martedì 14 marzo 2017

La posizione di Giacomo sulla Resistenza italiana



Fin dall’ infanzia ho sempre avuto una grande passione per la storia, oltre che per la narrativa e la fantascienza. Ricordo che il passato mi ha sempre molto incuriosito, che mi sono sempre chiesto come fossimo arrivati a realizzare un mondo esattamente come questo, e quanto rimanesse oggi dei grandi fatti e delle grandi scoperte dei tempi passati. L’ importanza che ho imparato a dare alla continuità del tempo trovò un’ importante conferma quando iniziai le scuole superiori, ove i miei insegnanti mi dissero che conoscere la storia è fondamentale per capire al meglio il mondo di oggi e perfino noi stessi. Peraltro, più di recente qualcuno mi ha detto che se non si conosce la storia si è come una foglia che non sa di essere parte di un albero: tutte queste affermazioni mi hanno profondamente colpito, e le ho fatte mie, tuttavia nel corso dei miei studi ho presto dovuto confrontarmi con un’ altra verità, piuttosto triste, secondo cui, tanto per citare un noto proverbio, la storia è scritta dai vincitori. Quanto di quel che sappiamo del nostro passato corrisponde effettivamente al vero e non a un’ operazione di riscrittura atta a coprire il lato rovescio e meno roseo di determinati avvenimenti fondamentali, o a esaltare il lato buono di personaggi discutibili resisi colpevoli di colpe inammissibili?
Partigiani in azione sui monti biellesi

Contemporaneamente alla mia attività di romanziere, nel mese di novembre dell’ anno 2015 iniziai per puro caso a pubblicare su «Il Biellese», nota testata giornalistica della provincia di Biella, di cui sono originario, alcuni articoli di storia e personaggi locali, mentre su www.neteditor.it presi a pubblicarne altri di storia e cultura più generale: in entrambi i casi compresi fin dall’ inizio quanto fosse importante attenersi rigorosamente ai fatti, senza travisarli facendo prevalere una tesi a scapito di un’ altra. Lo scorso 21 febbraio, un martedì, dopo una lunga riflessione e attente considerazioni ho deciso di pubblicare su «Il Biellese» un articolo dalle implicazioni piuttosto delicate, «Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana», in cui mi sono concentrato sul lato rovescio Resistenza italiana, che dall’ 8 settembre 1943 ai primi giorni del maggio 1945 si opposero al Nazifascismo.

Negli ultimi settant’ anni si è dichiarato e scritto molto sui valori e l’ azione dei partigiani, lodandone grandemente il coraggio e il valore. Io stesso sono convinto che tutto il popolo italiano sia debitore nei loro riguardi, avendo contribuito al ristabilimento della democrazia perduta in Italia, e sono molto fiero di poter affermare che molti parenti materni furono partigiani. Eppure, come studioso di storia, credo che sia imperativo rammentare che alcuni partigiani commisero certi errori. A tal proposito ricordo molto bene le parole di mia madre, secondo cui non tutti i fascisti furono cattivi e non tutti i partigiani furono buoni, e molte persone anziane di mia conoscenza hanno spesso confermato che i partigiani ebbero ampie occasioni per portare avanti vendette, eccidi e calcoli politici che la storiografia dei vincitori occultò abilmente con una spessa cortina di silenzio. In quei giorni penosi non vi fu alcuno schieramento composto da cavalieri senza macchia, e fino a oggi la Resistenza è stata quasi sempre solo lodata. Tuttavia troppe lodi prive di senso critico non giovano mai a nessuno.
«Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana»

Tra le righe di «Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana» ho voluto affrontare il clima di accanimento e furore che alcuni partigiani perpetrarono inquinando la nobiltà dell’ ideale originario, principalmente scagliandosi contro fascisti veri o presunti, ma anche contro antifascisti di ideale non comunista. Secondo certe fonti, tanta violenza era atta a sostenere l’ imposizione del Bolscevismo in territorio italiano. Pur precisando che tali brutalità ebbero luogo in tutto il territorio della Repubblica di Salò, ho dovuto concentrarmi sui fatti avvenuti nella sola terra biellese, adeguandomi alla realtà locale di «Il Biellese», ma i risultati della mia ricerca hanno avuto esiti ugualmente interessanti, permettendomi ad esempio di scoprire che al valico del Bocchetto di Sessera, situato tra la valle dello Strona di Mosso e la Val Sessera, vennero trucidate decine di fascisti, tra cui molte donne che prima vennero brutalizzate e stuprate, i cui cadaveri probabilmente giacciono tuttora sepolti nel bosco sottostante. In seguito, Graglia fu teatro il 27 aprile 1945 dell’ uccisione di trentatré ufficiali del Raggruppamento Allievi Ufficiali catturati a Cigliano e delle mogli di due di questi, una delle quali addirittura incinta, da parte di una formazione di partigiani comunisti, e a Sordevolo, appena due giorni dopo, ebbe luogo la fucilazione da parte dei garibaldini della 2º Brigata di dieci militi del presidio di Cossato, fra cui un sacerdote salesiano.

Il 28 febbraio scorso, ad una settimana dall’ uscita del mio articolo, il Comitato biellese dell’ ANPI, l’ Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia, ha pubblicato su «Il Biellese», una dura risposta in cui mi si accusa di avere una consapevolezza della storia piuttosto lacunosa e di sostenere libere interpretazioni e affermazioni inaccettabili in quanto mosse da intenti revisionisti. Avrei peraltro intenti incoerenti e ipocriti, come dimostrerebbe una frase presente nel mio pezzo: «Nessuno intende disonorare il ricordo e la maestà della Resistenza partigiana.».
Dopo una scrupolosa lettura di quanto mi è stato rivolto ho ritenuto doveroso inviare al giornale la mia risposta agli amici dell’ ANPI, e in attesa della sua pubblicazione vorrei che fosse chiaro a tutti i miei lettori che ho sempre preso molto sul serio tutte le mie pubblicazioni, arrivando persino a scegliere con cura le singole parole, nella consapevolezza di essere soggetto all’ opinione pubblica, e che non avendo mai aderito a un’ ideologia e a un partito politico io sono assolutamente il tipo meno adatto ad occuparmi di revisionismo. Temo piuttosto di avere il sospetto che l’ ANPI stessa nutra un preciso orientamento politico, questo almeno spiegherebbe i toni severi e la prontezza della sua risposta al mio articolo, e a tal proposito mi permetto di affermare che questo nuoce seriamente alla tutela e alla valorizzazione della memoria e dei valori della Resistenza di cui si è assunta l’ impegno: la trasmissione della conoscenza della storia e la politica sono da sempre due cose inconciliabili, mosse da esigenze assai diverse tra loro.
La replica dell’ ANPI 

