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lunedì 13 novembre 2023

La forza e la responsabilità dell’ atto di comunicare

Giacomo Ramella Pralungo;


Giacomo Ramella Pralungo, autore di romanzi di narrativa fantascientifica e articoli culturali, storici e scientifici, considera la comunicazione una disciplina di grande importanza, da non sottovalutare, in grado di favorire la conoscenza e la consapevolezza ma anche l’ indebolimento dell’ autonomia e della capacità di pensare autonomamente, se usata scorrettamente.


Come romanziere e articolista, lei da anni è impegnato nel settore della comunicazione. Che cosa vuol dire per lei comunicare?


«Comunicare significa trasmettere un’ idea, un principio, qualcosa di preciso e concreto. Equivale a far capire qualcosa nel modo più esatto possibile. Non a caso, le parole hanno un significato preciso, e spesso addirittura più di uno. Ecco quindi che una parola detta in un certo modo piuttosto che in un altro può attribuire a seconda dei casi significati diversi a ciò che si cerca di dire. Comunicare è quindi un’ azione molto vasta e particolare, che richiede una grande cura.».


La comunicazione, quindi, è una disciplina dalla grande forza.


«Chi comunica, come gli scrittori e i giornalisti, esercita una grande influenza sulla società. Inoltre, mentre la vita umana è breve, gli scritti restano e si conservano per secoli. Purtroppo, alcuni testi sono stati all’ origine di grandi sofferenze, come quelli che hanno diffuso le concezioni estreme del Nazionalsocialismo e del Comunismo. Chi comunica ha il potere di causare più o meno direttamente il bene o il male di milioni di vite, quindi è bene che coltivi un atteggiamento onesto e imparziale, del tutto veritiero. I giornalisti in generale si interessano soltanto all’ attualità scottante, soprattutto quella orribile: in fondo a noi stessi consideriamo il delitto un atto imperdonabile e scioccante che non dovrebbe avvenire, ed è per questo che quando si verifica riempie le prime pagine dei giornali. Lo stesso accade per la corruzione e altri misfatti. Invece, crescere i propri figli, accudire i vecchi e gli ammalati ci sembrano comportamenti normali che non meritano di essere citati tra le notizie. Il difetto principale di questo atteggiamento è che un po’ alla volta ci porta a considerare gli omicidi, le violenze e altre atrocità come cose comuni. Rischiamo di pensare che la natura umana sia crudele e che non ci sia alcun mezzo per impedirle di esprimersi. Se un giorno ne saremo effettivamente convinti, non avremo più alcuna speranza per il futuro dell’ umanità.».


Lei è vicino alla filosofia buddhista, e a volte ha citato il valore buddhista del cosiddetto retto linguaggio.


«Sì, è vero. Secondo la tradizione, nel suo primo discorso dottrinario tenuto al Parco delle gazzelle di Sārnāth, vicino a Varanasi, la città santa degli induisti, il Buddha Śākyamuni espose il Nobile Ottuplice Sentiero, un modello di comportamento improntato sulla rettitudine di pensieri, parole e azioni. La retta parola implica l’ assunzione della nostra responsabilità di ciò che diciamo, ponendo attenzione nella scelta delle parole e valutandole in modo che non producano effetti nocivi sugli altri e di conseguenza su noi stessi: occorre quindi evitare la menzogna, la maldicenza, l’ offesa e il pettegolezzo vano, concentrandosi quindi sulla chiarezza e la sincerità, così da evitare i fraintendimenti e le opinioni errate. Anche il fatto di parlare di cose che non conosciamo o che non abbiamo doverosamente compreso andrebbe evitato: è ben più costruttivo concentrarsi su ciò di cui invece abbiamo esperienza diretta!».


Quindi, per lei comunicare è solo il passo finale, e non è possibile se non si ha un argomento, qualcosa da esprimere.


