martedì 7 aprile 2020

«Credo che ci sia una lezione da trarre dal COVID-19»



Fin dall’ origine dei tempi, sono sempre serviti eventi drammatici per scuotere la gente dall’ apatia e invitarla a riflettere sulla caducità di tutte le cose e la fragilità della natura, quella umana compresa. Il 2020 non è un anno che ricorderemo con particolare piacere, direi piuttosto che si è rivelato un annus horribilis in piena regola. In questi ultimi mesi abbiamo assistito in tutto il mondo alla travolgente drammaticità della pandemia di COVID-19. Una malattia dall’ origine nebulosa e poco limpida, che molto opportunamente ci è stata tenuta nascosta, un’ epidemia che ben presto si è mossa portandosi via tante vite, finendo con il gettarci tutti in una cupa atmosfera di panico, incertezza ed isolamento preventivo. Ognuno di noi cerca, a modo proprio, di affrontare la vicenda. Soprattutto ora che la crisi è ancora in pieno svolgimento ed ha effetti non solo in ambito sanitario ma anche in quello psicologico, politico e finanziario, non è certamente facile parlarne e giungere ad un giudizio veramente corretto. Sicuramente, le prime sensazioni sono di turbamento, incredulità, incomprensione, ira e preoccupazione. Noi tutti, io compreso, stiamo provando tali emozioni in questi ultime settimane, quindi ciò che vi dico ora, in quanto persona normale, viene dal profondo della mia coscienza.

Mi rivolgo a voi in un tempo di crescente difficoltà. Un tempo di sconvolgimento nella vita del mondo intero che ha portato dolore, problemi economici ed enormi cambiamenti nella vita quotidiana di tutti. Un tempo scandito da una battaglia dura e penosa da combattere restando a casa, e che senz’ altro muterà il nostro modo di vivere. Innanzitutto tutto voglio precisare di essermi categoricamente rifiutato fin dall’ inizio di esporre il Tricolore e di cantare dalla finestra il Canto degli Italiani, non perché non amo la mia Patria ma perché le malattie non fanno sconti e hanno sempre il potere di andare oltre i confini nazionali e le differenze culturali che, occorre ricordarlo ancora una volta, esistono solo nella nostra mente: sono fermamente convinto che in un momento come questo si debba ragionare come una sola umanità, un unico genere! Detto questo, vorrei rendere io stesso omaggio al duro lavoro dei medici, degli infermieri del servizio sanitario e di tutti i volontari che stanno assistendo il prossimo. Il personale sanitario in particolare è chiamato ad un lavoro ai limiti delle sue doti e capacità, e come mai prima si è reso urgente ascoltare quelle persone competenti che, da differenti contesti, si stanno pronunciando nel fondamentale ambito della prevenzione: per quanto possibile, evitare un problema è molto meglio che dovervi fare i conti una volta che si è manifestato nella sua complessità. Io ho sempre profondamente ammirato dottori e paramedici per la loro energia e l’ impegno verso i pazienti e l’ unicità e irripetibilità di ogni persona, e ricordo di aver costantemente avuto una stima tutta particolare per il mondo della scienza, perché la nostra attuale qualità e speranza di vita, tra vaccini, interventi chirurgici e di altra natura, cure e così avanti, si basano proprio sulle magnifiche conquiste scientifiche.
Pertanto, ora mi si permetta cordialmente di biasimare la nostra «brava» classe politica, di tutti gli schieramenti che negli anni si sono avvicendati alla guida della nostra Nazione, a proposito dei vasti e numerosi tagli finanziari che ha imposto alla ricerca e alla consueta attività scientifica e medica: se scienziati, medici e personale infermieristico avessero avuto fin dal principio tutto ciò che risulta alla base del loro operato, sarebbero stati certamente in condizione di svolgere in modo ideale il proprio mestiere proteggendo le persone fragili e risparmiando a molte famiglie i ben noti lutti da cui invece sono state colpite, a cui si è aggiunto lo strazio di non poter rivedere mai più i defunti e neppure di poterli accompagnare nell’ estremo onore. Se anziché trastullarsi in lussi e privilegi degni soltanto della residenza reale di Versailles al tempo del Re Sole, i nostri ottimati avessero assicurato tali finanziamenti alla sanità, oggi il disastro sarebbe stato meno totale! E ora che il genocidio è in corso trovo assolutamente ridicolo volgersi al cielo su invito delle guide spirituali, quelle vaticane in testa, per invocare l’ aiuto di dei e angeli soprattutto ora che ci avviciniamo ad una nota e sentita ricorrenza quale la Pasqua! Il ricordo del Medioevo, ricco come fu di episodi di superstizione e follia mistica, a questo proposito può parlare benissimo al posto mio.

Sempre più spesso mi domando in quale modo le future generazioni giudicheranno gli eventi di quest’ anno tumultuoso. Oserei dire che la storia avrà una visione un po’ più assennata rispetto a quella di alcuni nostri commentatori contemporanei, e arricchirà il nostro giudizio con quella dimensione di saggezza e credibilità che spesso manca in coloro il cui compito è offrire pareri al pubblico sulle cose importanti del mondo. Nessuna istituzione, neppure la politica, può e deve sottrarsi allo scrutinio di coloro che si è impegnata a servire. Io, per parte mia, credo fermamente che ci sia una precisa lezione da trarre dal COVID-19 e dalle epocali conseguenze del suo passaggio in mezzo a noi. Questa virulenza sta infatti smascherando limiti e manchevolezze nel sistema politico ed economico sia nazionale che internazionale, per esempio gettando l’ uno contro l’ altro come lupi affamati svariati Paesi del Vecchio continente e le maggiori potenze occidentali e orientali, le cui borse valori peraltro non sono mai state chiuse dando luogo a un animato terremoto finanziario. Ha confermato ancora una volta quanto i mezzi di comunicazione di massa abbiano tradito il loro obiettivo fondamentale, ossia informare la gente e guidarla fino alla sponda della conoscenza e, soprattutto, della consapevolezza, mettendosi al servizio dei meschini interessi di un particolare schieramento politico o addirittura ideologico. Come diceva il grande Giampaolo Pansa, che ho sempre molto ammirato, il giornalismo si è tramutato in carta straccia.
Questa pandemia ci ha condotto ad un bivio epocale, e la strada che abbiamo intrapreso pare proprio quella di un ulteriore restringimento delle nostre libertà e del crescente individualismo. Il timore che il prossimo possa essere un untore può risultare devastante per il costituirsi di una consapevolezza in cui la realtà va necessariamente declinata con il «noi» e non l’ «io». Fin dagli Anni Settanta siamo soggetti ad un modello economico neoliberista che, proprio come un virus, è diventato una pandemia: dopo il «Trentennio glorioso» di matrice keynesiana, in cui gli Stati svolgevano un ruolo preponderante, l’ elezione di Margareth Thatcher a Primo ministro britannico e quella di Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti, tale modello si è rapidamente propagato, e con la caduta del Muro di Berlino si è diffuso ovunque, mutandosi in un modello sociale in cui empatia, solidarietà e senso di comunità hanno fatto posto a quell’ individualismo sfrenato e funzionale al fine di renderci tutti consumatori obbedienti. Del resto, la stessa Lady di Ferro fu piuttosto chiara quando disse: «La società non esiste, esistono solo gli individui.». Un ulteriore pericolo è la militarizzazione della società a cui stiamo assistendo: io di certo non dimenticherò mai le immagini relative alle bare di Bergamo mentre venivano portate via dall’ esercito, in quanto monito della forzata segregazione e l’ inevitabile distanza sociale che, temo, anticiperanno scenari a cui non siamo abituati e che inevitabilmente faranno maturare cambiamenti personali e collettivi in senso distopico. Il COVID-19 verrà sconfitto, io l’ ho sempre pensato, ma ciò che dovrebbe inquietare davvero è lo strascico che tale esperienza globale lascerà su di noi e come queste nuove paure potranno essere usate per limitare ancor di più le nostre libertà e i nostri pensieri, nella miglior tradizione dittatoriale. E’ dalla Seconda Guerra Mondiale che il mondo non viveva una condizione di tale portata.
Ormai è evidente a tutti quanto la politica sia debole, un luogo caotico in cui una moltitudine di delegati discute all’ infinito senza giungere a nulla, tenendo in piedi un groviglio di leggi inestricabile ed inadeguato mentre la corruzione dilaga e gli interessi sia settari che economici hanno precedenza su tutto. E le corti giudiziarie impiegano ancora più tempo per risolvere le cause di cui si occupano, barcamenandosi tra cavilli e interpretazioni personali con cui negano alla giustizia il corso che le è dovuto. No, così proprio non va: la politica, come gli antichi greci tanto sapientemente affermavano, significa «arte del buon governo», pertanto ora ha l’ irrinunciabile compito di concepire e attuare una nuova visione, di insegnare che questo agente patogeno non ci deve dividere ma unire, di ricordare che siamo tutti quanti legati. Esiste una rete invisibile che ci connette reciprocamente, così come il mondo è connesso all’ universo, e solo insieme potremo vincere la difficoltà: questa è la vera politica!

Se è vero, come abitualmente si dice, che l’ umano si distingue dal resto della famiglia animale per intelligenza, disciplina, cortese determinazione e comprensione vicendevole allora credo proprio che dovremmo finalmente cominciare a fare uso di queste qualità. Ogni crisi, pur essendo di per sé un problema, curiosamente consente l’ indubbia opportunità di disfarsi delle sue cause, apportando un miglioramento. Sia come singoli che come popolazione abbiamo quindi il dovere di trarre forza da ciò che sta succedendo, cercando sollievo al dolore e preparandoci ad affrontare attivamente il futuro, cambiando intelligentemente la pericolosa rotta precedentemente intrapresa, come già venne fatto dalle passate generazioni che vissero in tempi di carestie, malattie e guerre. Essendo già sopravvissuti ad altre pandemie, anche più gravi di questa, sono assolutamente convinto che prevarremo pure questa volta, e che la vittoria apparterrà a ciascuno di noi. Ma il superamento del COVID-19 sarà solo una parte della battaglia: dopo, infatti, ci attenderà la realizzazione di un futuro migliore sia del passato che del presente. Andrà tutto bene? E’ auspicabile. Tornerà tutto come prima? Sarebbe un errore madornale, la conferma che non abbiamo imparato nulla dalle vicende passate, e comunque non lo ritengo neppure possibile perché ogni cosa muta in continuazione: nulla rimane mai lo stesso, neppure le montagne, nonostante l’ apparenza. Mi auguro vivamente, quindi, che nei prossimi anni potremo tutti guardarci indietro dopo aver intuito il significato della grande esperienza affrontata in risposta a questa sfida, e che chi verrà dopo di noi, pur ammirando i nostri sforzi, sappia evitare i nostri fallimenti.

