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mercoledì 14 febbraio 2024

Giacomo Ramella Pralungo ai funerali di Vittorio Emanuele, ultimo erede al trono d’ Italia

Il feretro di Vittorio Emanuele condotto in Duomo;


In virtù di problemi tecnici dei giorni scorsi, e scusandoci per il ritardo, pubblichiamo questo articolo sulla presenza di Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articoli di storia, archeologia e mistero, ai funerali di Vittorio Emanuele di Savoia, ultimo erede al Trono italiano in rispetto al proprio orientamento monarchico.


Vi è una folla numerosa all’ esterno del Duomo di Torino, a cui si accede con biglietto di invito: si contano quattrocento persone all’ interno e oltre trecento all’ esterno. La giornata è fredda e piovosa. A rendere omaggio al Principe di Napoli ci sono rappresentanti dell’ aristocrazia e del bel mondo, e ovviamente reali come il Principe sovrano Alberto II di Monaco, il nipote Serge di Jugoslavia e Carlo di Borbone, oltre che l’ ex Regina di Spagna Sofia. Presenti anche l’ Arciduca Martino di Asburgo Lorena, il Ganduca George di Russia e Fuad d’ Egitto come rappresentante della famiglia reale egiziana. Non c’ erano rappresentanti della famiglia reale britannica, che comunque ha inviato una calorosa lettera di condoglianze. Assenti per motivi di salute le sorelle del defunto, Maria Gabriella e Maria Beatrice. Vi sono inoltre le delegazioni delle Guardie d’ Onore del Pantheon, un’ associazione sorta nel 1878 per prestare il servizio di guardia alle tombe dei monarchi italiani presso il Pantheon e mantenere viva la memoria legata a Casa Savoia, al Risorgimento e alle tradizioni militari nazionali. Sono invece assenti le istituzioni, dal Presidente della Regione Piemonte al sindaco di Torino. Giacomo Ramella Pralungo scuote il capo, fermamente contrario alla grande mancanza di rappresentanti dello Stato: «Il solo esponente dell’ attuale governo ad essersi presentato ieri alla camera ardente a Venaria è stato il Presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha reso omaggio al feretro e si è stretto in un abbraccio con il figlio Emanuele Filiberto prima di salutare il resto della Famiglia, dicendo di essere venuto in visita sia pubblica che privata e che ci sono luci e ombre, che non bisogna dimenticare che grazie ai Savoia c’ è stata l’ unità d’ Italia. I dignitari della Repubblica già disertarono il funerale di Re Umberto II all’ abbazia di Hautecombe, nella Savoia francese di cui la Famiglia Reale è originaria, con la sola eccezione di Maurizio Moreno, console generale d’ Italia a Lione: con la loro latitanza, i vertici dello Stato mandano un messaggio di presa di distanza dal nostro passato e dalla storia italiana, come se gli ottantacinque anni di Monarchia non fossero mai trascorsi. I francesi hanno avuto due Monarchie, due Imperi e cinque Repubbliche eppure hanno preservato una forte continuità storica e istituzionale: li considero un grande esempio da cui dovremmo imparare la giusta lezione!».

Lo scrittore monarchico si guarda un po’ intorno, poi riprende a parlare con tono basso, ma fermo: «Sono sempre stato monarchico, e da quando avevo vent’ anni mi sono avvicinato ai Savoia Aosta poiché credo che anche dopo la proclamazione della Repubblica questo particolare ramo della Dinastia abbia portato avanti degnamente la tradizione della Monarchia, con precisione e costanza. Sua Altezza Reale il Duca Amedeo, venuto a mancare nel 2021 e che stimavo grandemente, e Suo figlio Aimone, che il 4 giugno 2022 incontrai a Superga per la messa in suffragio del Padre, hanno sempre denotato intelligenza, garbo, misura, modestia e preparazione e io Li reputo pienamente all’ altezza di portare la Corona italiana. Il Principe Vittorio Emanuele ha invece avuto una filosofia di vita più discutibile, poco prudente per la Sua posizione, tuttavia al di là delle cronache giudiziarie e degli scandali, nonché della disputa dinastica con gli Aosta, rimaneva il figlio del Re, il grande Umberto II, e l’ ultimo Principe ereditario del Regno d’ Italia. Come tale, io l’ ho sempre sinceramente rispettato e credo che oggi si debba andare oltre le polemiche, dinastiche o politiche che siano.».

Giacomo Ramella Pralungo;


Gli chiediamo quanto sia importante per lui essere qui oggi, lui contempla le molte persone presenti e sorride riflettendo bene e valutando con cura le parole: «Ha la sua importanza, certamente. Alle mie orecchie sono giunti molti commenti critici mossi in nome della Repubblica e dell’ antifascismo su questi funerali qui a Torino, che storicamente è stata culla della Casa Reale tanto che la Diocesi ha accolto la Sua richiesta non soltanto perché un funerale non si nega a nessuno, ma ricordando che è un momento di preghiera, non uno strumento per giudicare le persone, soprattutto in modo politico. Tutta questa asprezza mi ricorda quanto sappiamo essere settari e poco precisi noi italiani: ricordiamoci che il Principe era una persona che ha scontato senza colpe un vero e proprio ‘reato di cognome’, pagando al posto di altri e venendo sempre chiamato a scusarsi per l’ operato di Suo nonno, Re Vittorio Emanuele III. I Savoia sono stati usati come capro espiatorio di quanto ha fatto il Fascismo, e ciò che gli antimonarchici ovviamente omettono è che un Sovrano costituzionale, come allora fu Re Vittorio Emanuele, era tenuto secondo la Costituzione vigente a convalidare l’ operato del Suo governo, che per quanto dittatoriale procedeva secondo l’ iter procedurale in vigore. Anche quando si impose nel 1922 portò avanti un misto tra pressioni e rispetto formale della legge. Era il Parlamento ad avere il potere di opporre un veto, dando al Re la possibilità di procedere con la deposizione del Duce, ma ciò non avvenne fino al 25 luglio 1943. Vittorio Emanuele III avrebbe potuto abdicare e salvare il proprio buon nome manifestando chiaramente il proprio dissenso, ma i fascisti avrebbero instaurato una Repubblica di cui avrebbero avuto pieno controllo, agendo finalmente con totale libertà, cosa che in effetti avvenne con la Repubblica Sociale nel 1943, sebbene fosse uno Stato fantoccio nelle mani del Terzo Reich.». Dopo qualche istante di riflessione, aggiunge: «Tornando al Principe, la Sua figura era nota soprattutto per le cronache giudiziarie fin dagli Anni Settanta, quando venne indagato per traffico internazionale di armi in alcuni Paesi mediorientali che erano sotto embargo quando era intermediario per conto della Agusta S.p.A., e per il ferimento mortale del giovane Dirk Hamer nel 1978 all’ isola di Cavallo, in Corsica, per poi essere protagonista nel 2006 dell’ inchiesta Vallettopoli, in cui fu imputato per corruzione, concussione, gioco, falso e sfruttamento della prostituzione, tutte accuse da cui fu assolto mentre sul piano più personale fece vari scivoloni in occasione di determinate interviste rilasciate negli anni precedenti al ritorno in Italia. Eppure stato l’ ultimo pretendente al Trono d’ Italia e io sono qui per rispetto verso l’ istituzione della Monarchia e in ricordo della nostra storia. Come Sua Altezza Reale il Duca Aimone ha così bene espresso nel Suo messaggio alla Famiglia, con la morte di Vittorio Emanuele, così come avvenuto per quella di Suo padre Amedeo, si è chiuso un capitolo della storia sia d’ Italia che della Famiglia Reale.».

Nato a Napoli nel 1937 dagli allora Principi di Piemonte, Umberto e Maria José del Belgio, Vittorio Emanuele fu proclamato alla nascita «principe dell’ Impero» e, secondo fonti diplomatiche britanniche, nel 1938 la madre si sarebbe accordata con il gerarca fascista Rodolfo Graziani e il capo della polizia Arturo Bocchini per tentare un colpo di Stato a opera di alcuni reparti delle forze armate, con Pietro Badoglio come comandante in capo, in un’ azione che sostituisse Benito Mussolini con un «avvocato milanese antifascista», probabilmente Carlo Aphel, e che costringesse Re Vittorio Emanuele III ad abdicare in favore di Umberto, a sua volta concorde con la moglie per rinunciare subito al trono in favore del piccolo Vittorio Emanuele: la stessa Maria José sarebbe stata nominata reggente del Regno in deroga allo Statuto Albertino, fino al compimento dei ventuno anni del giovanissimo sovrano. Questo piano, che coinvolgeva anche Italo Balbo, Galeazzo Ciano, antitedesco e ambizioso genero del Duce, tuttavia non andò oltre un incontro preliminare al castello di Racconigi e alcune riunioni a Milano, e trapelò solo molti anni dopo. Vittorio Emanuele continuò la sua vita normalmente, secondo i canoni di un erede al trono, e nel 1946, a seguito del referendum istituzionale del 2 giugno che vide l’ avvento della Repubblica, seguì Re Umberto II suo padre che lasciò volontariamente l’ Italia per evitare che gli scontri tra monarchici e repubblicani sfociassero nella guerra civile, venendosi però sbarrare la via del ritorno da un esilio sancito Tredicesima Disposizione Transitoria e finale della Costituzione della Repubblica. Dopo alcuni anni trascorsi in Portogallo, a Cascais, si trasferì in Svizzera con la madre, allontanatasi dal padre a cui era unita da un matrimonio combinato e infelice. Svolse l’ attività di intermediario finanziario, stringendo amicizie e legami d’ affari con grandi industriali, in particolare la famiglia Agusta. Nel 1972 sposò Marina Doria, contrariamente al parere del padre che gli negò il cosiddetto Regio assenso, il consenso formale necessario secondo le leggi dinastiche che i Savoia avevano adottato a fine Settecento, e secondo molti monarchici ciò gli avrebbe precluso il rango di erede dinastico automaticamente a vantaggio del cugino Amedeo di Aosta e dei suoi eredi, con cui nei decenni successivi fu in rotta. Nel 2002, quando venne abolita la norma costituzionale che obbligava gli ex sovrani, le loro consorti e i discendenti maschi all’ esilio, tornò in Italia dopo cinquantasette anni, e con un comunicato emesso da Ginevra dichiarò di accettare la fine della Monarchia.