«Certamente. Le parole e gli altri mezzi di comunicazione sono solo un veicolo del messaggio, e senza di esso perdono la loro utilità. Oggi viviamo nell’ era delle informazioni, ma purtroppo molti di noi parlano molto ma senza dire nulla. Anche nella vita quotidiana, ormai, siamo abituati a parlare così, tanto per riempire il tempo e nulla di più. Al contrario, io credo che ci si dovrebbe soffermare maggiormente a riflettere su ciò che vorremmo trasmettere a chi ci circonda. Anche una comune chiacchierata tra amici, dinnanzi a una buona tazza di tè, può divenire bella e produttiva, se si basa su qualcosa di interessante. Sempre come disse il Buddha: ‘Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.’.».


Uno dei punti fermi del suo modo di esprimersi, di comunicare, è farlo in un italiano puro, libero da termini stranieri nella forma sia orale che scritta, quanto da quelli volgari.


«Purtroppo, questo è un altro dei maggiori difetti del mondo di oggi. Attualmente le parole inglesi si sono intrufolate nella nostra lingua come un virus, e quasi non c’ è più nessuno che parli un italiano tradizionale. Di recente mi è capitato di lamentarmi di questa tendenza, e mi sono sentito rispondere: ‘Ma ormai è così, è la moda generale. Che vuoi farci? Bisognava evitarla vent’ anni fa.’. Io credo che questo mondo dipenda da noi, lo Spirito Santo è impegnato altrove (risata), quindi occorre cominciare da noi per migliorare ciò che ci accade intorno. Evito volontariamente le parole inglesi e di altre lingue e tutti mi capiscono benissimo, inoltre non uso mai quelle volgari poiché ho compreso l’ educazione ricevuta dai miei genitori e trovo spontaneo metterla in pratica. Qualcuno alle volte mi ha detto che so di vecchio, in realtà il decoro, anche linguistico, è un valore classico che ancora non è passato di moda. Si può parlare ed essere gradevoli senza alcun bisogno di ricorrere a parolacce e concetti sconvenienti. Questo è esattamente ciò che faccio nella preparazione dei miei testi, e sento che è la via migliore.».


Che cosa pensa della crescente cultura della cancellazione, o del boicottaggio?


«Credo che sia una scempiaggine di quest’ epoca offuscata, in cui i valori stanno paurosamente venendo meno senza che vengano sostituiti da qualcosa di meglio, a differenza di come avveniva in passato. Io non ho un orientamento politico in particolare, ma credo che sia una crociata portata avanti da una Sinistra che non sa più come proseguire la contestazione che da sempre è uno dei suoi valori portanti. Ora che il tradizionale terreno di scontro in cui il Comunismo è maturato è venuto meno, non si può più parlare di lotta di classe, di abbattimento di un sistema oppressivo e ingiusto e di dittatura del proletariato. La giustizia sociale a danno della reazione quindi passa attraverso la lotta ai valori tradizionali. Anziché parlare di pari opportunità per tutti, si cerca di calare la cortina di censura su ciò che animava il mondo di una volta, colpevole di ciò che a noi oggi pare arretrato, e imporre modelli diametralmente opposti. I mezzi di comunicazione, oggigiorno, sono purtroppo coinvolti sempre di più in questo genere di contrasto.».


Oggi, soprattutto grazie alla rete, è diventato molto facile non solo recepire informazioni, ma anche trasmetterle. E’ positivo, però sono aumentate anche le bufale.


«Infatti, oggi comunicare è divenuto molto facile grazie ai mezzi di comunicazione, Internet specialmente: si legge e si scrive nel giro di un istante. Basta anche solo un cellulare, e il gioco è fatto. Tuttavia non si riflette più sull’ autenticità o meno di ciò che viene trasmesso, e di conseguenza le false informazioni tendono a suscitare maggiore interesse e a vantare persino più credibilità di quelle vere. E la comunicazione diventa qualcosa di nocivo. Io lo trovo molto allarmante, e personalmente credo che abbia ragione il professor Alessandro Barbero che, come storico e divulgatore, pone molta attenzione alle fonti: ‘Quando sentiamo dire una certa cosa, prima di tutto occorre chiedere a chi ci parla dove l’ ha saputo.’.».


