mercoledì 27 giugno 2018

«Io sono Giacomo» nelle parole del suo autore



L’ autobiografia è un genere letterario che il critico francese Philippe Lejeune definì «il racconto retrospettivo in prosa che un individuo reale fa della propria esistenza, quando mette l’ accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della propria personalità». Chi decide di parlare di sé e della propria storia agisce per vari motivi, soprattutto la necessità di rivedere i propri trascorsi, le vicende dello spirito e del pensiero, l’ attività di studio e di ricerca, nonché di ripercorrere la via di crescita personale e professionale compiuta, di fare autoanalisi o anche più semplicemente di lasciare a chi verrà in futuro memoria della propria vita.
Con «Io sono Giacomo», edito su www.lulu.com in formato sia cartaceo che elettronico, Giacomo Ramella Pralungo ha voluto intraprendere questo non semplice tentativo.

Un’ autobiografia rappresenta una realizzazione molto particolare. E’ più complesso e anche delicato in confronto ad un normale romanzo, saggio o articolo a cui lei è senz’ altro più abituato. Che cosa l’ ha spinta ad intraprendere un progetto particolare come questo?

«Negli anni, data la mia passione personale per la storia, sento di aver sviluppato la mentalità tipica di chi studia questa disciplina: tutto ciò che siamo in questo momento dipende da quel che accadde in passato, e quel che siamo ora influenzerà le nostre persone future. Pensavo a questo progetto ormai da qualche tempo, e l’ ho concepito essenzialmente come conseguenza di un’ osservazione di me stesso, rinforzato da una certa distanza temporale da determinati avvenimenti, sia positivi che negativi, così da presentare una narrazione maggiormente lucida e meno soggettiva. In altre parole, sentivo che i tempi erano maturi per guardarmi indietro come uno specchio che riflette le immagini senza lasciarsi trascinare in giudizi o punti di vista, raccontando i fatti sottolineando le mie reazioni come risposte in quel particolare frangente.».
La versione cartacea del libro;

Che effetto le ha fatto ripercorrere a ritroso la sua esistenza, e sapere che ora è pubblica?

«Lavorare a questo libro è stato come realizzare un romanzo, solo che questa volta racconto una storia vera. Per la prima volta, il protagonista sono io stesso (risata)! E’ stato molto impegnativo soprattutto per quanto riguarda le mie capacità di memoria: ho dovuto sforzare alquanto le mie funzioni mnemoniche per essere il più possibile esauriente e la mia intelligenza in modo tale da esporre i fatti senza lasciarmi coinvolgere, come fanno gli osservatori, che si tengono nascosti in modo tale da non alterare quello che studiano. Certi passaggi sono più facili da leggere, altri invece sono maggiormente difficili, ma nell’ insieme sento che guardarmi indietro mi ha fatto molto bene e di aver reso piuttosto positivamente l’ atmosfera degli eventi e la loro concatenazione. Mi fa quindi molto piacere che il risultato possa arrivare al maggior numero possibile di persone, e consiglio vivamente a tutti di svolgere questo particolare esercizio psicologico, credo infatti che dovremmo osservarci tutti quanti molto di più e meglio di quanto siamo abituati a fare nel nostro caro Occidente, tanto dedito allo sviluppo materiale ma così poco a quello interiore del singolo individuo (risata)!».

A che cosa voleva dare risalto con questa particolare narrazione?

«Al fatto che quello che noi siamo in questo momento dipende dallo sviluppo costante di noi e delle nostre caratteristiche fondamentali attraverso il lungo e ininterrotto percorso chiamato ‘vita’. Ognuno di noi nasce composto in un determinato modo, e il corso della vita contribuisce a far emergere ed evolvere certi aspetti di noi, ma con la comprensione e l’ esperienza dobbiamo costantemente cercare di darci una direzione, potenziando le nostre caratteristiche positive e attenuando quelle negative. Perché noi possiamo evolverci tanto in fretta da cambiare, oppure distruggerci come tante altre specie prima di noi. Il futuro non è mai veramente scritto: è un mondo di infinite possibilità e conseguenze. Innumerevoli scelte definiscono il nostro avvenire: ogni scelta, ogni attimo, è un’ onda nel fiume del tempo. Molte onde cambiano la marea.».

Lei è riuscito ad evolversi positivamente?

«In parte, sicuramente sì. Sento di essermi evoluto, alcuni miei aspetti negativi si sono effettivamente alleggeriti e non essendo ancora morto ho ancora molto lavoro da fare (risata)!».

Che cosa le è risultato più difficile raccontare, e cosa invece è stato più semplice?

«I fatti relativi all’ anno 2004, periodo che non ricordo affatto con piacere, sono stati i più difficili da raccontare, soprattutto senza lasciarmi coinvolgere soggettivamente. Quelli legati all’ infanzia e alla mia formazione culturale sono stati invece i più semplici. In ogni caso ho reputato importante mantenere un atteggiamento da cronista.».
La versione elettronica del libro;

Prima lei ha citato la sua passione per la storia, e leggendo il suo libro si ha effettivamente l’ impressione che lei dia importanza agli eventi passati, anche quelli che potrebbero apparire meno importanti.

«E’ vero. Tutto influisce sul risultato e nulla si ripete mai: il contesto in cui viviamo agisce molto su di noi e sulla nostra evoluzione, ma è anche vero che ognuno di noi è unico e in continuo mutamento, dunque reagiamo costantemente agli stimoli a modo nostro e impariamo sempre cose nuove, influendo su quello stesso contesto in cui viviamo. Tutti noi abbiamo qualche rimpianto ripensando ai nostri trascorsi, ma se si tornasse nel passato con la macchina del tempo di H. G. Wells per tirare un filo allentato finiremmo per disfare la trama della nostra esistenza provocando conseguenze imprevedibili. Mai sottovalutare il potere dei dettagli.».

Qual’ è la lezione più importante che sente di aver imparato nella vita, e che ha trasmesso nel suo libro?

«Nella vita occorre tanta pazienza, e soprattutto non bisogna mai rinunciare ad essere sé stessi e a pensare a modo proprio. Noi siamo quello che siamo e dobbiamo migliorarci sempre per il bene nostro e degli altri, ma a modo nostro, liberi da tutti quei condizionamenti che la società ci inocula nella mente come un indottrinamento per fare di noi individui pubblicamente accettabili, riducendo la nostra libertà di essere e agire. Essere umani vuol dire proprio questo, se si vuole un automa è meglio rivolgersi ad una fabbrica cibernetica (risata)!».

Tante grazie, e auguri.

«Grazie infinite.».

giovedì 21 giugno 2018

Giacomo e l’ energia della meditazione



Da sempre molto interessato alla spiritualità e alla ricerca personale, nel 2008 Giacomo Ramella Pralungo scoprì gradualmente il grande dono della meditazione, particolare disciplina che da migliaia di anni è parte integrante di tutte le principali tradizioni religiose, dall’ Induismo al Buddhismo, senza dimenticare il Taoismo, il Cristianesimo e l’ Islam. Pratica poliedrica, ampia e di vasta portata, essa non è necessariamente legata alla religione, ma costituisce una tecnica volta all’ autorealizzazione: «In un primo momento mi avvicinai alla meditazione nel contesto buddhista, ma da quando ho preferito allontanarmi da questa filosofia in favore di una mentalità più autonoma e indipendente ho continuato a praticarla per lasciar riposare la mente nel suo stato naturale, come disciplina di miglioramento della mia condizione psicofisica.».