Noi apparteniamo ad una generazione diversa da quella che visse e subì il conflitto di Hitler e la guerra civile italiana, in cui agirono i partigiani, pertanto credo che dopo settant’ anni dovremmo cominciare a smettere di affrontare il tema della Resistenza solo in base ai rigidi e ormai obsoleti dettami della propaganda secondo cui i fascisti furono tutti cattivi e i partigiani tutti buoni: denunciare le mele marce nel cesto non significa affermare che il grande albero della Resistenza fosse malato e in attesa di essere abbattuto, ma contribuire a mantenere un ricordo più appropriato e preciso della storia. Io non ho fatto assolutamente di tutta un’ erba un fascio, ho sempre sostenuto che vi furono partigiani buoni esattamente quanto vi furono partigiani cattivi, e credo che si possa comprendere facilmente con una lettura imparziale del mio articolo.
Vorrei concludere sostenendo che se l’ ANPI riconoscesse gli errori compiuti dalle pecore nere della grande famiglia dei partigiani, sull’ esempio dei principi Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto di Savoia in occasione del loro rientro in Italia alla fine del 2002, quando presero le distanze dagli errori e dalle manchevolezze del loro antenato Vittorio Emanuele III, assumerebbe una maggiore credibilità.


Giacomo Ramella Pralungo

martedì 21 febbraio 2017

L’ «inventore di storie» e i suoi articoli su «Il Biellese»


Giacomo Ramella Pralungo non è soltanto un autore di narrativa fantascientifica, ma anche uno storico appassionato. Tramite «Il Biellese», testata giornalistica della sua provincia, dalla fine del 2015 pubblica articoli riguardanti la storia e i personaggi storici di Biella: «E’ un’ attività che ho iniziato per puro caso, e che si è rivelata ben presto molto interessante e addirittura piacevole. Io stesso sento di avere appreso moltissimo grazie ad essa, perché anche la storia locale riserva tante belle sorprese.».

Come ha iniziato l attività di «cronista storico»?

«Con un articolo dedicato ad Ernesto Schiaparelli, un grande egittologo di Occhieppo Inferiore che, all’ apice della sua carriera, divenne direttore del Museo egizio di Torino. Io sono sempre stato appassionato di storia egizia, e alle scuole medie, che ho frequentato proprio a Occhieppo Inferiore, la mia insegnante di storia mi parlò di Schiaparelli e delle sue grandi scoperte archeologiche, dalla tomba della regina Nefertari a quella dell’ architetto reale Kha. I primi giorni del novembre 2015 andai in visita al Museo egizio, e la mia mente rievocò di continuo il ricordo di Schiaparelli: feci un giro per Occhieppo Inferiore, e rimasi stupito di quanto poco ricordato fosse questo nostro notevole conterraneo, a cui era stata dedicata la sola scuola elementare. Intendiamoci: io per primo trovo bello che un’ istituzione come una scuola pubblica porti il suo nome, ma bisogna riconoscere che si tratta di una realtà troppo piccola per un personaggio tanto grande! Una via o una piazza, al confronto, sarebbero maggiormente sotto gli occhi della gente.
Il mio pallino per la scrittura mi portò a scrivere un articolo in cui rievocai le sue vicende di vita, nonché quelle accademiche e archeologiche, e perfino quelle filantropiche. La direzione de ‘Il Biellese’ si rivelò gentilmente disposta a pubblicare questo pezzo per l’ edizione del 6 novembre 2015, e io mi sentì profondamente onorato al pensiero di aver fatto qualcosa per il ricordo del leggendario egittologo. In seguito pensai che avrei potuto fare altrettanto per fatti e personaggi storici legati alla nostra piccola grande provincia, non soltanto legata ai noti opifici tessili.».

E da allora pare che non le siano mancate le idee.
Ernesto Schiaparelli;

«(Risata) Assolutamente no! A Biella, la città dell’ orso, sono legati personaggi notevoli come Pietro Micca, Fred Buscaglione e Giuseppe Pella, su cui ho avuto il piacere di esprimermi. Perfino l’ attività tessile nel nostro territorio ebbe origini degne di un romanzo storico, essendosi imposta soprattutto in seguito alle intuizioni politiche di Casa Savoia, che voleva infrangere il monopolio di Francia e Germania. L’ anno scorso, peraltro, in occasione dei festeggiamenti del 2 giugno feci qualche ricerca e pubblicai un articolo in cui rammentavo che in occasione del referendum istituzionale del 1946 la maggioranza del popolo biellese votò per la Repubblica. A ben pensare, la storia locale è davvero interessante, ed è un gran peccato che non venga considerata nelle nostre scuole parallelamente a quella nazionale e internazionale.».

Per lei forse è meglio così, altrimenti resterebbe disoccupato…
Giuseppe Pella;

«(Risata) Forse ha ragione! Scherzi a parte, però, rimango sempre piacevolmente sorpreso da tutte le cose che vengo a sapere ogni volta che inizio una ricerca su un particolare personaggio o avvenimento. Mi pare di capire che Biella sia una piccola grande realtà che molto ha dato al resto del Paese, e che abbia ancora un sacco di cose preziose da condividere. Non di solo tessile vive la mia terra, ma di un vasto patrimonio umano. Nella mia beata semplicità cerco di dare alla mia gente l’ orgoglio di sé stessa.».