Quindi, anche il pubblico ha la sua parte di responsabilità in tema di comunicazione?


«E’ vero: chi riceve un messaggio deve soppesarlo con cura, e ha la stessa responsabilità di chi lo emette. La comunicazione è un fenomeno interdipendente, che collega tutti tra loro. Il retto linguaggio di cui parlava il Buddha Śākyamuni ci tocca tutti, chi in un modo e chi in un altro.».


Grazie per aver condiviso il suo parere.


«Molte grazie a voi, per questa bella conversazione. E’ sempre un vero piacere.».

mercoledì 28 marzo 2018

Lo sfruttamento commerciale della fantascienza



Giacomo Ramella Pralungo è un appassionato di fantascienza fin dall’ infanzia, e da quando ha cominciato ad interessarsi di letture e a scrivere lui stesso ne segue le principali opere con una grande attenzione: «Quando guardo un film non è raro che lo valuti con un’ ottica da autore, domandandomi come avrei impostato io stesso la storia, e quando leggo un libro cerco sempre di farne miei gli aspetti positivi e di comprendere l’ influenza che l’ epoca in cui esso è stato scritto ha avuto sul suo sviluppo.». Eppure, negli ultimi anni ha identificato una particolare tendenza, soprattutto da parte del cinema, a sfruttare questo particolare genere essenzialmente per ragioni di lucro, realizzando pellicole dalla trama di qualità mediocre o povere di messaggi saldi. Una propensione che intende biasimare con la pubblicazione di oggi, e da cui dichiara di volersi mantenere lontano come scrittore impegnato nel genere.

La fantascienza ha da sempre un immenso valore per me. Ho trascorso molti dei miei momenti più lieti leggendo libri oppure guardando film legati a questo genere, e con il tempo ho imparato a seguirne le trame prestando cura ai particolari e riflettendo sullo spirito fondamentale. Ho sempre sostenuto che il lato vincente della fantascienza non fosse soltanto il suo lato fantastico in quanto tale, che effettivamente ha il potere di incantare il pubblico, quanto i concetti che essa affronta per mezzo di storie immaginarie. La prima fantascienza aveva una forte base avventurosa ed era caratterizzata dalla meraviglia per i progressi della scienza, e ben presto, soprattutto intorno agli Anni Quaranta del secolo trascorso, si occupò molto delle ripercussioni del progresso scientifico. A partire dagli Anni Cinquanta, invece, con l’ avvento della corsa agli armamenti si instaurò nei confronti della scienza un atteggiamento molto più angosciato: la guerra fredda, il consumismo, la paura del diverso, la società di massa dominata da pubblicità e televisione divennero temi basilare della «fantascienza sociologica».
Dire che la fantascienza ha uno spirito, un’ anima, una sua forma di saggezza non è che la verità: che cosa sarebbero «La macchina del tempo» e «La guerra dei mondi» di Herbert George Wells senza la critica di fondo al genere umano, notoriamente abituato a rifiutarsi polemicamente di riconoscere forze più elevate delle proprie, e ai penosi sistemi sociali di sua creazione? Sarebbe mai esistito un telefilm chiamato «Star Trek», grande opera di Gene Roddenberry, senza l’ analisi di quanto avveniva negli Anni Sessanta, epoca scossa da razzismo, sessismo, bigottismo, pudori ormai arcaici, e dall’ avanzamento di una cultura diversa, più orientata alla modernità e alla scienza? George Lucas avrebbe mai concepito la serie cinematografica di «Guerre stellari» se non avessimo mai avuto un pantheon mitologico o un vasto e multiforme concetto di bene e male?
A grande dispetto dell’ apparenza fantastica e avventurosa, la fantascienza vanta un solidissimo fondamento sia logico che morale, e io dico sempre che proprio per questo è particolarmente adatta ad affrontare l’ antichissimo tema del bene e del male.