Nel dicembre 2014, l’ Organizzazione delle Nazioni Unite istituì su proposta di Narendra Modi, Primo ministro dell’ India, la Giornata internazionale dello Yoga. Tale ricorrenza ricade in una data molto particolare, il 21 giugno, giorno del solstizio d’ estate, che i praticanti di yoga chiamano Dakshinayana, termine sanscrito che indica il passaggio alla seconda metà dell’ anno, dunque una giornata particolarmente favorevole per valutare le proprie intenzioni, piantare i semi del cambiamento e purificare mente e corpo.
In questo giorno, Giacomo ha scelto di parlare della sua personale esperienza nell’ ambito della meditazione, e dei benefici concreti che ne ha ricavato.
«Fin da bambino ho sempre sentito molto parlare della meditazione, ma non avevo idea di che cosa significasse davvero.» spiega sistemando le gambe nella posizione del semi loto, ai piedi di un albero del suo giardino «Anzi, come la maggior parte degli occidentali sono cresciuto maturando convinzioni piuttosto inesatte in proposito, perché tra i non praticanti il termine meditazione ha una valenza leggendaria, e viene spesso utilizzato per indicare un’ estasi mistica o lo sviluppo di poteri miracolosi quali la levitazione, la chiaroveggenza o la telepatia per mezzo di una pratica segreta trasmessa in privato da maestro a discepolo. In realtà, meditare significa sviluppare una maggiore concentrazione e consapevolezza di sé stessi e di ciò che ci circonda.».
Giacomo si interessò concretamente alla meditazione a seguito del suo avvicinamento al Buddhismo, avvenuto nel 2006. La scuola con cui entrò per la prima volta in contatto fu quella tibetana, che pone l’ accento su una visione incentrata sull’ interdipendenza di tutte le cose e di tutti gli esseri viventi in una precisa legge di causa ed effetto, dunque promuove due tipi di meditazione, dette Laktong e Shinè:
«Mi concentrai sulla tecnica Laktong, in cui si impiegano il pensiero e l’ analisi, per riflettere in uno stato di concentrazione profonda su alcuni argomenti particolari come ad esempio la natura effettiva delle cose, in antidoto contro l’ illusione.».
Gli fu molto utile per comprendere i concetti fondamentali della filosofia buddhista e anche per superare un particolare stato depressivo che da tempo lo seguiva costantemente come un’ ombra:
«Facevo spesso questo esercizio, sebbene non quotidianamente, e presto iniziai a sentimi più rilassato eppure piuttosto sveglio e mentalmente ricettivo.».

Tale apertura all’ indagine critica gli parve fondamentale nel suo sviluppo come persona, ed era particolarmente indicato nel raggiungimento dell’ Illuminazione, eppure al tempo stesso maturò la convinzione che rappresentasse una sorta di arma a doppio taglio, in quanto prevedeva un indottrinamento, l’ adozione di una visione ufficiale da seguire. Nel giro di qualche tempo, quindi, lasciò il Buddhismo tibetano, intriso di elementi mistici e leggendari e sostenitore di un’ immagine idealizzata del maestro, indicato come un vero e proprio Buddha vivente che avendo compreso gli insegnamenti appare come un’ autorità infallibile e indiscutibile, e si avvicinò alla scuola Zen, più spoglia della parte filosofica e mistica, maggiormente indirizzata alla pratica meditativa. Il suo stesso nome, tratto dal termine giapponese zen, derivante dal cinese chán, a sua volta tradotto dal sanscrito dhyāna, significa proprio «meditazione»:
«Qualcosa nella mia mente mi suggerì che questa disciplina meditativa mi avrebbe aiutato molto di più. Si tratta infatti di una pratica atta a rilassare totalmente mente e corpo, riscoprendo la nostra vera natura.».
Nella meditazione Zen, chiamata Zazen, ossia «meditazione seduta», si pone l’ attenzione semplicemente sul respiro e la posizione del corpo, senza scopi e aspettative, senza volere e pensare a nulla e nemmeno controllare i pensieri, così da calmare naturalmente la mente. La cosa essenziale è il risveglio dalla distrazione e dal torpore e tornare nella posizione corretta momento per momento:
«La funzione della mente consiste nel creare pensieri, e non c’ è modo di impedirglielo. In questa tecnica meditativa non si punta quindi a svuotarla dai pensieri o ad estraniarsi dalla realtà circostante, entrando in una sorta di trance: quando i pensieri sorgono vanno lasciati venire e andare liberamente, senza inseguirli o evitarli. Zazen consente di vederci così come siamo, senza giudizi e oltre gli schemi sociali che ci costringono ad un comportamento in contrasto con la nostra vera natura, causandoci quindi stress, insicurezza e infelicità. Per questo, una volta che si inizia a meditare, ci si alleggerisce un po’ alla volta dalle pesantezze della vita e se ne esce ogni volta più sicuri, più semplici.».
Tale forma di meditazione si rivelò molto efficace per Giacomo, che vi si accostò praticandola quotidianamente ogni mattina al risveglio. Di recente, pur essendosi allontanato dalla filosofia buddhista in generale e da qualsivoglia altra tradizione spirituale, ha scelto di perseverare con questa pratica:
«Dapprima, ovviamente, meditavo per raggiungere l’ Illuminazione, come il Buddha aveva fatto prima di me secondo la leggenda. Avevo quindi una motivazione religiosa, o più propriamente filosofica. Eppure io sono sempre stato più riflessivo che devoto, è una cosa più forte di me, quindi analizzando l’ idea pessimista che il Buddhismo nutre nei riguardi della vita, che in tono con l’ originaria tradizione induista definisce invariabilmente come una penosa fonte di dolore da cui bisogna sfuggire con la rinuncia ascetica, e il concetto stesso di Illuminazione, che trovai sfuggente e persino contraddittorio, pensai di dissociarmi da questa dottrina e tornare ad una mentalità autonoma e indipendente. Ma la meditazione mi aveva indubbiamente procurato vantaggi concreti, e per sua natura rappresenta una disciplina neutrale, che un bel giorno venne adottata da determinate tradizioni spirituali pur non essendo dipendente da nessuna di esse: sentivo quindi di dover puntare alla sua vera natura.».
Niente più religione o filosofia per Giacomo, che continua tuttora a beneficiare enormemente dell’ energia della meditazione, convinto dai risultati:
«Come ho già detto altre volte, io percepisco molto il valore della spiritualità, piuttosto che quello della religione, perché implica il benessere dello spirito che tutti abbiamo sulla base di metodi individuali. La religione è invece un prodotto strettamente umano maturato in specifiche epoche storiche e contesti culturali, basato su convinzioni, preghiere e rituali che ci vengono impressi nella mente fin da bambini, quindi la sua efficacia è nettamente più ridotta.».
Una copia del Fukanzazengi;