Il Principe Vittorio Emanuele di Savoia;


«Negli anni, il Principe è stato una figura controversa, basti pensare alle risposte poco meditate ai giornalisti a domande relative alle leggi razziali firmate dal Re Suo nonno nel 1938 o sulla Sua disponibilità a giurare fedeltà alla Repubblica per tornare in Italia.» racconta l’ autore «Ma per mezzo degli ordini dinastici ha anche portato avanti opere benefiche verso i più poveri e i meno abbienti in Italia e nel mondo, e si è impegnato per la memoria della Sua Casa. Inoltre, va precisato che visse un esilio ingiusto, un bando incomprensibile e di mentalità medievale se pensiamo che nel 1946 aveva solo nove anni e mai aveva rivestito ruoli istituzionali in base ai quali potesse essere valutato. Oltre che su tutto ciò, io ho sempre riflettuto molto sul fatto che i figli e i nipoti di Benito Mussolini, a cui nessuno ha mai giustamente domandato di scusarsi per le sue azioni quali l’ instaurazione della dittatura, la promulgazione delle leggi razziali e l’ intervento in guerra a fianco della Germania con tutto ciò che purtroppo ne conseguì, hanno sempre vissuto tranquillamente in Italia, e Alessandra ha persino avuto un seggio nel Parlamento della Repubblica antifascista! Sono due pesi e due misure, è più che evidente...».

Giacomo dà un’ occhiata alle persone intorno a sé, dicendo di aver chiacchierato con molti di loro e di essere rimasto soddisfatto: «Vi sono alcuni monarchici, repubblicani e semplici curiosi, e tutti quanti, ma proprio tutti, hanno detto di essere qui per rispetto e fatto commenti concilianti, poiché Vittorio Emanuele era estraneo a molto di ciò che si è detto e che Torino per circa mille anni è stata culla della Sua Casa. Superga pertanto è la tomba della Sua famiglia. Il popolo ha dimostrato più saggezza dei politici della Repubblica e dei mezzi di comunicazione, indipendentemente dalle preferenze individuali.». Il feretro del Principe, recante la bandiera con lo scudo sabaudo, viene fatto uscire, e l’ autore di fantascienza e storia aggiunge: «Vittorio Emanuele non è mai stato Re, un militare, un diplomatico o altro. Dissento con certe sue posizioni e dichiarazioni, nonché con il Suo stile di vita più da uomo mondano che da aristocratico in senso stretto. Non ha lasciato un segno nella storia italiana e della Sua Casa, tuttavia apparteneva ad una stirpe che ha vissuto una parte molto importante della nostra storia, partendo dall’ anno 1000 fino al 1946. Tanto per fare un esempio, i Savoia furono protagonisti dell’ unità d’ Italia ponendosi sullo stesso piano delle altre Case Reali d’ Europa. Se la Monarchia fosse rimasta in vigore dopo il referendum, con l’ educazione tipica di un erede al Trono sarebbe un giorno divenuto un Re adeguatamente preparato al compito, ma così non fu e ora nel mio cuore sento che tocca al Duca Aimone e ai Suoi giovani eredi proseguire con la tradizione, e chissà che con un po’ di fortuna...».

venerdì 2 giugno 2023

Il 2 giugno secondo Giacomo Ramella Pralungo


Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e di articoli di argomento storico, culturale e scientifico, in quanto italiano rispetta il valore sociale del 2 giugno, Festa della Repubblica italiana, ma come monarchico legato al ramo dei Duchi d’ Aosta di Casa Savoia, l’ ex famiglia reale, nutre serie incertezze su quanto accadde in occasione del celebre referendum del 2 e 3 giugno 1946 in termini più storici e istituzionali.

Oggi affida il proprio pensiero ad una pubblicazione appositamente preparata.


In questo giorno, la Repubblica italiana compie settantasette anni. Negli ultimi quasi otto decenni trascorsi dal referendum del 1946, il Belpaese si è affacciato sulla scena internazionale guadagnando un certo peso, benché recentemente sia apparso piuttosto scricchiolante, tra crisi economica e istituzionale. La politica in particolare ci ha svelato i suoi scheletri ben nascosti nell’ armadio, uno dopo l’ altro, tra scandali, processi, raccomandazioni, corruzione, trattative con il crimine organizzato, brogli elettorali e, purtroppo, molto altro ancora. Nulla di cui stupirsi, se consideriamo che lo stesso referendum che oggi noi ricordiamo fu scandito da vicende tanto discutibili e opportunamente occultate sul nascere perché soprattutto in quei giorni era troppo pericoloso e imbarazzante parlarne apertamente. Ora, però, a tre generazioni circa di distanza, si direbbe che i tempi siano sufficientemente maturi per discuterne come si conviene e fare determinate ammissioni, come il fatto che questa Repubblica nacque con il piede sbagliato divenendo con il tempo uno Stato di fatto ma non di diritto.

Re Umberto II al voto referendario;


Quella relativa al voto è una forma di libertà unica nel suo genere per importanza, ed è grazie ad esso che la democrazia può sperare di sopravvivere al meglio: ognuno di noi può e deve esprimere una preferenza affinché il sistema imbocchi la direzione migliore nell’ interesse generale, senza esclusivismi. Una votazione ha quindi bisogno di svolgersi in un ambiente sereno e spontaneo, libero da interferenze e pressioni, e già queste considerazioni a mio parere pongono seri dubbi sulla validità di un plebiscito avvenuto in un Paese che soltanto l’ anno prima era uscito pesantemente sconfitto da una guerra disastrosa e che continuava ad essere occupato da ben tre potenze vincitrici, ossia Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, ognuna delle quali aveva tutto l’ interesse a pilotarne i risultati al fine di infiltrarsi meglio nella politica locale ed influenzarla a proprio vantaggio.

Il referendum del 2 e 3 giugno 1946 era stato previsto già due anni prima, con il decreto luogotenenziale 151 del 25 giugno 1944, una volta che la guerra sarebbe stata conclusa. Sua Altezza Reale il Principe Umberto di Piemonte, Luogotenente del Regno dal 5 giugno 1944, decretò che la forma istituzionale dello Stato sarebbe stata scelta tramite un referendum da indirsi contemporaneamente all’ elezione dell’ Assemblea costituente. Gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia o Repubblica, e per la prima volta avrebbero votato anche le donne. L’ affluenza popolare fu molto elevata, dai dati ufficiali si registrò infatti una partecipazione pari all’ 89.1% degli aventi diritto. La prima anomalia pratica di tale consultazione, però, fu che non poterono recarsi a votare coloro che si trovavano ancora al di fuori dei confini nazionali, come i prigionieri di guerra non rimpatriati, i residenti nelle colonie, gli abitanti di Trieste, Gorizia, provincia di Bolzano, trecentomila profughi in Venezia-Giulia e Dalmazia, i tanti sprovvisti degli adeguati certificati elettorali: le autorità fecero sapere che questi italiani, quasi tre milioni in tutto, avrebbero votato in seguito, ma alla fine così non fu!

Una volta terminate le operazioni di voto, le schede furono trasferite nella Sala della Lupa a Montecitorio, ove, in presenza della Corte di Cassazione, degli ufficiali britannici e statunitensi e della stampa, iniziarono le operazioni di spoglio. Il 4 giugno i Carabinieri comunicarono a Papa Pio XII che la Corona era in vantaggio, e il giorno successivo il Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi annunciò a Umberto, nel frattempo divenuto Re a seguito dell’ abdicazione del padre Vittorio Emanuele III, che il popolo si era espresso a favore della forma monarchica: a conferma di ciò giunsero a Roma i rapporti dell’ Arma provenienti dai seggi che confermavano la vittoria della Monarchia.

Re Vittorio Emanuele III al fronte nella Grande Guerra;


Tuttavia, nella notte tra il 5 e il 6 giugno i risultati si capovolsero con l’ immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza, tanto che analisi statistiche successive evidenziarono quanto il numero delle schede considerate valide fosse di gran lunga superiore a quello dei possibili elettori. Ebbe luogo pertanto uno scontro senza esclusione di colpi tra i servizi segreti statunitensi, favorevoli alla Repubblica, e quelli britannici, orientati verso la Monarchia, mentre le truppe del Maresciallo Tito di Jugoslavia si dichiararono pronte a varcare il confine nel caso in cui la forma repubblicana, ovviamente a maggioranza comunista, non avesse prevalso. Contemporaneamente, furono avviati migliaia di ricorsi per chiedere un conteggio più attento delle schede elettorali, ma il 10 giugno la Corte di Cassazione proclamò i risultati: 12.672.767 voti per la Repubblica e 10.688.905 in favore della Monarchia. Il verbale concludeva precisando che la stessa Cassazione avrebbe reso in altra sede il parere sulle contestazioni e i reclami presentati presso gli uffici delle varie circoscrizioni, nonché circa l’ esito definitivo del voto. Alla notizia che la Repubblica aveva prevalso, in molte città del Meridione, ove la Monarchia aveva raggiunto un risultato notevole, scoppiarono proteste e tafferugli: celebre per drammaticità fu l’ episodio ricordato come la strage di via Medina, avvenuto l’ 11 giugno a Napoli, quando un corteo cercò di assaltare la sede del PCI in cui si esponeva oltre alla bandiera rossa con falce e martello anche un Tricolore privo dello stemma sabaudo, venendo bloccato dalla polizia che rispose aprendo il fuoco uccidendo nove manifestanti e ferendone un centinaio. Tra i giovani comunisti vi era anche Giorgio Napolitano. Io penso che questo particolare dramma debba rappresentare una lezione di prudenza e saggezza da tenere laddove il clima è particolarmente caldo.


Contrariato al pensiero dei numerosi indizi di brogli e deluso dal fatto che non era stato rispettato il decreto luogotenenziale del 1944 nella parte in cui recitava che la forma istituzionale vincitrice avrebbe dovuto aggiudicarsi il voto della «maggioranza degli elettori votanti», in quanto la Cassazione nel conteggiare il totale non aveva preso in considerazione le schede nulle e quindi vi era la possibilità che nessuna delle due alternative avesse raggiunto la metà più uno dei voti, Sua Maestà Umberto preferì prendere atto del risultato e lasciare l’ Italia alla volta del Portogallo, evitando così che le proteste già in atto in un Paese spaccato in due sfociassero nella guerra civile. Altro che i politici repubblicani di oggi, proverbialmente legati alla propria poltrona con tutte le comodità e privilegi che ne derivano!

L’ ultima parola sull’ esito della consultazione sarebbe spettata alla Cassazione che, il 18 giugno, con il voto di dodici magistrati contro sette, stabilì che per «maggioranza degli elettori votanti» si dovesse intendere la prevalenza dei soli voti validi. Inoltre, dopo aver respinto tutti i ricorsi, pronunciò l’ esito definitivo della votazione, in favore della Repubblica. Nei mesi seguenti, in diverse zone d’ Italia vennero ritrovati sacchi contenti schede elettorali votate e prive di elementi invalidanti, ma ormai la questione concernente il referendum era chiusa. Con il pronunciamento della Suprema corte ogni voce dissidente tacque e la forma repubblicana non fu mai più messa in discussione. Tutto ciò è solo una parte di ciò che venne riferito da alcuni protagonisti dell’ epoca nel corso dei decenni. Negli anni successivi al 1946 furono raccolte altre dichiarazioni, come quella del gesuita Giuseppe Brunetta che narrò come nelle cantine del Quirinale egli stesso aveva visto casse contenti schede mai aperte, ma il loro peso non può essere che storico dal momento che politicamente non si può più tornare indietro.