Proprio oggi è uscito un suo articolo su «Il Biellese».
L’ articolo in uscita oggi;

«Sì, un articolo in cui affronto un argomento piuttosto controverso, ossia gli abusi e gli eccessi dei partigiani negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, quando ormai era forte il dissenso contro il Nazifascismo che aveva provocato tanti guai e vittime. Alcuni miei parenti materni furono partigiani legati all’ ideologia socialista e comunista, ma mia madre disse sempre che non tutti i fascisti furono cattivi, e non tutti i partigiani furono buoni. Durante una guerra civile, come quella che si verificò a metà degli Anni Quaranta nell’ Italia settentrionale, presto o tardi gli interessi di uno schieramento vengono usati come scusa per compiere vendette o azioni mosse da interessi personali. E’ proprio quel che accadde in buona parte del centro e del nord partigiano, dove molti combattenti per la libertà si macchiarono le mani di sangue per il proprio interesse, inquinando la purezza dell’ ideale originario, mutandosi in veri e propri criminali di guerra non troppo diversi da quelli che pretendevano di combattere.
Anche nel Biellese ebbero luogo avvenimenti intollerabili, eccidi mostruosi come quelli avvenuti al Bocchetto Sessera, a Graglia e Sordevolo, in cui i partigiani si lasciarono trasportare innegabilmente dalla sete di sangue. Non ho scritto con animo politico o revisionista, dal momento che non ho mai aderito a un’ ideologia o un partito, e nemmeno voluto recare danno al contributo dato dai partigiani alla lotta per l’ Italia. Intendevo solo contribuire a mantenere una visione equanime di un capitolo del nostro passato che ci è ancora piuttosto vicino.».

Ha in previsione altri articoli?
Pietro Micca;

«Certamente, a Biella vissero personaggi ed ebbero luogo avvenimenti che attendono ancora di essere ripresi e raccontati. Fortunatamente le idee non mancano!».

Grazie, e tanti auguri.

«Grazie infinite, è sempre un grande piacere.».

venerdì 17 febbraio 2017

Le turpitudini della Mafia raccontate in «Il signore del crimine»


Giacomo Ramella Pralungo mostra «Il signore del crimine», edito su www.lulu.com in formato sia cartaceo che elettronico, un libro dalla copertina inquietante che illustra un uomo dal volto tetro, ben vestito e armato di pistola su di uno sfondo nero. Il titolo e il nome dell’ autore sono riportati in rosso: «Nero e rosso non sono una scelta casuale: rappresentano la morte e il sangue, elementi della vita quotidiana di ogni mafioso.».
L’ inventore di storie sostiene di aver puntato molto su questo nuovo romanzo, che ha rappresentato una vera sfida per lui.

Questo è il suo primo romanzo non di fantascienza. Che cosa l’ ha spinta a scriverlo?

«Provo un certo fascino per il genere malavitoso. Da bambino e da ragazzino non l’ ho mai considerato molto, ma leggendo i giornali o seguendo i telegiornali rimanevo colpito dall’ argomento, e guardando alcuni film e telefilm la presenza di personaggi legati a Cosa Nostra mi impressionava. Percepivo i mafiosi reali e immaginari come individui potenti e temibili, avvolti da un che di misterioso. Solo nel 2005, quando vidi per la prima volta ‘Il padrino’, tratto dall’ omonimo romanzo del 1969 e interpretato dal magnifico Marlon Brando, mi interessai veramente al genere e considerai l’ idea di occuparmene.».
Versione cartacea del libro;

Quali sono i concetti fondamentali di ‘Il signore del crimine’?

«Volevo essere il più veritiero possibile, senza inventare o alterare nulla. Intendevo divulgare l’ argomento con lo strumento narrativo, per quanto sapessi di non essere il primo a farlo. Eppure, trovo che la maggior parte delle opere di narrativa, come lo stesso ‘Il padrino’ di Mario Puzo, abbiano contribuito per esigenze narrative a tinteggiare un certo alone di leggenda e romanticismo intorno ai personaggi, rendendoli affascinanti fuorilegge alla Robin Hood. Intendevo quindi presentare una storia che mostrasse i mafiosi per quello che sono, ossia delinquenti e affaristi del crimine disposti a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi.».

Desidera parlarci della trama?

«Nel 1938, Carmelo Sferrazza è un giovane contadino di Castrofilippo, in provincia di Agrigento, legato alla cosca mafiosa locale. Viene scelto personalmente da don Peppe Sedita, il capomafia, per un delitto eccellente, al cui termine scappa a New York, dove entra a far parte del potente e paventato clan degli Zambito, in cui nel corso degli anni fa carriera diventandone addirittura il capo alla barbara uccisione di don Pietro Sivero. Come nuovo capo dovrà presto affrontare continui e spietati regolamenti di conti, riuscendo infine a sconfiggere un potente gruppo ostile. Poco tempo dopo, però, viene ricattato da un poliziotto corrotto, problema che risolverà drasticamente, e contattato da un alto membro della CIA, con cui stringe un oscuro patto di sangue.
Nel 2002, però, quando è ormai vecchio e stanco e tutto sembra ormai risolto e in pace, le forze dell’ ordine newyorkesi e alcuni vecchi nemici marciano contro di lui e la sua famiglia, chiedendogli il conto del suo ignobile passato. Inizia pertanto una tenace caccia all’ obiettivo: la polizia e il tribunale lo vogliono vivo, gli altri invece desiderano danzare sul suo cadavere.».

Nel definire le vicende di Carmelo Sferrazza ha ripreso molti episodi realmente avvenuti nella storia della Mafia.
Versione elettronica del libro;

«Oh sì. Nelle mie ricerche ho analizzato molto la storia di Cosa Nostra, partendo dalla Sicilia dell’ Ottocento e giungendo alla New York di fine Novecento. Pensavo che se avessi intrecciato le vicende di don Carmelo con quelle di mafiosi realmente esistiti e preso in prestito alcuni eccidi mafiosi realmente avvenuti avrei dato a ‘Il signore del crimine’ un alto livello di verosimiglianza e attinenza alla realtà. Nel libro pertanto appaiono i noti Bugsy Siegel e Meyer Lansky, e un agguato ispirato alla strage di Duisburg.
In generale, nei miei libri amo citare un fatto storico realmente accaduto o un personaggio esistito veramente, perché da un lato contribuisco alla loro conoscenza, e dall’ altro la cosa arricchisce positivamente la mia narrazione.».

In questo libro si affronta anche il sorprendente tema della religiosità dei mafiosi.