Con l’ andare del tempo, la fantascienza divenne sempre più familiare in grado di affascinare un grande pubblico di lettori e spettatori, generando serie letterarie, televisive e cinematografiche di grande pregio, di cui io stesso subisco il fascino fin da ragazzino: a dodici anni rimasi impressionato da «Independence Day», a tredici scoprì «Guerre stellari», a quindici lessi per la prima volta le opere di Wells, e nello stesso periodo entravo in contatto con «Star Trek», a sedici mi interessai approfonditamente alla serie di «Terminator», a ventuno a quella di «Jurassic Park», di cui a ventiquattro lessi i libri del magnifico Michael Crichton. Eppure, tanto come spettatore quanto come autore non posso fare a meno di notare quanto la maggior parte di queste produzioni classiche oggi sia finita nel mirino di superficiali e aridi interessi commerciali che, di fatto, ne hanno stravolto l’ ideale originario portando alla realizzazione di storie e pellicole dallo scarso valore narrativo. In una certa misura, ma nettamente inferiore, ciò avviene anche nella narrativa, dando vita a seguiti mediocri, poveri di idee a differenza del primo episodio, quasi regolarmente destinato a divenire punto di origine di una lunga soap opera atta a stabilire una forte fidelizzazione da parte del pubblico.
Personalmente, io non credo affatto che la vendita di opere, letterarie o cinematografiche che siano, rappresenti un fattore necessariamente negativo, eppure sono assolutamente convinto che non debba costituire l’ obiettivo primario: piuttosto, scopi fondamentali di un’ opera dovrebbero essere lo stimolo a riflettere, affascinare e intrattenere. Il semplice desiderio di profitto porta inevitabilmente a dar vita a prodotti privi di anima e dunque di vera attrattiva. Questo è vero soprattutto per la fantascienza, e a conferma di questo principio ho notato quanto a Hollywood e dintorni uno stuolo di produttori avidi abbiano riesumato determinate classiche dando vita a seguiti o a veri e propri riavvii che, di fatto, non hanno saputo mantenere il livello narrativo, comunicativo e qualitativo del passato.

Tra gli esempi principali di quest’ intervento erodente che posso citare spiccano i nuovi film di «Star Trek», «Jurassic Park», «Guerre stellari», «Terminator» e «Independence Day», generi innegabilmente sfruttati in modo particolarmente inadeguato per una mera questione commerciale. Nel caso di «Star Trek» e in quello di «Guerre stellari», epopee entrambe riprese dal regista, sceneggiatore e produttore J. J. Abrams, siamo di fronte ad uno sviamento dello sviluppo della trama e dei singoli personaggi: gli ammiratori storici e più attenti fanno veramente fatica ad accettare un giovane Spock che piange e ride, sebbene sia metà umano, e addirittura fidanzato con Nyota Uhura, oppure un anziano Luke Skywalker che, affranto dai suoi fallimenti come maestro Jedi, abbandona la Galassia in balia del Primo Ordine e di Kylo Ren, suo nipote ed ex allievo ora succube di Snoke, misterioso individuo che padroneggia il lato oscuro della Forza, arrivando persino a gettare via la sua vecchia spada laser tesagli dalla giovane Rey e ad affermare che è giunto il tempo della fine dell’ ordine degli Jedi. Peraltro, il fatto che non sia stato dato un epilogo alle vicende dell’ equipaggio dell’ USS Enterprise E, comandata dal capitano Jean-Luc Picard in favore di un viaggio nel passato con cui si è creata una realtà alternativa ai tempi di James T. Kirk, condita da numerose inesattezze, e il ridimensionamento del ruolo di personaggi quali Luke, Han Solo, Chewbacca e Leila Organa, relegati a destini inadeguati a quanto avrebbero anziché potuto compiere dopo la sconfitta dell’ Impero Galattico, dimostra quanto la produzione non abbia compreso la storia e il significato essenziale di queste due serie.
«Jurassic Park», recentemente tornato in auge con la trilogia di «Jurassic World», per quanto rappresenti una storia tutto sommato accettabile e gradevole rimane destinata a lasciare interdetti gli ammiratori della prima ora, dal momento che dopo quattordici anni propone l’ apertura di un nuovo parco dei dinosauri, con un nome differente e un gruppo di personaggi alternativi, ad eccezione del dottor Henry Wu, subdolo e geniale genetista alla guida della squadra di clonatori che ha riportato in vita le più spettacolari specie di dinosauri. Neanche a dirlo, questo secondo parco subisce la stessa fine del primo, con l’ evasione degli inarrestabili dinosauri dai loro recinti, liberi di fare una strage di persone inermi. A proposito di «Terminator», infine, il quinto e ultimo film di questa leggendaria serie ideata da James Cameron nei primi Anni Ottanta mostra una storia pasticciata e senza senso, colma di errori e insensatezze e povera della robustezza narrativa che invece ha caratterizzato la trilogia originaria, soprattutto i primi due episodi diretti da Cameron, mentre per il seguito di «Independence Day», diretto da Roland Emmerich, vale il principio secondo cui un’ epopea cinematografica può avere successo solo se si parte proprio con l’ idea di realizzare una serie: il primo film si chiudeva infatti con la sconfitta e lo sterminio degli alieni che intendevano invadere e decimare la Terra, e visti gli ottimi incassi si decise di realizzare due seguiti, ma occorre tenere presente che dopo vent’ anni è estremamente difficile proseguire la storia con la stessa qualità narrativa.