Forse non sapremo mai che cosa accadde davvero in quei giorni così drammatici, che molto peso ebbero nella storia del Paese, ma di certo si può constatare quanto l’ Italia si divise, e con dolore, tra un Settentrione repubblicano e un Meridione monarchico, con un popolo che rimase unito soltanto nel desiderio di partecipare in massa per determinare il proprio destino, ambizione che a quasi ottant’ anni sembra purtroppo essersi spenta come una candela.

Peggio ancora, pare evidente l’ insincerità di una Repubblica che, dopo essere nata in un contesto dubbio e violento, per quanto si vanti di aver rotto i ponti con il Fascismo, negli anni volle al proprio servizio svariati ex funzionari fascisti, camicie nere e altre figure inquietanti che, benché accusate da Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia e dagli angloamericani per crimini di guerra, mai furono processate in Italia o epurate, estradate all’ estero o giudicate dai tribunali internazionali: piuttosto, tutti loro furono reinseriti negli apparati dello Stato democratico con ruoli di primo piano, divenendo questori, prefetti, capi dei servizi segreti, deputati e ministri. Tra coloro che non si macchiarono di colpe ma che parteciparono al governo fascista e ne condivisero le idee vi furono ad esempio Giovanni Gronchi, sottosegretario al Ministero dell’ Industria nel primo governo Mussolini e poi terzo Presidente della Repubblica; Giuseppe Pella, Vice Podestà della città di Biella e poi secondo Presidente del Consiglio dei ministri e più volte ministro; Amintore Fanfani, che si espresse favorevolmente per il Manifesto della razza e le leggi razziali del 1938, poi padre costituente e Presidente del Consiglio dei Ministri; Aldo Moro, in gioventù di aperte simpatie fasciste avendo aderito ai Gruppi universitari fascisti, favorevole al sostegno italiano alla guerra civile spagnola e all’ intervento nel 1940 a fianco della Germania vedendo nel Fascismo il miglior sistema politico atto a garantire tale integrazione politica, civile e morale, ovvero cristiana, e poi a sua volta Presidente del Consiglio; Giovanni Spadolini, dalle giovanili simpatie per il Fascismo repubblichino fino al 1944, quando lamentò che avesse perso «a poco a poco la sua agilità e il suo dinamismo rivoluzionario, proprio mentre riaffioravano i rimasugli della massoneria, i rottami del liberalismo, i detriti del giudaismo», primo Presidente del Consiglio dei ministri non democristiano. Notevole fu poi il caso di Giuseppe Pièche, uomo di fiducia di Mussolini e poi di Mario Scelba, Presidente del Consiglio negli anni Cinquanta. E poi accusiamo la Monarchia di complicità con il Fascismo, in nome della democrazia tipicamente repubblicana! Altri personaggi cupi che nella neonata Repubblica divennero assai influenti venivano dall’ ala dura dei partigiani, come i comunisti Palmiro Togliatti e Pietro Secchia, di aperte simpatie sovietiche, e Francesco Moranino, capo partigiano responsabile di svariati delitti ed eccidi, prima tra tutte la strage della missione Strassera. Molti di loro si erano comportati come terroristi, avevano compiuto inaccettabili abusi ed eccessi in nome dell’ ideologia rossa, arrivando anche ad uccidere compagni d’ armi di differente orientamento politico, trovando poi protezione in svariati Paesi comunisti, come la Cecoslovacchia o la stessa Unione Sovietica. Tutte cose su cui grandi gruppi quali l’ Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia tendono opportunamente a tacere in occasione del 25 aprile…

Giacomo con il Duca Aimone di Savoia;


Il 1 gennaio 1948 venne infine approvata nella Costituzione repubblicana la XIII disposizione transitoria, abrogata dopo ben cinquantaquattro anni nell’ ottobre 2002: «I membri e i discendenti di Casa Savoia non sono elettori e non possono ricoprire uffici pubblici né cariche elettive. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. I beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato. I trasferimenti e le costituzioni di diritti reali sui beni stessi, che siano avvenuti dopo il 2 giugno 1946, sono nulli.». Una simile norma ha rappresentato una vera e propria violazione delle regole democratiche del referendum, nel tentativo di salvaguardare la Repubblica dal pericolo di un ritorno alla Monarchia, tacciata di aver permesso la soppressione della democrazia prima, e l’ entrata in guerra poi. Quanto all’ esilio dei Savoia, peraltro, da qualche anno io faccio sempre notare che la vedova e i quattro figli di Mussolini vennero tranquillamente lasciati vivere in Italia, senza che nessuno mai pensasse di rivalersi su di loro espropriandoli dei beni e obbligandoli a lasciare il Paese come punizione per le colpe del famigliare defunto: ecco l’ ennesimo esempio dei due pesi e delle due misure tipiche dell’ ipocrisia della mentalità italiana!


Sotto un aspetto storico, le attuali generazioni di italiani non hanno idea che la Monarchia subì il Fascismo, che parimenti cercò di moderare, con il Re che contò sempre sulla lealtà delle forze armate, della burocrazia statale, della magistratura e della diplomazia benché il Fascismo potesse vantare una certa simpatia ad ogni livello della società, soprattutto tra la borghesia e la nobiltà che avversavano il Comunismo. All’ indomani della marcia su Roma del 28 ottobre 1922, Benito Mussolini ricevette come Presidente del Consiglio incaricato ben trecentosei voti di fiducia in Parlamento: quelli contrari furono solo centododici, e i deputati fascisti appena trentacinque. Il Duce salì al potere con una combinazione tra uso della forza, esibita e minacciata con la mobilitazione teatrale degli squadristi, e rispetto formale della legge: per assurdo, la Repubblica ha sempre dato tutta la colpa al Re, omettendo il fatto che i partiti democratici del tempo, dai popolari ai liberali, votarono tutti la fiducia al Fascismo. Ventun anni dopo, il 25 luglio 1943, nel pieno rispetto della via costituzionale Vittorio Emanuele III sostituì Mussolini e pose fine alla dittatura grazie al voto di sfiducia del Gran Consiglio del Fascismo, massimo organo del Partito Nazionale Fascista divenuto negli anni il supremo organo costituzionale del Regno d’ Italia, quando invece in Germania Adolf Hitler era capo sia dello Stato e che del Governo, ragion per cui nessuno riuscì a liquidarlo e la Germania, che era una Repubblica dal 9 novembre 1918, finì distrutta e divisa…

Le leggi razziali fasciste furono una vergogna di cui tutto il sistema italiano fu responsabile, ma occorre ricordare che Vittorio Emanuele, legato al suo ruolo di sovrano costituzionale, le firmò nel 1938 in quanto già vagliate dai competenti organi dello Stato secondo l’ iter tipico di un sistema parlamentare. Lui non era neppure razzista e men che meno antisemita, tanto che il medico di corte, il dottor Stukjold, era ebreo, come il ginecologo professor Valerio Artom, medico curante di Sua Altezza Reale la Principessa Maria José, moglie di Umberto, che il Sovrano nominò barone di Sant’ Agnese nel 1927 e che aiutò a espatriare in Svizzera. Vanto di Casa Savoia era stato, quasi un secolo addietro, la concessione per mezzo dello Statuto Albertino dei diritti civili e politici ai cittadini del Regno, compresi quelli di religione e discendenza ebraica. Per tali ragioni Vittorio Emanuele non perse l’ occasione per far presente a Mussolini il proprio dissenso, pur tenuto dallo Statuto alla firma di quei provvedimenti scellerati e constatando con frustrazione di avere poche possibilità di opporsi efficacemente, anche tenendo conto del fatto che in quel momento storico il dittatore era all’ apice della sua popolarità, adorato dalle masse e tenuto in gran conto all’ estero, e indicato quale «uomo della Provvidenza» dal Papa. Sulla contrarietà del Re si espresse anche il Conte Galeazzo Ciano nei propri Diari privati il 28 novembre 1938: «Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova un’ infinita pietà per gli ebrei [...] Il Duce ha detto che in Italia vi sono 20000 persone con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei. Il Re ha detto che è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della 4 divisione alpina. Il Duce era molto violento nelle espressioni contro la Monarchia. Medita sempre più il cambiamento di sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni.».

In seguito, il 9 settembre 1943, dopo l’ accettazione dell’ Armistizio di Cassibile, dopo un’ iniziale esitazione il Sovrano fu convinto da Pietro Badoglio, nuovo Presidente del Consiglio succeduto al deposto Mussolini, circa la necessità di non cadere nelle mani tedesche e di abbandonare Roma per garantire la sopravvivenza delle istituzioni dello Stato in un luogo sicuro. Si narra che in un primo momento abbia risposto al capo di Governo: «Sono vecchio, anche se mi prendono cosa volete che mi facciano?». Badoglio, in seguito, scrisse: «Ora, se il Governo fosse rimasto a Roma, la sua cattura sarebbe stata inevitabile e i tedeschi si sarebbero affrettati a sostituirlo con un Governo fascista ed avrebbero subito provveduto ad annullare l’ armistizio. Bisognava ad ogni costo evitare questa disastrosa eventualità che avrebbe significato la completa rovina dell’ Italia.». Il Re, la Corte e il Governo si stabilirono a Brindisi: in Italia, dunque, e non all’ estero come tanti altri capi di Stato, ove il Monarca ricevette il riconoscimento internazionale e rappresentò lo Stato legittimo. Roma non poteva essere difesa con i suoi due milioni di abitanti, la presenza del Papa, tante opere d’ arte e monumenti storici. Sarebbe stata certamente una carneficina, e i nazisti, come successivamente dimostrato dalla strage delle Fosse Ardeatine, non avevano il pregio di porsi troppi scrupoli. La «fuga» del Re fu quindi un ritocco della propaganda nazista prima, e di quella antimonarchica poi: quello del Duce verso la Svizzera fu invece un effettivo fuggifuggi, e dall’ esito notoriamente drammatico e tuttora discusso poiché su di esso aleggia il sospetto di un ordine di eliminazione fisica impartito da Sir Winston Churchill al fine di celare adeguatamente i dettagli di una presunta corrispondenza precedentemente intrattenuta con il dittatore ormai caduto in disgrazia…

Giacomo con il suo Tricolore;


Che cos’ è quindi per me il 2 giugno?