«Confesso che si tratta di uno dei tratti della loro personalità che più mi hanno incuriosito. I mafiosi vivono la religione per regolare sé stessi: sanno benissimo di violare ripetutamente il volere di Dio, ma sostengono di essere costretti a farlo dalle circostanze, e pregano continuamente per ottenere il suo perdono.
Nella loro devozione, che io trovo del tutto manipolata, si sentono come Gesù, che secondo la tradizione portò sulle proprie spalle le colpe di tutto il mondo. Ma il vero abominio sta nel fatto che ritengono la Madonna protettrice delle loro iniziative, perché come madre e donna infinitamente buona è la sola persona capace di indurre Gesù a capire le ragioni dei loro peccati e quindi a perdonarli...».

Si assiste anche alla descrizione di alcuni significativi momenti di vita familiare, soprattutto il rapporto di Carmelo Sferrazza con la moglie e i figli.

«E’ vero. Volevo che il lettore sviluppasse un certo interesse per il personaggio non solo come mafioso, ma anche come uomo, marito e padre. In ogni istante della sua vita questo molteplice impegno non viene mai meno: ama la moglie pur senza rinunciare alla propria autorità, educa i due figli maschi perché sviluppino carattere e maniere forti e insegna alle due figlie femmine ad essere ‘brave donne e mogli’. Pertanto, Sferrazza personifica tante cose nello stesso istante.».

In queste pagine, peraltro, si affronta il tema dei legami tra CIA e Cosa Nostra.

«E’ uno degli argomenti più intriganti e discussi che ho voluto inserire nella narrazione. Corre voce che negli Anni Sessanta la Central Intelligence Agency, l’ agenzia di spionaggio statunitense, volesse servirsi di alcuni esponenti mafiosi per eliminare Fidel Castro signore del comunismo il cui dominio si trovava ad appena cinquecentotrentasei chilometri da Miami. Cosa Nostra aveva a sua volta seri motivi per vendicarsi del ‘Condottiero Supremo’, che al termine della Rivoluzione cubana aveva sottratto Cuba ai vertiginosi investimenti statunitensi: Cosa Nostra possedeva infatti alberghi di lusso con casinò e giri d’ affari milionari che si sciolsero come neve al sole. Sembra peraltro che Sam Giancana e John Roselli fossero coinvolti a vario titolo, sempre in combutta con la CIA, nelle morti di John e Robert Kennedy, e in quella di Marilyn Monroe: entrambi vennero barbaramente assassinati in circostanze mai chiarite, forse dopo aver accettato di testimoniare in sede legale circa i loro rapporti con gli 007 di Langley.».

Lei crede che un giorno Cosa Nostra verrà sconfitta?

«Come sostenne il grande Giovanni Falcone, Cosa Nostra è un fenomeno umano, e come tale ha un inizio e un’ evoluzione, e un giorno avrà anche una fine. Non è neppure una malattia sorta per caso, ma un malessere sociale sviluppatosi in precise circostanze favorevoli. Pertanto, io sono nettamente convinto che un giorno cesserà di esistere, ma temo che non sia scontato che governi e istituzioni legali abbiano seriamente l’ intenzione di combatterla e tanto meno di sconfiggerla: Cosa Nostra dispone di numerose e ricche risorse, ed essa stessa rappresenta una risorsa estremamente utile a molti in varie circostanze. Peraltro, un giorno mi colpirono molto le parole di Pietro Grasso, ex magistrato e attuale Presidente del Senato, grande esperto di Cosa Nostra, che in un’ inchiesta della RAI affermò che essa rappresenta un notevole danno alla legittima economia nazionale, e il modo più adatto per danneggiarla è colpire i suoi mercati, i suoi profitti milionari, e farle perdere i ‘clienti’: dal momento che Cosa Nostra è un’ impresa, arrestare i mafiosi e condannarli al carcere a vita in isolamento totale è solo una modesta parte della soluzione al suo problema. In passato abbiamo assistito ad arresti eccellenti e confische milionarie, ma ho il sospetto che si trattassero soltanto di obiettivi mirati, di meri colpi strategici. Ma non voglio essere pessimista a priori, mi auguro che un giorno si manifesti un governo illuminato che assicuri la giustizia e migliori la nostra società, evitando la comparsa di gente come i mafiosi.».

Grazie.


«Grazie infinite a voi per la vostra attenzione, mi fa sempre molto piacere.».

mercoledì 15 febbraio 2017

Presentando «Al confine della realtà»


Giacomo Ramella Pralungo esibisce una copia di «Al confine della realtà», disponibile su www.lulu.com in versione sia cartacea che elettronica, sostenendo che lavorare a un seguito è una cosa impegnativa, da non sottovalutare: «Con ‘Per i sentieri del tempo’ instaurai determinati equilibri narrativi, ed era mia intenzione evolverli senza però stravolgerli. Dovevo stare attento, ma ho anche potuto affrontare in maniera nuova e interessante le basi gettate con il primo libro della serie.».

Che cosa l’ ha portata a dare un seguito a «Per i sentieri del tempo»?

La versione cartacea del libro;

«Scrivere ‘Per i sentieri del tempo’ è stato assai stimolante, e avendogli dato un finale aperto avevo la possibilità di raccontare cose nuove, mostrando l’ avvenire della Terra ora che aveva scampato la distruzione, nonché il destino dei personaggi.».

Quali sono i concetti che ha usato come base di questa narrazione?

«Questa volta ho scelto di basarmi sul tema delle realtà alternative, una delle più note teorie della meccanica quantistica e ondulatoria, secondo cui esistono infiniti universi, tra cui il nostro, tutti separati tra loro e coesistenti, ognuno all’ interno di uno specifico continuum spaziotemporale e contraddistinto da una particolare versione della storia. Ho voluto peraltro parlare  dell’ invasione planetaria, del primo contatto con una popolazione aliena e del feudalesimo.».

Che cosa succede in questo libro?