Spero davvero che ognuno di noi, ovunque sia, mostri apertamente che cosa significhi essere umani. Possano i malati guarire velocemente e i morti riposare in pace, e che ciascuno di noi tragga la lezione che più reputa opportuna da tutto questo dramma, confortandosi ricordando che giorni migliori torneranno, che un giorno saremo di nuovo con le nostre famiglie e i nostri amici.

Giacomo Ramella Pralungo

mercoledì 18 marzo 2020

Scrivendo con Giacomo…


Godendosi la vista dalla veranda, Giacomo finisce di sorseggiare una tazza di tè Earl Grey: «Sia pur senza un movente necessariamente critico, sono sempre stato un tipo controcorrente: tra dieci italiani che durante il giorno impazziscono per il caffè, io sono quello che sceglie il tè. Il caffè mi basta una sola volta al mattino, con il latte.». Alla domanda sul motivo per cui ami tanto la celebre bevanda importata dal subcontinente indiano, accenna ad un sorriso: «Ovviamente me ne piace molto il sapore, e mi affascina il cerimoniale che lo circonda. Trovo che svolga una bella funzione sociale, come avviene in Gran Bretagna e nei Paesi nordici. In Oriente, poi, equivale ad un momento estetico, e ha anche una grande valenza religiosa, come dimostrato dalla cerimonia del tè in Giappone e dal fatto che sia in tale Paese che in Cina venga servito silenziosamente nei monasteri Zen e Chán come parte della pratica spirituale buddhista, in quanto ritenuto in grado di favorire la concentrazione dei monaci, impegnati in lunghe ore di meditazione.».
La stessa tazza in cui beve, aggiunge, ha un suo particolare significato essendo un dono del suo insegnante di lettere e storia alle superiori, attualmente suo buon amico, che l’ acquistò appositamente in occasione di una raccolta fondi internazionale a favore del Villaggio dei Bambini Tibetani di Dharamsala, gestito da Jetsun Pema, sorella minore del XIV Dalai Lama: «Il bello della vita è che anche una cosa tanto semplice come bere un po’ di tè può divenire qualcosa di significativo.».

I suoi libri e articoli partono sempre da argomenti e idee ben precisi.

«Certamente. Nel caso di un romanzo di fantascienza vi è per prima cosa un particolare tema che cattura il mio interesse, intorno al quale invento la trama. In ‘Cuore di droide’, ad esempio, ragiono sul rapporto tra umanità e tecnologia, mentre in ‘L’ angelo custode’ parlo di incontri ravvicinati con una specie aliena e dell’ amore che continuiamo a provare per le persone care che passano ad altra vita tramite le vicende di un ufficiale della RAF britannica, e in ‘Sotto il cielo della Porta divina’ tratteggio il lato oscuro e autoritario della religione attraverso un accidentale viaggio nel futuro di un astronauta britannico, che sbarca in una Terra soggetta ad una severa teocrazia in cui peccare o addirittura dubitare della parola del clero equivale ad una condanna a morte.
Nel caso dei miei articoli storici, invece, parto da un particolare argomento che mi spinge a fare ricerche approfondendo la mia personale conoscenza in proposito, e prima di incominciare mi domando il motivo per cui ai lettori dovrebbe tanto interessare questo stesso soggetto: il che mi porta a fare una serie di considerazioni, e ogni volta do risalto ad un particolare aspetto che spesso non notiamo o che fraintendiamo.».

Lei si serve sempre di un linguaggio semplice e diretto, discorsivo.

«Oh, sì. E’ un aspetto che trovo molto importante. Spesso, infatti, le introduzioni ai romanzi, le note sugli autori o le presentazioni sui siti di associazioni culturali o religiose hanno un linguaggio molto bello e raffinato ma poco chiaro, e chi legge ha spesso la sgradevole sensazione di non aver afferrato gran che. Se non lo direte a nessuno, confesso che alle volte capita persino a me (risata)! Leggendo con attenzione i testi dei miei autori di riferimento, come ad Antonio Spinosa, Valerio Massimo Manfredi, il XIV Dalai Lama, Herbert George Wells e Michael Crichton, ho individuato le basi da cui ho sviluppato un linguaggio chiaro e di facile comprensione con cui trasmettere i concetti che intendo evidenziare.».

Come costruisce i suoi testi?

«Essenzialmente, nel caso dei romanzi mi baso sullo schema tradizionale: imposto la trama fondamentale, che sviluppo in maniera logica e ordinata tenendo conto dei personaggi e degli elementi utili alla sua comprensione. Non credo che un testo di narrativa debba essere necessariamente lungo come un romanzo, alle volte la brevità del racconto può essere più utile. Dipende dalle circostanze. Nel caso di un articolo, invece, incomincio con un’ introduzione, espongo il tema e concludo con determinate considerazioni personali.».

Preferisce dedicarsi a romanzi o ad articoli?

«Ritengo molto soddisfacenti ed importanti entrambe le forme, che scelgo a seconda dello scopo specifico.».

Come vengono accolti i suoi testi?

«Chi legge i miei romanzi mi ha fatto sapere che ho molta fantasia, e che i concetti che espongo con la trama sono molto interessanti, fanno pensare. Recentemente, ad esempio, una signora mia concittadina ha letto ‘L’ angelo custode’, e mi ha fatto sapere di averlo letto con grande interesse e partecipazione, aggiungendo che solo chi ha sofferto determinati eventi tristi della vita può capirne appieno le pagine. Una lode che mi ha profondamente commosso e incoraggiato. Peraltro, una mia conoscente di Livorno ha letto la mia autobiografia, ‘Io sono Giacomo’, e mi ha scritto di aver apprezzato molto lo spirito coraggioso con cui ho parlato di me stesso, e di aver letto cose che non tutti avrebbero osato riportare. Si è complimentata dicendomi che ho l’ animo del guerriero, e che non mi sono spezzato di fronte a certe prove poco piacevoli che la vita mi ha imposto. In molti, infine, leggono i miei articoli sul blog apposito e quelli di storia locale su ‘Il Biellese’ e ‘News Biella’, e con infinito piacere vengo spesso fermato per le strade di Occhieppo Superiore, il mio paesello, ma talvolta anche mentre mi trovo in città, a Biella, da gente che si congratula dicendo di rimanere colpita e interessata dalle mie pubblicazioni, chiedendomi che cosa ho in programma per la volta dopo. Spesso, mi scrivono anche sulle reti sociali.».

A volte, però, è stato anche criticato…

«Verissimo. Come chiunque altro, sono stato sia complimentato che criticato in quello che faccio. Ho ricevuto determinate critiche costruttive e altre invece ben più malevole. Io ho sempre incoraggiato la gente a darmi un parere sincero su quello che scrivo, nella convinzione che una lode senza spirito critico non faccia bene a nessuno. Tra le critiche costruttive ricordo con piacere quella di un amico, che ora purtroppo è morto, secondo il quale avrei dovuto inserire un po’ di ironia nelle mie opere di narrativa: un suggerimento che ho molto apprezzato e che sto mettendo in atto ora che sono alle prese con una raccolta di racconti su di un agente segreto dell’ MI6 britannico alle prese con alcune minacce aliene. Il mio insegnante di diritto alle superiori, invece, mi ha fatto notare un errore di impostazione del discorso in ‘Cuore di droide’. Tra le critiche malevole, invece, con un certo dispiacere ho avuto a che fare con il parere ostile di alcuni amici di famiglia, peraltro miei concittadini occhieppesi, secondo i quali faccio un’ attività insensata, priva di qualsivoglia utilità. In un’ occasione mi hanno persino detto che io non sono nessuno, in un’ altra che rincorro argomenti politici e discutibili verso cui nessuno ha il benché minimo interesse.».

E che cosa risponde a questi pareri così poco amichevoli?

«Questi gentiluomini sono talmente criticoni e pettegoli che se si prendessero la briga di scrivere qualcosa diverrebbero paparazzi di grande levatura. Peraltro, hanno la fortuna di essere in pensione, quindi hanno molto tempo a disposizione per sfidarmi. Dicono che ne uccida più la penna che la spada, per cui staremo a vedere (risata)…».

Lei ha spesso affermato che gli esempi sono molto importanti, e che leggendo ha individuato quelli che lei definisce i suoi «maestri letterari», di cui poco fa ha parlato.

«Assolutamente sì, nella vita di tutti i giorni gli esempi sono fondamentali nello sviluppo della nostra personalità e delle nostre capacità. Rappresentano il punto di partenza da cui noi costruiamo la nostra realtà. Nel caso specifico della mia realtà letteraria, ho innanzitutto incominciato a leggere, e grazie a questo ho gradualmente sviluppato il mio stile personale. Devo molto di quel che so fare all’ esempio di Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, il XIV Dalai Lama, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi.».


Quindi, se dovesse dare un suggerimento ad un aspirante scrittore gli direbbe di incominciare a leggere?

«Sì, senz’ altro. E’ una cosa assolutamente inevitabile. Madre Natura dona a ciascuno di noi una precisa capacità che poi dobbiamo affinare con la tecnica. Ma la lettura resta qualcosa di estremamente utile anche per chi non è portato alla scrittura, perché rappresenta un modo con cui recepire dati e informazioni estremamente benefico per lo sviluppo della mente, della conoscenza e della consapevolezza.».

Un’ altra cosa su cui spesso si esprime è il «retto linguaggio».