Dalla valutazione dei seguiti e dei riavvii di tutte queste serie, che per me rappresentano tuttora la base della mia fantascienza, mi è del tutto chiaro che lo sfruttamento della fantascienza a fini commerciali rappresenta un fenomeno negativo, destinato ad impoverire inutilmente un genere narrativo meraviglioso e particolarmente ricco di contenuti e sfaccettature. Tanto come estimatore di tale genere, sia nella sua forma letteraria che cinematografica oppure televisiva, quanto come autore mi definisco assolutamente contrario al fenomeno. Ogni volta che penso ad una storia da cui poi ricavo un libro, è mia abitudine inserire idee e messaggi narrativi ben precisi e addirittura citare un fatto storico realmente accaduto, o un personaggio davvero vissuto, perché credo fermamente che la vera narrativa sia soprattutto uno strumento di comunicazione, non soltanto di intrattenimento. Non vi è nulla di male nel guadagnare qualche soldo, intendiamoci, ma è imperativo che un libro o un film di fantascienza debba avere un’ anima, un’ idea di fondo. Io stesso non voglio essere ricordato come un autore che scrive tanto per fare, ma come uno che crede in quello che fa, che ragiona sulla realtà che lo circonda e che trasmette le proprie impressioni nelle sue pagine. Per me, scrivere e pubblicare sono un mezzo potente con cui entro nelle case altrui senza bussare alla porta, dunque trovo molto importante farlo bene e con sostanza.

Giacomo Ramella Pralungo

lunedì 14 agosto 2017

Il potere e l’ abuso dei mezzi di comunicazione di massa


Giacomo Ramella Pralungo ama molto leggere e seguire i notiziari. In più occasioni ha sottolineato l’ importanza della lettura nel suo sviluppo come persona e nella sua attività di autore, mentre apprendere le notizie sia dall’ Italia che dall’ estero lo aiutano a mantenere un certo legame con il mondo circostante: talvolta ha persino sviluppato alcune idee per le sue narrazioni proprio partendo da particolari fatti di cronaca.
Ritiene che i mezzi di comunicazione di massa siano una delle più nobili conquiste del genere umano, e manifesta idee molto precise in proposito: «Hanno un potere immenso, in grado di influenzare la gente promuovendo un’ idea piuttosto che un’ altra, quindi l’ uso o l’ abuso di questo potere assume un’ importanza fondamentale: verrà usato per il bene di tutti oppure per fini personali, più manipolatori? E’ un quesito su cui prima o poi tutti dobbiamo riflettere, dal momento che vi è un confine molto sottile che ci indica quanto di quello che facciamo e avviene sia giusto oppure no, e quando invece ci trasforma in despoti delle menti altrui.».

