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giovedì 23 aprile 2026

Le parole sono veicolo di un significato

Giacomo Ramella Pralungo;

In un mondo sempre più propenso a esprimersi ma senza il giusto spirito di riflessione, Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articolista a sfondo storico e culturale, pensa che sia importante soffermarsi a ricordare l’ importanza delle parole e del silenzio dando maggiore spazio al messaggio di cui ogni forma di espressione è conseguenza e veicolo: «Una persona intelligente deve sempre sapere tutto quello che dice, e quando è bene tacere.».


Giacomo Ramella Pralungo sfoglia un giornale locale e tiene da una parte un libro di Alessandro Barbero, «San Francesco», che il celebre professore gli ha firmato con dedica durante una recente lezione sul celebre santo tenuta al Duomo di Biella in occasione degli ottocento anni dalla morte: «E’ sempre un grande privilegio per me incontrarlo e parlargli. Molti anni fa gli scrivevo all’ indirizzo di posta elettronica della cattedra universitaria di Vercelli presso cui insegnava, e mi rispondeva sempre. Mi fu molto utile per alcune ricerche, e oltre che per la sua conoscenza l’ ho sempre molto stimato per i manierismi gentili e disponibili. Credo che la sua capacità di esprimersi in modo semplice e diretto sia la chiave della sua notorietà e popolarità. E’ un esempio.».


L’ autore biellese riflette per un po’ e afferma di essere colpito dal fatto che nel mondo contemporaneo sia diventato molto facile per tutti accedere all’ informazione e addirittura immetterla: «La libertà di espressione è tra i diritti più importanti della persona, ed è riconosciuta legalmente e costituzionalmente insieme a quella di informazione. Siamo davvero molto fortunati, ne sono fermamente convinto. E’ una buona cosa. Siamo diventati più colti e capaci di riflettere, quindi di argomentare. Oggi si legge il giornale ed è possibile inviare un proprio intervento alla redazione, che lo manda in stampa, e con Internet c’ è stato un grande salto grazie a blog e reti sociali: basta premere un pulsante e i nostri pensieri sono leggibili in ogni parte del mondo. Però, come ogni altro diritto, comporta un dovere.». Gli chiediamo quale sia, e lui senza incertezze risponde: «L’ obbligo di riflettere su ciò che vogliamo dire. Noi lo facciamo sempre di meno. E’ un’ abitudine della nostra vita quotidiana. Viviamo in un mondo in cui si parla sempre, spesso anche solo per circostanza o addirittura senza che ve ne sia davvero bisogno, e chi parla poco viene guardato in modo strano e sospetto, come se volesse tenere le distanze dal prossimo.». E ora, con Internet, la parola vana ha conosciuto una diffusione esponenziale: «Parliamo e scriviamo molto, ma ormai ben poco di ciò che esprimiamo è veramente utile e sensato. Siamo liberi di esprimerci, ma abbiamo l’ obbligo di farlo con saggezza.».

Giacomo Ramella e Lama Paljin Rinpoche;


Giacomo indica una raffigurazione del Buddha Śākyamuni, un personaggio storico che, al di là delle costruzioni mitologiche e religiose da cui si tiene distante stima profondamente e da cui sente di aver imparato molto studiandone da vent’ anni il messaggio: «Come in seguito avrebbe fatto Gesù, non scrisse mai nulla ma molto insegnò. Si espresse più volte sull’ importanza della parola: le parole sono veicolo di un significato. Nel Buddhismo si ricorda una sua affermazione in particolare che mi ha colpito: ‘Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire’. Secondo me è meraviglioso, dovremmo ricordarci queste parole almeno una volta al giorno!». Negli anni ha visitato vari centri buddhisti tibetani, come il Samten Ling di Graglia e il Centro Mandala di Milano, retti da Lama Paljin Rinpoche con cui ha un rapporto cordiale e di stima, nonché l’ Istituto Lama Tzong Khapa di Santa Luce e il Bukkaidojo di Vercelli, appartenente alla scuola Sōtō-shū dello Zen giapponese: «Amo moltissimo l’ atmosfera di questi luoghi, in cui si parla poco e a voce bassa con la consapevolezza di quanto siano vane le parole inutili. Lama Paljin, durante uno dei nostri primi incontri, mi disse che le parole non esistono di per sé ma la mente le concepisce per intendere l’ infinito.». In essi, spiega, si rispetta il terzo valore essenziale del Nobile Ottuplice Sentiero, l’ insieme di otto principi che modellano un comportamento basato sulla rettitudine insegnato dal Buddha nel suo primo insegnamento, il Discorso di Benares: «La retta parola, ossia l’ assunzione della responsabilità delle nostre parole, ponendo attenzione nella loro scelta e ponderandole in modo che non facciano male agli altri e di conseguenza a noi stessi. Anche il nostro agire deve essere improntato al nostro parlare e corrispondere ad esso. In altre parole: pensare ciò che si dice, dire ciò che si pensa, parlare con gentilezza, non mentire, evitare il pettegolezzo vano e non parlare a vuoto.».