«E’ una virtù che, purtroppo, stiamo dimenticando sempre di più. Per retto linguaggio io intendo l’ esprimersi preferibilmente su ciò che abbiamo correttamente compreso, oltre che l’ evitare argomenti e termini volgari e sconci, le menzogne, i pettegolezzi, le maldicenze, le diffamazioni e, cosa altrettanto importante, il miscuglio tra la nostra lingua con le parole straniere. In questo caso particolare ho sempre dato ragione a Benito Mussolini, che il 23 luglio 1929 bandì l’ uso di parole straniere da ogni comunicazione scritta e orale in lingua italiana.».

Lei ha sempre precisato di essere antifascista, fa quindi effetto sentirla sostenere il Duce.

«Il Fascismo fu animato fin dall’ inizio da ideali politici quali il nazionalismo estremo, l’ autoritarismo, lo squadrismo, il partito unico e la soppressione delle libertà costituzionali in nome della sicurezza che ovviamente mi vedono scettico. Tuttavia, avendo avuto modo di analizzare il relativo periodo storico, non nego che alcune iniziative che promosse, soprattutto le riforme sociali e infrastrutturali, furono effettivamente utili allo sviluppo di un’ Italia che per molti aspetti pareva ancora un Paese medievale, come molti storici di professione hanno spesso sottolineato. Furono provvedimenti molto buoni, anche se purtroppo animati da un preciso movente politico che garantì una buona immagine pubblica al regime. Oggi servirebbero molte altre disposizioni del genere, ma per il bene del Paese e non per la carriera di qualche politico. Quello relativo alle sole parole italiane mi pare uno dei migliori provvedimenti promossi direttamente da Mussolini.».

Per scrivere bisogna avere immaginazione, conoscenza e chiarezza espositiva. Occorre anche una mente operosa, e la sua pare sempre in funzione.

«(Risata) Oh, sì! E’ sempre in movimento… Lo considero senz’ altro un bene, perché fin da quando ero piccolo mi è sempre stato detto che un cervello correttamente funzionante è importante. Cerco sempre di recepire e analizzare positivamente i dati che l’ ambiente esterno mi trasmette, che sia seguendo i notiziari televisivi, leggendo i giornali e i libri della mia biblioteca o anche solo conversando con la gente. A volte però trovo un po’ stancante avere una mente come la mia, perché a forza di tenerla in movimento e assecondarla ci sono occasioni in cui mi è difficile darle un freno. Molto spesso, poi, mi concentro come un laser sulla questione di turno, e siccome fin da quando ero molto piccolo ho sempre avuto problemi a fare più di una cosa per volta ci sono occasioni in cui perdo la calma quando semplicemente mi si chiama e si cerca di farmi parlare: è il guaio di quando vengo distratto (risata)! Il più delle volte risolvo il problema dei grandi ritmi del mio cervello facendo una passeggiata con i miei cani nei boschi, respirando un po’ di aria fresca: il contatto con i miei amici a quattro zampe e con la natura rappresenta ciò che io ho sempre indicato come l’ essenza stessa della spiritualità, l’ immergersi nella natura vera della vita. E’ estremamente rilassante.».

In questi giorni dominano la scena le notizie riguardanti il Coronavirus. Lei che cosa pensa di questa grave crisi?

«E’ un’ emergenza tutta particolare, dovuta principalmente al fatto che si tratta di una malattia nuova, scatenata da un agente patogeno dalle origini poco limpide, molto probabilmente manipolato in laboratorio dalla mano dell’ uomo. Sono molto preoccupato e dispiaciuto sia per la diffusione del contagio, quindi per tutte le persone ammalate e le vittime finora contate, quanto per il clima di paura e le penose difficoltà imposte dalle esigenze della quarantena alla società, perché hanno precise conseguenze psicologiche sul singolo individuo e la massa. In queste settimane, peraltro, stanno girando voci inquietanti sui presunti retroscena politici di questa vicenda, in base alle quali il Coronavirus sarebbe l’ arma privilegiata di una guerra batteriologica mossa dall’ Occidente contro la Cina, la superpotenza politica, diplomatica e commerciale del momento. Il guaio è che purtroppo non sono teorie da escludere a priori, perché dalla venuta di Adolf Hitler, con tutte le sue folli teorie eugenetiche e genocide, vi è da aspettarsi di tutto, soprattutto ora che abbiamo a disposizione armi più sofisticate in confronto a ottant’ anni fa. Comunque sia cominciata, io spero che questo evento rappresenti una lezione per tutti noi: le leggi di natura non dovrebbero essere sfidate tanto incautamente, perché il più delle volte ci si imbatte in conseguenze imprevedibili e molto difficili da risolvere…».

Si direbbe un argomento molto interessante da approfondire, magari in un nuovo articolo…

«Sì, certo. E’ veramente un tema interessante. Dopo aver affrontato questioni particolari come il panorama politico ed ecclesiastico in cui nel 2013 venne eletto papa Francesco, le sottili e poco note dinamiche dell’ autorità sia politica che spirituale del XIV Dalai Lama e il coinvolgimento di Gangchen Rinpoche in intrighi a doppio taglio tra Cina e Tibet credo proprio che un’ analisi del Coronavirus e i suoi discussi fatti dietro le quinte sarebbe una bella sfida per me come autore.».


Tante grazie per la disponibilità.

«Grazie infinite.».

martedì 24 settembre 2019

I benefici della lettura e della scrittura: due passi nel mondo di Giacomo


La lettura e la scrittura rappresentano valori di grande importanza per Giacomo Ramella Pralungo, scrittore di fantascienza e articolista storico che afferma di dovere molto soprattutto come persona a queste due grandi conquiste del genere umano, sottolineando spesso che andrebbero vissute con maggiore coscienza, come ogni altra tappa fondamentale della nostra esistenza personale: «Sono l’ occhio destro e sinistro della civiltà, ci hanno permesso di custodire molti ricordi della nostra storia passata e i segreti delle scoperte scientifiche e culturali, ma il più delle volte le guardiamo con noia, aspettando di poter passare rapidamente ad altro. Eppure, gli scienziati hanno dimostrato che sia leggere che scrivere hanno benefici infiniti come il cielo, e più in generale si può affermare che rappresentano un passatempo molto gradevole e, soprattutto, una fonte unica di miglioramento personale e persino una terapia.».

Mostrandoci alcuni pipistrelli dormienti a testa in giù in un angolo della terrazza coperta, poco prima di entrare in salotto, l’ «inventore di storie» afferma di aver sempre trovato simpatico ed interessante questo particolare animale, benché generalmente descritto come macabro e sinistro, tanto che nei secoli è stato indelebilmente abbinato a determinate pratiche di magia nera e stregoneria. Ridacchiando in modo composto si concede una battuta: «Il solo problema è che questi piccoli esemplari somigliano alle galline per la tendenza a fare ovunque e in abbondanza i loro bisogni, ma se penso che sono grandi divoratori di zanzare non mi lamento, anzi, grazie a loro non devo ricorrere agli spray o agli zampironi…».
Poco dopo, mentre sfoglia l’ immancabile libro con accanto alcune pagine di appunti che recano quelli che lui chiama ironicamente «i suoi scarabocchi», spiega che verso gli otto anni si è appassionato alla fantascienza, a dieci alla storia e alla mitologia, a dodici alla scrittura e alla lettura regolare a quindici. Nel corso del tempo, lo studio in generale, e la lettura e la scrittura in particolare sono stati elementi fondamentali per lui: «Ho avuto determinati problemi personali, come la morte di un genitore, la sofferenza dell’ altro, il fatto di essere figlio unico e la mancanza di relazioni amicali stabili, soprattutto con i miei coetanei, a cui in particolare ho trovato una bella alternativa nel rapporto con i miei cani e nelle mie escursioni nei boschi e tra colline e monti. Ho passato molto tempo da solo e ho sofferto di depressione, ma sono riuscito a stare meglio proprio grazie alla lettura e alla scrittura, che hanno assunto per me una grande funzione di guarigione e comprensione, in grado di aiutarmi a superare il confine tra stabilità e squilibrio mentale, serenità e perturbazione. In un certo modo si sono rivelate un bel modo per compensare quel che da bambino e ragazzino mi mancava.».
Peraltro, varie personalità del mondo sia scientifico che accademico hanno spesso evidenziato precisi benefici della pratica sia della lettura che della scrittura, che Giacomo sente di poter fermamente confermare tanto come persona che come autore. Lui stesso dedica molto tempo alla lettura, soprattutto di libri e articoli, di cui esamina forma e contenuti, e ovviamente alla scrittura, e sostiene che entrambe queste attività presentano una quantità così elevata di benefici che sarebbe impossibile elencarli tutti: «Nel contesto della lettura, da cui bisogna necessariamente cominciare prima di passare direttamente alla scrittura, i più importanti sono dieci: stimola la mente, riduce lo stress, favorisce la tranquillità, migliora la conoscenza, espande il vocabolario, migliora la memoria, rende più forte la capacità analitica del pensiero, migliora il livello di attenzione e di concentrazione, e, infine affina le abilità di scrittura.».
Come tutti gli altri muscoli del corpo, spiega lo scrittore, anche il cervello ha bisogno di fare esercizio per restare in forma, ragion per cui il detto «o lo usi o lo perdi» è particolarmente adatto in riferimento alla mente, e la lettura è un mezzo privilegiato per stimolarla aiutando a prevenire o rallentare lo sviluppo di malattie come la sindrome di Alzheimer e le altre forme di demenza senile. Quando si è immersi in un testo ci si ritrova in un’ altra dimensione, una sorta di mondo parallelo in cui ci dimentica dei problemi, facendo vivere il presente, lasciando al di fuori le tensioni e concedendo un po’ di rilassamento. Qualsiasi cosa si legga, questa si va ad aggiungere al proprio bagaglio culturale, ampliandolo e tornando utile quando meno ce lo aspettiamo. Più conoscenze si hanno, più si sarà pronti ad affrontare le sfide che la vita presenta, peraltro nutrendo il pensiero. Le parole nuove inoltre si andranno ad aggiungere a quelle che costituiscono il proprio vocabolario quotidiano, esprimersi bene e in modo articolato è infatti importante anche in ambito lavorativo, e sapere che si sa parlare con sicurezza davanti ad una persona importante può essere stimolante anche per la propria autostima. Per quanto la memoria abbia un limite, il cervello è qualcosa di meraviglioso e può ricordare moltissime cose con una certa disinvoltura. E’ quindi straordinario come le dinamiche della memoria che si innescano nel lettore rinforzino le sinapsi, influendo in modo importante anche sull’ umore. Quando si legge un libro, tutta l’ attenzione si riversa sul testo, il resto del mondo rimane fuori e ci si ritrova immersi in ogni dettaglio: la stessa abilità utilizzata per analizzare i dettagli ritornerà utile per criticare il contenuto, determinando se è stato scritto un brano accettabile, se gli argomenti sono stati sviluppati in modo appropriato, se la forma è scorrevole e così via.
«Soprattutto, leggere molto aiuta a scrivere bene.» precisa ad un certo punto Giacomo «Solo i grandi scrittori possono essere veri maestri, e io stesso ho stabilito un preciso rapporto, una sorta di lignaggio tra maestro e discepolo, con nomi leggendari quali Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, Tenzin Gyatso, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi.».
Scrivere non è affatto facile, aggiunge, ma si può imparare a farlo bene soprattutto attraverso l’ esperienza pratica, non vi sono infatti tirocini, diplomi o qualifiche. Non significa solo rispettare le regole grammaticali, usare in modo appropriato i segni di punteggiatura e conoscere le tecniche di scrittura. Sono certamente tutte cose importanti, ma non è tutto: «Io non posso mostrare un certificato, non esistono specializzazioni per questo. Tutto quello che so viene dall’ esperienza, e tutto quello che ho scritto è stato una grande esperienza. Pertanto, io tendo a diffidare di chi si vanta di essere uno scrittore professionista solo perché ha un attestato, anche bello a vedersi, ricavato al termine di un corso di scrittura creativa. Il solo modo per migliorare la propria scrittura, qualunque siano i nostri scopi, è leggere, leggere e ancora leggere! Solo sfogliando i grandi maestri possiamo provare ad essere buoni scrittori. Come dice Stephen King, se non hai tempo per leggere, non ce l’ hai neppure per scrivere.».
Quindi la lettura costante, anche di giornali e riviste, è il veicolo privilegiato per migliorare il proprio scrivere, perché rende sensibili alle tematiche attuali e al linguaggio a cui la gente è probabilmente abituata. Quanto alla scrittura, Giacomo afferma da subito che come la lettura presenta inesauribili benefici, il più importante dei quali è la capacità di stimolare un pensiero chiaro e l’ abilità di argomentare: «Scrivendo con parole proprie, si assimila e si consolida la conoscenza appena acquisita. Si migliora il livello di attenzione, focalizzandola più lucidamente sui pensieri. Ci aiuta a comunicare bene, e come la lettura aiuta a eliminare lo stress poiché è un modo per sfogarsi. Peraltro, favorisce la produttività: scrivendo si attivano i neuroni e ci si prepara a superare tutte le sfide, imparando a comprendere sé stessi, guardando le proprie riflessioni dall’ esterno, quindi imparando a prendere le decisioni migliori.». Grazie alla scrittura, prosegue, si riescono a superare momenti difficili in modo più veloce, perché scrivendo in proposito aiuta a metabolizzare le sofferenze e il dolore voltando pagina più facilmente.