Con una certa amarezza mi vedo costretto a rispondere di considerarlo uno dei più grandi fallimenti della storia italiana, da cui è scaturito un assetto istituzionale che ha mancato tutti gli obiettivi che si era posto, primo fra tutti quello di dare sovranità al popolo e rispettabilità alla nazione. Non v’ è infatti peggiore inganno del credersi sovrani ma di essere asserviti e vedere il proprio Paese in mano ad una conventicola di grotteschi cialtroni, dai vari Renzi e i Grillo, ai Di Maio e i Salvini, e così via discorrendo in un lungo elenco. Il diritto di voto è uno dei più importanti con cui la cittadinanza esercita quello di espressione, poiché per mezzo di esso si contribuisce alla conduzione della vita della Patria d’ appartenenza. Consente la sopravvivenza e la buona salute della democrazia, ma perché ciò avvenga non vi devono essere intimidazioni o pressioni di alcun tipo. Deve essere spontaneo, e consapevole. In un contesto come quello a cui si assistette nel 1946 non è possibile assicurare un esito veritiero e civile. Io che svolgo un mestiere, quello di autore, in cui l’ espressione è fondamentale, per quanto sia solamente l’ ultimo passaggio dato che è necessario innanzitutto individuare un argomento degno di interesse, sento molto l’ esigenza di una libera espressione, sia essa con la parola scritta o magari crociando una preferenza piuttosto che un’ altra sulla scheda elettorale. Se le elezioni non sono libere ma soggette a pressioni di qualsivoglia natura e provenienza, allora mi vedo costretto ad affermare che troverei più onesto vivere in una dittatura che ammette di essere tale piuttosto che in una democrazia fasulla ove il consenso popolare viene manipolato con la propaganda e con gli imbrogli di elezioni dall’ esito opportunamente indirizzato al fine di preservare l’ ordine costituito a beneficio di pochi oligarchi. A questo proposito faccio sempre l’ esempio delle contraddizioni della nostra attuale Costituzione, il cui Articolo 139 recita: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.». Dopo quasi ottant’ anni molto di ciò che la carta costituzionale afferma dal 1948 può e dovrebbe essere adeguato ai tempi attualmente in corso, magari sbloccandone la rigidità che in un primo momento poteva essere comprensibile nella necessità di assicurare il consolidamento dello Stato in quegli anni turbolenti, e comunque questo particolare concetto di per sé contraddice l’ Articolo 1: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.».

La Monarchia, malgrado la campagna di criminalizzazione scatenata contro di essa e la sconfitta militare, non si macchiò di colpe o crimini, e secondo gli stessi dati ufficiali al referendum raccolse quasi la metà dei voti del popolo italiano: un risultato certamente non da poco, anzi. Oggi si celebra il capolinea dell’ immagine pubblica del Belpaese, e mai come in queste ore sento il bisogno di esibire il mio amatissimo Tricolore!


Giacomo Ramella Pralungo

sabato 4 giugno 2022

Giacomo incontra Casa Savoia a Superga


All’ indomani del 2 giugno, Festa della Repubblica Italiana istituita per ricordare l’ esito del referendum istituzionale del 1946 che chiamò gli italiani a votare per la Monarchia o la Repubblica, Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e di articoli storici e culturali, Nobile di Firenze e Biella e convinto monarchico legato al ramo dei Duchi d’ Aosta di Casa Savoia, questa mattina ha raggiunto la Basilica di Superga ove ha partecipato alla Messa solenne in occasione del primo anniversario della scomparsa di Sua Altezza Reale il Principe Amedeo di Savoia Aosta, V Duca d’ Aosta e riconosciuto dalla Consulta dei senatori del Regno quale erede al Trono d’ Italia, in occasione della quale ha avuto modo di incontrare personalmente la Famiglia Reale e rendere omaggio al Reale estinto.


Questo è il suo primo «evento reale». Che effetto le fa essere qui oggi?


«Sono felice di esserci, è davvero un grande onore. Dove mi vuole il mio Re, lì devo essere. E’ meraviglioso per me poter partecipare ad un evento così importante, a cui ha presenziato addirittura la Famiglia Reale, che ho avuto il privilegio di incontrare e salutare. Come storico, poi, devo aggiungere che in questo celebre luogo mi pare davvero di vivere concretamente la nostra Storia, in ogni senso. E’ un’ opportunità rara e preziosa, un vero dono che sento di aver ricevuto dalla vita.».


Lei avrebbe desiderato incontrare il Principe Amedeo quando era in vita, vero? Che cosa gli avrebbe detto?

Il Duca Amedeo di Savoia Aosta;


«Sì, sì! Avrei tanto voluto incontrarLo di persona ma il destino ha purtroppo deciso diversamente. Morì lo scorso anno per arresto cardiaco a settantasette anni. In qualità di italiano, ancor prima che come monarchico, Gli avrei espresso il mio apprezzamento e stima. Lo avrei ringraziato nonostante i pregiudizi attualmente diffusi tra le attuali generazioni sul ruolo di un’ antica Monarchia in un moderno Stato democratico e quello di una Casa che, indipendentemente dalla retorica, nelle persone di Re Carlo Alberto prima e di Vittorio Emanuele II poi fu la sola a scendere in campo mettendo a disposizione i propri ministri, diplomatici e soldati trovandosi spesso sulla sua strada ostacoli rappresentati dalle altre dinastie italiane che, per quanto rispettabili e di antico lignaggio, erano ancora saldamente legate ad altri interessi ormai superati dal tempo. Avendo studiato un po’ la storia di Casa Savoia e dell’ Italia prerisorgimentale, ho capito quanto sia stato serio il Suo impegno, e come lo abbia svolto per così tanti anni in modo sempre impeccabile, rispondendo a un altissimo senso del dovere di cui è difficile, oggi, trovare altri esempi in eguale misura.».


Lei è monarchico da molti anni. Che cosa rappresenta per lei la Monarchia?


«Una Monarchia è un sistema istituzionale dal forte potere simbolico. Un Re è una figura priva di orientamento politico, ragion per cui quando parla si rivolge a tutto il suo popolo. Anche la Famiglia Reale suscita molta attenzione e rispetto: quando un Reale, sia esso il Re o un Principe, si reca in visita per il Paese trova sempre una moltitudine di persone che desiderano vederlo. Nei Paesi monarchici c’ è molto interesse da parte del popolo per la vita pubblica, c’ è più senso di coesione come in famiglia. Reali e aristocratici incarnano i valori fondamentali della società, sono chiamati a dare il buon esempio secondo un forte spirito di servizio. In un’ epoca di decadenza, in cui le guide politiche vanno e vengono e sono sempre meno capaci, tocca quasi esclusivamente al Re il compito di preservare alto il prestigio della nazione. Al contrario dei politici, che spesso cambiano missione a seconda degli umori dell’ elettorato, il Sovrano è costante nella sua missione e nella visione delle cose, che deve saper adattare ai cambiamenti. Sa esattamente che cosa deve fare e che cosa invece deve evitare di occuparsi. Nel discorso di Natale del 1957, ad esempio, Elisabetta II del Regno Unito disse ai Suoi sudditi: ‘Non posso guidarvi in battaglia. Non posso darvi leggi o amministrare la giustizia, ma posso fare qualcosa di diverso. Posso dare il mio cuore e la mia devozione a queste vecchie isole, e alla nostra fratellanza di nazioni.’.».


Quindi, per lei la Monarchia supera la Repubblica perché più adatta a garantire l’ interesse generale.

La bandiera reale di Giacomo;


«Certamente. Grazie alla sua continuità, alla sua autonomia rispetto alle parti, alla sua identificazione con lo Stato e le sue istituzioni fondanti, la Monarchia ereditaria sottrae il vertice dello Stato al conflitto delle elezioni ricorrenti e settarie. Il Re è preparato fin dalla giovinezza al suo ruolo di custode dello Stato e della Costituzione, rivolto a tutti i Suoi sudditi, mentre un Presidente della Repubblica viene scelto dal Parlamento per elezione, e fin qui non ci vedo nulla di male, però arriva al vertice della Repubblica dopo una lunga carriera in almeno un partito e una volta insediato deve rendere qualcosa a chi lo ha sostenuto, quindi diventa una figura alquanto faziosa. Si potrebbe mai chiamare un calciatore a metà partita e affidargli il ruolo di arbitro? Pura follia… Alla Monarchia compete un ruolo di riflessione perché la dinamica sociale, civile e istituzionale sia condotta entro limiti più pacati e graduali. Indipendentemente dagli schieramenti e dalle ideologie. A questo io aggiungo sempre il fatto che la Monarchia ha saputo garantire la democrazia più a lungo dell’ attuale Repubblica: dalla concessione da parte di Re Carlo Alberto dello Statuto Albertino nel 1848, che fu la prima costituzione scritta apparsa tra i Regni italiani preunitari e la sola che non venne mai ritirata, rimanendo in vigore per ben novantotto anni fino al 1946, vi fu un’ interruzione legata al solo ventennio fascista. Lo stesso Statuto Albertino riconobbe agli ebrei pari diritti in confronto al resto della popolazione, e Re Carlo Alberto ne nobilitò molti: una straordinaria novità storica!».


In molti però accusano ancora oggi Re Vittorio Emanuele III e quindi la Monarchia in generale di complicità con il Fascismo, tra la dittatura, le leggi razziali, la guerra a fianco del Terzo Reich e la fuga da Roma.

Re Vittorio Emanuele III, penultimo sovrano italiano;


«In realtà, la Monarchia subì il Fascismo pur cercando di moderarlo e rappresentando un deterrente assai significativo alla trasformazione di questa dittatura in un totalitarismo. Sua Maestà Vittorio Emanuele III era di formazione liberale ed estremamente rispettoso delle procedure formali. In quanto monarca costituzionale era soggetto ai dettami dello Statuto Albertino, che aveva reso possibile la trasformazione della Monarchia costituzionale italiana in un sistema parlamentare similmente alla Corona britannica. Come Sovrano deteneva i tre poteri ma li delegava a Governo, Parlamento e Magistratura, che li esercitavano in Sua vece. L’ Italia uscì vittoriosa dalla Grande Guerra, ma abbattuta economicamente e moralmente, pertanto visse un periodo di forti tensioni sociali e politiche. Tra il 1918 e il 1922 si susseguirono ben cinque governi di brevissima durata. Le responsabilità dell’ ascesa al potere del Fascismo furono dovute all’ incapacità delle forze partitiche liberali, democratiche, cattoliche e socialiste di assicurare una corretta governabilità alla nostra nazione, di perseguire forme pacifiche di convivenza sociale. Il Fascismo non fu la causa ma il sintomo della crisi dell’ assetto politico rappresentativo nell’ emergenza delle prime formazioni di massa. Nel 1922, Mussolini ebbe alla Camera dei deputati trecentosei voti a favore e centosedici contrari, mentre in Senato contò centonovantasei voti favorevoli e diciannove voti contrari. I deputati fascisti erano solo trentacinque. Il nuovo Governo era formato da nazionalisti, liberali e popolari, ossia gli esponenti dei partiti democratici del tempo. Troppo comodo dare tutta la colpa al Re, non trovate? I partiti democratici dell’ epoca, tra popolari e liberali, votarono la fiducia al futuro Duce. Si accusò il Sovrano di debolezza e immobilismo dinnanzi al delitto Matteotti e all’ instaurazione della dittatura, ma per potersi muovere contro il Suo Capo di Governo aveva bisogno di un atto di sfiducia e di incriminazione da parte del Parlamento, che non vennero mai. Nel 1938 firmò le leggi razziali promulgate dal Governo come previsto dalla procedura costituzionale, e poi queste furono largamente votate dal Parlamento. Certamente, avrebbe potuto rifiutarsi e salvarsi la coscienza con l’ abdicazione, ma il dittatore aveva sufficientemente spazio politico e forza materiale per fondare, sia con una certa forzatura, una Repubblica fascista con la quale avrebbe ufficializzato comunque le leggi razziali, e magari con conseguenze anche peggiori di quanto noi oggi ricordiamo. Solo il voto del Gran Consiglio del Fascismo del 1943 permisero di mandare il Duce in disarmo in favore del maresciallo Pietro Badoglio. E l’ abbandono di Roma da parte del Re e del Presidente del Consiglio dei Ministri all’ alba del 9 settembre 1943 alla volta di Brindisi non fu una fuga ma un trasferimento entro il territorio nazionale in una città libera dal controllo tedesco e non occupata dagli angloamericani, dove avvenne il pieno riconoscimento internazionale e continuarono a rappresentare lo Stato legittimo. Si narra peraltro che il Re non volesse neppure lasciare la capitale, sentendosi ormai vecchio, stanco e superato dalla storia, ma accettò dietro l’ insistenza del Suo nuovo capo di governo. Quella di Mussolini fu invece una fuga in piena regola, peraltro alla volta dell’ estero, che si concluse con la sua cattura ed esecuzione da parte dei partigiani. Senza il contrappeso monarchico, la via verso la degenerazione totalitaria del Fascismo sarebbe stata più semplice.».