Come persona e scrittore, dedito alla fantascienza a sfondo sociale e ad articoli storici, culturali, scientifici e di mistero, reperibili in larga parte su Internet, Giacomo afferma di aver avuto piena conferma di quanto sia importante ricordare quanto le parole siano uno strumento di comunicazione preciso, da cui peraltro dipende la percezione che gli altri hanno di noi: «Ciò che esprimiamo è una manifestazione diretta e chiara di noi, di quello che siamo. Hanno il potere di fare chiarezza oppure di confondere le idee, a seconda di ciò che vogliamo noi. Come persona, evito parole volgari e aspre, nonché gli argomenti di basso profilo, dalle chiacchiere mondane di paese a quelle delle riviste relative alle persone famose. Preferisco nettamente argomenti ben più utili legati a questioni pratiche e culturali. Come scrittore, quest’ abitudine mi è profondamente di aiuto, perché nei miei libri devo valutare argomenti di interesse generale e con un linguaggio appropriato, comprensibile ed essenziale. E i grandi scrittori che ho preso come esempio, da H. G. Wells a Frank Herbert, da Michael Crichton ad Antonio Spinosa, senza dimenticare Charles Dickens, Valerio Massimo Manfredi e il professor Barbero, mi sono stati di grande aiuto. Il professor Barbero specialmente mi ha dato una lezione chiara e preziosa: quando scegli di dire qualcosa, riferisci sempre le tue fonti o gli elementi che ti hanno portato a sviluppare il ragionamento. Come a suo tempo il Buddha, che ripeteva l’ importanza di limitarsi a parlare di ciò di cui abbiamo fatto esperienza diretta e debitamente compreso.». Chiediamo allo scrittore se la letteratura può aiutare a guarire il mondo, e lo vediamo pensare per un po’ prima di parlare: «Sì, se chi scrive e chi legge pone attenzione al messaggio e alla sua forma. Gli scrittori denunciano, auspicano, propongono, cercano di trasmettere valori. Di recente una missione astronautica frutto della collaborazione tra Stati Uniti, Europa, Canada, Giappone, Corea e altre nazioni ha girato attorno alla luna, e sembrava lontana anniluce dal mondo di oggi che corre spedito verso la frantumazione, e che sembra riconoscere solo la ragione del più forte, del più violento, del più bullo e persino del più villano.». Gli scrittori, dice, hanno sempre firmato testi con un certo valore sociale, denunciando le storture della loro società o, con il genere ad esempio della distopia, cercando di mettere in guardia da tendenze pericolose mentre gli utopisti hanno voluto enfatizzare proposte più costruttive: «Eppure il mondo sembra una palla troppo grossa e con un peso troppo grande perché si possa cambiare il suo senso di rotazione con le semplici parole. Io sono fermamente convinto che per migliorare le cose si debba lavorare innanzitutto sulla mente delle persone, perché è la nostra mente a costruire il mondo. Dipende solo da noi: non da un Dio o dal suo Spirito Santo, e nemmeno dal fato. L’ origine di tutto viene dalla nostra mente e la parola scritta può avere un peso enorme nell’ influenzare il pensiero individuale e collettivo. E’ certamente possibile, ma sia chi scrive che chi legge deve prestare attenzione al messaggio.».

lunedì 13 novembre 2023

La forza e la responsabilità dell’ atto di comunicare

Giacomo Ramella Pralungo;


Giacomo Ramella Pralungo, autore di romanzi di narrativa fantascientifica e articoli culturali, storici e scientifici, considera la comunicazione una disciplina di grande importanza, da non sottovalutare, in grado di favorire la conoscenza e la consapevolezza ma anche l’ indebolimento dell’ autonomia e della capacità di pensare autonomamente, se usata scorrettamente.