Ad un certo punto, il narratore solleva una questione che gli sta molto a cuore, ossia l’ importanza di salvaguardare la scrittura manuale: «Questa è l’ era dell’ informatica e degli apparecchi elettronici. Battere i testi al computer e comunicare tramite posta elettronica sono cose certamente utili e vantaggiose, io stesso lo faccio, ma sono assolutamente convinto che non si debba abbandonare la scrittura manuale per nessun motivo al mondo: piuttosto, occorre salvarla!». La società in cui viviamo, spiega, ci permette di velocizzare i tempi, grazie ad una forma di scrittura multimediale più veloce e immediata, soprattutto grazie a cellulari e computer. WhatsApp, Messenger e le conversazioni sulle reti sociali come Facebook, che rifiuta categoricamente di chiamare con i termini «chat» e «social networks» non volendo mischiare l’ italiano con l’ inglese, ci permettono di scrivere in maniera più immediata, semplice e diretta, rischiando però di farci disimparare le regole grammaticali e le basi stesse della lingua italiana. Se è vero che vivere nella società odierna permette di avere un linguaggio istantaneo, non possiamo correre il rischio di dimenticare l’ importanza della scrittura manuale: «La scrittura a mano va riscoperta e salvata dall’ estinzione, e non soltanto per motivi estetici, per quanto la calligrafia di una persona rimanga ovviamente più bella dei caratteri stampati tipici di una qualsivoglia tecnologia. Questo tipo di scrittura ci permette di memorizzare le cose più facilmente, rispetto a quelli che scrivono al computer: scrivere a mano ci aiuta a memorizzare più in fretta, in questo modo possiamo immagazzinare i dati più in fretta nella nostra memoria. Come spiega la professoressa Gabriella Bottini, docente di neuropsicologia all’ Università di Pavia, scrivere a mano può essere vantaggioso per l’ attenzione, la cognizione e la memoria. La stessa insegnante sottolinea che il computer e i cellulari hanno il correttore automatico, che non permette di riconoscere gli sbagli, rischiando di commetterli nuovamente senza neppure rendersene conto. La difesa della scrittura manuale quindi non diventa solo un sostegno a beneficio della tradizione, ma rappresenta un aiuto che facciamo a noi stessi.».

Rispetto allo scrivere al computer, insiste Giacomo, la scrittura manuale attiva aree del cervello che sono coinvolte nella comprensione del linguaggio e nella memoria. Inoltre, scrivendo si stimola il reticolare attivatore ascendentale che permette di selezionare i dati più importanti e stimola l’ attenzione. Gli scienziati, inoltre, concordano tutti nell’ affermare che rispetto alla testiera la scrittura manuale fa imparare meglio e di più, concentrandosi più facilmente e ricordando per più tempo. Scrivere con la penna aiuta a ricordare e coinvolge persino i muscoli della mano in un’ attività che richiede attenzione e precisione, come confermato dal professor Daniel Oppenheimer, docente di psicologia all’ Università della California: «Quando prendiamo appunti a mano durante una lezione, la lentezza dell’ atto ci obbliga a selezionare molto. E questo è fondamentale per fare propria la lezione.». Alla domanda su quanto tempo dedichi alla scrittura manuale, Giacomo non nasconde una punta di soddisfazione: «Preferisco sporcarmi le mani con l’ inchiostro, assolutamente! Scrivo sempre volentieri a mano tutto quello che posso, soprattutto le dediche sui libri e i biglietti di auguri o di accompagnamento di un dono, in occasione di qualche festa o di un compleanno. Per quanto riguarda i miei dati e appunti, ad un certo punto inevitabilmente arriva il momento della trascrizione sul computer. Scrivo molto, ma purtroppo per la mia maestra elementare sono rimasto zampe di gallina come quando avevo sei anni (risata)…».

venerdì 5 luglio 2019

I dubbi di Giacomo sulla religione espressi in «Sotto il cielo della Porta divina»



Giacomo Ramella Pralungo tiene tra le mani una copia della Bibbia cristiana e una del Corano islamico, che sfoglia in determinati passaggi sostenendo apertamente che entrambi i libri sono zeppi di atrocità e incitano alla violenza: «Pronunciandosi in materia di tolleranza religiosa, il 20 dicembre 2015 papa Francesco sostenne che non vi è alcuna differenza fra Bibbia e Corano, e che per secoli il sangue è stato versato inutilmente a causa del desiderio di separare le rispettive fedi. Bibbia e Corano sarebbero pertanto due facce di una stessa medaglia, di una sola divinità: se il Santo Padre dice che nessuno può uccidere in nome di Dio e gli imam affermano che l’ Islam è la religione della pace e non della violenza, chi come me ha letto questi testi può tranquillamente replicare che Yahweh, Dio e Allah hanno raccomandato proprio l’ opposto, che il cosiddetto Verbo si è fatto sangue…».
L’ «inventore di storie», che nei giorni scorsi ha pubblicato in formato sia cartaceo che elettronico su www.lulu.com un nuovo libro di fantascienza, «Sotto il cielo della Porta divina», improntato sul tema della religione e del suo lato oscuro ed oppressivo, motivo per cui ne abbiamo approfittato per intervistarlo, afferma che per lui la religione non è mai stata compresa come si deve dalla maggioranza, soprattutto dai credenti, praticanti o no che siano: «Io stesso, da credente, avevo l’ abitudine di leggere i testi sacri della mia tradizione, il Cattolicesimo, senza però il necessario intendimento, ma da quando sono divenuto irreligioso mi sento rabbrividire ogni volta che penso alla notevole durezza espressa nei testi sacri, i quali altro non sono che documenti lasciati da determinati uomini in precise epoche e culture secondo la propria mentalità. ‘Sotto il cielo della Porta divina’ nasce proprio dalla mia personale esigenza di evidenziare il lato oscuro di questo importante fondamento della nostra civiltà.».

Dunque, in questo nuovo libro lei affronta il tema della religione e della teocrazia. Lei è notoriamente lontano dalla religione.

«Oh sì! Sono davvero molto lontano dalla religione e dai suoi valori fondamentali. Io dico sempre che la religione aveva un senso nei tempi più antichi, quando l’ umanità si interrogava sulle origini della vita ma ancora non disponeva della scienza per arrivare ad una risposta, quindi le varie civiltà elaborarono attraverso i secoli complessi pantheon di dei, spiriti, angeli e demoni. Era qualcosa di nobile e ammirevole, certamente adatto a quei tempi. Oggi, invece, viviamo nell’ era scientifica, e per quanto le varie discipline del sapere abbiano ancora i loro limiti siamo giunti a scoprire moltissime cose di grande importanza che una persona colta è tenuta assolutamente a sapere, dal Big Bang all’ evoluzionismo illustrato da Charles Darwin, dalle dinamiche delle nostre capacità fisiologiche di guarigione a quelle del regno della natura, e così via discorrendo. Non vi è nulla di divino o celestiale in tutto ciò. La religione ha quindi fatto il suo tempo, come una zattera nel momento in cui si è giunti sull’ altra sponda di un fiume, e com’ era ovvio che fosse ha perduto molto seguito di fronte alle conferme empiriche della scienza. Peraltro, laddove ancora sussiste viene vissuta in modo molto diverso da quanto avveniva al tempo dei nostri nonni e bisnonni: direi che buona parte dei credenti di oggi ha una visione assai meno rigida di un tempo, ed è più aperta a mettersi in discussione. Questo è senz’ altro un bene.».