«Nel 2097, Alexander Tralus, ora generale e comandante in capo delle forze armate della Repubblica Planetaria Terrestre, organizza il primo viaggio spaziale per mezzo di un velivolo appositamente modificato. Frattanto, però, viene scoperto un antichissimo dispositivo di cui non si comprendono i meccanismi e le funzioni. Tralus stesso ne rimane inavvertitamente vittima, e scopre di essere finito in una realtà alternativa in cui i Rete regnano su di un impero assoluto e teocratico che comprende l’ intero sistema solare.
Mentre tenta di tornare indietro viene a sapere che l’ imperatore Filippo IX intende occupare il suo mondo per impiantarvi un sofisticato centro di ricerca di tecnologie belliche proibite, con cui vuole sgominare il Senato Imperiale fomentandone nascostamente i vari casati di appartenenza in una lotta reciproca. Ma il sovrano e i suoi due figli maschi soccombono in un complotto ordito dal loro cugino, Antinos, duca di Atene, terzo nella linea di successione al trono, e la Lega del Nuovo Mondo si infiltra sempre più nella cospirazione interna alla famiglia reale al fine di abbattere l’ Impero Terrestre. Non potendo distruggere la porta tra le due realtà, Tralus prepara una disperata difesa avvalendosi dell’ aiuto di Edward, alter ego del proprio fratello, morto da molti anni.
Lo scontro sarà durissimo.».

Come ha vissuto l’ idea di scrivere un seguito?

«Mi è piaciuto molto, ma sapevo di non dover affrontare con leggerezza la questione, non volevo deformare e impoverire le cose. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se i Rete avessero vinto, e le teorie della fisica di cui abbiamo parlato mi hanno permesso di rispondere e sbizzarrirmi. Generalmente affermo che le serie sia letterarie che cinematografiche funzionano meglio quando si parte fin dall’ inizio con l’ idea di realizzare più puntate. Dapprincipio non pensavo di dare un seguito a ‘Per i sentieri del tempo’, ma il suo finale aperto mi ha presto portato a chiedermi che cosa sarebbe accaduto alla Terra e a Tralus ora che la fine del mondo era stata evitata. Ho avuto l’ idea singolare di un’ invasione da parte di un mondo speculare, di un’ umanità rovesciata rispetto alla Terra del primo libro, qualcosa che si è precedentemente corso il rischio di diventare. E al termine di ‘Al confine della realtà’ sapevo che avrei lavorato a una conclusione.».

E’ curioso, leggendo il libro, ritrovare determinati personaggi presentati in una veste del tutto nuova…

«(Risata) E’ uno dei punti di forza di questa narrazione. Secondo il principio delle realtà alternative, esiste una quantità infinita di universi, ognuno contenente uno specifico corso degli eventi storici: alcuni sono molto simili, altri più diversi. Quindi la vita e le vicende dei rispettivi abitanti mutano a seconda dell’ universo in questione. Questa volta Alexander Tralus è alle prese con una Terra alternativa alla sua, in cui i Rete hanno raggiunto il passato, l’ anno 476, fondandovi un Impero, una monarchia di tipo assoluto, feudale e teocratico che nel corso dei secoli ha perfino colonizzato l’ intero sistema feudale. Molti dei personaggi già visti in ‘Per i sentieri del tempo’ ritornano in versioni nettamente diverse, come il vecchio Aldus, che ora è il conte Ruben Hotrey, aristocratico di elevato lignaggio, subdolo e raffinato, nonché presidente delle Industrie Hotrey, potente colosso industriale, e addirittura guida spirituale della Lega del Nuovo Mondo. C’ è anche un grande colpo di scena per quanto riguarda l’ Alexander Tralus alternativo.».

Il reame che i Rete instaurano in questo mondo alternativo, l’ Impero Terrestre, appare come una società o piuttosto macabra. Molti suoi cenni rimandano al Celeste Impero cinese e al medioevo…
Il formato elettronico del libro;
«E’ vero. Con l’ Impero Terrestre ho voluto affrontare i temi delle ingiustizie sociali, dell’ abuso egoistico del potere e della superstizione. Non è esattamente la società ideale in cui io stesso vorrei vivere (risata)! Al vertice vi è un imperatore dotato di poteri assoluti in quanto discendente degli dei, come il faraone in Egitto o l’ imperatore della Cina, che addirittura viveva in un complesso di palazzi noto come Città Proibita, accuratamente progettato affinché simboleggiasse la maestà del potere imperiale e riflettesse precisi principi filosofici, religiosi. Tale potere, però, negli ultimi secoli è stato notevolmente ridotto e bilanciato dal Senato Imperiale, un’ assemblea i cui membri sono aristocratici a casati di varia influenza e ricchezza.
Il reame dei Rete poggia su criteri feudali, i nove mondi che comprende sono affidati ciascuno per via ereditaria a una famiglia nobile, affiancata secondo rigidi principi da altri aristocratici. Il popolo serve nell’ esercizio delle professioni e nell’ esercito. Ovunque è diffusa una profonda superstizione, stimolata da una significativa interazione fra legge civile e religiosa, dalla fede nella divinità dell’ imperatore e nei poteri oracolari e medianici di Prajñāpala, il suo millenario consigliere. Perfino alcune famiglie nobili sono ritenute discendenti dagli dei o da alcuni eroi delle antiche mitologie, come avveniva alle gentes patrizie dell’ antica Roma.».

Questa volta la Terra stabilirà un primo contatto con un popolo alieno.

«Certamente, e insieme al tema delle realtà alternative rappresenta un notevole punto di forza della trama. Peraltro avremo l’ opportunità di vederlo avvenire in due modi differenti. Sia l’ Impero che la Repubblica Planetaria stabiliranno infatti un contatto con il remoto pianeta Oxerin. Il tema dei rapporti con questo nuovo mondo sarà fondamentale nel prossimo libro, che chiuderà la serie.».

Grazie.


«Grazie infinite, spero che questo nuovo libro vi piaccia come gli altri.».

martedì 14 febbraio 2017

Giacomo e «L’ angelo custode»



Sfogliando le pagine di «L’ angelo custode», disponibile su www.lulu.com, l’ inventore di storie Giacomo Ramella Pralungo sostiene che con questa narrazione ha voluto ideare qualcosa di nuovo pur restando nel tradizionale reame della rappresentazione fantascientifica: «La fantascienza è soprattutto analisi e riflessione su quello che riguarda la persona e il mondo in cui vive, prima ancora di affrontare la realtà scientifica, che ne è una semplice conseguenza. E’ esplorazione di un magnifico potenziale, quindi perché non considerare le infinite dimensioni dello spirito umano o una sfera più propriamente emotiva?».

In questa breve storia non assisteremo ad invasioni, epiche battaglie spaziali o feroci bombardamenti atomici?