Lei ha più volte ricordato che sua madre, Gabriella Rosada, era di simpatie monarchiche.

Un giornale dell’ epoca dubita dei risultati del voto;


«Esattamente, lei parlava sempre favorevolmente e con passione della Monarchia, che riteneva una parte molto importante della nostra tradizione. Ricordo ancora di quando avevo tredici anni, correva l’ anno 1997, quando in televisione trasmisero un servizio sul referendum del 1946 e la conseguente partenza per l’ esilio in Portogallo di Sua Maestà Umberto II. Disse fumando una sigaretta: ‘In quei giorni vinse il Re, ma Gli rubarono ben due milioni di voti!’. All’ epoca del referendum aveva tre anni, e ricordava le discussioni che si erano tenute in casa sua, anche nei periodi successivi. Poco tempo dopo alcuni giornalisti intervistarono Sua Altezza Reale il Principe Vittorio Emanuele, figlio di Re Umberto, chiedendoGli se sarebbe stato disposto a giurare fedeltà alla Repubblica per poter rientrare in Italia. Lei mi disse che stavano cercando di tenderGli un tranello, volevano metterlo in difficoltà tramite un tema spinoso e quindi gettare discredito su Casa Savoia e la Monarchia: ‘La dittatura e la guerra non furono colpa del Re o della Sua Famiglia, ma con la morte del Duce finirono con il diventare il capro espiatorio di tutti i mali. E il Principe ha pagato per colpe non Sue.’. Oggi, trovarmi qui mi fa un certo effetto perché ho avuto il privilegio e l’ onore di incontrare personalmente i Reali in quella che possiamo definire la Culla della Loro Casa, un’ opportunità che purtroppo lei non ha mai avuto. Se fosse qui me lo direbbe senza mezzi termini: ‘Figlio, guarda che ci sono monarchici che aspettano per tutta la vita questa possibilità. Ora non ti resta che sperare in un veloce ritorno del Re al Quirinale.’.».


La sua presenza qui, oggi, conferma che sostiene il ramo dei Savoia Aosta.

I principi Amedeo e Aimone;


«Oh sì! Sono da sempre molto legato a questo particolare ramo di Casa Savoia, che ebbe origine nel 1845 con il Principe Amedeo, terzogenito di Re Vittorio Emanuele II. Credo che Sua Altezza il Duca Amedeo, con la Sua intelligenza e cultura, la Sua cordialità e compostezza dei tempi perduti fosse il più consono a portare la Corona. Peraltro, è stato sorprendente per me apprendere, come ricordato il 9 giugno 1935 da Suo padre, Sua Altezza Reale il Duca Aimone, durante la Sua visita a Biella, capoluogo della mia provincia, in occasione del I Circuito Automobilistico, che il ramo degli Aosta è legato al Biellese ‘da antichi vincoli di sangue’, come li definì, e che risalgono alla consorte del I Duca di Aosta, Sua Altezza Reale la Principessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, appartenente ad un casato principesco che fiorì nel Quattrocento proprio a Biella. Un mio amico mi ha peraltro informato che il compianto Principe Amedeo era molto conosciuto a Santhià, nella vicina provincia di Vercelli, in quanto detentore del castello di Vettignè, edificio medievale che gli Aosta avevano acquisito in dote dal casato dei Dal Pozzo, e che Sua Altezza Imperiale e Reale il Principe Martino d’ Austria-Este, cugino degli Aosta, oggi vive tra Tronzano e Sartirana dove coltiva le risaie ereditate dalla comune antenata: trovo assai piacevole sapere che la Casa Reale e i suoi parenti siano in qualche modo legati alla mia terra. A tutto ciò si aggiunge anche la grande attenzione che i Savoia hanno sempre avuto per il Santuario di Oropa, ai piedi delle Alpi Biellesi e legato al culto della Madonna e che quindi hanno mirato ad inserire nella più ampia religiosità piemontese, visitandolo spesso ed destinandovi generose donazioni. Pur non essendo affatto un credente a me piace molto recarmi visita ad Oropa ogni volta che posso: è un luogo semplice e maestoso immerso tra enormi montagne, e mi fa piacere che costituisca un punto di contatto con la Monarchia.».


Lei ha avuto la possibilità di salutare il Principe Aimone. Come le è sembrato?

Giacomo e il Principe Aimone;


«Credo che sia una persona molto distinta e senza alcun desiderio di ostentazione. ParlandoGli, ho percepito garbo e semplicità, e ho visto che ha volentieri dedicato un po’ di tempo a tutti. Non cerca di intrattenere il pubblico, ma di essere costante e dedito al dovere. Tenta di dare un esempio pacato, che rifletta la vita della gente anziché delle alte caste. L’ ho visto comportarsi come chi non ha bisogno di pubblicità e quindi sta al proprio posto svolgendo la propria funzione senza badare al cambiamento delle mode e attirare l’ attenzione su di sé, il proprio abbigliamento o stile di vita. Altro che i nostri attuali ministri e parlamentari, costantemente alle prese con interviste televisive o radiofoniche, ben vestiti, truccati e pettinati, lasciando il dubbio che si presentino ben poco in ufficio! In chiesa, peraltro, ha ricordato Suo Padre in forma puramente personale e non politica, raccontando qualche episodio di vita famigliare apparendo visibilmente commosso, finché ad un tratto si è dovuto fermare guardando in alto: alta commozione! La Duchessa Silvia, vedova di Sua Altezza Reale, a Sua volta si è interrotta due volte per il pianto ricordandone l’ umanità, la gentilezza, l’ estroversione accompagnata al tempo stesso da un tocco di riservatezza.».


Lei crede davvero che un giorno la Monarchia tornerà in Italia?

Lo svolgimento della Messa di suffragio per Amedeo;


«Sì, lo credo fermamente. Tutto può succedere. A questo proposito occorre abrogare l’ Articolo 139 della Costituzione della Repubblica, secondo cui la forma repubblicana dello Stato non può essere oggetto di revisione, contraddicendo quanto affermato dall’ Articolo 1, secondo cui la sovranità appartiene al popolo. Di fatto, a settantasei anni dai dubbi risultati di quel referendum all’ indomani della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra civile italiana, ci viene impedito in modo antidemocratico di esprimere il nostro parere. Oggi, a ben pensare, la nostra Costituzione, formulata nel 1947 ed entrata in vigore l’ anno dopo, conserva disposizioni e articoli che oggi, in un mondo profondamente cambiato da allora, andrebbero rivisti o addirittura revocati. Dopo tutto, è già stata abrogata la XIII disposizione transitoria e finale che vietava agli ex Re sabaudi, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi l’ ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale, nonché di ricoprire uffici pubblici e cariche elettive, ragion per cui un giorno ritengo effettivamente possibile che il Quirinale ritrovi la sua dignità di Reggia.».


E il Principe Aimone sarebbe all’ altezza del ruolo di Re, secondo lei?

Il Principe Aimone ricorda Suo Padre;


«Credo proprio di sì. Ho avuto l’ idea di una persona ferma, abituata alla semplicità e all’ assennatezza. La Sua sola presenza è rassicurante e suscita grande rispetto. Pensa sempre bene, prima di parlare. Grandi qualità alla portata di tutti noi ma che i nostri politici curiosamente non si prendono la briga di coltivare, purtroppo. Pare tipico dei più grandi signori. Io vedo in Lui una certa continuità con Suo Padre. Un Capo dello Stato come Sua Altezza Reale darebbe facilmente un tocco di classe e dignità alla nostra carissima Italia. Chi Lo conosce Lo descrive come un signore riservato, quindi poco conosciuto al grande pubblico. In rete non è facile trovare informazioni dettagliate su di lui. Ha ricevuto un’ educazione rigosa e leggera al tempo stesso, basata sul dovere e la libertà. E’ molto ben educato e poliglotta, non troppo rigido in quanto un principe deve essere a suo agio in una corte come Buckingham Palace quanto in una trattoria di campagna. E’ un uomo discreto che non ha mai fatto parlare di Sé con scandali o gesti di troppo. Dovere e riservatezza sono le Sue parole d’ ordine.».


Per un curioso gioco del destino, il Principe Amedeo morì un anno fa il 1° giugno, esattamente un giorno prima della Festa della Repubblica Italiana. Lei come vive il 2 giugno?

L’ ingresso della Basilica di Superga dopo la Messa;


«In quanto italiano guardo sempre con piacere in TV la sfilata militare. Ne subisco il fascino e penso che oggigiorno sia tra le poche cose che attualmente sappiano avvicinare e unire il nostro popolo, a causa della sua valenza simbolica. Ovviamente, però, dato il mio orientamento monarchico non vivo serenamente la ricorrenza appena trascorsa ma neppure con spirito di polemica. Mi si permetta soltanto di ricordare che le unità militari coinvolte nei festeggiamenti del 2 giugno furono costituite dagli stessi Savoia, quindi le attuali generazioni di italiani tengano presente che tutto in Italia iniziò ben prima del referendum del 1946. Il 2 giugno si dovrebbe ricordare un po’ di più Sua Maestà.».


Ora che ha finalmente visto la Basilica di Superga, come le pare questo posto?

La Basilica di Superga;


«E’ un luogo meraviglioso che, monarchici o no, va visitato almeno una volta nella propria vita. Qui si tocca con mano la storia sia subalpina che italiana, la si vede ovunque e la si respira nell’ aria. Sono molto fortunato a vivere ad appena cinquantotto chilometri da qui, e me ne rendo conto appieno solo ora che sono reduce da quasi quindici anni nella lontana Africa occidentale. Sono davvero un privilegiato!».


