Visualizzazione post con etichetta Buddhismo tibetano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Buddhismo tibetano. Mostra tutti i post

giovedì 18 giugno 2026

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman;


Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e culturali, Giacomo Ramella Pralungo esprime il proprio rammarico per la morte del professor Robert Thurman, saggista, traduttore, orientalista, divulgatore ed ex monaco buddhista statunitense di scuola tibetana, venuto a mancare il 16 giugno a ottantaquattro anni e con cui era recentemente entrato in contatto.


Occhieppo Superiore, 18 giugno 2026


Il professor Robert Thurman è stato una figura molto nota nel contesto degli studi relativi al Buddhismo tibetano, e persino una mia recente conoscenza via posta elettronica nei mesi scorsi, nel 2025, quando ho cominciato a coltivare l’ idea di un saggio sulla figura di Siddhattha Gotama, che la storia ricorda più facilmente come Buddha Śākyamuni. Per i non esperti in materia era semplicemente il padre dell’ attrice hollywoodiana Uma, ma in realtà era uno dei massimi esperti mondiali di Buddhismo, autore e traduttore di numerosi libri su questa celebre filosofia e religione orientale, a cui si era interessato nel periodo in cui studiava ad Harvard. Dopo un viaggio in Asia all’ inizio degli Anni Sessanta e l’ incontro con il XIV Dalai Lama, ai suoi primi anni come rifugiato politico in India a seguito dell’ occupazione del Tibet da parte della Repubblica Popolare Cinese, Thurman divenne monaco nonché il primo statunitense ad essere ordinato monaco dall’ ormai celebre guida spirituale tibetana, ma dopo soli cinque anni, nel 1968, rinunciò ai voti per mettere su famiglia. Per decenni fu quindi professore di Studi buddhisti indotibetani presso la Columbia University, come amava ripetere: «Sebbene io abbia diverse sfaccettature e rimanga un individuo profondamente imperfetto, non vedo alcuna dicotomia tra l’ aspirare a praticare le virtù buddhiste, studiare e insegnare la natura della mente, della realtà e della storia, e avere buoni amici, famosi o meno.». Fu anche fondatore, insieme a Richard Gere, dell’ associazione senza fine di lucro Tibet House US, riferimento negli Stati Uniti per la diffusione della conoscenza della cultura tibetana e gli aiuti ai tibetani, così come di un istituto per lo studio della medicina tradizionale tibetana, che studiò come parte degli insegnamenti per diventare monaco, pur ammettendo che all’ epoca non era interessato all’ argomento.


Il professore e il XIV Dalai Lama;

Ho letto molto di lui e visto alcuni suoi interventi in documentari e interviste televisive, aveva una straordinaria capacità accademica e un altrettanto carisma divulgativo, sapeva parlare a lungo con coinvolgimento e senza mai stancare, dimostrando passione e disponibilità. Con parole semplici e dirette sapeva esprimere concetti complessi, risultando sempre interessante. Quando gli scrissi via posta elettronica presentandomi come un autore di fantascienza e un articolista interessato a temi sociali così come alla figura del Buddha, di cui volevo scrivere un saggio coinvolgendo lui nella parte relativa al lato storico si dimostrò davvero contento, e mi rispose in modo molto informale e simpatico: «Dear Giacomo, how wonderful, a Sci-fi creative orbiting the buddhaverse!», ossia: «Caro Giacomo, che meraviglia: un creativo della fantascienza che orbita nel Buddhaverso!». L’ idea di collaborare rispondendo ad alcune domande in forma di intervista che avrei inserito nel testo gli piaceva molto, ma era impegnato in un grosso progetto di scrittura con una scadenza imminente, e avrebbe cercato di chiamarti presto. Tuttavia, le cose sono andate diversamente e ora non potremo più condividere il progetto. E’ passato sull’ altra riva a ottantaquattro anni, lasciando dietro di sé un lavoro molto apprezzato che senz’ altro terrò in considerazione per ciò che intendo scrivere sulla figura di un saggio orientale, il Buddha, che da sempre oltre ad affascinarmi pur non essendo io un religioso, anzi, viene considerato con grande interesse dagli storici, dai filosofi, dagli psicologi, dai neuroscienziati, dai fisici quantistici così come dalle persone semplici che trovano nelle sue parole un significato tuttora attuale e universale.


Giacomo Ramella Pralungo;

Ricorderò con estremo piacere i pochi ma positivi scambi di messaggi che abbiamo avuto, e sarò lietissimo di dedicargli il lavoro che ho il piacere di incominciare tra breve. Chissà che in futuro, quando sarò andato oltre io stesso quest’ esistenza fisica, ci troveremo a commentare il mio lavoro, ormai pubblicato?


Giacomo Ramella Pralungo

mercoledì 10 gennaio 2018

Giacomo e lama Paljin

Giacomo e lama Paljin Rinpoce;

Un giovane scrittore di fantascienza e articoli storici, incuriosito dalla filosofia buddhista, in una nuvolosa giornata d’ inverno incontrò un lama buddhista di scuola tibetana: tra i due nacque una cordiale e simpatica amicizia che dura tuttora.