«No, questa volta ho voluto allontanarmi un po’ da quanto già visto in ‘Cuore di droide’ e ‘Per i sentieri del tempo’, oltre che nei grandi classici del genere fantascientifico. Ero alla ricerca di qualcosa con cui affrontare le ragioni dello spirito, dell’ amore e della speranza tipicamente umana della vita oltre la morte.».

Come è nato «L’ angelo custode»?
La versione cartacea del libro;

«Dopo il primo fallimentare tentativo, volli partecipare all’ edizione del 2013 del Premio Robot di Milano. Intendevo affrontare il tema delle intelligenze artificiali anche questa volta, ma in modo molto diverso da quanto avvenuto nei due racconti divenuti il fondamento di ‘Cuore di droide’. Presentai ‘L’ angelo custode’, ma anche questa volta non ebbi il privilegio di vincere, e volli comunque pubblicare il mio lavoro.».

Come ha avuto l’ idea alla base di questo libro, di appena ventiquattro pagine?

«Da bambino vidi il film ‘Navigator’, di Randal Kleiser, che mostrava le conseguenze del paradosso dei gemelli, una delle più note implicazioni della teoria della relatività di Einstein. Peraltro, in ‘Primo contatto’, episodio della quarta stagione della serie televisiva ‘Star Trek: The Next Generation’, rimasi colpito dai metodi di osservazione occulta che la Flotta Stellare della Federazione Unita dei Pianeti metteva in pratica allo scopo di studiare popolazioni aliene con cui ancora non era entrata in contatto senza che se ne accorgessero. Infine rimasi colpito da ‘Impianto’, episodio della terza stagione di ‘Stargate SG-1’, in cui il colonnello Jack O’Neill e la sua squadra tornano dall’ esplorazione di un pianeta senza alcun ricordo di quanto hanno visto e vissuto. Sono partito da questi principi.».

Il paradosso dei gemelli, il primo contatto e l’ osservazione occulta sono senza dubbio temi classici del genere di cui lei si occupa, a differenza invece dell’ angelo custode…

«(Risata) Si, questa è proprio la grande novità!».

Lei si è notoriamente dissociato dalla religione e da temi come quello dell’ angelo custode, stupisce molto il fatto che l’ abbia ripreso e introdotto in una narrazione fantascientifica.
«Anche quando ero cristiano ricordo di non aver mai considerato il tema degli angeli custodi come uno dei principali punti della fede religiosa, comunicavo direttamente con Dio durante la mia preghiera serale. Eppure mi affascinava molto, e sotto un certo aspetto mi piaceva l’ idea di avere qualcuno che mi seguisse e aiutasse, ma pensavo che fosse un sovrappiù. Ho sempre avuto idee piuttosto personali anche sul tema dei santi: per me è santo chi agisce per il bene degli altri nella vita di tutti i giorni, senza aspettarsi nulla in cambio o vantarsi. Altro che quelli che leggono e recitano i passi della Bibbia o che vanno regolarmente a messa (risata)! Per me i veri santi non sono affatto quelli raffigurati con l’ aureola e le mani giunte nei raffinati dipinti in chiesa, ma gente come Giorgio Perlasca, che nel corso della Seconda Guerra Mondiale salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi strappandoli alla deportazione nazista e alla Shoah fingendosi Console generale spagnolo, tornando poi alla propria vita senza raccontare nulla a nessuno, nemmeno alla famiglia.
Quanto agli angeli custodi, ritengo più probabile che siano le persone a noi care che, al momento della morte, anziché cessare di esistere assumono questa speciale funzione per noi. Da questa parte del ponte, noi abbiamo l’ importante compito di ricordare loro e quello che hanno fatto di buono nei nostri riguardi.».
Il formato elettronico del libro;

E’ davvero un pensiero magnifico, che è riuscito a introdurre in una storia di fantascienza. Non sembra proprio una cosa scontata.

«Come dicevo prima, la fantascienza è essenzialmente rivolta all’ essere umano e ai suoi infiniti traguardi. Quindi ho pensato di ridurre l’ inevitabile discorso della tecnologia e della scienza al minimo indispensabile per concentrarmi prevalentemente sulla persona e i suoi sentimenti.».

Può svelarci qualcosa sulla trama?

«Certamente. La vicenda inizia durante la Seconda Guerra Mondiale. Edwin Oldfield è un ufficiale della RAF britannica che soffre tremendamente per la morte in guerra di Ian Gough, suo grande amico e compagno d’ armi, e in seguito per quella della moglie Arianna, avvenuta durante un difficile parto. Durante i bombardamenti di Foggia del 1943 viene misteriosamente catapultato nel futuro, nel 1962, senza però essere invecchiato di un giorno. Come se non bastasse assiste alle apparizioni dello spirito di Arianna, che si presenta come il suo angelo custode. I suoi mai placati tormenti interiori impennano bruscamente, e percorrendo un doloroso sentiero intuisce che l’ amore attraversa indenne la morte, che quel che si custodisce nel proprio animo è meraviglioso, al punto da aver incuriosito gli abitanti delle stelle. La morte è parte naturale della vita, ma coloro che muoiono continuano a vivere nei loro cari: finché ci si ricorda dei propri defunti, essi non moriranno mai veramente.».

Il profondo legame tra gli innamorati pare davvero un argomento azzeccato alla giornata di oggi…

«Me ne ero proprio scordato (risata)! Oggi è la festa di san Valentino, dedicata agli innamorati e celebrata in gran parte del mondo! Colgo l’ occasione per porgere i miei migliori auguri a tutti gli innamorati che leggeranno questa intervista: possano i loro cuori unirsi in questo giorno così speciale e battere forte per mantenere il ritmo del loro amore. In casa mia aveva anche un altro significato, in quanto mia madre nacque proprio il 14 febbraio, e la cosa non le piaceva affatto perché avrebbe tanto voluto festeggiare separatamente i due importanti avvenimenti (risata)! Ovunque sia, chissà che sia divenuta un angelo custode per me, una specie di Arianna!».

Grazie.

«Grazie a voi, e buon San Valentino a tutti.».

lunedì 6 febbraio 2017

A proposito di «Per i sentieri del tempo»


Giacomo Ramella Pralungo mostra una copia di «Per i sentieri del tempo», anch’ esso disponibile su www.lulu.com, con emozione molto sentita: «E’ il compimento di qualcosa di molto speciale per me. Tutto ha avuto inizio con queste pagine.». Scrivere libri e articoli è sempre un’ esperienza unica e irripetibile per l’ inventore di storie, ma la realizzazione di questo libro è stata qualcosa di particolare, che non si è mai ripetuta firmando le opere successive.