I mezzi di comunicazione di massa sono ormai una realtà familiare a tutti noi, con i loro numerosi vantaggi.

«E’ vero, peraltro oggi sono praticamente alla portata di ciascuno, in ogni parte del mondo o quasi. In Occidente abbiamo tutti una radio, un televisore, leggiamo i giornali e, soprattutto, disponiamo di un computer con cui accediamo alla rete informatica. In un contesto del genere l’ informazione è disponibile in abbondanza, a beneficio di tutti, eppure non sempre viene ricevuta e compresa come si dovrebbe: il più delle volte leggiamo il giornale o seguiamo il notiziario televisivo o radiofonico senza davvero riflettere sulle notizie, oppure pendiamo dalle labbra di chi che le diffonde semplicemente perché si tratta di una famosa e carismatica. Peraltro, oggi noi stessi possiamo impiegare facilmente i mezzi di comunicazione per trasmettere informazioni: io dico sempre che sia un bene, ma non tutti ce ne serviamo come dovremmo. Non è una novità che i mezzi di comunicazione vengano usati per distorcere determinate informazioni o addirittura per crearne di false, manipolando a piacimento l’ opinione pubblica. In condizioni del genere si esercita un potere distruttivo ben superiore a quello di qualsiasi arma, tanto che un noto proverbio buddhista sostiene che una buona parola tenga un asino inchiodato a un palo per cento anni.».

Proprio di recente lei ha pubblicato un articolo in cui ha denunciato un utilizzo nocivo dei mezzi di comunicazione di massa.

«Sì, occupandomi in modo particolare del fenomeno di certa satira inaccettabile in ‘Le vignette sui migranti e la soluzione finale nazista’, pezzo uscito lo scorso martedì 1 agosto su News Biella. Ho chiaramente affermato che il problema non sta nella facilità con cui oggi accediamo ai mezzi di comunicazione, ma nell’ atteggiamento mentale con cui lo facciamo e nelle nostre motivazioni. La satira rappresenta una forma di comunicazione particolarmente seguita, e trasmettere informazioni è una cosa molto seria, perché consente di diffondere idee e concetti, quindi occorre riflettere con estrema attenzione su tutto quello che sentiamo di dover divulgare, e sul modo in cui vogliamo farlo.».

Un discorso in cui rientra anche il famoso articolo sul lato oscuro della resistenza partigiana.

«Esatto. Lo scorso 21 febbraio, con ‘Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana’, uscito su ‘Il Biellese’, ho affrontato il tema delle omissioni con cui un’ ala della nostra politica nazionale ha voluto ritoccare un periodo piuttosto turbolento e delicato della nostra storia recente, alleggerendolo: un bell’ esempio di uso improprio dei mezzi di comunicazione. In pratica ho sostenuto che tra i partigiani vi furono alcuni criminali che tra il 1943 e il 1945, in certi casi addirittura negli anni seguenti, approfittarono della confusione e dello scompiglio dell’ epoca per concedersi regolamenti di conti e rivalse personali o ideologiche, non connesse alla guerra. Ho anche citato determinati episodi clamorosi avvenuti in territorio biellese. L’ ANPI di Biella si è sentita in dovere di rispondermi bollandomi come revisionista privo di senso storico, nella convinzione che stessi infangando a priori l’ intera Resistenza, eppure denunciare le mele marce, responsabili di determinati episodi poco edificanti che ancora oggi i nostri anziani ricordano, non significa affermare che l’ intero cestino sia da buttare via o che la pianta stessa sia ammalata e quindi da abbattere, ma contribuire a trasmettere un quadro più completo e veritiero. Peraltro, alcuni miei parenti materni furono partigiani (risata)! Potrei schierarmi davvero contro la Resistenza, quella vera (risata)?».