Inoltre, il romanziere e articolista afferma che i benefici della meditazione sono stati studiati per anni dai neuroscienziati di grandi università come quella di Harvard e del Wisconsin, venendo ampiamente riconosciuti in sede scientifica: gli studiosi hanno confermato che meditare ha effetti molto benefici sul corpo e soprattutto sul cervello, perché stimola la produzione neuronale. A livello psicologico, ci si accorge di vedere le stesse cose di sempre con occhi diversi, provando emozioni insolite e vivendo più serenamente la quotidianità. Gli esperti hanno concluso che chi si dedica alla meditazione da almeno due anni possiede il dieci percento di equilibrio mentale in più rispetto a chi non si è mai avvicinato a questa pratica:
«La meditazione costante viene indicata da psicologi e psichiatri come un potente antidepressivo, in quanto attenua stress, ansia e depressione. Posso confermarlo per esperienza diretta, avendo sofferto di depressione io stesso. Ed è pure uno stimolo ideale per chiunque fatichi a concentrarsi.».
La pratica meditativa dona maggiore lucidità al cervello, quindi aiuta la memoria e la concentrazione grazie alle tecniche di rilassamento che hanno effetti notevoli anche sull’ empatia:
«I ricercatori dell’ Università di Boston affermano che la meditazione favorisce l’ empatia tra le persone, quindi promuove i migliori sentimenti e comportamenti riesumandoli dalle continue problematiche quotidiane, dalla vita frenetica e, soprattutto, dalla trappola tortuosa delle convenzioni sociali.».
Meditare aiuta peraltro ad incrementare la produttività sul lavoro, perché la mente impara a porre la massima attenzione al momento presente, e con la pratica si può abituare il cervello a raggiungere la massima concentrazione in qualsiasi momento, a partire dalle situazioni che la richiedono maggiormente, come l’ ambito lavorativo, a quelle più strettamente quotidiane e abituali, che si tendono a dare per scontate. Nei momenti di meditazione profonda, infatti, le onde cerebrali passano dalla tipologia beta, tipica dello stato di veglia, alla tipologia theta e delta:
«Si tratta di una prova della neuroplasticità del cervello, che è in grado di modificare sé stesso in base agli stimoli provenienti dall’ esterno, dall’ ambiente e dal corpo.».
Le risonanze magnetiche condotte ad Harvard su alcuni studenti che hanno frequentato un corso di otto settimane di meditazione hanno evidenziato un ispessimento della materia grigia, ossia l’ insieme di corpi dei neuroni presenti nell’ encefalo e nel midollo spinale, nelle aree cerebrali associate con la consapevolezza del proprio corpo e con la compassione per il prossimo. Parallelamente si sono registrate una diminuzione del volume dell’ amigdala, regione cerebrale associata allo stress e alla paura, e un aumento di materia grigia nella corteccia prefrontale, responsabile di alcune funzioni cognitive superiori come la concentrazione e la capacità decisionale. All’ Università del Wisconsin è peraltro emerso che agisce da antinfiammatorio, in quanto un’ attività costante sopprime l’ attività di alcuni geni legati all’ origine dei processi infiammatori, e agisce sul sistema nervoso simpatico promuovendo il rilascio di sostanze antinfiammatorie e riducendo la produzione di sostanze che stimolano i processi infiammatori. Riduce peraltro l’ ipertensione, rallenta il processo di invecchiamento cellulare, può essere più riposante del sonno, aiuta a sopportare meglio il dolore fisico.
«Peraltro, rappresenta una potente alleata per le donne.» aggiunge Giacomo «La pratica della meditazione e di altre discipline come il Taichi può attenuare i più comuni sintomi della menopausa, come le vampe di caldo improvviso, i disturbi dell’ umore e del sonno, i dolori ossei e muscolari: è quanto rivela uno studio approfondito nel 2010.».
Alla domanda di come lui stesso si senta da quando pratica la meditazione ogni mattina al risveglio, momento indicato da tutte le principali tradizioni come il più adatto, Giacomo sfodera un ampio sorriso:
«Mi sento mentalmente più lucido ed emotivamente più sereno e ordinato rispetto a prima. La mia mente riesce a recepire, analizzare e pensare con maggiore chiarezza. Come ho detto prima, in passato ho avuto forti disturbi depressivi e persino incontrollabili scoppi d’ ira, e ancora oggi ricordo molto bene come ci si sente. Sebbene alle volte mi capiti tuttora di sentirmi turbato, riesco a mantenere il controllo e a recuperare gradualmente la serenità. Questo è molto importante. Come disse Albert Einstein, la mente è come un paracadute, e funziona solo se è aperta.».

mercoledì 18 aprile 2018

«Niente politica nei miei testi, sono Giacomo Ramella Pralungo!»



Giacomo Ramella Pralungo si definisce un apolitico convinto, e ha una visione della politica che, con una certa tristezza, reputa «destinata a rimanere soltanto un’ idea astratta, per quanto si rifaccia direttamente allo stesso ideale originario di politica». Soprattutto, è determinato a non scrivere mai alcun testo dettato dal minimo criterio politico: «Proprio come le religioni, sento che le ideologie politiche non mi appartengono, in quanto la mia mente ha il potere di ragionare per conto proprio, senza pendere dal pensiero altrui. Peraltro, le ideologie stesse hanno clamorosamente fallito la propria missione in qualsivoglia angolo di questo mondo: ho motivi assolutamente validi per coltivare una scrittura autonoma e autentica sotto tutti gli aspetti.».

Da ormai molti anni lei è notoriamente lontano dalla politica.

«Sì, da quando avevo vent’ anni. Fino ad allora ne subivo il fascino, e, detto tra noi, per qualche tempo sono anche stato tentato dal prendervi parte in qualche modo. Poi, però, me ne allontanai con una certa delusione.».

Come ha maturato la sua avversione per la politica?

«Nel 2004 ero parte di alcune associazioni di volontariato di Sordevolo, e in quel periodo alcuni membri delle due principali erano scesi in campo per le elezioni municipali. Venni a sapere di reciproci sgarbi e pettegolezzi, anche piuttosto gravi, e sentì parlare di tattiche e amicizie influenti che sarebbero state letteralmente di aiuto, quando invece in un sistema democratico bisogna convincere la cittadinanza votante con la chiarezza, la sincerità e la validità dei programmi elettorali, e rispettare ogni schieramento presente. Maturai quindi un profondo disgusto per la politica e i suoi falsi teatrini, e rinnegai con forza il desiderio di intraprenderne la via.».

Lei fa una distinzione tra quella che definisce la politica vera e propria e l’ affare degenerato che è tuttora, potrebbe spiegarsi?

«Il termine politica deriva dal termine greco antico politikḗ, ossia ‘che attiene alla pόlis’, e indica l’ arte di governare il territorio: questa è la natura vera della politica, in cui io credo tuttora. Oggi, invece, con il termine ci si riferisce alla lotta tra partiti, la degenerazione da cui io ho preso le distanze. La politikḗ era assolutamente estranea da ideologie e partiti, e benché già nei tempi antichi fosse gestita da persone ambiziose e avide di potere che fecero della democrazia un concetto più apparente che reale, era molto più indirizzata al bene comune e alla risposta pratica alle necessità della gente.».

Quindi, lei non ha un orientamento politico?

«Assolutamente no. Che si parli di religione o di politica, aderire ad un’ ideologia significa perdere la propria libertà e pensare che il proprio credo sia l’ unico giusto, guardando gli altri con disapprovazione. Sono fermamente consapevole del fatto che non serva affatto essere di destra o di sinistra per essere bravi politici, ma avere buone capacità amministrative, costanza nell’ impegno e onestà delle intenzioni. Ecco quindi il motivo per cui ho sempre detto che le ideologie politiche sono adatte soltanto alle disquisizioni astratte, e che lasciano il tempo che trovano: politica vuol dire pratica, pratica e ancora pratica!».

Peraltro, lei critica apertamente anche la presenza ormai ingombrante della politica nei mezzi di comunicazione di massa, soprattutto giornali e anche taluni romanzi.

«Quello tra la vita politica e i mezzi di comunicazione di massa, giornalismo in particolare, è un intreccio sempre più contestato, che crea più problemi di quanti ne risolva. E’ un bombardamento di informazioni sempre più menzognere. Giornali e persino determinati romanzi sono falsi e faziosi, trasmettendo notizie inzuppate di ideologia e prive di obiettività, nell’ interesse esclusivo degli schieramenti e a scapito della bravura del singolo autore. Peraltro, la rete telematica internazionale si è fatta sempre più selvaggia e scottante, rendendo lecito ogni gesto seppur vandalico e disumano. E’ tutto così rivoltante, soprattutto tenendo conto del fatto che il potere della stampa può influire sui comportamenti della gente e produrre mutamenti sociali: in un contesto del genere l’ intossicazione dei cervelli è un ovvio dato di fatto.».

Quindi, lei rifiuta fermamente di parlare di politica nei suoi testi?

«Oh, sì! Niente politica nei miei testi, sono Giacomo Ramella Pralungo (risata)! Uno come me, che si rifiuta di far politica e persino di prendere una tessera di partito, molto difficilmente potrà adeguare la propria scrittura a fini politici. Andrebbe assolutamente contro i miei principi. In quest’ era colma di favoritismi e punti di vista del tutto parziali la politica si è introdotta come un virus nella letteratura giornalistica e persino nella narrativa, uccidendo inesorabilmente tutta la nobiltà della vera informazione e degli spunti per una riflessione coerente e costruttiva, in cui io credo vivamente. Se dovessi pubblicare qualcosa di sbagliato, cosa effettivamente possibile perché come semplice essere umano sono talvolta soggetto a fraintendimenti, sarà un errore mio, non attribuibile ad una manipolazione esterna della mia mente.».

C’ è qualcosa che desidera dire rivolgendosi ai suoi colleghi scrittori?