Che cosa significa «Per i sentieri del tempo» per lei?

«Si tratta in assoluto della prima storia che ho scritto. E’ qualcosa di veramente straordinario. La stesi nel 2005 e la ritoccai più e più volte fino alla forma attuale. Concepì la narrazione originaria proprio mentre uscivo da una forte depressione, dovuta a una serie di varie esperienze assai spiacevoli affrontate in poco tempo, e le idee di quello che sarebbe stato questo libro mi aiutarono molto nel proseguire lungo la via del mio risanamento.».

Di che cosa parla, in questo libro?

«Trattandosi della mia prima storia, volevo toccare il più possibile argomenti a me cari come i viaggi nel tempo e la teoria del paradosso del nonno, la mostruosità e la follia delle guerre atomiche, l’ importanza dell’ ambiente, i pericoli di un uso improprio delle scienze e il nefasto potere delle sette segrete.».

Che cosa l’ ha ispirata nella definizione della trama?

«Sono partito dalla serie cinematografica di ‘Terminator’ per la parte dei viaggi nel tempo e dell’ olocausto nucleare, e da quella letteraria di ‘Dune’ di Frank Herbert per il tema ecologico. Le ricerche sui ninja, i samurai e la P2 furono fondamentali invece per la definizione della Lega del Nuovo Mondo.».

Colpisce molto il fatto che lungo la narrazione avvengano una miriade di avvenimenti altamente drammatici, primo tra tutti un bombardamento atomico su vasta scala, per poi chiudere con un lieto fine.
Edizione italiana di «Dune»;

«(Risata) Già, dovevo dare un tratto distintivo alla storia! All’ inizio avevo un’ idea più pessimista sul finale, volevo infatti chiuderla con la distruzione della Terra del futuro nonostante gli strenui sforzi di Alexander Tralus, il protagonista, di salvarla. Ma poi ci ripensai e scelsi di concludere il libro con la fine del mondo evitata per un soffio.».

Il libro si conclude con un finale aperto. Prevede dei seguiti?

«Si, due. Subito dopo aver scelto di salvare la Terra alla fine pensai di rendere ‘Per i sentieri del tempo’ il primo capitolo di una trilogia. Considerai che soprattutto con il primo seguito avrei potuto affrontare la storia approfondendone determinati risvolti.».

Vuole anticiparci qualcosa sulla trama?

«Nel 2088, a quasi un secolo dalla Terza Guerra Mondiale, i servizi segreti della Repubblica Planetaria Terrestre indagano su di una misteriosa setta di provenienza asiatica, la Lega del Nuovo Mondo, animata da pericolosi intenti sovversivi. Mentre si scopre con sgomento che in conseguenza dei bombardamenti atomici di fine Novecento il nucleo della Terra esploderà, il generale Mario Rete, comandante in capo dell’ esercito, impazzisce e tenta di prendere il potere con un colpo di Stato, finendo inavvertitamente nel passato, nel 1996, poco prima che inizi il conflitto atomico. Tenta così di cambiare la storia, con l’ apparente aiuto della Lega, che intende manovrarlo per le proprie cospirazioni. Ma dal futuro giunge anche il capitano Alexander Tralus, nel tentativo disperato di fermare Rete e impedire il disastro.».
Il Terminator, protagonista dell’ omonima serie cinematografica;

Ha detto che scrivere questa storia l’ aiutata a stare bene in un periodo doloroso.

«Oh, sì! Lavorare a questa storia mi ha profondamente beneficiato, e da allora scrivere rappresenta qualcosa di fondamentale nella mia vita. Compresi con chiarezza che ogni cosa che concepisco e metto per iscritto è qualcosa di me che divido con gli altri e per cui un giorno verrò ricordato. Io sento molto questo principio, e credo che si possa paragonare soltanto alla generazione di un figlio. Il mio bisogno di inventare e scrivere non è molto lontano da quello che induce un pittore a dipingere o un pugile a combattere: tra le sue pagine ‘Per i sentieri del tempo’ racchiude molto di me.».

Grazie.


«Grazie a voi.».

giovedì 26 gennaio 2017

Conversando su «Cuore di droide»

Giacomo Ramella Pralungo

Giacomo Ramella Pralungo tiene in mano una copia di «Cuore di droide», libro di fantascienza di sessantasei pagine, edito sia in formato cartaceo che elettronico da www.lulu.com, con un ampio sorriso. Proprio non riesce a nascondere l’ emozione: «Sapete che effetto mi ha fatto vederlo la prima volta, leggere il mio nome stampato sulla copertina?». Sostiene che sia un po’ come tenere in braccio per la prima volta un figlio, qualcosa scaturito dal suo essere, e che ha fatto crescere.

«Cuore di droide» è la sua prima pubblicazione. Come ha avuto l’ idea?

«Nel 2012 scelsi di candidarmi al Premio Robot di Milano, un concorso letterario annuale di genere fantastico e fantascientifico bandito dalla rivista specializzata Robot, aderente alla casa editrice Delos Books, a cui si partecipa con due racconti brevi. In conformità con il titolo di questo bando ho pensato di scrivere due storie basate sui robot. Purtroppo non vinsi quell’ edizione, ma divenni amico tramite posta elettronica del finalista, Dario Tonani, con cui ebbi il grande piacere di complimentarmi. Siamo in contatto ancora oggi.
In un secondo momento pensai che avrei potuto pubblicare comunque i due racconti, ‘Essere o non essere’ e ‘Il droide di Troia’, in un unico testo, in modo tale da confermare l’ appassionante sforzo compiuto nelle settimane precedenti. ‘Cuore di droide’ nacque semplicemente così.».
La versione cartacea del libro;

Lei afferma sempre di scrivere una storia basandosi su precisi principi e considerazioni. Di che cosa parla quindi in questo libro?