Lei soffre il mal d’ Africa, a proposito?


«Direi proprio di no, sono un italiano abbastanza atipico (risata)! Anche se devo confessare che avrei visitato ben più volentieri quella settentrionale, come l’ Egitto o la Tunisia, e soprattutto le nostre ex colonie, ossia Libia, Eritrea, Somalia e in particolare l’ Etiopia, terra unica e ricchissima di tradizioni e una cultura millenaria.».


Grazie per il suo tempo, e buona giornata.


«Grazie infinite.».

giovedì 17 marzo 2022

17 marzo 2022, i centosessantuno anni di una nazione


Il 17 marzo in Italia si celebra la Giornata dell’ Unità nazionale, della Costituzione, dell’ Inno e della Bandiera. E’ una ricorrenza molto importante, che onora la nascita dello Stato in seguito alla proclamazione del Regno d’ Italia nel 1861. La sua istituzione fu approvata in maniera definitiva con la Legge 222 del 23 novembre 2012. Pur rimanendo un giorno lavorativo, essa viene considerata come «giornata promuovente i valori legati all’ identità nazionale».

Quanto segue è una lettera scritta da Giacomo Ramella Pralungo, autore di libri di narrativa e articoli storici. Di orientamento monarchico e convinto sostenitore del ramo dei Savoia-Aosta, che attualmente fa capo al Principe Aimone, responsabile per la Federazione russa di Pirelli Tyre, di cui è vicepresidente, e ambasciatore dell’ Ordine di Malta presso la stessa nazione, lo scrittore sostiene da anni che il valore storico e simbolico di questo giorno sia una valida occasione di riflessione sui valori di cittadinanza e, soprattutto, di identità nazionale, sulla quale il popolo italiano pare tuttora seriamente discorde.

La proclamazione del Regno italiano;


Il 17 marzo 1861, il Parlamento del Regno di Sardegna proclamò la nascita del Regno d’ Italia con la Legge 4671, presentata in Senato dal Conte Camillo Benso di Cavour, allora Presidente del Consiglio dei ministri, e che dal successivo 21 aprile divenne la prima del nuovo Stato: Vittorio Emanuele II di Savoia assumeva quindi per sé e per i propri discendenti e successori il titolo di Re d’ Italia. Quarantesimo signore della sua Casa, il Re galantuomo, così chiamato perché una volta salito al trono non revocò lo Statuto Albertino promulgato dal padre e predecessore Carlo Alberto, accettando il sistema costituzionale pur essendo di idee reazionarie e rispettando le decisioni dei suoi ministri anche quando non concordava, scelse di conservare in segno di continuità dinastica il numerale «secondo», analogamente a Ivan IV Vasilyevich, noto come il Terribile, Gran Principe di Mosca che nel 1547 assunse per primo il titolo di Zar di tutte le Russie, e ai monarchi britannici, che preservarono lo stesso numerale in vigore dai tempi del Regno d’ Inghilterra. All’ unità d’ Italia, suddivisa in undici compartimenti territoriali, cinquantanove province, centonovantatré circondari e settemilasettecentoventi comuni, mancavano ancora Veneto, Trentino-Alto Adige, il Friuli-Venezia Giulia, Istria, Trieste e Lazio, che vennero gradualmente annessi nel 1866 e nel 1870, quando Roma, epicentro naturale del neonato Stato, venne espugnata dopo la famosa breccia di Porta Pia divenendo capitale l’ anno seguente, dopo Torino e Firenze. Nel 1918 fu la volta del Trentino-Alto Adige, acquisito dal decaduto Impero austroungarico. L’ ex Regno delle Due Sicilie era stato annesso nel 1860 a seguito della Spedizione dei Mille, composta dai celebri volontari al comando di Giuseppe Garibaldi, partiti nella notte tra il 5 e il 6 maggio dai pressi di Genova alla volta della Sicilia.

La riunificazione d’ Italia, avvenuta a ben quattordici secoli dalla caduta di Roma nell’ anno 476, è un valore al cento percento positivo e magnifico, noi tutti dovremmo essere infinitamente grati a grandi personaggi quali Giuseppe Mazzini, Re Vittorio Emanuele II, il Conte di Cavour e Giuseppe Garibaldi, senza dimenticare quella grande schiera di persone che operarono anonimamente e silenziosamente dietro le quinte senza mai ottenere il giusto tributo dalla Storia, per essere scesi in campo in tempi e modi differenti al fine di lasciarci in eredità un Paese libero e unito. Eppure, in quale modo quest’ unità venne raggiunta? E quali conseguenze ebbe? Nel 1961, in occasione del primo centenario dell’ unità, lo storico Ernesto Ragionieri rifletteva se il Risorgimento fosse veramente finito. Oggi, a centosessantuno anni da quella storica seduta parlamentare, l’ impressione è che sia ancora in pieno svolgimento, dovendo assicurare difficili ma importanti obiettivi quali la costruzione dell’ identità nazionale, la memoria e persino l’ imposizione di una politica efficace e senza tanti sproloqui. Peraltro, a prescindere dalla propaganda dell’ epoca e degli anni immediatamente successivi, esposta in modo abbellito e pomposo, l’ unità nazionale non venne fatta completamente bene, e nemmeno a furor di popolo: fu piuttosto un’ operazione di vertice dettata dalle esigenze della nascente borghesia, che oltre mezzo secolo prima era stata la vera vincitrice della cruenta Rivoluzione francese, di avere un mercato unico senza il quale l’ economia non sarebbe decollata. In molti vi videro il carattere annessionistico del casato sabaudo, nient’ altro che un allargamento degli antichi confini, «una conquista regia» come polemicamente si sarebbe detto in seguito. L’ Italia è un Paese notoriamente frammentato su tutti i fronti, perché da sempre è frammentata la sua storia: gli italiani non sono come i francesi che, dopo regni, rivoluzioni, imperi e repubbliche, si sentono un’ unica realtà al punto che l’ architettura e la lingua sono le stesse anche in regioni come la Rhône-Alpes e la Normandia, che nel Medioevo erano del tutto estranee, e hanno da tempo perduto l’ uso dei dialetti. Abbiamo alle spalle profonde differenze sociali, politiche e di cultura che ci hanno portato ad un marcato campanilismo e a un Risorgimento guidato tra mille difficoltà, pagine oscure e sbagli, per quanto alla fine si rivelò un fatto positivo che pose il Belpaese sotto l’ attenzione di tutti, specialmente in Europa, ove per la prima volta fu considerato persino con stupore e ammirazione. La realtà politica della penisola prerisorgimentale era intricata, un vero e proprio mosaico in cui regnavano molte grandi Case dalla linea di sangue di tutto rispetto come gli Asburgo d’ Austria, i Borbone-Parma, gli Asburgo-Este, gli Asburgo-Lorena e i Borbone delle Due Sicilie, in una situazione in cui tutte avrebbero potuto cogliere l’ opportunità di conseguire l’ unità sotto la propria Corona, ma alla fine rimasero soggette agli interessi delle potenze straniere e prive di iniziativa, quindi la storia si compì per mezzo dei Savoia, antichi signori feudali alpini di discendenza francese, in origine conti di Moriana e delle vie di Francia che transitavano per il Moncenisio e il San Bernardo, poi duchi di Savoia e signori delle terre tra il Rodano e il Po, e dal Settecento sovrani di Sardegna, che per secoli avevano resistito alle ambizioni di vicini assai più potenti, come francesi e austriaci, grazie ad una politica estera, dinastica e matrimoniale spesso spregiudicata, muovendosi tra rischi, divisioni interne e alleanze sorprendenti ricorrendo ai propri eserciti, statisti, ambasciatori e agenti segreti.

Una pubblicazione del 1961;


L’ Italia è una nazione contorta, e venne al mondo dopo un parto molto difficile. La tradizione attribuisce la paternità del Risorgimento al Conte di Cavour, con la sua genialità politica e diplomatica, ai limiti dell’ intrigo; al repubblicano Giuseppe Mazzini, con il vigore del suo idealismo; all’ anticlericale Giuseppe Garibaldi, con il suo carisma di condottiero militare e capopopolo; e a Vittorio Emanuele II, che con il suo realismo politico rinunciò all’ assolutismo a cui era fermamente orientato confermando quel sistema costituzionale che aveva consentito la formazione di una classe politica di levatura che negli altri regni italiani rimasti assoluti non si era invece imposta, e che con le sue maniere da popolano colpì la sensibilità della sudditanza italiana, da nord a sud, funzionando splendidamente come immagine dell’ unità nazionale equanime, al di sopra delle parti.​

Eppure, dietro la rappresentazione patriottica vi fu un articolato processo di trasformazione politica e sociale nel quale il ruolo di questi grandi protagonisti e il loro reciproco rapporto furono ben più complessi e meno ovvi. Tanto per cominciare, l’ unità culminata il 17 marzo 1861 zampillò come già affermato da una scelta promossa dalle classi sociali più elevate e da un antico disegno di espansione dinastica, come suggerito ad esempio dal titolo del Re, che volle continuare a chiamarsi Vittorio Emanuele II: l’ esigenza di avere un Paese unico e indipendente nacque dall’ intesa tra il ceto emergente della borghesia, forte delle professioni in ogni campo, dall’ agricoltura alla finanzia, di cui Cavour, detto il Tessitore per la capacità che ebbe nell’ unire l’ Italia, come tramando una tela, anche tramite astuzie e macchinazioni, fu un ben noto esponente, e la vecchia aristocrazia, seppur non del tutto convinta, per la quale la coscienza nazionale avanzava su precisi interessi politici ed economici: bisognava andare oltre l’ ormai antiquata condizione dello Stato patrimoniale, demanio cioè delle dinastie regnanti per diritto divino, dando vita ad un più ampio mercato nazionale in cui sviluppare le attività produttive e commerciali, accedendo ad un ruolo di classe dirigente politica e confermando il passaggio all’ assetto costituzionale e parlamentare. Vittorio Emanuele partecipò in prima persona a quest’ intesa, convinto che la Corona impersonasse il ruolo dominante dell’ aristocrazia, e che i ceti emergenti avessero bisogno della copertura reale per affermarsi: la borghesia puntava quindi ad uno Stato nazionale che rispondesse ai suoi interessi, e la Monarchia la aiutava a realizzarlo e si prestava a presiederlo. Il merito del sovrano sabaudo fu di essere il solo regnante italiano a capire che il processo costituzionale era irreversibile e occorreva adeguarvisi per sopravvivere incoraggiando poi forze sociali vive. La prospettiva nazionale avrebbe premiato le secolari ambizioni espansionistiche di una Casa che da otto secoli lottava per sopravvivere in un angolo d’ Europa molto difficile. Nei ventidue anni dall’ esplosione rivoluzionaria del 1848 alla breccia di Porta Pia del 1870, il Risorgimento procedette tra episodi gloriosi come la battaglia di Solferino e San Martino, la più grande dopo quella di Lipsia del 1813 e che per perdite superò quella di Waterloo, e l’ incontro di Teano, ma anche attraverso episodi meno romantici quali il bombardamento di Genova nel 1849, i plebisciti combinati per le annessioni dell’ Italia centrale, le agitazioni manovrate da carabinieri infiltrati, la corruzione e gli appoggi malavitosi alla marcia trionfale di Garibaldi in Meridione, l’ aspra repressione del brigantaggio e le leggi anticattoliche. Addirittura, gli accordi verbali segreti stretti tra il Conte di Cavour e l’ Imperatore Napoleone III dei francesi nella cittadina termale di Plombières non prevedevano neppure che tutta la penisola fosse unificata sotto la Corona sabauda: ai Savoia sarebbe infatti toccato il Settentrione, mentre un regno nel Centro, escluso il Lazio che sarebbe rimasto entro i confini dello Stato Pontificio, e un altro in Meridione sarebbero stati retti da due cugini del sovrano francese, ossia Gerolamo Bonaparte, consorte della principessa Maria Clotilde, primogenita di Vittorio Emanuele II, e Luciano Murat, figlio del più noto Gioacchino. Per volere del Tessitore, il Re Galantuomo fu costretto, e assai a malincuore, a cedere alla Francia imperiale Nizza e, soprattutto, la Savoia, quella regione storica nei pressi delle Alpi Occidentali che alla fine del X secolo era stata culla della sua Casa, ponendo il confine sul crinale alpino, secondo la linea delle «frontiere naturali».