«Quando si impugna la penna o si incomincia a dattilografare sulla tastiera si deve sempre pensare al fatto che il messaggio che ci si prepara a scrivere arriverà agli altri, dunque è bene scrivere sia con la mente che con il cuore, con passione e serietà. Bisogna trasmettere idee e principi in piena rettitudine di coscienza, non con l’ intento di favorire uno schieramento e danneggiarne un altro. Questo è il modo migliore per rendere onore ad una delle attività più belle e antiche al mondo.».

La ringraziamo molto.

«Tante grazie a tutti voi».

mercoledì 28 marzo 2018

Lo sfruttamento commerciale della fantascienza



Giacomo Ramella Pralungo è un appassionato di fantascienza fin dall’ infanzia, e da quando ha cominciato ad interessarsi di letture e a scrivere lui stesso ne segue le principali opere con una grande attenzione: «Quando guardo un film non è raro che lo valuti con un’ ottica da autore, domandandomi come avrei impostato io stesso la storia, e quando leggo un libro cerco sempre di farne miei gli aspetti positivi e di comprendere l’ influenza che l’ epoca in cui esso è stato scritto ha avuto sul suo sviluppo.». Eppure, negli ultimi anni ha identificato una particolare tendenza, soprattutto da parte del cinema, a sfruttare questo particolare genere essenzialmente per ragioni di lucro, realizzando pellicole dalla trama di qualità mediocre o povere di messaggi saldi. Una propensione che intende biasimare con la pubblicazione di oggi, e da cui dichiara di volersi mantenere lontano come scrittore impegnato nel genere.

La fantascienza ha da sempre un immenso valore per me. Ho trascorso molti dei miei momenti più lieti leggendo libri oppure guardando film legati a questo genere, e con il tempo ho imparato a seguirne le trame prestando cura ai particolari e riflettendo sullo spirito fondamentale. Ho sempre sostenuto che il lato vincente della fantascienza non fosse soltanto il suo lato fantastico in quanto tale, che effettivamente ha il potere di incantare il pubblico, quanto i concetti che essa affronta per mezzo di storie immaginarie. La prima fantascienza aveva una forte base avventurosa ed era caratterizzata dalla meraviglia per i progressi della scienza, e ben presto, soprattutto intorno agli Anni Quaranta del secolo trascorso, si occupò molto delle ripercussioni del progresso scientifico. A partire dagli Anni Cinquanta, invece, con l’ avvento della corsa agli armamenti si instaurò nei confronti della scienza un atteggiamento molto più angosciato: la guerra fredda, il consumismo, la paura del diverso, la società di massa dominata da pubblicità e televisione divennero temi basilare della «fantascienza sociologica».
Dire che la fantascienza ha uno spirito, un’ anima, una sua forma di saggezza non è che la verità: che cosa sarebbero «La macchina del tempo» e «La guerra dei mondi» di Herbert George Wells senza la critica di fondo al genere umano, notoriamente abituato a rifiutarsi polemicamente di riconoscere forze più elevate delle proprie, e ai penosi sistemi sociali di sua creazione? Sarebbe mai esistito un telefilm chiamato «Star Trek», grande opera di Gene Roddenberry, senza l’ analisi di quanto avveniva negli Anni Sessanta, epoca scossa da razzismo, sessismo, bigottismo, pudori ormai arcaici, e dall’ avanzamento di una cultura diversa, più orientata alla modernità e alla scienza? George Lucas avrebbe mai concepito la serie cinematografica di «Guerre stellari» se non avessimo mai avuto un pantheon mitologico o un vasto e multiforme concetto di bene e male?
A grande dispetto dell’ apparenza fantastica e avventurosa, la fantascienza vanta un solidissimo fondamento sia logico che morale, e io dico sempre che proprio per questo è particolarmente adatta ad affrontare l’ antichissimo tema del bene e del male.

Con l’ andare del tempo, la fantascienza divenne sempre più familiare in grado di affascinare un grande pubblico di lettori e spettatori, generando serie letterarie, televisive e cinematografiche di grande pregio, di cui io stesso subisco il fascino fin da ragazzino: a dodici anni rimasi impressionato da «Independence Day», a tredici scoprì «Guerre stellari», a quindici lessi per la prima volta le opere di Wells, e nello stesso periodo entravo in contatto con «Star Trek», a sedici mi interessai approfonditamente alla serie di «Terminator», a ventuno a quella di «Jurassic Park», di cui a ventiquattro lessi i libri del magnifico Michael Crichton. Eppure, tanto come spettatore quanto come autore non posso fare a meno di notare quanto la maggior parte di queste produzioni classiche oggi sia finita nel mirino di superficiali e aridi interessi commerciali che, di fatto, ne hanno stravolto l’ ideale originario portando alla realizzazione di storie e pellicole dallo scarso valore narrativo. In una certa misura, ma nettamente inferiore, ciò avviene anche nella narrativa, dando vita a seguiti mediocri, poveri di idee a differenza del primo episodio, quasi regolarmente destinato a divenire punto di origine di una lunga soap opera atta a stabilire una forte fidelizzazione da parte del pubblico.
Personalmente, io non credo affatto che la vendita di opere, letterarie o cinematografiche che siano, rappresenti un fattore necessariamente negativo, eppure sono assolutamente convinto che non debba costituire l’ obiettivo primario: piuttosto, scopi fondamentali di un’ opera dovrebbero essere lo stimolo a riflettere, affascinare e intrattenere. Il semplice desiderio di profitto porta inevitabilmente a dar vita a prodotti privi di anima e dunque di vera attrattiva. Questo è vero soprattutto per la fantascienza, e a conferma di questo principio ho notato quanto a Hollywood e dintorni uno stuolo di produttori avidi abbiano riesumato determinate classiche dando vita a seguiti o a veri e propri riavvii che, di fatto, non hanno saputo mantenere il livello narrativo, comunicativo e qualitativo del passato.

Tra gli esempi principali di quest’ intervento erodente che posso citare spiccano i nuovi film di «Star Trek», «Jurassic Park», «Guerre stellari», «Terminator» e «Independence Day», generi innegabilmente sfruttati in modo particolarmente inadeguato per una mera questione commerciale. Nel caso di «Star Trek» e in quello di «Guerre stellari», epopee entrambe riprese dal regista, sceneggiatore e produttore J. J. Abrams, siamo di fronte ad uno sviamento dello sviluppo della trama e dei singoli personaggi: gli ammiratori storici e più attenti fanno veramente fatica ad accettare un giovane Spock che piange e ride, sebbene sia metà umano, e addirittura fidanzato con Nyota Uhura, oppure un anziano Luke Skywalker che, affranto dai suoi fallimenti come maestro Jedi, abbandona la Galassia in balia del Primo Ordine e di Kylo Ren, suo nipote ed ex allievo ora succube di Snoke, misterioso individuo che padroneggia il lato oscuro della Forza, arrivando persino a gettare via la sua vecchia spada laser tesagli dalla giovane Rey e ad affermare che è giunto il tempo della fine dell’ ordine degli Jedi. Peraltro, il fatto che non sia stato dato un epilogo alle vicende dell’ equipaggio dell’ USS Enterprise E, comandata dal capitano Jean-Luc Picard in favore di un viaggio nel passato con cui si è creata una realtà alternativa ai tempi di James T. Kirk, condita da numerose inesattezze, e il ridimensionamento del ruolo di personaggi quali Luke, Han Solo, Chewbacca e Leila Organa, relegati a destini inadeguati a quanto avrebbero anziché potuto compiere dopo la sconfitta dell’ Impero Galattico, dimostra quanto la produzione non abbia compreso la storia e il significato essenziale di queste due serie.
«Jurassic Park», recentemente tornato in auge con la trilogia di «Jurassic World», per quanto rappresenti una storia tutto sommato accettabile e gradevole rimane destinata a lasciare interdetti gli ammiratori della prima ora, dal momento che dopo quattordici anni propone l’ apertura di un nuovo parco dei dinosauri, con un nome differente e un gruppo di personaggi alternativi, ad eccezione del dottor Henry Wu, subdolo e geniale genetista alla guida della squadra di clonatori che ha riportato in vita le più spettacolari specie di dinosauri. Neanche a dirlo, questo secondo parco subisce la stessa fine del primo, con l’ evasione degli inarrestabili dinosauri dai loro recinti, liberi di fare una strage di persone inermi. A proposito di «Terminator», infine, il quinto e ultimo film di questa leggendaria serie ideata da James Cameron nei primi Anni Ottanta mostra una storia pasticciata e senza senso, colma di errori e insensatezze e povera della robustezza narrativa che invece ha caratterizzato la trilogia originaria, soprattutto i primi due episodi diretti da Cameron, mentre per il seguito di «Independence Day», diretto da Roland Emmerich, vale il principio secondo cui un’ epopea cinematografica può avere successo solo se si parte proprio con l’ idea di realizzare una serie: il primo film si chiudeva infatti con la sconfitta e lo sterminio degli alieni che intendevano invadere e decimare la Terra, e visti gli ottimi incassi si decise di realizzare due seguiti, ma occorre tenere presente che dopo vent’ anni è estremamente difficile proseguire la storia con la stessa qualità narrativa.