«Da ragazzino ebbi l’ opportunità di seguire la serie cinematografica di ‘Terminator’, con Arnold Schwarzenegger nei panni di vari T-800, sofisticati robot assassini, e il telefilm ‘Star Trek: The Next Generation’, con Brent Spiner nella parte del tenente-comandante Data, un androide a immagine e somiglianza dell’ uomo. Nella serie di ‘Terminator’, il tema dell’ intelligenza artificiale assume toni negativi, altamente drammatici, poiché la storia si basa sulla rivolta della macchina contro il genere umano, che spinge sull’ orlo dell’ estinzione attraverso una mostruosa guerra nucleare, mentre in ‘Star Trek: The Next Generation’ si basa su un certo ottimismo, dal momento che Data, in grado di imparare, di capire e affrontare nuove situazioni, in altre parole di evolversi, è affascinato dagli uomini tra cui vive e fa di tutto per essere sempre più umano egli stesso.
In ‘Essere o non essere’ e ‘Il droide di Troia’ ho scelto proprio questi due temi: nel primo racconto punto sul grande valore della natura umana, mentre nel secondo parlo del pericolo della tecnologia militare, dotata di enorme potenza ma fredda, priva di remore e sentimenti.».

In sostanza, il testo rispecchia la sua idea di sviluppo tecnologico?
Il Terminator, protagonista di una fortunata serie di film;

«Esatto. Io ho sempre sostenuto che il progresso non sia mai da confondere con lo sviluppo materiale, che ne è solamente una parte. Il progresso si fonda sullo sviluppo interiore di una persona insieme a quello materiale. Lo sviluppo materiale soltanto non basta, e possiamo nominarlo solo quando le nostre invenzioni si rivelano utili e non nocive. Soprattutto, un’ invenzione di qualsiasi tipo deve rimanere uno strumento nelle nostre mani. Che l’ essere umano non perda mai la centralità nella propria esistenza!».

Può anticiparci qualcosa sulla trama?
Il formato elettronico del libro;

«‘Essere o non essere’, il primo racconto, si ambienta nel 1993, nello Stato di New York. La vicenda ruota attorno agli studi del professor Noriyuki Iwamatsu, grande genio di cibernetica e robotica di discendenza giapponese formatosi alla Columbia University. Dopo anni di ricerche è finalmente in grado di realizzare il primo droide funzionante della storia, ma gli manca ancora uno schema neuronale che faccia base al modello del cervello elettronico dell’ automa, ragion per cui chiede a un suo giovane amico, Richard Flanagan, di scansionare il suo encefalo. In un secondo momento, però, il dottor Kieran Cassidy, avido capitalista e presidente di un colosso tecnologico di Newark, e vecchia conoscenza del cibernetico nippoamericano, irrompe sulla scena per rubargli l’ invenzione e fare una fortuna.
‘Il droide di Troia’ si svolge invece nel 1955, nel pieno della Guerra fredda. Draga, droide militare costruito dai servizi segreti del pianeta Hōtonam, raggiunge la Terra con il compito di distruggerla servendosi di una possente fonte di energia, aumentandone gli effetti distruttivi tramite una massiccia dose di minerale che custodisce nei propri sistemi. La sua capacità di assumere le sembianze e le memorie altrui lo rende un avversario formidabile. La sua presenza viene però scoperta dalla CIA e dalle spie del KGB sul suolo statunitense, e inizia una caccia serrata per catturarlo e verificarne la provenienza, in quanto entrambi gli schieramenti lo ritengono un’ arma sviluppata dal blocco nemico. La CIA scarcera il capitano Raymond Laurel, internato a Fort Leavenworth per aver provocato la morte della propria squadra nel tentativo di uccidere alcune spie sovietiche durante una missione segreta in Europa orientale, e gli promette il condono della pena e la riammissione nell’ esercito se riuscirà a fermare e catturare Draga, diretto all’ installazione dove è custodito l’ apocalittico ordigno al cobalto realizzato dal Progetto Manhattan, a cui lo stesso Laurel ha partecipato, ma senza ucciderlo. Lo scontro si rivelerà durissimo, e il capitano conterà a sorpresa sull’ aiuto del caporale Aleksej Sedov, dei servizi segreti sovietici.».

Droide è un termine più insolito di ‘automa’, ‘robot’ o ‘androide’.

«E’ vero. Sono poche le opere di fantascienza in cui viene citato, tra cui quella di ‘Guerre stellari’. Durante le mie ricerche, comunque, ho scoperto che sul piano tecnico e di programmazione si pone a metà strada tra il robot e l’ androide. Il termine mi ha affascinato, e ho pensato di utilizzarlo in questa narrazione pur attribuendogli caratteristiche più proprie dell’ androide.».

E’ vero che lei è contrario alle intelligenze artificiali?
Data, personaggio dell' universo di Star Trek;

«Oh sì, assolutamente! Come dicevo prima, io attribuisco un netto primato all’ essere umano. L’ uomo e la donna hanno in sé tutto quello che occorre, e secondo il parere di alcuni valenti scienziati evoluzionisti dobbiamo ancora maturare moltissime abilità mentali e fisiche. In noi esistono dimensioni che nemmeno immaginiamo e che attendono di essere scoperte, quindi credo che anziché elucubrare come matti sullo sviluppo delle intelligenze artificiali dovremmo impegnarci tanto di più a migliorare noi stessi. La vera tecnologia da studiare siamo noi stessi! Un mondo di uomini e robot? Pura follia, per carità (risata)!».

Eppure ha espresso posizioni molto più aperte circa l’ impiego di protesi artificiali, come mani, braccia e gambe.

«Sì, certamente. Componenti tecniche del genere compensano una menomazione, e soprattutto rispondono direttamente al nostro cervello, alla nostra volontà. Un’ intelligenza artificiale invece è autonoma e indipendente, ha una volontà intrinseca: è proprio quello che mi spaventa.».

Ritiene possibile arrivare un giorno a forme di vita artificiale come i T-800 e il tenente-comandante Data?

«A dispetto delle intense ricerche credo proprio di no. Prima dovremmo conoscere i meccanismi del nostro cervello e della nostra mente, ma oggi ci sfuggono ancora molti concetti fondamentali in materia. Ma anche se un giorno riuscissimo ad averne una conoscenza totale ritengo improbabile che si possano riprodurre le dinamiche di un cervello biologico in uno elettronico. Lasciamo le macchine ai libri di fantascienza (risata)!».

Grazie.


«Grazie a lei.».

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman; Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e ...