Casa Savoia in epoca risorgimentale;


Oltre all’ indubbio e grande merito di averci consegnato un Paese, l’ unità ebbe molte conseguenze poco rosee: il neonato Regno si presentò sulla scena europea come ultima tra le maggiori potenze e prima tra le minori; era socialmente arretrato; in politica estera doveva risolvere le questioni territoriali con l’ Austria imperiale e il papato, mentre in quella interna doveva mutare in un’ unica realtà tante regioni molto diverse per consuetudini amministrative, economiche e sociali. Si dovevano unire codici, bilanci e forze armate con un sistema generale, stabilire una politica economica e una direzione governativa precise oltre che valide alleanze. Questa complessa opera di costruzione fu attuata con metodi spesso brutali, anche se in modo fluente e saldo nei diciassette anni di regno di Vittorio Emanuele, innanzitutto tramite un rigoroso e oppressivo accentramento da parte dei suoi dodici Presidenti del Consiglio dei ministri. La piemontesizzazione dell’ Italia fu una soluzione all’ esigenza di unire politicamente un sistema, ma poi non lasciò spazio alla decentralizzazione a beneficio delle varie realtà territoriali. La centralizzazione politica e l’ estensione delle stesse leggi e sistemi amministrativi si accompagnarono alla negazione di una politica riformista e democratica, temuta per le possibili ripercussioni sociali, oltre che ad una dura repressione che per esempio vide l’ esercito impegnato contro il brigantaggio nel Meridione e le manifestazioni del nascente movimento operaio. Alla depressione economica, all’ alta natalità e mortalità e all’ analfabetismo dovuto alla scarsezza di strutture e dell’ obbligo scolastico si aggiungeva una profonda divisione tra il Settentrione, industrializzato e scolarizzato, e il Meridione, privo di risorse, strutture finanziarie e infrastrutture, quindi arretrato al punto di essere rimasto fermo al latifondismo. L’ Italia postrisorgimentale, monarchica e di destra, era percepita in modo diverso dagli italiani: per alcuni era meravigliosa e aveva tante belle speranze, tra la creazione di infrastrutture e la conquista coloniale, ma per altri era orrenda, retta da una caotica classe politica che negava le libertà fondamentali, retta con una gran retorica e in mezzo a intrighi, scandali elettorali, bancari e tante piccole miserie che non avevano più nulla a che fare con il patriottismo delle eroiche lotte delle guerre d’ indipendenza, con i contadini e i poveri che morivano negli stenti peggiori.

Altri problemi nascevano dalla mancata unità linguistica e dalle regioni ancora escluse dai confini nazionali: non si scelse mai uno Stato federale, permettendo la progressiva integrazione dei sistemi locali, soprattutto a causa dell’ incertezza delle basi unitarie e alla presenza di svariate potenze che volevano ristabilire le condizioni precedenti, soprattutto l’ Austria del Kaiser Franz Joseph I. Se l’ Italia esisteva da secoli come civiltà e culla di arte e letteratura, continuava a penare sul piano statale e, ahinoi, le celebri parole attribuite a Massimo d’ Azeglio poco dopo il 1861 suonano ancora oggi come un’ amara e innegabile verità: «Purtroppo s’ è fatta l’ Italia, ma non si fanno gli italiani.». Si narra che persino Cavour morì sussurrando: «L’ Italia è fatta.», pur temendo che non fosse proprio così…

Re Vittorio Emanuele e Cavour;


La giornata di oggi dovrebbe essere un’ ottima occasione per riflettere su noi stessi come popolo e nazione. Attualmente, la crisi italiana si è molto aggravata, e lo si vede ovunque. Vi è una forte decadenza non politica ma di sistema, l’ attuale Repubblica pare come una supernova, pronta a implodere per un ristagno che non si risolve neanche con le elezioni. Peraltro, il 17 marzo è stato festeggiato solamente nel 1911, nel 1961 e nel 2011, rispettivamente in occasione del cinquantenario, del centenario e del centocinquantenario dall’ unità. Solo nel 2012 fu proclamato festa nazionale, eppure continua a non godere dello stesso risalto attribuito al 25 aprile che, peraltro, da festa nazionale è degenerato in una vera e propria celebrazione politica tanto cara agli ambienti della sinistra, che sfila cantando «Bella ciao» all’ ombra della bandiera rossa anziché l’ Inno di Mameli ai piedi del Tricolore: non è assurdo festeggiare la liberazione di un Paese di cui invece mai si onora la proclamazione? Questo anniversario dovrebbe avere un’ importanza analoga al 4 luglio statunitense, giorno dell’ Indipendenza dal Regno di Gran Bretagna, e del 14 luglio francese, Festa della Federazione parigina del 1790, i cui partecipanti giurano fedeltà alla Nazione, alla Legge e al Re.

Noi italiani abbiamo sempre avuto scarso o nullo senso della storia, e oggi ci presentiamo come un popolo senza gloria e memoria, che si nutre allegramente di ideologia e settarismo senza curarsi della realtà dei fatti e della nostra comune eredità. Addirittura, pare che il Paese sia nato soltanto il 2 giugno 1946, a seguito di quel controverso referendum a cui neppure si votò in tutta quanta la nazione, con ben tre milioni di italiani esclusi dal suffragio, e il cui spoglio delle schede e annuncio dell’ esito furono gestiti in maniera così incerta e pasticciata da far parlare fin da subito di brogli, esibendo ancora una volta un’ Italia divisa tra Settentrione e Meridione. Siamo una nazione impossibile e macchinosa, ben ardua da gestire, in cui prevale la cultura del «contro» e del «no», e alla lotta per migliorare le cose si è sostituita quella più facile del non fare, tanto che se oggi un incosciente volesse provare a cambiare le cose verrebbe frenato in partenza: in Italia ha più senso cambiare tutto per non cambiare niente, in un puro gattopardismo. Nel Belpaese montano in sella uno dopo l’ altro i moderni soloni, maestri di pensiero che vantano il monopolio delle soluzioni a situazioni difficili o compromesse e che blaterano sulla scarsa cultura del popolo, mentre sindacati contrari a priori istigano ad eterni scioperi e proteste in piazza contro le vane promesse dei padroni, e la cittadinanza accetta passivamente tutto ciò limitandosi a lamentare la situazione con gli amici al bar bevendo caffè o birra. La frustrazione collettiva e la sfiducia verso la pubblica amministrazione sono a livelli vertiginosi, condite da una burocrazia che porta acqua ai mulini dei potentati e da un intricato groviglio di leggi che mina la funzionalità dello Stato e incatena la società civile. La Repubblica venne edificata in nome di ideali quali libertà, solidarietà e uguaglianza, tanto che Pietro Nenni disse: «O la Repubblica o il caos.». Oggi, curiosamente, abbiamo sia la Repubblica che il caos, e nessuno dei suoi valori fondanti è garantito a dovere!  L’ Italia è pericolosamente impantanata nella palude delle sue contraddizioni e dell’ inefficienza, con una classe politica ai limiti del farsesco che anziché il prodotto interno lordo ha aumentato il debito pubblico! La Repubblica ha innegabilmente fallito la sua missione, non ha saputo rispondere ai bisogni essenziali del nostro popolo e neppure assicurare la democrazia a cui teneva tanto.

Forse la causa fondamentale di questa decadenza e la conseguente ascesa di delegati avidi e litigiosi, nessuno dei quali interessato al bene comune e in grado di vantare una vera preparazione sia culturale che civica, è la sua mancanza di simboli e valori forti nei quali la gente possa riconoscersi, che invece in una Monarchia sono fortemente presenti. Il 17 marzo 1861, infatti, avevamo un Re che di fatto catturò facilmente l’ immaginario collettivo dei vari popoli che vennero annessi alla sua sudditanza: Vittorio Emanuele era tarchiato e di colore rubizzo, dalle fattezze e le maniere ruvide, più da popolano che da nobile, dal vigore virile, gioviale, disinvolto e impetuoso, aperto e affabile, un vero e proprio uomo del popolo con cui si intratteneva sempre volentieri nelle sue amate scorribande campagnole e venatorie. Amava la compagnia e l’ allegria e avversava i salotti, era molto sensibile alla buona cucina delle Langhe, ai vini invecchiati e al fascino femminile, concedendosi un’ amante dopo l’ altra e mettendo al mondo chissà quanti figli illegittimi che poi si preoccupò di sistemare. Insomma, era ben lontano dagli ambienti, dai gusti e dalle sottigliezze della politica considerati dai suoi trentanove predecessori e persino dal figlio e successore, freddo e compassato, che si sforzò per tutta la vita di impersonare davanti al popolo l’ autorità e, peraltro, pur essendo il quarto Savoia a regnare con il nome di Umberto, decise di chiamarsi Umberto I per rispetto verso la Patria. Il Re Galantuomo fu in pratica ben altro in confronto all’ immagine tradizionale che la sudditanza ha di un monarca, ma forse proprio per questo seppe ritagliarsi splendidamente un ruolo fondamentale in molti contesti diversi: simbolo vivente dell’ unità nazionale e garante imparziale del carattere parlamentare italiano comunque al centro di considerevoli iniziative politiche. Quando, tra il 30 novembre e il 6 dicembre 1855, ancora trentacinquenne e sovrano subalpino, fu ospite della corte britannica, venne immortalato tra le pagine del diario della leggendaria Regina Vittoria, non senza una punta di ironia quanto di ammirazione: «Il Re di Sardegna ha un modo di esprimersi rapido e brusco. Indossa un’ uniforme azzurra, di cui la giubba, piuttosto corta, ricorda quella degli ussari, ed è guarnita di pelliccia.». Poi: «Il Re ha uno strano aspetto, non è molto alto, ma di corporatura massiccia; ha due occhi azzurri sporgenti, che fa roteare in modo particolare quando si imbarazza, si compiace o è colpito da qualcosa di particolare. E’ un uomo rozzo. Spesso è sfrenato nelle passioni, soprattutto con le donne. Balla come un orso, parla in modo ​sconveniente: ma se entrasse il drago sono sicura che tutti fuggirebbero tranne lui. Sguainerebbe la spada e mi difenderebbe. E’ un cavaliere medievale, un soldato, questo Savoia!». E ancora: «Quando lo si conosce bene, non si può fare a meno di amarlo. Egli è così franco, aperto, retto, giusto, liberale e tollerante e ha molto buon senso. Non manca mai alla sua parola e si può fare assegnamento su di lui.».