Dalla valutazione dei seguiti e dei riavvii di tutte queste serie, che per me rappresentano tuttora la base della mia fantascienza, mi è del tutto chiaro che lo sfruttamento della fantascienza a fini commerciali rappresenta un fenomeno negativo, destinato ad impoverire inutilmente un genere narrativo meraviglioso e particolarmente ricco di contenuti e sfaccettature. Tanto come estimatore di tale genere, sia nella sua forma letteraria che cinematografica oppure televisiva, quanto come autore mi definisco assolutamente contrario al fenomeno. Ogni volta che penso ad una storia da cui poi ricavo un libro, è mia abitudine inserire idee e messaggi narrativi ben precisi e addirittura citare un fatto storico realmente accaduto, o un personaggio davvero vissuto, perché credo fermamente che la vera narrativa sia soprattutto uno strumento di comunicazione, non soltanto di intrattenimento. Non vi è nulla di male nel guadagnare qualche soldo, intendiamoci, ma è imperativo che un libro o un film di fantascienza debba avere un’ anima, un’ idea di fondo. Io stesso non voglio essere ricordato come un autore che scrive tanto per fare, ma come uno che crede in quello che fa, che ragiona sulla realtà che lo circonda e che trasmette le proprie impressioni nelle sue pagine. Per me, scrivere e pubblicare sono un mezzo potente con cui entro nelle case altrui senza bussare alla porta, dunque trovo molto importante farlo bene e con sostanza.

Giacomo Ramella Pralungo

martedì 13 marzo 2018

Giacomo ci parla di «Fantasma del passato»



Nel 1947 lo sperduto paesello di Roswell, nel Nuovo Messico, balzò agli onori della cronaca per il ritrovamento di uno strano relitto collegato ad un misterioso incidente, e in seguito all’ intervento delle autorità militari locali si parlò nientemeno che di un disco volante con tanto di tre cadaveri alieni. Dopo essere stato velocemente coperto da una cortina di riserbo, l’ incidente di Roswell non tardò a passare comunque alla storia, soprattutto a seguito di determinate indiscrezioni sensazionali da parte di alcune persone direttamente coinvolte, venendo poi inevitabilmente ripreso infinite volte dalla narrativa, dal cinema e dalla televisione, anche a scopo satirico. Giacomo Ramella Pralungo, appassionato autore di fantascienza, se ne è a sua volta servito come base per il suo nuovo libro, ‘Fantasma del passato’,edito su www.lulu.com in formato sia cartaceo che elettronico. Avanzando in un grande prato spoglio accanto ad una strada asfaltata e a una semplice casa in stile campagnolo, afferma osservando il cielo nitido: «E’ un mistero che mi ha sempre profondamente affascinato, fin da quando avevo appena dieci anni. Non ho davvero resistito alla tentazione di ricavarne una storia tutta mia, e scriverne ogni singola riga mi ha enormemente entusiasmato…».

Come ha saputo dell’ incidente di Roswell?

«Era l’ estate 1994. Avevo dieci anni, e stavo trascorrendo un periodo a casa di una mia prozia e del suo convivente, con il quale amavo parlare di storia antica e misteri vari, mentre la sera guardavamo i documentari della RAI, che poi commentavamo con grande interesse. Una sera seguimmo una puntata di ‘Misteri’, un programma di divulgazione pseudoscientifica condotto da Lorenza Foschini, che trasmise per la prima volta in Italia un filmato diffuso da Ray Santilli, un musicista e produttore cinematografico britannico, in cui si mostrava l’ autopsia di un cadavere alieno legato ai fatti di Roswell. Nel resto del mondo tale filmato era stato pubblicato già nel 1991, ma in un secondo momento Santilli ammise che si trattava di un falso girato con un amico, pur sostenendo che ne esisteva un originale, deterioratosi notevolmente nel tempo. Dopo quarantasette anni, Roswell riusciva ancora a catturare notevolmente l’ interesse della gente.».


Da come ne parla sembra proprio che questo sia un tema a lei molto caro.

«Oh, sì, davvero molto caro. Quando ero bambino preferivo enormemente i giochi di fantasia, e quando non frequentavo gli amici trascorrevo il tempo immaginando storie di alieni e battaglie interplanetarie, ricavando armi e scudi da tutto ciò che avevo a disposizione. Una storia particolare come quella di Roswell, fin dall’ inizio attribuita agli alieni e di cui venni a sapere proprio durante la mia infanzia, non poteva non suscitare il mio interesse. Cominciai a riflettere sull’ effettiva possibilità dell’ esistenza degli alieni proprio in tale occasione.».

E infine ha deciso di scrivere un libro sull’ argomento.

«Esatto. La narrativa, la televisione e il cinema avevano già ampiamente ripreso il tema di questo incidente, e io stesso ho a lungo e attentamente valutato la possibilità di firmare un libro in proposito. Così mi sono venute alcune idee interessanti, e ho scelto di intraprendere questa via.».


Come lei stesso ha appena detto, i fatti di Roswell non sono affatto una novità nel campo della fantascienza, quindi a che cosa voleva dare risalto con ‘Fantasma del passato’?

«Volevo evitare fin dall’ inizio i temi classici dello spionaggio alieno e delle avanguardie in previsione di un’ invasione da parte di potenze superiori alla nostra. Intendevo piuttosto approfondire argomenti più ampi quali rivoluzioni, intrighi politici interplanetari, interferenze e manipolazioni sociali e culturali, nonché quello del fuggitivo. Tutte cose che appassionano il lettore, e che nella fantascienza trovano ampio risalto in quanto hanno un’ ambientazione particolarmente vasta che abbraccia lo spazio, non solo una singola nazione o la sola Terra.».

Come si sente al pensiero di aver dedicato una sua opera a questo celebre e misterioso avvenimento?

«E’ stato davvero entusiasmante per me, e anche a costo di sembrare ridicolo confesso che mi è sembrato di tornare bambino. In più, dal momento che volevo presentare qualcosa di unico in mezzo a tante opere già diffuse prima della mia, ho dovuto muovermi con grande cura. Nei miei libri cerco sempre di inserire un evento realmente accaduto o un personaggio storico davvero vissuto, e in ‘Fantasma del passato’ il principio assume un’ importanza notevole, quindi anche per questo mi sento particolarmente legato a tale narrazione.».

Secondo lei che cosa accadde veramente nel luglio 1947 in Nuovo Messico?

«Tanto per cominciare bisogna tenere conto dell’ elevato livello di segretezza a cui l’ incidente fu sottoposto da parte dello Stato Maggiore dell’ aeronautica militare degli Stati Uniti, nonostante le dichiarazioni degli ufficiali della base locale di Roswell, che parlarono apertamente di un disco volante con tre alieni morti. In mancanza di dati ed elementi sicuri è possibile che l’ aviazione o magari i servizi segreti sperimentassero qualche nuova tecnologia di cui non volevano parlare apertamente. Dopo tutto, la Seconda Guerra Mondiale era finita da appena due anni, e Stati Uniti e Unione Sovietica si preparavano ad uno scontro senza esclusione di colpi con cui imporre sulla scena internazionale un nuovo ordine politico, militare ed economico.».