Oggi il problema delle false notizie e della disinformazione non è mai stato tanto elevato.

«Direi che la rete informatica ha contribuito notevolmente ad aggravare il fenomeno. Per quanto riguarda radio, televisioni, giornali e libri la questione riguarda più che altro le rispettive redazioni e gruppi editoriali, che scelgono una certa linea divulgativa in base a determinati criteri, talvolta persino di natura politica. In rete, invece, vige una certa difficoltà di controllo, e moltissima gente diffonde informazioni liberamente distorte o inventate di sana pianta che trovano sempre un certo seguito. Da qualche tempo, ad esempio, è in atto un animato dibattito sulla pericolosità dei vaccini, tacciati di provocare svariate patologie tra cui l’ autismo: è un esempio lampante di disinformazione, promossa da fonti assolutamente inaffidabili, e purtroppo scienziati e medici pienamente qualificati stanno tuttora faticando a rassicurare la popolazione pur esibendo dati e prove del tutto concreti!».

E’ possibile che la responsabilità di questo malsano fenomeno sia non solo dei mittenti, ma anche dei riceventi?

«Assolutamente sì! Dietro ad ogni notizia che viene colta, trasmessa e ricevuta vi sono un’ infinità di persone attivamente coinvolte in ogni singolo passaggio, esattamente come accade nella produzione del tè in Asia e nella sua distribuzione nel resto del mondo: si coltiva la pianta, si raccolgono le foglie verdi, le si fanno appassire, arrotolare, fermentare ed essiccare fino alla selezione finale. Poi si preparano le bustine e le scatole, le si comprano e vendono più volte di nazione in nazione e di continente in continente finché vengono acquisite dagli amanti della bevanda, che la gustano nella tazza con limone o latte, oppure al naturale. Allo stesso modo, il pubblico fa parte del fenomeno della trasmissione delle notizie in quanto parte ricevente, e ha l’ importante compito di rifletterci sopra, senza pendere dalle labbra dei mittenti. Un pubblico passivo e credulone che abbocca a qualsiasi cosa venga diffusa dai mezzi di comunicazione di massa finisce presto o tardi per subire un lavaggio del cervello da cui nascono sempre un mucchio di guai, ecco perché è importante tenere sveglia la nostra coscienza scettica e indagatrice. Proprio come disse il Buddha nel Kalama Sutta, uno dei suoi più noti e importanti insegnamenti, che di tanto in tanto mi piace rileggere: ‘Non credete a niente perché ne hanno parlato e chiacchierato in molti. Non credete semplicemente perché vengono mostrate le dichiarazioni scritte di qualche vecchio saggio. Non credete alle congetture. Non credete come una verità ciò a cui vi siete legati per abitudine. Non credete semplicemente all’ autorità dei vostri maestri e degli anziani. Dopo l’ osservazione e l’ analisi, quando concorda con la ragione e conduce al bene e al beneficio di tutti, solo allora accettatelo, e vivete secondo i suoi principi.’.».

Appare curiosa la tendenza con cui si privilegiano le cattive notizie.

«Ha ragione, io stesso non ricordo di aver trascorso un solo giorno della mia vita senza che alle mie orecchie sia giunta una brutta notizia. La cronaca nera ha sempre catturato moltissimo l’ attenzione del pubblico: ogni volta che si verifica un assassinio, un furto, un atto vandalico piuttosto che un episodio di corruzione o un grave incidente non si parla d’ altro per lungo tempo. Io penso che sia dovuto proprio alla natura deplorevole di certe azioni: uccidere, rubare, danneggiare le cose altrui, offrire denaro o qualche favore in cambio di qualcosa e così avanti sono atti ingiusti che devono essere condannati, mentre disgrazie e disastri ambientali sono un richiamo alla nostra vulnerabilità. Per contro, alle buone notizie, come la realizzazione di un’ opera di pubblica utilità, il salvataggio di una vita o gli aiuti ai meno fortunati viene sempre concessa un’ attenzione nettamente inferiore, quando balzano agli onori della cronaca. In questo modo si rischia di indurre la gente a credere che nel mondo avvengano soprattutto brutte vicende, incoraggiandola a perdere la fiducia nel prossimo, a guardarsi attorno con un costante sentimento di diffidenza e pericolo imminente.».