A che cosa si è ispirato per lo sviluppo della trama di questo nuovo libro?
Il formato cartaceo del libro;

«Sono partito dal lato più oscuro della religione, ossia la fede, il settarismo e la teodipendenza. Per sua natura, la religione è un elemento antidemocratico, che non permette all’ individuo la coltivazione di un pensiero autonomo in quanto gli impone di attenersi ai dogmi previsti in modo tale da assicurare un’ ortodossia sempre uguale a sé stessa nei secoli. Dall’ adozione di determinate verità indiscutibili, che non possono e non devono mai essere messe in dubbio, neppure quando urtano con la nostra coscienza, nasce la fede, e da questa sboccia il settarismo, ossia l’ orgoglio di possedere l’ unica realtà ammissibile, quindi la teodipendenza, vale a dire la propensione ad affidarsi completamente ad un’ entità spirituale di varia natura e potenza da propiziare in cambio di favori, cessando in tal modo di essere padroni di sé stessi: le guide spirituali assumono quindi un potere assoluto di noi. Ho poi voluto trattare il tema della teocrazia, lo Stato religioso, nel quale i precetti spirituali fungono anche da leggi civili, quindi ogni trasgressione equivale ad un peccato da castigare con punizioni corporali o spirituali, se non addirittura entrambe, mentre l’ autorità viene ritenuta sacra e inviolabile, sancita dal diritto divino. Nella descrizione della teocrazia che presento in questa narrazione mi sono basato sull’ antico Regno di Israele, sullo Stato del Vaticano, sull’ Arabia Saudita e, in piccola parte, sul vecchio Tibet. Ho anche voluto introdurre alcuni elementi presi in prestito dalla cultura persiana, come i termini ārya e magioi nomi di persona, la figura degli ulema e il fenomeno degli eunuchi. Dal sumero ho invece adottato il nome Kadingirra, usato per indicare la città di Babilonia.».

Ha anche affermato di aver tenuto conto di vari punti espressi nella serie di «Il pianeta delle scimmie», soprattutto nel film del 1968 e in quello del 2001, rispettivamente con Charlton Heston e Mark Wahlberg, nei panni degli astronauti George Taylor e Leo Davidson.

«La serie cinematografica di ‘Il pianeta delle scimmie’ è una delle mie preferite in assoluto, e infatti il mio libro deve moltissimo ad essa. Quando nel 1999 vidi per la prima volta il film originario, con l’ ineguagliabile Charlton Heston, rimasi molto colpito dal fatto che una popolazione di scimmie intelligenti e parlanti venerassero un Dio che, a loro dire, le aveva create a sua immagine e somiglianza, fornendole di un’ anima, separandole dagli altri animali e rendendole signore del mondo. E’ proprio quello che dicono di noi Bibbia e Corano (risata)! Avevo quindici anni, e fu proprio allora che cominciai a chiedermi seriamente se il buon Dio avesse creato l’ umanità a propria immagine o se non fosse stata invece l’ umanità a crearsi un Dio in accordo con le proprie sembianze, in quanto è un dato di fatto che nella nostra arroganza non riusciamo mai ad immaginare nulla di più bello di noi stessi (risata)… E’ altrettanto vero che abbiamo sempre avuto la tendenza a modellare fenomeni culturali importanti come la religione per giustificare le nostre pretese di superiorità nei riguardi sia del mondo che delle altre forme di vita, oltre che per fomentare divisioni tra di noi: da quando esiste un unico vero Dio abbiamo sempre perseguitato e ucciso nel suo nome il nostro prossimo.».

Come è nata la sua esigenza di scrivere questa storia?

«Desideravo presentare una storia che cercasse di evidenziare il lato più rigido e severo della religione, oltre che quello più esule dalla logica e dall’ empirismo, affinché il lettore comprendesse quanto siamo paradossalmente influenzati da un fenomeno che in realtà abbiamo creato noi stessi spacciandolo per una realtà rivelata proveniente dal cielo. Il dibattito sulla religione è infatti molto antico, e dal Settecento in poi, grazie agli illuministi sia francesi che tedeschi, è entrato in una fase sempre più vasta e complessa, di pari passo con l’ evoluzione della nostra mentalità e società. Nemmeno la narrativa, riflesso della storia, è rimasta immune da questa discussione tutt’ altro che banale. Persino la fantascienza, che si occupa dell’ individuo e dell’ impatto delle scoperte sulla società e lo stesso singolo, se ne è molto occupata, come dimostrato dalla leggendaria serie di ‘Dune’ di Frank Herbert, che a sua volta molto mi appassiona fin da quando ero adolescente. Io mi sono dissociato dalla religione nel 2004, quando avevo vent’ anni, e dal giorno in cui ho iniziato a svolgere ricerche storiche in proposito sono rimasto molto colpito dalla sua evoluzione sul piano storico, dottrinario e culturale. Come ho detto prima, penso che la religione non sia compiutamente compresa da chi la segue, fatto logico perché ci viene praticamente imposta fin da neonati, quando cioè siamo ancora privi della possibilità di valutare e decidere per conto nostro, e quasi tutti coloro che sostengono di credere in realtà rispondono ad un riflesso condizionato dalle semplici convenzioni sociali, e non da una personale convinzione.».

Leggendo le centoquarantotto pagine di «Sotto il cielo della Porta divina» si deduce il suo profondo scetticismo in ambito religioso. Eppure, lei un tempo era credente.
Il formato digitale del libro;

«Sì, nel corso delle mie prime venti primavere sono stato credente come tutti, in tono con l’ educazione ricevuta nel mio contesto sociale e temporale. Ma nell’ estate 2004 vissi determinati avvenimenti tristi che, unitamente a quanto avevo già precedentemente affrontato, mi portarono ad intuire che Dio non esiste affatto, quindi viene impiegato soprattutto come strumento atto a giustificare ciò che tuttora non siamo capaci di spiegare, oltre che i molti e notevoli privilegi dell’ ordine sacerdotale, che spesso io definisco una vera e propria casta. Tuttavia, non credo di dire nulla di nuovo quando affermo che i testi religiosi furono scritti da uomini, e pertanto vennero influenzati dalla mentalità di un certo popolo in una data epoca. Per esempio, la Bibbia sarebbe certamente assai diversa da quella che noi tutti conosciamo se fosse stata scritta nel Trecento, piuttosto che nel Seicento o addirittura nel Novecento. A conferma di questo principio basta soltanto leggere l’ Antico e il Nuovo Testamento per cogliere le reciproche differenze, che non sono poche. Quindi l’ idea di un Dio onnipotente e benevolo che tace davanti alla sofferenza del mondo che lui ha creato, oltre al fatto di aver scelto di non lasciare alcun indizio utile a comprovare la propria esistenza, oggi è sempre più dibattuta e contestata. Una religione, se vera, dovrebbe rimanere invariata e dal pensiero unitario, e tutti avrebbero la spontanea propensione a seguirla. Invece, in questo mondo sono fiorite moltissime religioni che nel tempo sono mutate fino a suddividersi in infinite scuole di pensiero. Più in generale, io affermo che quanto sappiamo a proposito di Dio ci viene unicamente dai mistici e dai sacerdoti, le cui affermazioni non confermabili empiricamente sono ovviamente destinate a far presa su tutte quelle menti disposte a credere già in partenza.».

Nondimeno, lei riconosce che molta gente trae tuttora un certo beneficio e conforto dalla religione.

«Certamente, perché le persone sono molto diverse tra loro, quindi hanno differenti reazioni di fronte ad uno stesso fenomeno. Io stesso ho amici che mi hanno detto di sentire Dio e Gesù oppure una particolare persona santa molto vicini a loro, e di sentirsi rincuorati ogni volta che pregano e vanno in chiesa. Ho sentito sincerità nelle loro parole, quindi ho espresso la mia contentezza in proposito raccomandandomi affinché ascoltassero sempre la propria coscienza, senza mai pendere dalle labbra del sacerdote di turno o di una guida spirituale di qualsivoglia preparazione e provenienza. Negli stessi Vangeli, che io ho personalmente letto, si riferisce che lo stesso Gesù mise in guardia i propri discepoli dai falsi profeti, che avrebbero fatto di tutto per confonderli e allontanarli dalla retta via: insomma, che si segua una religione oppure no ognuno deve rimanere il maestro di sé stesso!».

In questo libro lei riprende il tema della distopia, molto comune nella fantascienza e singolarmente adatto nel fare riflessioni di carattere sociale.

«E’ vero. La distopia è una società indesiderabile sotto tutti gli aspetti possibili, contrariamente all’ utopia, la società perfetta. Nella fantascienza sia la distopia che l’ utopia sono molto sfruttate, e si possono ambientare nel futuro, su un altro mondo oppure in una realtà alternativa alla nostra. Nel caso di questo libro ho scelto di ambientare la mia distopia nel futuro di questo pianeta, e di fondarla su concetti quali bigottismo, teocrazia, dittatura, ristagno culturale e antiprogressismo. In buona sostanza, una distopia è un espediente narrativo estremamente utile perché si fonda su determinati concetti reali e presenti del nostro mondo, che non dovremmo affatto sottovalutare. Credo che la distopia abbia avuto e abbia tuttora molta importanza nella fantascienza perché continua ad aiutarci a cogliere il lato meno nobile del mondo che noi stessi abbiamo costruito, sia pur pensando che venga chissà come dal cielo (risata)!».

Inoltre, lei ha introdotto tra i personaggi del libro la leggendaria figura del professor Stephen Hawking, per cui ha talvolta affermato di provare molta stima.