Quindi lei non sostiene davvero la pista aliena, nonostante sia alla base della sua narrazione?

«Io sono assolutamente convinto che nello spazio esista vita aliena, in quanto sarebbe illogico partire dal presupposto che la Terra sia il solo pianeta abitabile dell’ universo. Ma per quanto riguarda Roswell non sappiamo che cosa sia realmente accaduto, e forse non lo sapremo mai. Peraltro occorre ricordare che le voci riguardanti gli alieni non sono ancora state dimostrate. Tutto può essere. Con il mio libro volevo solo presentare un’ opera di fantasia.».

Quello di Roswell fu il primo incidente ufologico della storia, ma nessuno di quelli avvenuti in seguito divenne altrettanto famoso: perché, secondo lei?

«Forse per la particolare epoca in cui ebbe luogo, ossia la fine degli Anni Quaranta, e perché in quello stesso periodo venivano avvistati in più occasioni oggetti volanti non identificati e strani bagliori in molti luoghi diversi. Peraltro, in quel tempo Roswell era una tranquilla cittadina ai margini del mondo, popolata da gente semplice e da qualche vecchio cowboy non troppo diverso da quelli visti nei film western, e l’ idea di un velivolo alieno precipitato proprio da quelle parti rappresenta di per sé qualcosa di sensazionale. Gli eclatanti annunci presentati nel giro di poco tempo dalle autorità locali e il silenzio prontamente imposto dalle alte sfere contribuirono alla nascita di una leggenda tuttora vivente e appassionante.».

Lei ha basato la trama di ‘Fantasma del passato’ sul tema della religione, delle religioni ufologiche e delle sette.

«Sì, è vero. Volevo dare alla mia storia su Roswell qualcosa di particolare, e svolgendo alcune ricerche ho approfondito la mia conoscenza sulla questione delle religioni ufologiche, che negli ultimi decenni sono cresciute a dismisura per numero, influenza sociale e potere finanziario. Si pensi ad esempio al Movimento raeliano. Il contattismo e le religioni ufologiche nacquero proprio a seguito degli avvistamenti del 1947, contribuendo ampiamente a far entrare i dischi volanti nell’ immaginazione collettiva di tutto il mondo, e trovavo interessante l’ idea delle false religioni e delle sette, quindi l’ ho usata come base insieme a quella di un pericoloso intrigo politico e militare interplanetario.».

Vuole raccontarci qualcosa sulla trama?

«A Roswell, nel podere di un contadino, precipita un misterioso disco volante alieno abbattuto per errore durante un esame missilistico, e i militari, subito dopo averlo requisito insieme ai tre cadaveri umanoidi in esso rinvenuti, pubblicano la notizia suscitando molto clamore. Ma il Pentagono, lo Stato Maggiore della Difesa e l’ FBI, sostenuti dalla Casa Bianca, mettono tutto a tacere sostenendo che si è trattato di un semplice pallone sonda con manichini usato a fini meteorologici, e minacciano con durezza i testimoni oculari affinché si attengano alla versione ufficiale. Quasi cinquant’ anni dopo, nel 1994, il generale Ralph Lubic, ufficiale al comando dell’ Area 51, la base militare più segreta al mondo in cui vengono collaudate le tecnologie tratte dal disco volante di Roswell, viene contattato dal capitano Sorhd Kevolon Vaerdobiux, proveniente dal pianeta Bandror, luogo di origine del disco volante e dei tre umanoidi defunti, domandandogli aiuto nella ricerca di un loro pericoloso criminale, il commodoro Xiank Dur Kaofin, evaso dalla sua prigione mentale a seguito dell’ incidente di Roswell, e ora in grado di assumere sembianze umane. Comincia quindi un’ accurata e incessante ricerca tra le sette religiose dedite al culto degli alieni, e una corsa contro il tempo tesa a prevenire un pericoloso complotto che potrebbe determinare seri problemi in buona parte della Galassia.».

Un dettaglio che colpisce è la precisa descrizione che lei fa degli alieni, i bandroriani, un popolo potente, civile e assai progredito eppure non ancora esente da cospirazioni, rivoluzioni e delitti politici.

«Volevo fare una descrizione ampia e verosimile, evitando lo stereotipo ormai comune del popolo alieno totalmente buono oppure totalmente cattivo. Per definire i bandroriani e la loro civiltà mi sono basato molto sui kryptoniani di Superman e i Goa’ uld di ‘Stargate SG1’, due razze cosmiche molto diverse tra loro ma con caratteristiche molto interessanti. Soprattutto, volevo evidenziare il passato e la tradizione politica, sociale e religiosa di questo popolo, e per questo ho trovato una valida ispirazione nella storia romana, più precisamente nel periodo in cui si abbatté la monarchia in favore della Repubblica, nonché nell’ ordinamento dello Stato britannico, il più noto esempio di monarchia parlamentare, e nel Confucianesimo, la celebre tradizione filosofica, religiosa e morale cinese improntata sulla rettitudine. Sento quindi di aver descritto i bandroriani in modo esauriente e credibile.».


Ha avuto qualche difficoltà nello scrivere la storia?

«Ammetto di sì, in quanto ho dovuto prestare una certa attenzione ai particolari. Volevo incominciare tutto dall’ inizio, proprio con l’ incidente del 1947, e poi spostarmi al 1994, anno in cui venni a sapere di questo evento, come abbiamo detto prima. Era quindi importante trovare una spiegazione efficace per uno stacco di ben quarantasette anni dallo schianto del disco volante nel podere di Roswell al momento in cui la parte principale della storia avrebbe avuto luogo, definire la pericolosità dell’ alieno nascosto tra la nostra gente e il motivo per cui il suo popolo non si sarebbe mostrato pubblicamente al genere umano. La definizione dei dettagli mi ha richiesto tempo, e ho persino dovuto svolgere qualche ricerca nel mondo militare e in quello delle teorie del complotto, ma dopo attente riflessioni ho ricavato alcune idee che mi hanno convinto e soddisfatto.».

Scriverà altre storie tratte da questo misterioso incidente?

«Non lo escludo. Anzi, lo ritengo piuttosto probabile.».

Grazie.

«Grazie a voi, è sempre un vero piacere.».

martedì 16 gennaio 2018

Il messaggio ecologico dell’ inventore di storie


Giacomo Ramella Pralungo subisce da molti anni il fascino della natura, e ama trascorrere tempo passeggiando per boschi, prati e monti. Accennando a un sorriso ammette che la sua vita non si limita a libri e ad articoli: «Mi compiaccio di vivere in campagna, a diretto contatto con la terra, perché in tal modo ho compreso con una certa chiarezza il nostro rapporto con essa e con tutte le altre forme di vita e le cose inanimate. Dobbiamo avere cura del mondo in cui viviamo e dei suoi altri abitanti se vogliamo vivere bene.». Per l’ inventore di storie l’ ecologia è un concetto molto importante, da vivere consapevolmente nella vita di tutti i giorni, a beneficio sia nostro che di chi verrà dopo di noi: «Una generazione succede a un’ altra e a un’ altra ancora, ma il nostro mondo rimarrà in eterno.».

Lei è un grande amante della natura. Come è nato questo suo particolare sentimento?

«Sono nato e vissuto in un paese di provincia, e a undici anni mi trasferì in campagna, nella casa appartenuta ai miei nonni paterni. Fin da bambino, mio padre e mia nonna mi portavano a passeggiare per i boschi e per i prati, e spesso trascorrevo del tempo a contatto con gli animali nella vicina fattoria dei nostri cugini. In particolare, ricordo di quando andavo con mio padre a raccogliere fragole, mirtilli e crescione selvatici, e delle volte in cui invece ci rifornivamo di acqua presso una fontana in piena selva. Ho quindi avuto un contatto diretto con la natura fin dai miei primi anni di vita, e non ho tardato ad apprezzarne le meraviglie, la purezza e la grande importanza.».