Come romanziere e articolista, lei da anni è impegnato nel settore della comunicazione. Che cosa vuol dire per lei comunicare?


«Comunicare significa trasmettere un’ idea, un principio, qualcosa di preciso e concreto. Equivale a far capire qualcosa nel modo più esatto possibile. Non a caso, le parole hanno un significato preciso, e spesso addirittura più di uno. Ecco quindi che una parola detta in un certo modo piuttosto che in un altro può attribuire a seconda dei casi significati diversi a ciò che si cerca di dire. Comunicare è quindi un’ azione molto vasta e particolare, che richiede una grande cura.».


La comunicazione, quindi, è una disciplina dalla grande forza.


«Chi comunica, come gli scrittori e i giornalisti, esercita una grande influenza sulla società. Inoltre, mentre la vita umana è breve, gli scritti restano e si conservano per secoli. Purtroppo, alcuni testi sono stati all’ origine di grandi sofferenze, come quelli che hanno diffuso le concezioni estreme del Nazionalsocialismo e del Comunismo. Chi comunica ha il potere di causare più o meno direttamente il bene o il male di milioni di vite, quindi è bene che coltivi un atteggiamento onesto e imparziale, del tutto veritiero. I giornalisti in generale si interessano soltanto all’ attualità scottante, soprattutto quella orribile: in fondo a noi stessi consideriamo il delitto un atto imperdonabile e scioccante che non dovrebbe avvenire, ed è per questo che quando si verifica riempie le prime pagine dei giornali. Lo stesso accade per la corruzione e altri misfatti. Invece, crescere i propri figli, accudire i vecchi e gli ammalati ci sembrano comportamenti normali che non meritano di essere citati tra le notizie. Il difetto principale di questo atteggiamento è che un po’ alla volta ci porta a considerare gli omicidi, le violenze e altre atrocità come cose comuni. Rischiamo di pensare che la natura umana sia crudele e che non ci sia alcun mezzo per impedirle di esprimersi. Se un giorno ne saremo effettivamente convinti, non avremo più alcuna speranza per il futuro dell’ umanità.».


Lei è vicino alla filosofia buddhista, e a volte ha citato il valore buddhista del cosiddetto retto linguaggio.


«Sì, è vero. Secondo la tradizione, nel suo primo discorso dottrinario tenuto al Parco delle gazzelle di Sārnāth, vicino a Varanasi, la città santa degli induisti, il Buddha Śākyamuni espose il Nobile Ottuplice Sentiero, un modello di comportamento improntato sulla rettitudine di pensieri, parole e azioni. La retta parola implica l’ assunzione della nostra responsabilità di ciò che diciamo, ponendo attenzione nella scelta delle parole e valutandole in modo che non producano effetti nocivi sugli altri e di conseguenza su noi stessi: occorre quindi evitare la menzogna, la maldicenza, l’ offesa e il pettegolezzo vano, concentrandosi quindi sulla chiarezza e la sincerità, così da evitare i fraintendimenti e le opinioni errate. Anche il fatto di parlare di cose che non conosciamo o che non abbiamo doverosamente compreso andrebbe evitato: è ben più costruttivo concentrarsi su ciò di cui invece abbiamo esperienza diretta!».


Quindi, per lei comunicare è solo il passo finale, e non è possibile se non si ha un argomento, qualcosa da esprimere.


«Certamente. Le parole e gli altri mezzi di comunicazione sono solo un veicolo del messaggio, e senza di esso perdono la loro utilità. Oggi viviamo nell’ era delle informazioni, ma purtroppo molti di noi parlano molto ma senza dire nulla. Anche nella vita quotidiana, ormai, siamo abituati a parlare così, tanto per riempire il tempo e nulla di più. Al contrario, io credo che ci si dovrebbe soffermare maggiormente a riflettere su ciò che vorremmo trasmettere a chi ci circonda. Anche una comune chiacchierata tra amici, dinnanzi a una buona tazza di tè, può divenire bella e produttiva, se si basa su qualcosa di interessante. Sempre come disse il Buddha: ‘Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.’.».


