alla fine del 2002, quando presero le distanze dagli errori e dalle manchevolezze del loro antenato Vittorio Emanuele III, assumerebbe una maggiore credibilità.


Giacomo Ramella Pralungo

martedì 21 febbraio 2017

L’ «inventore di storie» e i suoi articoli su «Il Biellese»


Giacomo Ramella Pralungo non è soltanto un autore di narrativa fantascientifica, ma anche uno storico appassionato. Tramite «Il Biellese», testata giornalistica della sua provincia, dalla fine del 2015 pubblica articoli riguardanti la storia e i personaggi storici di Biella: «E’ un’ attività che ho iniziato per puro caso, e che si è rivelata ben presto molto interessante e addirittura piacevole. Io stesso sento di avere appreso moltissimo grazie ad essa, perché anche la storia locale riserva tante belle sorprese.».

Come ha iniziato l attività di «cronista storico»?

«Con un articolo dedicato ad Ernesto Schiaparelli, un grande egittologo di Occhieppo Inferiore che, all’ apice della sua carriera, divenne direttore del Museo egizio di Torino. Io sono sempre stato appassionato di storia egizia, e alle scuole medie, che ho frequentato proprio a Occhieppo Inferiore, la mia insegnante di storia mi parlò di Schiaparelli e delle sue grandi scoperte archeologiche, dalla tomba della regina Nefertari a quella dell’ architetto reale Kha. I primi giorni del novembre 2015 andai in visita al Museo egizio, e la mia mente rievocò di continuo il ricordo di Schiaparelli: feci un giro per Occhieppo Inferiore, e rimasi stupito di quanto poco ricordato fosse questo nostro notevole conterraneo, a cui era stata dedicata la sola scuola elementare. Intendiamoci: io per primo trovo bello che un’ istituzione come una scuola pubblica porti il suo nome, ma bisogna riconoscere che si tratta di una realtà troppo piccola per un personaggio tanto grande! Una via o una piazza, al confronto, sarebbero maggiormente sotto gli occhi della gente.
Il mio pallino per la scrittura mi portò a scrivere un articolo in cui rievocai le sue vicende di vita, nonché quelle accademiche e archeologiche, e perfino quelle filantropiche. La direzione de ‘Il Biellese’ si rivelò gentilmente disposta a pubblicare questo pezzo per l’ edizione del 6 novembre 2015, e io mi sentì profondamente onorato al pensiero di aver fatto qualcosa per il ricordo del leggendario egittologo. In seguito pensai che avrei potuto fare altrettanto per fatti e personaggi storici legati alla nostra piccola grande provincia, non soltanto legata ai noti opifici tessili.».

E da allora pare che non le siano mancate le idee.
Ernesto Schiaparelli;

«(Risata) Assolutamente no! A Biella, la città dell’ orso, sono legati personaggi notevoli come Pietro Micca, Fred Buscaglione e Giuseppe Pella, su cui ho avuto il piacere di esprimermi. Perfino l’ attività tessile nel nostro territorio ebbe origini degne di un romanzo storico, essendosi imposta soprattutto in seguito alle intuizioni politiche di Casa Savoia, che voleva infrangere il monopolio di Francia e Germania. L’ anno scorso, peraltro, in occasione dei festeggiamenti del 2 giugno feci qualche ricerca e pubblicai un articolo in cui rammentavo che in occasione del referendum istituzionale del 1946 la maggioranza del popolo biellese votò per la Repubblica. A ben pensare, la storia locale è davvero interessante, ed è un gran peccato che non venga considerata nelle nostre scuole parallelamente a quella nazionale e internazionale.».

Per lei forse è meglio così, altrimenti resterebbe disoccupato…
Giuseppe Pella;

«(Risata) Forse ha ragione! Scherzi a parte, però, rimango sempre piacevolmente sorpreso da tutte le cose che vengo a sapere ogni volta che inizio una ricerca su un particolare personaggio o avvenimento. Mi pare di capire che Biella sia una piccola grande realtà che molto ha dato al resto del Paese, e che abbia ancora un sacco di cose preziose da condividere. Non di solo tessile vive la mia terra, ma di un vasto patrimonio umano. Nella mia beata semplicità cerco di dare alla mia gente l’ orgoglio di sé stessa.».

Proprio oggi è uscito un suo articolo su «Il Biellese».
L’ articolo in uscita oggi;

«Sì, un articolo in cui affronto un argomento piuttosto controverso, ossia gli abusi e gli eccessi dei partigiani negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, quando ormai era forte il dissenso contro il Nazifascismo che aveva provocato tanti guai e vittime. Alcuni miei parenti materni furono partigiani legati all’ ideologia socialista e comunista, ma mia madre disse sempre che non tutti i fascisti furono cattivi, e non tutti i partigiani furono buoni. Durante una guerra civile, come quella che si verificò a metà degli Anni Quaranta nell’ Italia settentrionale, presto o tardi gli interessi di uno schieramento vengono usati come scusa per compiere vendette o azioni mosse da interessi personali. E’ proprio quel che accadde in buona parte del centro e del nord partigiano, dove molti combattenti per la libertà si macchiarono le mani di sangue per il proprio interesse, inquinando la purezza dell’ ideale originario, mutandosi in veri e propri criminali di guerra non troppo diversi da quelli che pretendevano di combattere.
Anche nel Biellese ebbero luogo avvenimenti intollerabili, eccidi mostruosi come quelli avvenuti al Bocchetto Sessera, a Graglia e Sordevolo, in cui i partigiani si lasciarono trasportare innegabilmente dalla sete di sangue. Non ho scritto con animo politico o revisionista, dal momento che non ho mai aderito a un’ ideologia o un partito, e nemmeno voluto recare danno al contributo dato dai partigiani alla lotta per l’ Italia. Intendevo solo contribuire a mantenere una visione equanime di un capitolo del nostro passato che ci è ancora piuttosto vicino.».

Ha in previsione altri articoli?
Pietro Micca;

«Certamente, a Biella vissero personaggi ed ebbero luogo avvenimenti che attendono ancora di essere ripresi e raccontati. Fortunatamente le idee non mancano!».

Grazie, e tanti auguri.

«Grazie infinite, è sempre un grande piacere.».

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman; Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e ...