Che cosa le viene in mente passeggiando in campagna o nei boschi?

«Durante le mie passeggiate non penso affatto, anzi avverto sempre una gran quiete e felicità. Sento spesso il bisogno di fare due passi nella natura, soprattutto quando voglio trovare la pace, e avanzando per prati o addentrandomi in qualche bosco spontaneamente mi immergo in una dimensione al di fuori del tempo e delle questioni che animano la vita quotidiana. Peraltro sento chiaramente quanto tutto sia collegato a tutto: non si tratta di una riflessione intenzionale, io non sono mai stato un filosofo, ma di una chiara percezione ricavata dall’ aria che respiro, dall’ odore della terra che sento, dal rumore dei ruscelli che odo insieme alle campane delle mucche e delle caprette nei dintorni, dal suolo che calpesto. Tutto è veramente uno, e noi siamo figli di questa natura di cui, purtroppo, ci ostiniamo assurdamente a ritenerci sia padroni che entità separate. Sì, la natura per me è sempre estremamente benefica...».

Come definirebbe il legame tra uomo e natura?

«Lo trovo veramente pessimo. Noi umani siamo divenuti il genere dominante sul pianeta, e sfruttiamo la natura per soddisfare i nostri bisogni ben oltre le sue capacità e senza alcuna preoccupazione, non pensando ai gravi danni che le stiamo procurando. Nella nostra arroganza abbiamo persino modellato le religioni affinché giustificassero le nostre tendenze egocentriche: nella Bibbia, ad esempio, si legge che Dio invita Adamo ed Eva a riempire la terra, a soggiogarla e dominare i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni essere vivente che striscia sulla terra. Veramente una grande assurdità! Penso proprio che dovremmo prendere esempio dagli animali, che sfruttano la natura per sopravvivere senza però danneggiarla e neppure esaurirla.».

A proposito di animali, lei si è più volte definito animalista: ritiene che la caccia possa avere effetti nocivi in ambito ecologico?

«Sì, ma dipende da come viene esercitata. Un conto è cacciare per fame, limitandosi a poche prede che in seguito vengono tutte mangiate, proprio come fanno gli animali: io comprendo questo tipo di caccia, e lo accetto. Un altro discorso è invece cacciare intensivamente, per passatempo o per sport, come fanno ad esempio i nobili, che un tempo addirittura cacciavano per prepararsi alla guerra: questa è una forma di caccia superflua su cui proprio non transigo. Altre forme di caccia, come ad esempio quella delle balene o delle foche, stanno spingendo queste specie animali al limite dell’ estinzione, e procurano loro immense sofferenze del tutto inutili. Ogni genere animale e singolo essere vivente ha un posto ben preciso nel grande ordine dell’ ecosistema, e svolge una particolare funzione: quando un’ intera specie viene fatta estinguere, gli equilibri naturali subiscono per forza importanti cambiamenti. Quando ero piccolo, mia nonna mi diceva sempre che persino che persino ortiche e zanzare hanno una loro utilità.».

Che cosa pensa del vegetarianismo?

«E’ una scelta molto particolare che alcune persone adottano per amore e rispetto per gli animali. Io stesso sono stato vegetariano per tre anni, dal 2009 al 2012, dopo aver visto uccidere una gallina nel mio giardino, e il pensiero che gli animali venissero uccisi per poi essere serviti a tavola si era fatto particolarmente triste per me. Iniziai a nutrirmi esclusivamente di pasta, riso, insalata, uova, legumi e verdure varie. Ma poi compresi che anche i vegetariani si nutrono di vita, perché anche i vegetali sono forme viventi, quindi oggi ritengo accettabile nutrirmi sia di carne che di vegetali ma senza abusarne, nel pieno rispetto di entrambe queste forme di vita.».

Il rispetto per l’ ambiente e gli animali è una delle cause per cui si è avvicinato al Buddhismo?

«Certamente. Le filosofie orientali in generale hanno un atteggiamento assai più onnicomprensivo di quello delle religioni abramitiche, e affermano da sempre che ogni cosa è connessa a tutte le altre. Il Buddhismo in particolare parla di interdipendenza, importante principio secondo cui nulla esiste come entità propria: tutto è Uno.».

Peraltro, lei una volta disse che il famoso «Dune» di Frank Herbert le è stato di grandissima ispirazione.

«E’ assolutamente vero, ho cominciato a riflettere sull’ importanza delle tematiche ambientali in maniera più vasta e approfondita proprio leggendo questo magnifico romanzo di fantascienza, che ha avuto cinque seguiti. Nessuno ha mai esaltato l’ ambientalismo come Herbert in questo grande classico della narrativa statunitense del Novecento. Il pianeta Arrakis, chiamato ‘Dune’ dai nativi Fremen, viene descritto con una sorprendente abbondanza di dettagli, senza i quali risulterebbe praticamente impossibile immaginare le sfaccettate e molteplici vicende di questa affascinante serie letteraria. Tramite il sogno delle tribù dei Fremen, che da migliaia di anni vivono nelle grotte di questo mondo completamente deserto, facendo un uso estremamente ritualizzato dell’ acqua in attesa di averne un giorno a sufficienza per renderlo verdeggiante, l’ autore esalta sia l’ importanza fondamentale di questo elemento che l’ esigenza di avere cura delle risorse a nostra disposizione, nonché dell’ ambiente in cui noi tutti viviamo.».

Solitamente lei parla del tema ambientale nei suoi libri?

«L’ ho fatto soprattutto in ‘Per i sentieri del tempo’, in cui ho descritto le gravissime devastazioni ecologiche causate dalla guerra atomica. Purtroppo il pericolo di provocare danni incontrollabili al nostro ecosistema con le armi, oltre che con altre forme di tecnologia, si sta accentuando sempre di più. Anche nel precedente ‘Cuore di droide’ ho affrontato il tema della natura, seppure in termini più marginali, con i due protagonisti che al termine delle loro vicende si danno alla cura dei fiori e all’ agricoltura, trovando pace e conforto. Ho intenzione di approfondire questo importante argomento in altre narrazioni che avrò il piacere di pubblicare.».

La ringraziamo molto.

«Tante grazie a voi, come sempre è stato un grandissimo piacere.».

mercoledì 10 gennaio 2018

Giacomo e lama Paljin

Giacomo e lama Paljin Rinpoce;

Un giovane scrittore di fantascienza e articoli storici, incuriosito dalla filosofia buddhista, in una nuvolosa giornata d’ inverno incontrò un lama buddhista di scuola tibetana: tra i due nacque una cordiale e simpatica amicizia che dura tuttora.