«Oh sì! Il professor Hawking è stato un titano, una figura ineguagliabile per cui ho sempre provato grande apprezzamento e ammirazione. Fin dall’ inizio coltivo l’ abitudine di citare nei miei libri un fatto storico realmente accaduto oppure un personaggio realmente vissuto. Quando iniziai a lavorare alla trama di questo libro, pensavo ad un collegamento con l’ incidente di Berwyn Mountain, un fatto misterioso realmente avvenuto in Gran Bretagna, per la precisione in Galles, nel 1974, e da subito indicato come presunto incidente ufologico, simile ai precedenti fatti di Roswell, avvenuti nel 1947. Inoltre, desideravo citare la base segreta AL/499 e il Progetto Mannequin, su cui molto si dibatte da lungo tempo. Peraltro il professor Hawking era morto da poche settimane, e per un curioso caso del destino il fatto che fosse stato un astrofisico di fama mondiale ben lo faceva adattare alle esigenze della mia narrazione: lo adottai quindi come pioniere della teoria dell’ iperspazio e progettatore della prima forma di iperpropulsore della storia umana. Era un grande pioniere della scienza e della nostra conoscenza del cosmo, nonché una persona eccezionale che seppe sopravvivere per tanti decenni ad una penosa malattia che, secondo le previsioni, avrebbe dovuto farlo morire in pochissimo tempo. Per certi versi mi ricordava mia madre, anche lei molto malata e, secondo i medici, destinata a morire entro breve tempo: seppe superare ampiamente la speranza di vita, destando un certo stupore nei medici che la seguivano. Forse fu proprio il grave problema fisico che lo aveva colpito a spingerlo a stimolare al massimo il potere della sua mente. Purtroppo, individui geniali come lui si manifestano solo uno per volta!».

Possiamo domandarle di raccontarci qualcosa sulla trama?

«Con piacere. Nel 1974 ha luogo il misterioso incidente di Berwyn Mountain, a seguito del quale l’ MI6, la celebre agenzia di spionaggio britannica, rinviene un’ astronave e un cadavere alieni, che invia prontamente alla base segreta AL/499, nel Berkshire, con lo scopo di ricavare armi e tecnologie potenti atte a rafforzare la posizione strategica della Gran Bretagna nel mondo. Negli anni vengono sviluppati alcuni ibridi umano-alieni da mandare come coloni su altri mondi, una linea di organismi cibernetici da usare come supersoldati e speciali unità operaie e uno space shuttle in grado di viaggiare nell’ iperspazio, particolare tecnologia realizzata con la consulenza di Stephen Hawking, pioniere della teoria dell’ iperspazio. In seguito, nel 1989, il sergente James Charles Billington, appartenente alla RAF e distaccato al Progetto Mannequin, viene scelto come pilota per il viaggio inaugurale dello space shuttle, chiamato Ulysses, ma durante la procedura per il salto nell’ iperspazio ha luogo un’ avaria che lo manda nel futuro, nel 3529, ove scopre che il disastro in cui è rimasto coinvolto ha involontariamente provocato una serie di eventi che hanno portato all’ estinzione dell’ umanità e alla rivolta degli ibridi umano-alieni, che nei secoli si sono organizzati nel Regno di Kadingirra, una severa teocrazia retta da un sovrano assoluto assistito dal potente ordine sacerdotale dei magi. Ritenuto un demone dal terribile potere, l’ astronauta britannico viene esorcizzato e imprigionato dai magi, dai quali è presto destinato al rogo rituale, ma addentrandosi nella società del popolo ārya entra in contatto con i dissidenti, che ormai da anni chiedono più libertà venendo tuttavia perseguitati dalle autorità sia temporali che spirituali con l’ accusa di apostasia ed eresia. Una volta liberato, si vede coinvolto in una ribellione destinata a mutare per sempre il volto di Kadingirra e a scardinare le credenze tradizionali, sempre più viste come semplici miti e leggende con cui mascherare le vere origini di questo incredibile mondo di stampo medievale. Billington desidera tornare nel 1989 e mutare il corso degli eventi futuri, per cui approfitta dell’ aiuto dei dissidenti per tornare all’ Ulysses, incappando peraltro nei discendenti degli organismi cibernetici creati secoli prima all’ AL/499…».

La vicenda si ambienta in un lontano futuro, nel 3529, eppure colpisce la totale mancanza di tecnologia, e più in generale l’ avversione che il popolo ārya nutre istintivamente verso la scienza a causa di un particolare amore per la tradizione.

«E’ vero (risata), ma occorre tenere presente che questa è la caratteristica tipica delle società fondamentaliste e teocratiche, nelle quali l’ ideale religioso viene vissuto ed ingigantito ogni oltre ragionevole limite. Per certi versi mi sono ispirato all’ universo descritto dal grande Herbert in ‘Dune’, nella cui esalogia siamo di fronte ad una società feudale retta da una profonda religiosità sorta a seguito della ribellione umana contro le intelligenze artificiali che per secoli avevano avuto il predominio. Si tratta in effetti di un universo molto diverso dalla famosa Galassia lontana lontana descritta da George Lucas in ‘Guerre stellari’. Eppure, è qualcosa di suggestivo, che fa pensare. Ho ripreso questo tema perché si lega molto a quello della religione e noi tutti siamo al corrente dell’ antico e proverbiale contrasto tra fede e scienza, sacro e profano, tradizione e innovazione. E’ un tema universale, perché viene dalla nostra realtà, e penso che sia salutare rifletterci sopra adeguatamente perché non dovremmo mai dare nulla per scontato, vista l’ influenza profonda che ha nella nostra vita quotidiana. Noi italiani in particolare siamo toccati molto da vicino da una simile questione, in parte per ragioni storiche e in parte per motivi politici: in un angolo di Roma, la capitale del nostro Stato, abbiamo il Vaticano, città santa della cristianità e a sua volta Stato autonomo e indipendente con leggi proprie. I problemi nascono dal fatto che buona parte dei nostri politici è di fede cattolica, pertanto riconoscono nel papa e nella Chiesa la propria guida spirituale e morale. Il conflitto di interesse che ne nasce ci pone di fronte a molte divergenze a livello politico, sociale e religioso, oltre che in tema di tradizione e modernità. Tali controversie ci tengono evidentemente separati dagli Stati moderni, anche in contesto europeo. Io ovviamente penso che la vita sia sacra, pertanto l’ individuo dovrebbe avere un ruolo assolutamente centrale nell’ esistenza e nel mondo, inoltre mi sento legato tanto alla tradizione quanto alla modernità e allo sviluppo tecnico, scientifico e sociale, perché è bene che certi valori utili e benefici restino classici, per quanto sia bene adattare la loro applicazione alle necessità dei tempi in cui viviamo, perché il tempo ha l’ abitudine di scorrere senza sosta e di portarci costantemente i semi del cambiamento e dell’ evoluzione. In parole povere, credo nella via di mezzo tra tradizione e modernità, ad un loro connubio. Tutto ciò che la impedisce si presenta come un peso, una fonte di problemi inutili.».

La ringraziamo per questa bella intervista.

«Grazie a voi, è sempre un grande piacere.».

domenica 2 giugno 2019

«La Repubblica Italiana è uno Stato di fatto ma non di diritto»


In ricordo del referendum istituzionale del 1946, il 2 giugno è stato scelto come giorno della Festa della Repubblica Italiana, la principale celebrazione nazionale atta a ricordare la nascita dell’ Italia repubblicana. La cerimonia principale avviene annualmente a Roma, alla presenza delle massime autorità governative e statali italiane, ed è uno dei simboli patri italiani più noti. Giacomo Ramella Pralungo, scrittore di fantascienza ed articolista storico, segue le celebrazioni tramite l’ edizione straordinaria del telegiornale e dando di tanto in tanto attente occhiate agli articoli pubblicati sulla rete informatica, ma non pare particolarmente estasiato, come lui stesso afferma: «La Repubblica Italiana è uno Stato di fatto, ma non di diritto.». Asserisce che negli ultimi settantatré anni la politica italiana è stata pesantemente segnata da intrighi, scandali e corruzione eppure non ci trova nulla di sorprendente se pensa a come l’ attuale assetto dello Stato si impose nel 1946: «La Repubblica nacque con il piede sbagliato e ancora oggi, a distanza di tanti anni, una certa parte della cittadinanza esprime seri dubbi sulla validità del voto referendario. Io stesso sono monarchico e assolutamente dubbioso della validità dell’ assetto di quello Stato di cui sono cittadino.».

Sfogliando alcuni libri, «I Savoia» di Gianni Oliva e «Morte di un Savoia» di Franco Fucci, Giacomo non nasconde la propria tendenza monarchica, anzi, la difende: «Quando ero bambino, mia madre fu la prima a parlarmi in modo favorevole della monarchia, pur sottolineando che come in qualunque altro contesto umano anche in quei tempi avvennero determinate cose sia positive che negative. E quante volte l’ ho sentita esprimersi dubbiosamente sul referendum tra Corona e repubblica, avvenuto quando aveva tre anni: diceva sempre che la Repubblica Italiana venne al mondo con un furto pari a ben due milioni di voti favorevoli al sovrano! Crescendo, io stesso ho cominciato a nutrire una certa simpatia per il sistema monarchico, rimanendo colpito soprattutto dall’ importanza che attribuisce alla tradizione e alla continuità.».
L’ autore afferma che per lui il 2 giugno è una giornata nazionale che come cittadino non vive mai con entusiasmo, diversamente da quanto avviene il 17 marzo, l’ Anniversario dell’ Unità d’ Italia, che percepisce come una giornata effettivamente importante per la nazione: «Si tratta di una festa fondamentale e molto più autentica, ma vergognosamente trascurata. Come se la nostra nazione fosse spuntata come un fungo proprio nella ricorrenza di oggi…». Spiega che il referendum tra monarchia e repubblica, in occasione del quale ventiquattro milioni di italiani furono a votare per scegliere la forma dello Stato, in una votazione a suffragio universale e per la prima volta aperta anche alle donne, avvenne in un contesto comprensibilmente teso e drammatico: il Paese era appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, le macerie dei bombardamenti alleati e le demolizioni dei nazisti in rotta abbondavano ancora ovunque, con centinaia di migliaia di persone ancora sparse tra i campi di prigionia in tutto il mondo e intere province tuttora sotto la diretta occupazione e gestione militare straniera, in un clima in cui nonostante le dichiarazioni ufficiali le violenze perduravano con il rischio di sfociare in una guerra civile, che certe parti addirittura auspicavano allo scopo di favorire la lotta di classe e il rovesciamento di un ordine ritenuto ingiusto ed oppressivo, ormai debole e inadeguato: «Il 9 maggio 1946, re Vittorio Emanuele III, in un estremo tentativo teso a salvare sia la monarchia in vista del referendum che a confermare Casa Savoia sul trono in caso di vittoria, abdicò a Napoli in favore del figlio, Umberto II, che gli successe come quarto sovrano d’ Italia nel periodo più drammatico della storia sia nazionale che della famiglia reale, regnando appena trentadue giorni, fino al successivo 10 giugno, in virtù dell’ esito del referendum del 2 e 3 giugno, che si dimostrò sfavorevole alla monarchia, che raccolse 10.718.502 voti contro i 12.718.641 favorevoli invece alla repubblica.». Volendo evitare una crisi istituzionale ed una guerra civile, entrambi i rischi erano assai concreti con un settentrione repubblicano e un meridione monarchico, il sovrano scelse saggiamente di lasciare l’ Italia alla volta del Portogallo, passando alla storia come «Re di Maggio».
La famiglia reale in esilio a Cascais;