Uno dei punti fermi del suo modo di esprimersi, di comunicare, è farlo in un italiano puro, libero da termini stranieri nella forma sia orale che scritta, quanto da quelli volgari.


«Purtroppo, questo è un altro dei maggiori difetti del mondo di oggi. Attualmente le parole inglesi si sono intrufolate nella nostra lingua come un virus, e quasi non c’ è più nessuno che parli un italiano tradizionale. Di recente mi è capitato di lamentarmi di questa tendenza, e mi sono sentito rispondere: ‘Ma ormai è così, è la moda generale. Che vuoi farci? Bisognava evitarla vent’ anni fa.’. Io credo che questo mondo dipenda da noi, lo Spirito Santo è impegnato altrove (risata), quindi occorre cominciare da noi per migliorare ciò che ci accade intorno. Evito volontariamente le parole inglesi e di altre lingue e tutti mi capiscono benissimo, inoltre non uso mai quelle volgari poiché ho compreso l’ educazione ricevuta dai miei genitori e trovo spontaneo metterla in pratica. Qualcuno alle volte mi ha detto che so di vecchio, in realtà il decoro, anche linguistico, è un valore classico che ancora non è passato di moda. Si può parlare ed essere gradevoli senza alcun bisogno di ricorrere a parolacce e concetti sconvenienti. Questo è esattamente ciò che faccio nella preparazione dei miei testi, e sento che è la via migliore.».


Che cosa pensa della crescente cultura della cancellazione, o del boicottaggio?


«Credo che sia una scempiaggine di quest’ epoca offuscata, in cui i valori stanno paurosamente venendo meno senza che vengano sostituiti da qualcosa di meglio, a differenza di come avveniva in passato. Io non ho un orientamento politico in particolare, ma credo che sia una crociata portata avanti da una Sinistra che non sa più come proseguire la contestazione che da sempre è uno dei suoi valori portanti. Ora che il tradizionale terreno di scontro in cui il Comunismo è maturato è venuto meno, non si può più parlare di lotta di classe, di abbattimento di un sistema oppressivo e ingiusto e di dittatura del proletariato. La giustizia sociale a danno della reazione quindi passa attraverso la lotta ai valori tradizionali. Anziché parlare di pari opportunità per tutti, si cerca di calare la cortina di censura su ciò che animava il mondo di una volta, colpevole di ciò che a noi oggi pare arretrato, e imporre modelli diametralmente opposti. I mezzi di comunicazione, oggigiorno, sono purtroppo coinvolti sempre di più in questo genere di contrasto.».


Oggi, soprattutto grazie alla rete, è diventato molto facile non solo recepire informazioni, ma anche trasmetterle. E’ positivo, però sono aumentate anche le bufale.


«Infatti, oggi comunicare è divenuto molto facile grazie ai mezzi di comunicazione, Internet specialmente: si legge e si scrive nel giro di un istante. Basta anche solo un cellulare, e il gioco è fatto. Tuttavia non si riflette più sull’ autenticità o meno di ciò che viene trasmesso, e di conseguenza le false informazioni tendono a suscitare maggiore interesse e a vantare persino più credibilità di quelle vere. E la comunicazione diventa qualcosa di nocivo. Io lo trovo molto allarmante, e personalmente credo che abbia ragione il professor Alessandro Barbero che, come storico e divulgatore, pone molta attenzione alle fonti: ‘Quando sentiamo dire una certa cosa, prima di tutto occorre chiedere a chi ci parla dove l’ ha saputo.’.».


Quindi, anche il pubblico ha la sua parte di responsabilità in tema di comunicazione?


«E’ vero: chi riceve un messaggio deve soppesarlo con cura, e ha la stessa responsabilità di chi lo emette. La comunicazione è un fenomeno interdipendente, che collega tutti tra loro. Il retto linguaggio di cui parlava il Buddha Śākyamuni ci tocca tutti, chi in un modo e chi in un altro.».


Grazie per aver condiviso il suo parere.


«Molte grazie a voi, per questa bella conversazione. E’ sempre un vero piacere.».

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman; Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e ...