Appassionato di storia e culture antiche, scrittore di narrativa fantascientifica e dedito alla spiritualità, slegata dalla religione in senso stretto, dal 2009 Giacomo Ramella Pralungo è in amichevoli rapporti con lama Paljin Tulku Rinpoce, monaco buddhista di tradizione tibetana, discepolo di vari lama e ghesce fuggiti dal Tibet, gradualmente occupato dalla Repubblica Popolare Cinese durante gli Anni Cinquanta e trasformato in una regione dell’ immenso Paese comunista.
«Le filosofie orientali mi hanno sempre molto attratto.» spiega Giacomo dopo aver messo da parte la penna con cui lavorava ad alcuni appunti «E il Buddhismo mi ha molto incuriosito a proposito della questione della sofferenza e su come risolverla. Nel 2006 mi avvicinai molto a questa particolare filosofia, ed ero alla ricerca di qualche maestro con cui dialogare e approfondire la mia conoscenza in proposito.».
Qualche tempo dopo venne a sapere del monastero Samten Ling, un piccolo centro situato nel paese di Graglia, sulle Alpi Biellesi, a pochi chilometri da casa sua. Fece alcune ricerche, e scoprì che era stato fondato nel 1991 da lama Paljin Tulku Rinpoce, unico lama italiano, e negli anni era diventato un importante punto di riferimento per moltissimi praticanti di Buddhismo:
«La vita stessa di questo lama mi impressionò molto: nato ad Addis Abeba nel 1941 da genitori torinesi, lasciò la colonia con la famiglia ad appena un anno. Diplomato in mercatologia alla LUISS, si laureò all’ Istituto Superiore di Scienze Umane e Sociali di Urbino, lavorando come dirigente d’ azienda. Nel 1978, quando si recò per lavoro a Kathmandu, incontrò per la prima volta alcuni monaci tibetani, fatto che lo portò a maturare per la prima volta un profondo interesse per il Buddhismo, tanto da intraprendere una ricerca spirituale che nel 1982 lo portò a divenire discepolo di alcuni grandi lama e a farsi monaco lui stesso.».
Lama Paljin ricevette insegnamenti e iniziazioni da lama di due scuole diverse, ossia la Gelug, a qui appartiene il XIV Dalai Lama, e la Kagyu, di cui fa parte il XVII Karmapa. Nel 1985, in Svizzera, gli fu trasmessa l’ iniziazione di Kalachakra dal Dalai Lama, e da quel momento segue frequentemente i suoi insegnamenti in Europa e in India, mentre nel 1995 si recò in Ladakh, una regione dell’ India settentrionale ai piedi dell’ Himalaya, strettamente legata al Tibet, ove fu riconosciuto come la reincarnazione di un insigne lama vissuto intorno al 1600 e che contribuì a diffondere il Buddhismo in tale zona, in una cerimonia svoltasi alla presenza di centottanta monaci e numerosi laici. Da allora cessò l attività professionale per dedicarsi esclusivamente alla pratica e all insegnamento del Buddhismo.

«Riflettei a lungo sulla possibilità di incontrarlo, finalmente presi un appuntamento e lo conobbi nel gennaio 2009.» ricorda Giacomo «Ero veramente curioso, e partecipai al termine della lezione che teneva ai suoi allievi: il suo modo di insegnare, semplice e diretto, e il suo entusiasmo sincero mi colpirono molto favorevolmente.».
Si era aspettato di incontrare una guida spirituale pacata e distaccata, solenne e seria, ma il lama, allora sessantottenne, lo impressionò molto soprattutto con la sua sorridente gentilezza, oltre che con la sua naturalezza e cordialità, con il suo quieto ottimismo e l’ accoglienza gentile e sincera. Durante il loro primo incontro parlarono sia di Buddhismo che della sua esperienza decennale come monaco e lama:
«Mi disse che buona parte della vita del Buddha era avvolta nella leggenda, proprio come in seguito sarebbe toccato a Gesù, e che i suoi quarantacinque anni di insegnamento, in tutta evidenza, erano un tempo troppo ridotto perché avesse potuto effettivamente trasmettere tutto ciò che gli era stato attribuito dalle successive generazioni di maestri buddhisti. In ogni caso, la sua dottrina si basa sulla rettitudine di pensiero, parola e azione: vivere le esperienze senza attaccamento non vuol dire rimanersene inerti di fronte ai fatti dell’ esistenza, ma imparare ad affrontare le cose con un atteggiamento mentale equilibrato, basato cioè sulla moderazione, evitando gli eccessi.».
Il lama era facilmente riuscito a creare un clima disteso e cordiale, molto personale, nel quale ebbe a dire che tutto muta costantemente, quindi pensare che la vita sia monotona e sempre uguale sarebbe piuttosto superficiale:
«Se osservassimo a fondo le nostre giornate, scopriremmo che tutto in noi è in continuo cambiamento: non solo gli abiti o le abitudini, ma anche l’ atteggiamento mentale nei confronti di cose e persone. Tutto quanto si modifica da un momento all’ altro: questi sono i segni evidenti e inarrestabili del divenire.».

Da allora il giovane scrittore e il lama rimasero amici, scambiandosi negli anni varie lettere via posta elettronica. Giacomo tornò più volte a visitarlo:
«La figura di questo italiano che, affascinato dal Buddhismo tibetano, volle farsi monaco e intraprendere il duro e intenso percorso per divenire lama, mi ha davvero affascinato. Passare da una cultura a un’ altra non è certo una cosa semplice, e il più delle volte viene persino scoraggiata. Benché abbia vissuto per molti anni a stretto contatto con i tibetani in Oriente, nel loro remoto ambiente tradizionale, non ha perduto un briciolo della sua mentalità occidentale: ha fede nel Buddhismo ma non ha acquisito la superstizione tipica dei tibetani, rispetta i suoi maestri ma ha sempre riflettuto molto sull’ insegnamento che gli hanno trasmesso, officia i rituali sfarzosi e complessi tipici del Buddhismo tibetano ma vive e diffonde tale filosofia come uno strumento pratico di risveglio interiore ed evoluzione sociale.».
Giacomo si sente notoriamente più vicino alla spiritualità che alla religione, convinto com’ è che la prima punti direttamente e concretamente alla cura dello spirito che ogni essere vivente ha in sé, indipendentemente dalla religiosità o da qualsivoglia altra differenza, mentre l’ altra impone di seguire una credenza o una serie di rituali e preghiere, tutti elementi che presentano un certo freno al percorso interiore in quanto limitano il libero arbitrio. Conversando con lama Paljin si è sempre trovato molto a suo agio, dal momento che durante i loro incontri hanno essenzialmente parlato di natura umana, compassione e saggezza, virtù morali ed esperienza quotidiana, importanti concetti universali che vanno ben oltre le religioni, essendo legati propriamente all’ essere umano:
«Non ha mai tentato di impormi alcun principio, si è sempre limitato a esporre opinioni maturate nel corso della sua esperienza concreta. Una volta, durante una delle nostre conversazioni, mi disse che solo l’ esperienza interiore può ricondurci alla grandezza dell’ universo e metterci in condizione di cambiare, di crescere: quando tutti i livelli di coscienza si fondono al centro del nostro cuore, avviene il risveglio.».
Il lama aggiunse che nel Buddhismo la fede è un atteggiamento di fiducia che porta a credere in ciò che convince, anziché in qualcosa posto al di sopra di noi: «Continua a provare finché non avrai la dimostrazione che ciò che fai è giusto, e credi solo quando otterrai un risultato. In Tibet, gli insegnamenti trasmessi dai maestri hanno proprio la funzione di darci la possibilità di attingere a un risultato: è esattamente quel che ci spinge a perseverare nella pratica.».
Altro aspetto su cui tenne a esprimersi fu il valore della pace, dell’ altruismo e della compassione:
«Nel Buddismo, i rapporti umani dovrebbero poggiare su questi tre principi fondamentali, legati a un sentire che non può essere prodotto artificiosamente, ma che nasce spontaneamente in chi ritiene che la soluzione dei problemi del mondo non si trovi in un comportamento egoistico. Queste sono le risposte buddhiste alla ricerca di serenità che soprattutto oggi orienta gli uomini alle religioni: la pace deve nascere da un equilibrato atteggiamento mentale, l’ altruismo deve far comprendere come le cose che portano benessere a noi possono portarlo a tutti gli uomini, e la compassione significa ‘fare di tutto perché gli altri possano essere felici’. Il Buddhismo non è nichilismo, ma azione, quindi l’ uomo non deve affacciarsi timidamente su questa soglia, ma attraversarla con risolutezza per dar vita a un futuro migliore.».

Giacomo e lama Paljin sono tuttora amici, e tra gli argomenti principali delle loro conversazioni, oltre alla spiritualità, spiccano la situazione politica e culturale del Tibet, il XIV Dalai Lama e la diffusione del Buddhismo in Occidente.
Il Samten Ling di Graglia;

«Quando ci incontrammo la seconda volta, lama Paljin mi disse una cosa che, come scrittore, mi toccò davvero di persona.» rammenta Giacomo poggiandosi sullo schienale della sedia, sorridendo «Affermò che le parole non esistono di per sé, ma le creiamo per esprimerci e intendere l’ infinito. In effetti, per me le parole sono sempre state uno strumento per comunicare quel che sento e penso, per trasmettere un preciso messaggio…».

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman; Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e ...