Alla richiesta su che cosa pensi circa il referendum del 1946, Giacomo risponde fermamente che fu un evento molto importante nella storia d’ Italia, eppure, a causa dei metodi altamente dubbi e pasticciati con cui lo spoglio delle schede e l’ annuncio dell’ esito elettorale furono condotti, si intuì rapidamente la presenza di forti brogli che avrebbero abilmente portato ad un distacco di quasi due milioni di voti a svantaggio dell’ istituto monarchico, contribuendo ad alimentare le già forti tensioni di quei giorni, che perdurarono negli anni successivi in tutto il Paese: «In molti espressero i più ampi dubbi su quel che accadde in occasione del referendum, e su come avvenne. In primo luogo, un plebiscito è un avvenimento tipicamente democratico, quindi deve essere preparato ed eseguito nella massima libertà, senza intimidazioni, minacce e violenze, ma purtroppo questo non fu il clima in cui si svolse, soprattutto nell’ Italia settentrionale, culla della Repubblica di Salò e del Secondo Risorgimento, animato prevalentemente da partigiani di orientamento politico comunista e filosovietico. Solo una minoranza di combattenti apparteneva a un differente orientamento politico.». Il periodo non era assolutamente adatto allo svolgimento di un referendum istituzionale di simile importanza, come prosegue: la guerra in Europa era terminata appena un anno prima, e il Paese era sotto il diretto controllo politico e militare degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’ Unione Sovietica. Nel settentrione e nel centro le bande partigiane comuniste continuavano ad assassinare chi non la pensava come loro: sacerdoti, ricchi, titolati, cattolici, gli ultimi simpatizzanti fascisti rimasti e anche semplici nemici personali, con cui si regolavano i conti senza esitazione in quanto si temeva che sarebbero tutti stati un ostacolo all’ avvento del comunismo, mutando l’ Italia in un Paese filosovietico: «Il Fascismo era stato sconfitto e Mussolini era morto, quindi ora bisognava abbattere la Corona e disfarsi della famiglia reale, cosa non facile perché la maggioranza degli italiani era legata all’ istituzione monarchica. Volendo far apparire le cose in regola, si pensò di indire un referendum con cui dare voce al volere del popolo. Ma la vittoria non era certa per gli antimonarchici, tutt’ altro!».
Sfogliando i libri e spegnendo il computer, Giacomo sostiene che la questione istituzionale italiana andava lasciata soltanto al popolo italiano, libero da qualsivoglia interferenza o pressione da parte delle potenze straniere. Ma così non fu: gli Stati Uniti prediligevano notoriamente l’ idea di un’ Italia repubblicana, sebbene ciò aumentasse il rischio di un’ influenza da parte dell’ Unione Sovietica che per mezzo dei partigiani comunisti contava di fare del Belpaese una nazione rossa, mentre la Gran Bretagna era la più favorevole alla preservazione della monarchia in virtù dei rapporti cordiali che da tempo legavano i Savoia ai Windsor, entrambi tra i più antichi e rispettati casati reali europei, nonostante le condizioni politiche e sociali profondamente diverse dei rispettivi governi e Paesi: «Occorre ricordare che al referendum non votarono più di ben duecentocinquantamila prigionieri di guerra, migliaia di sfollati in varie province per ragioni di guerra, e che la cittadinanza della Dalmazia, della Venezia Giulia, dell’ Alto Adige e della Libia, in quel tempo ancora nostra colonia, fu esclusa: si disse che gli italiani di quei territori avrebbero votato in seguito, ma in realtà così non avvenne, eppure i dati ufficiali di allora diedero più del quarantotto percento di voti favorevoli a Sua Maestà.».
A metà dello spoglio, il 4 giugno, curiosamente i carabinieri comunicano a papa Pio XII che la monarchia si apprestava a vincere, mentre la mattina dopo il Presidente del Consiglio dei Ministri, Alcide De Gasperi, annunciò a re Umberto che la monarchia era in vantaggio. Dopo che i rapporti da parte dei carabinieri, presenti in tutti i seggi, segnalarono al Ministro dell’ Interno, Giuseppe Romita, la vittoria della monarchia, ebbero luogo una serie di manovre tuttora poco limpide: «Nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolsero in favore della repubblica con l’ immissione di una valanga di voti dalla dubbia provenienza. Alcuni attenti esami statistici hanno dimostrato che in quell’ epoca non potevano esserci tanti votanti quanti ne furono conteggiati nei dati ufficiali del Ministero dell’ Interno, pertanto i dati giunti all’ ultimo momento alla sede ministeriale che sancivano la vittoria repubblicana erano sbucati praticamente da chissà dove. La Corte di cassazione confermò il risultato che mostrava quanto la repubblica avesse vinto la maggioranza assoluta dei voti espressi, anche contando schede bianche e nulle. Vennero presentati migliaia di ricorsi, tutti respinti. In quelle notti si svolse anche una vera e propria competizione tra i servizi segreti statunitensi e quelli britannici, per la vittoria definitiva di un assetto piuttosto che dell’ altro.».
Il 10 giugno, la Cassazione diede in via informale la notizia della vittoria repubblicana, utilizzando una formula dubitativa che rimandava l’ annuncio definitivo al successivo 18 giugno, dopo l’ esame delle contestazioni presentate soprattutto dagli ambienti monarchici, mentre la notte fra il 12 e 13 giugno, nel corso della riunione del governo, Alcide De Gasperi, prendendo atto del risultato, assunse le funzioni di capo provvisorio dello Stato, esautorando il re di ogni potere. Negli stessi giorni, le truppe comuniste del maresciallo Tito erano pronte al confine iugoslavo per intervenire qualora fosse stata proclamata la vittoria della monarchia, e in varie zone d’ Italia furono scoperti nei luoghi più disparati migliaia di pacchi di schede non scrutinate che vennero prontamente distrutti: «Molte di queste schede vennero scoperte persino nei sacchi della spazzatura, e come tale vennero tutte bruciate, mentre alcuni drappelli di carabinieri trovarono determinate schede favorevoli alla monarchia, venendo poi trasferiti o congedati prima che potessero fare il dovuto rapporto.». Mentre le istituzioni dichiaravano la vittoria della repubblica, città come Palermo, Taranto, Bari e Messina, consce della scarsa regolarità delle consultazioni, insorsero in quanto si erano sparse notizie, forse già verificate, relative ai brogli di cui si sarebbe parlato negli anni a venire, prima che la cortina del silenzio calasse anche su questa vicenda, come sarebbe avvenuto per le foibe, per i crimini dei partigiani e l’ esodo degli istriani. «Napoli fu teatro degli scontri peggiori.» afferma Giacomo mettendo da parte i libri «Per ben tre giorni, tra il 9 e l’ 11 giugno, le forze dell’ ordine, tra cui la polizia speciale istituita appositamente per il voto referendario, formata da ex partigiani, impiegò autoblindo e carri armati contro la folla inerme uccidendo nove persone e ferendone centinaia. L’ episodio è noto come la Strage di via Medina, ma nelle nostre scuole non se ne parla mai. Non vi fu un processo e neppure venne posta una lapide per ricordare le vittime. Pochi giorni prima, uno sconosciuto aveva lanciato una bomba a mano contro un corteo di monarchici, causando un morto e numerosi feriti.».
Su trentacinquemila sezioni elettorali furono presentati ventiduemila ricorsi, tutti respinti in pochi giorni. Lo spoglio delle schede pervenute rocambolescamente a Roma si svolse nella sala della Lupa a Montecitorio, alla presenza della corte di Cassazione e degli ufficiali angloamericani occupanti: «Pietro Nenni aveva sentenziato: ‘‘O la repubblica o il caos.’’. Il Ministro delle Finanze, Mauro Scoccimarro, aveva invece detto che in caso di vittoria della monarchia i comunisti avrebbero scatenato la lotta armata. Sandro Pertini, invece, esigeva la fucilazione del sovrano.».
Assolutamente deciso ad evitare una guerra civile, Umberto II lasciò volontariamente l’ Italia il 13 giugno 1946, diretto a Cascais, nel Portogallo meridionale, senza nemmeno attendere la definizione dei risultati ma dimostrando un altissimo senso di responsabilità e stima verso gli italiani. Giacomo sostiene che prese una scelta estremamente difficile ma molto saggia, e che visse in esilio per trentasette dimostrando costantemente una grande dignità, senza mai lamentarsi: «Diffuse un proclama in cui contestava la violazione della legge ed il comportamento rivoluzionario del governo, che non aveva atteso il responso definitivo della Cassazione: ‘‘Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatta dalla Corte suprema; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risolta sul modo di calcolare la maggioranza, io, ancora ieri, ho ripetuto che era mio diritto e dovere di re attendere che la corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano, e mi ha posto nell’ alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.’’.».
Il 18 giugno la Cassazione proclamò la vittoria della repubblica. La Stampa di Torino titolò: «Il governo sanziona la vittoria repubblicana», mettendo in dubbio la proclamazione stessa della Repubblica, perché neanche allora lo si era debitamente compreso. Molti anni dopo, nel 1960, Giuseppe Pagano, presidente della Corte di Cassazione al tempo del referendum ma di simpatie monarchiche, in un’ intervista a «Il Tempo» di Roma affermò che la legge istitutiva del referendum era di applicazione impossibile, in quanto non dava il tempo alla Corte di svolgere i suoi lavori di accertamento, e ciò fu reso ancor più evidente dal fatto che numerose corti di appello non riuscirono a mandare i verbali alla Cassazione entro la data prevista: «Inoltre, l’ angoscia del governo di far dichiarare la repubblica era stata tale da indurre al colpo di Stato prima che la Corte Suprema stabilisse realmente i risultati validi definitivi.». Il magistrato, tuttavia, non sostenne mai la storia dei brogli.
Il corpo senza vita di uno dei Caduti di Via Medina;