Appassionato di storia e culture antiche, scrittore di narrativa fantascientifica e dedito alla spiritualità, slegata dalla religione in senso stretto, dal 2009 Giacomo Ramella Pralungo è in amichevoli rapporti con lama Paljin Tulku Rinpoce, monaco buddhista di tradizione tibetana, discepolo di vari lama e ghesce fuggiti dal Tibet, gradualmente occupato dalla Repubblica Popolare Cinese durante gli Anni Cinquanta e trasformato in una regione dell’ immenso Paese comunista.
«Le filosofie orientali mi hanno sempre molto attratto.» spiega Giacomo dopo aver messo da parte la penna con cui lavorava ad alcuni appunti «E il Buddhismo mi ha molto incuriosito a proposito della questione della sofferenza e su come risolverla. Nel 2006 mi avvicinai molto a questa particolare filosofia, ed ero alla ricerca di qualche maestro con cui dialogare e approfondire la mia conoscenza in proposito.».
Qualche tempo dopo venne a sapere del monastero Samten Ling, un piccolo centro situato nel paese di Graglia, sulle Alpi Biellesi, a pochi chilometri da casa sua. Fece alcune ricerche, e scoprì che era stato fondato nel 1991 da lama Paljin Tulku Rinpoce, unico lama italiano, e negli anni era diventato un importante punto di riferimento per moltissimi praticanti di Buddhismo:
«La vita stessa di questo lama mi impressionò molto: nato ad Addis Abeba nel 1941 da genitori torinesi, lasciò la colonia con la famiglia ad appena un anno. Diplomato in mercatologia alla LUISS, si laureò all’ Istituto Superiore di Scienze Umane e Sociali di Urbino, lavorando come dirigente d’ azienda. Nel 1978, quando si recò per lavoro a Kathmandu, incontrò per la prima volta alcuni monaci tibetani, fatto che lo portò a maturare per la prima volta un profondo interesse per il Buddhismo, tanto da intraprendere una ricerca spirituale che nel 1982 lo portò a divenire discepolo di alcuni grandi lama e a farsi monaco lui stesso.».
Lama Paljin ricevette insegnamenti e iniziazioni da lama di due scuole diverse, ossia la Gelug, a qui appartiene il XIV Dalai Lama, e la Kagyu, di cui fa parte il XVII Karmapa. Nel 1985, in Svizzera, gli fu trasmessa l’ iniziazione di Kalachakra dal Dalai Lama, e da quel momento segue frequentemente i suoi insegnamenti in Europa e in India, mentre nel 1995 si recò in Ladakh, una regione dell’ India settentrionale ai piedi dell’ Himalaya, strettamente legata al Tibet, ove fu riconosciuto come la reincarnazione di un insigne lama vissuto intorno al 1600 e che contribuì a diffondere il Buddhismo in tale zona, in una cerimonia svoltasi alla presenza di centottanta monaci e numerosi laici. Da allora cessò l attività professionale per dedicarsi esclusivamente alla pratica e all insegnamento del Buddhismo.

«Riflettei a lungo sulla possibilità di incontrarlo, finalmente presi un appuntamento e lo conobbi nel gennaio 2009.» ricorda Giacomo «Ero veramente curioso, e partecipai al termine della lezione che teneva ai suoi allievi: il suo modo di insegnare, semplice e diretto, e il suo entusiasmo sincero mi colpirono molto favorevolmente.».
Si era aspettato di incontrare una guida spirituale pacata e distaccata, solenne e seria, ma il lama, allora sessantottenne, lo impressionò molto soprattutto con la sua sorridente gentilezza, oltre che con la sua naturalezza e cordialità, con il suo quieto ottimismo e l’ accoglienza gentile e sincera. Durante il loro primo incontro parlarono sia di Buddhismo che della sua esperienza decennale come monaco e lama:
«Mi disse che buona parte della vita del Buddha era avvolta nella leggenda, proprio come in seguito sarebbe toccato a Gesù, e che i suoi quarantacinque anni di insegnamento, in tutta evidenza, erano un tempo troppo ridotto perché avesse potuto effettivamente trasmettere tutto ciò che gli era stato attribuito dalle successive generazioni di maestri buddhisti. In ogni caso, la sua dottrina si basa sulla rettitudine di pensiero, parola e azione: vivere le esperienze senza attaccamento non vuol dire rimanersene inerti di fronte ai fatti dell’ esistenza, ma imparare ad affrontare le cose con un atteggiamento mentale equilibrato, basato cioè sulla moderazione, evitando gli eccessi.».
Il lama era facilmente riuscito a creare un clima disteso e cordiale, molto personale, nel quale ebbe a dire che tutto muta costantemente, quindi pensare che la vita sia monotona e sempre uguale sarebbe piuttosto superficiale:
«Se osservassimo a fondo le nostre giornate, scopriremmo che tutto in noi è in continuo cambiamento: non solo gli abiti o le abitudini, ma anche l’ atteggiamento mentale nei confronti di cose e persone. Tutto quanto si modifica da un momento all’ altro: questi sono i segni evidenti e inarrestabili del divenire.».