Oggi, invece, la Repubblica e la sua politica possono vantare anche solo un uomo altrettanto degno di stima e simpatia attorno al quale ci si possa schierare? La democrazia ha bisogno di aiuto, qui e ora, e in tutto questo si può credere fermamente che il ritorno della Monarchia giocherebbe un ruolo di tutto rispetto: i Paesi più progrediti e democratici in Europa sono infatti Regni parlamentari o costituzionali. La Monarchia è come una grande famiglia, sia nei momenti lucenti che in quelli bui, e i vari membri della famiglia reale sono sempre vicini alla popolazione condividendone felicità e tristezze: anche nella maggior parte delle Repubbliche le famiglie reali godono di un certo alone di prestigio e ammirazione! Un Re è imparziale e rappresenta l’ unità della nazione, indipendentemente dalle battaglie politiche, mentre un Presidente è come un giocatore di una delle due squadre chiamato a fare da arbitro a metà partita. Peraltro, il sovrano, che detiene anche altri titoli favorendo l’ identificazione nella sua figura della maggioranza della popolazione, è preparato fin dai primi anni di vita a svolgere il suo compito e una volta intronizzato sa come comportarsi e rappresentare il suo Paese. Vincola forze armate, diplomazia, magistratura e alta amministrazione alla Corona proteggendole dagli interessi delle fazioni e assicurando la neutralità politica dello Stato. Avendo un mandato a vita, ha una visione sul lungo termine anziché sul breve come quella di un normale politico, che una volta eletto si concentra sul proprio breve mandato e pensa solo ad essere riconfermato. La Monarchia è un sistema dal fortissimo potere simbolico, in cui il Re incarna lo Stato, che viene visto più favorevolmente, con un misto di curiosità e ammirazione da parte del popolo: lui e la sua famiglia sono il simbolo per eccellenza dell’ identità nazionale, e ovunque vadano la gente si accalca per vederli e sente lo Stato più presente e vicino. La Monarchia aiuta l’ economia: un matrimonio, un anniversario ed anche un funerale sono fonte di attrazione per moltissime persone che sul posto consumano, dormono, acquistano ricordini. Tutto questo in una Repubblica non succede affatto. Essa porta turismo, peraltro: se a Londra le persone fanno la fila per andare a visitare Buckingham Palace e a Montecarlo per andare a vedere Palais Princier, molte meno vanno a vedere l’ Eliseo o la sede presidenziale di una qualsivoglia capitale repubblicana. Addirittura, una Monarchia costa meno della Repubblica: in Europa, le residenze più care sono il l’ Eliseo e il Quirinale! Un sovrano, titolare dei tre poteri che delega a governo, parlamento e magistratura, e non può e non deve schierarsi ​mai politicamente, racchiude in sé storia e tradizione e promuove una visione di Patria ed Europa scevra dagli intriganti poteri economici. E’ un imparagonabile freno al dilagare dei vecchi e nuovi saloni delle banche che spadroneggiano sempre di più.


Se l’ Italia di oggi rispettasse davvero la propria storia, il 17 marzo sarebbe una ricorrenza molto più conosciuta, sentita e universale. Nonostante il lato rovescio del Risorgimento, l’ unità fu un vero e proprio miracolo perché nella frammentazione politica che da troppo tempo caratterizzava l’ Italia era tutt’ altro che facile costruire un unico Stato laddove, appena un paio d’ anni prima, ve ne erano addirittura sette. E se finalmente si decidesse ad abbandonare il proprio campanilismo locale in nome di un passato frammentato, unendo le proprie diversità interne come le dita di una mano anziché usarle come scusa per rimanere divisi, il Belpaese diverrebbe finalmente una realtà politica fondamentale sia in Europa che nel Mediterraneo, mediandone i numerosi contrasti in una prospettiva che lo stesso Conte di Cavour già nel 1846 aveva indicato valutando l’ importanza dei porti di Napoli e Palermo per il suo sviluppo economico: «L’ Italia sarà chiamata a nuovi e alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio, sembra destinata a collegare l’ Europa all’ Africa.». Una magnifica intuizione che però mai fu compresa dalla politica! Se solo questo ineguagliabile Presidente del Consiglio non fosse venuto a mancare ad appena una decina di settimane dalla proclamazione del Regno d’ Italia a soli cinquantuno anni nella sua residenza di famiglia, ucciso dalla malaria contratta per l’ assidua cura delle sue amate risaie, la nazione avrebbe continuato a beneficiare delle sue illuminazioni nell’ ora più bisognosa, e la difficile opera di unificazione dello Stato in una realtà variegata per esperienze politiche e culturali sarebbe stata ben più facilitata a vantaggio sia della generazione di allora che di quelle successive, fino a noi oggi. Possa quindi questo giorno aiutarci a riflettere sul valore e la vastità della nostra ricchissima e sfaccettata eredità: l’ Italia è una sola grande realtà, ma è anche molte preziose realtà contemporaneamente, e se queste finalmente imparassero a convivere e interagire, avremmo solo da guadagnarci.


Vi è un’ ulteriore grave mancanza da evidenziare. E’ noto che siamo un popolo distratto, tanto da vivere nell’ unico Paese al mondo in cui il ricordo dei suoi Padri fondatori, Re Vittorio Emanuele II e il Conte di Cavour, non è affatto considerato. Il giorno della loro nascita e quello della loro morte non rientra nel novero delle festività nazionali, e il bicentenario della loro venuta al mondo non è stato oggetto di alcuna ricorrenza ufficiale. Dopo il 1946, la classe dirigente repubblicana, antimonarchica analogamente a quella fascista, addossò alla Monarchia tutte le colpe del decaduto regime, che essa aveva subìto così come in Germania la Repubblica aveva patito il Nazismo, portando ad una vera e propria azione di distacco nei riguardi del passato. Un Savoia come Padre della Patria era considerato inammissibile e, per riflesso, anche il retaggio del Tessitore ne ha pesantemente risentito. Lo statista è stato dimenticato dallo Stato, come ebbe a dire per esempio Nerio Nesi, politico, banchiere e partigiano a lungo dirigente del Partito Socialista Italiano: «E’ una rimozione in atto da tempo, e lo dimostra il fatto che vie e piazze sono molte meno di quelle che ha Garibaldi, personaggio ‘più facile’, più popolare, anche nel senso più populista. Ma il vero Padre della Patria è Cavour. E quasi tutti se lo sono dimenticato. Al punto che non si trovano neanche i pochi soldi che sono necessari per mantenere il patrimonio cavouriano nel paese natale di Santena: il castello settecentesco, col parco all’ inglese, la tomba di famiglia, la biblioteca e l’ archivio ricco di documenti.». Il Conte di Cavour non è raccomandato, dunque non riceve appoggi: troppo liberale per la sinistra, troppo torinese e troppo poco populista per la destra, troppo italiano per i movimenti secessionisti e federalisti come quello della Lega. Meglio dunque ignorarlo, nello smemoramento più sconcertante, evitando che politici e intellettuali improvvisati riacquistino il ricordo del passato portando a starnazzanti baruffe televisive che fanno tanto bene a quegli indici di ascolto che fanno gola alle emittenti televisive anziché ad un ricordo storico alla base di un dibattito chiarificatore e sereno. Questo è ciò che promuove il culturame di questo nostro mondo contemporaneo. Che Cavour non pensasse ad una sola Italia ma a tre è un fatto comprovato. Il suo disegno originario presentato ai Bonaparte era essenzialmente una Confederazione italica, formata dai tre regni dell’ Italia settentrionale, centrale e meridionale e presieduta in forma onoraria dal pontefice, come compensazione del potere temporale di cui sarebbe stato privato. Imprevisti e miopie politiche mutarono il corso degli eventi, e il progetto federalista del Conte tramontò. Pesò moltissimo l’ inconsistenza degli alleati, e il risultato fu il personaggio che conosciamo, non più federalista, ma paladino dell’ Unione nazionale. Come scrisse Montanelli: «Solo dopo l’ Unificazione Cavour scese a visitare Bologna, Firenze e Pisa, ma oltre l’ Arno non andò mai. E al ritorno disse al suo segretario: ‘Meno male che abbiamo fatto l’ Italia prima di conoscerla.’.». L’ incuria del patrimonio spirituale e politico di questo valente governante, nostro grande vanto, ha raggiunto livelli così imbarazzanti che, nel 2020, nel corso della puntata di Natale del programma televisivo «L’Eredità» ebbe luogo un madornale scivolone per mezzo di una delle domande del conduttore Flavio Insinna ai concorrenti: «Nel 1869 con quale frase Cavour avvertì l’ ambasciatore piemontese che Garibaldi era arrivato a Napoli?». Peccato però che, nel 1869, il Presidente del Consiglio fosse morto da ben otto anni, essendo passato ad altra vita il 6 giugno del 1861! Altro esempio inequivocabile è il problema del degrado in cui versa il suo monumento in Piazza Carlina, una delle più belle di tutta Torino: inaugurato nel 1873 e realizzato dall’ architetto senese Giovanni Duprè, oggi versa in pessimo degrado a causa di fattori chimici e fisici, e del crescente vandalismo.

C’ è una forte censura nella trasmissione del ricordo della nostra storia come Paese unito. Più semplicemente e drammaticamente, il 17 marzo 1861 il Re Galantuomo e il Tessitore unirono e crearono un Paese che i politici repubblicani odierni stanno portando inesorabilmente alla dissoluzione, pezzo per pezzo, sullo stesso destino dell’ Impero romano d’ Occidente nel 476…

 

Buon 17 marzo a tutti. L’ Italia innanzitutto, W il Re!


Giacomo Ramella Pralungo

La visione e il rapporto di Giacomo con la politica

Giacomo Ramella Pralungo Autore di romanzi di fantascienza a sfondo sociale e articoli storici, culturali, scientifici e di mistero, Giacom...