Lo scrittore afferma che nel corso dei decenni, sia monarchici che repubblicani hanno sempre ammesso apertamente che la Repubblica nacque in un ventre di dissidio e prepotenza, e in modo piuttosto controverso: «Ma oggi, a settantatré anni da quei giorni convulsi, i tempi sono abbastanza maturi affinché le autorità politiche a Roma e dintorni ammettano che l’ avvento del regime repubblicano ebbe molte ombre su cui si calò prontamente un opportuno silenzio, in modo tale da occultare pressioni, intimidazioni, ricatti, scambi di favori e un’ infinità di metodi poco puliti con cui il voto fu fortemente influenzato addossando ai Savoia più colpe di quante ne avessero, in un contesto di soprusi che portarono alla formazione di uno Stato di fatto ma non di diritto nel quale i dubbi sulla legittimità dell’ esito vennero tacciati di soggettività.». Peraltro, come dice, non si può fare a meno di rilevare che la storia ufficiale promossa dalla Repubblica negli ultimi sette decenni abbia dipinto l’ era monarchica come un periodo oscuro, in cui avvennero solo cose sbagliate, portando inevitabilmente le generazioni più recenti a confondere la monarchia con il Fascismo, quindi aizzando una certa discontinuità con quel periodo e alla conseguente rinuncia ad una serie di valori che invece furono determinati per la nostra storia: «Un chiaro esempio avvenne nel 2000 a Monza, in occasione del centenario dell’ assassinio di re Umberto I: se i balconi e le vetrine dei negozi esponevano il Tricolore conferendo alla città un’ aria patriottica, il Quirinale respinse la richiesta del sindaco di inviare una corona di fiori, facendo notare che il gesto rappresentasse un taglio con il precedente assetto istituzionale, come se la storia italiana fosse iniziata nel 1946, attribuendo ai quattro sovrani sabaudi errori non loro e che negli altri Paesi non vengono mai associate ad un capo dello Stato, sia esso sovrano o presidente. Lo stesso Umberto II e il suo operato dopo la guerra sono da sempre descritti con esagerazioni e punti di vista altamente faziosi, ma nei trentasette anni in cui il re esule, ma non abdicatario, visse lontano dall’ Italia vennero espressi giudizi positivi nei suoi confronti dai tanti italiani che aveva ricevuto nella sua residenza di Cascais, così come da diversi protagonisti di quei giorni come Palmiro Togliatti, Sir Winston Churchill e Dwight D. Eisenhower.».
L’ ex re, Umberto II, in tarda età;

Più in generale, indipendentemente da quel che accadde nel 1946, Giacomo parla delle molte ragioni per cui lui sostiene personalmente il sistema monarchico piuttosto che quello repubblicano: «I Paesi europei più progrediti e democratici sono monarchie, e anche nella maggior parte delle repubbliche le rispettive ex famiglie reali godono di prestigio e ammirazione. Un re è al di sopra delle parti e rappresenta l’ unità della nazione, svincolato dalle battaglie politiche, mentre avere un Presidente della Repubblica è come se in una partita di calcio si prendesse un giocatore di una delle due squadre e lo si facesse arbitro.». Molto spesso, prosegue, un re detiene molti titoli nobiliari, come nel caso di Felipe VI di Spagna, che è anche signore di Castiglia, Leon, Aragona, Navarra, Valencia, Galizia, Maiorca, Minorca, Cordova, Murcia, Granada e Isole Canarie, cosa che favorisce l’ identificazione nella sua figura da parte del maggior numero possibile di sudditi spagnoli. Peraltro, come è risaputo, un re viene preparato al suo ruolo fin dall’ infanzia e una volta succeduto al predecessore sa come comportarsi e rappresentare al meglio il suo Paese, vincola le strutture fondamentali dello Stato, come le forze armate, la diplomazia, la magistratura e l’ alta amministrazione alla Corona, proteggendo tali importanti uffici dalle pressioni e invadenze delle fazioni, evitando che le parti leghino ai propri interessi specifici, l’ istituzione simbolo dell’ unità nazionale: «E’ comunque vero che ci sono sovrani buoni e cattivi, la storia è ricca di esempi, ma se pensiamo che i re di oggi hanno un potere veramente limitato, un cattivo monarca avrebbe davvero poche possibilità di danneggiare la nazione, mentre un cattivo Presidente può nuocere tanto di più. Peraltro, avendo un mandato a vita, un re possiede per forza di cose una visione a lungo termine sconosciuta ad un politico, che una volta eletto si concentra sul proprio breve mandato cercando ovviamente di essere riconfermato.».
La monarchia porta turismo, peraltro, porta turismo: se a Londra le persone fanno la fila per visitare Buckingham Palace e a Monte Carlo per vedere il Palazzo Principesco, molta meno gente va invece a visitare l’ Eliseo di Parigi o la Cancelleria federale di Berlino, piuttosto che i palazzi presidenziali delle altre capitali repubblicane: «L’ istituzione monarchica è persino di aiuto all’ economia: un anniversario ed anche un funerale sono fonte di attrazione per moltissime persone che sul posto consumano, dormono, acquistano souvenir. Tutto questo non avviene sotto gli stendardi repubblicani: la Francia non vedrà mai la folla che c’ è stata a Bucarest in occasione del funerale di re Michele I, avvenuto il 16 dicembre 2017, o a Windsor per il matrimonio dei duchi Henry e Meghan di Sussex, lo scorso 19 maggio 2018. La monarchia è come una grande famiglia: sia nei momenti di gioia che in quelli di dolore, un membro della famiglia reale è sempre vicino alla popolazione e in qualche modo ne condivide felicità e tristezze. Occorre peraltro precisare che la monarchia non rappresenta neppure un costo folle a carico dei cittadini: come è risaputo, le residenze europee più care sono il l’ Eliseo e il Quirinale. Entrambe repubblicane…».
La monarchia, prosegue con convinzione, conferisce stabilità e prestigio alla nazione, come dimostrato dalle vicissitudini di gran parte dei Paesi che nel corso del Novecento sono diventati repubbliche passando dalla democrazia alla dittatura, come l’ Iran e l’ Egitto, che dal 1952 non si è mai liberato dei militari dal governo, piuttosto che la Grecia, che da Paese rispettato è tristemente diventato lo zimbello d’ Europa: «La stessa Italia deve gran parte di ciò che è oggi alle varie famiglie che hanno regnato sia prima che dopo l’ unità nazionale, influendo positivamente persino sui suoi flussi turistici: a Torino e nel nordovest le persone vengono a visitare le residenze sabaude, Caserta deve la sua fama mondiale alla Reggia dei Borbone, Parma trae il proprio splendore dai Farnese e dai Borbone, mentre Firenze, senza i Medici prima e agli Asburgo poi, non sarebbe stata la stessa. Personalmente, sono assolutamente convinto che per quanto oggi monarchia sia sinonimo unicamente di Casa Savoia oggi si dovrebbe riscoprire la storia e l’ importanza delle varie dinastie che ressero il potere in varie zone d’ Italia prima del Risorgimento, soprattutto gli Asburgo e i Borbone, caduti sotto i colpi della storia.».

In questi giorni assistiamo a solenni celebrazioni della Repubblica, convegni, mostre fotografiche, e lo stesso Presidente parla abitualmente della Festa della Repubblica invitando gli italiani a riaffermarne i valori: «Ma quali sono, questi valori? Non è corretto parlare di valori, dal momento che l’ avvento della Repubblica fu tanto dubbio e sofferto e che i resoconti ufficialmente adottati dalle autorità politiche e istituzionali tendono da sempre a nascondere metà della storia. Che spieghino chiaramente i vari gialli di quei giorni, dalle truppe titine schierate sul confine italiano con l’ ordine di invaderci in caso della vittoria della monarchia all’ intervento di Togliatti a Mosca al fine di ritardare il rientro delle decine di migliaia di prigionieri italiani trattenuti in Unione Sovietica, piuttosto che il numero degli elettori superiore di quello degli aventi diritto al voto, che mutò l’ esito referendario a seguito dei primi rapporti dei carabinieri, al Vaticano e al governo, per quanto si deduca che molti abbiano votato più volte con documenti di identità falsi o appartenenti a defunti o dispersi. E che dire infine di Togliatti, che, come Ministro della Giustizia, in risposta alle migliaia di ricorsi sostenne che non si sarebbe potuto ricontrollare adeguatamente le schede perché alcune erano andate distrutte?».
Per Giacomo, che scuote fermamente il capo, non ci sono affatto dubbi: di fronte a tanti fatti strani e oscuri e ad altri più evidentemente scorretti, questa Repubblica nacque con il piede sbagliato, e in virtù delle sue origini discutibili non debba insinceramente insistere sul concetto di valori e virtù che non le appartengono: «Soprattutto, non dovrebbe assolutamente parlare di democrazia, dal momento che in quei giorni tanto difficili il concetto di sovranità popolare fu il primo ad essere abilmente manipolato e messo da parte in favore di meschini interessi di parte e politici che con la volontà degli italiani non avevano assolutamente nulla a che vedere. Non scomodiamo il popolo. Viva il Re!».

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman; Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e ...