Da allora il giovane scrittore e il lama rimasero amici, scambiandosi negli anni varie lettere via posta elettronica. Giacomo tornò più volte a visitarlo:
«La figura di questo italiano che, affascinato dal Buddhismo tibetano, volle farsi monaco e intraprendere il duro e intenso percorso per divenire lama, mi ha davvero affascinato. Passare da una cultura a un’ altra non è certo una cosa semplice, e il più delle volte viene persino scoraggiata. Benché abbia vissuto per molti anni a stretto contatto con i tibetani in Oriente, nel loro remoto ambiente tradizionale, non ha perduto un briciolo della sua mentalità occidentale: ha fede nel Buddhismo ma non ha acquisito la superstizione tipica dei tibetani, rispetta i suoi maestri ma ha sempre riflettuto molto sull’ insegnamento che gli hanno trasmesso, officia i rituali sfarzosi e complessi tipici del Buddhismo tibetano ma vive e diffonde tale filosofia come uno strumento pratico di risveglio interiore ed evoluzione sociale.».
Giacomo si sente notoriamente più vicino alla spiritualità che alla religione, convinto com’ è che la prima punti direttamente e concretamente alla cura dello spirito che ogni essere vivente ha in sé, indipendentemente dalla religiosità o da qualsivoglia altra differenza, mentre l’ altra impone di seguire una credenza o una serie di rituali e preghiere, tutti elementi che presentano un certo freno al percorso interiore in quanto limitano il libero arbitrio. Conversando con lama Paljin si è sempre trovato molto a suo agio, dal momento che durante i loro incontri hanno essenzialmente parlato di natura umana, compassione e saggezza, virtù morali ed esperienza quotidiana, importanti concetti universali che vanno ben oltre le religioni, essendo legati propriamente all’ essere umano:
«Non ha mai tentato di impormi alcun principio, si è sempre limitato a esporre opinioni maturate nel corso della sua esperienza concreta. Una volta, durante una delle nostre conversazioni, mi disse che solo l’ esperienza interiore può ricondurci alla grandezza dell’ universo e metterci in condizione di cambiare, di crescere: quando tutti i livelli di coscienza si fondono al centro del nostro cuore, avviene il risveglio.».
Il lama aggiunse che nel Buddhismo la fede è un atteggiamento di fiducia che porta a credere in ciò che convince, anziché in qualcosa posto al di sopra di noi: «Continua a provare finché non avrai la dimostrazione che ciò che fai è giusto, e credi solo quando otterrai un risultato. In Tibet, gli insegnamenti trasmessi dai maestri hanno proprio la funzione di darci la possibilità di attingere a un risultato: è esattamente quel che ci spinge a perseverare nella pratica.».
Altro aspetto su cui tenne a esprimersi fu il valore della pace, dell’ altruismo e della compassione:
«Nel Buddismo, i rapporti umani dovrebbero poggiare su questi tre principi fondamentali, legati a un sentire che non può essere prodotto artificiosamente, ma che nasce spontaneamente in chi ritiene che la soluzione dei problemi del mondo non si trovi in un comportamento egoistico. Queste sono le risposte buddhiste alla ricerca di serenità che soprattutto oggi orienta gli uomini alle religioni: la pace deve nascere da un equilibrato atteggiamento mentale, l’ altruismo deve far comprendere come le cose che portano benessere a noi possono portarlo a tutti gli uomini, e la compassione significa ‘fare di tutto perché gli altri possano essere felici’. Il Buddhismo non è nichilismo, ma azione, quindi l’ uomo non deve affacciarsi timidamente su questa soglia, ma attraversarla con risolutezza per dar vita a un futuro migliore.».

Giacomo e lama Paljin sono tuttora amici, e tra gli argomenti principali delle loro conversazioni, oltre alla spiritualità, spiccano la situazione politica e culturale del Tibet, il XIV Dalai Lama e la diffusione del Buddhismo in Occidente.
Il Samten Ling di Graglia;

«Quando ci incontrammo la seconda volta, lama Paljin mi disse una cosa che, come scrittore, mi toccò davvero di persona.» rammenta Giacomo poggiandosi sullo schienale della sedia, sorridendo «Affermò che le parole non esistono di per sé, ma le creiamo per esprimerci e intendere l’ infinito. In effetti, per me le parole sono sempre state uno strumento per comunicare quel che sento e penso, per trasmettere un preciso messaggio…».

La visione e il rapporto di Giacomo con la politica

Giacomo Ramella Pralungo Autore di romanzi di fantascienza a sfondo sociale e articoli storici, culturali, scientifici e di mistero, Giacom...