La scrittura in particolare ha un grande potere, perché permette alle informazioni di durare a lungo nel tempo.

«Certo, infatti il sapere antico e le idee dei grandi saggi del passato sono giunti sino a noi proprio perché vennero messi per iscritto. Le ‘Storie’ di Erodoto, ad esempio, sono la prima opera storiografica occidentale, e si distinguono per il fatto di essere uno dei primi resoconti dell’ ascesa dell’ Impero persiano e delle guerre con le città-stato greche. Il pensiero di grandi menti quali ad esempio Socrate, Platone e Aristotele sopravvissero nei secoli venendo scritte e poi tradotte in varie lingue. In modo particolare, i bizantini preservarono le opere scritte nell’ antichità, coltivandole incessantemente, e nell’ ultimo secolo di vita del loro impero molti loro grammatici si trasferirono in Italia contribuendo alla loro riscoperta e all’ inizio del Rinascimento. Anche in ambito religioso la via indicata da Mosè, dal Buddha, da Gesù, da Maometto e così via si trasmisero dettagliatamente da una generazione a un’ altra in forma scritta.».

I mezzi di comunicazione di massa esercitano un potere immenso, influendo sull’ opinione pubblica: esistono persino riviste dedite al pettegolezzo, molto seguite…

«Stiamo parlando di strumenti certamente potenti, in grado di arrivare velocemente in ogni parte del mondo e stimolando riflessioni, ma ricordiamoci che dietro di essi ci sono sempre e comunque le persone: i giornali non si stampano e non raggiungono le edicole da soli, e i notiziari radiofonici e televisivi non ricevono e non trasmettono alcuna informazione senza una redazione. L’ uso e l’ abuso dei mezzi di comunicazione di massa dipende solo da noi, ecco perché la responsabilità di apprendere e riferire le cose con animo equanime, con tutte le relative conseguenze, ricade sempre e comunque sulle nostre spalle. Per esempio, io ritengo positivo che le persone importanti come i governanti, gli imprenditori e, perché no, le guide religiose siano costantemente tenute d’ occhio, ma i giornalisti dovrebbero parlare di loro con atteggiamento costantemente imparziale, evitando di screditare soltanto la parte avversa al loro orientamento politico. L’ opinione pubblica non è difficile da manipolare quando si sa come farlo, ma la verità rimane pur sempre la verità, e l’ esperienza insegna che non la si può nascondere a lungo, salvo rare eccezioni. Quanto alle riviste dedite al pettegolezzo credo semplicemente che leggere simili scempiaggini a volte sia una mera distrazione, ma quasi sempre mi pare una perdita di tempo bella e buona: meglio una tazza di Prince of Wales o di Earl Grey con un bel libro davanti al caminetto, anche a costo di apparire come vecchi noiosi (risata)!».

Qual è il suo atteggiamento quando scrive e pubblica un libro o un articolo?

«Ogni mio libro e articolo è un mezzo con cui riesco a raggiungere le altre persone, esponendo fatti ed esprimendo idee. Tutte le volte che presento qualcosa mi espongo all’ opinione pubblica, perché i miei testi raggiungono un pubblico di menti pensanti, pertanto mentre scrivo rifletto sempre con grande attenzione su quello che voglio enunciare e su come è meglio che mi esprima, scegliendo con cura persino le singole parole. Alcuni parlano o scrivono molto senza però dire granché, e anche questo andrebbe evitato. Sandra Mondaini disse che gli attori possono entrare nelle case altrui senza suonare il campanello, e che in particolare quelli della sua generazione lo facevano con la cravatta e con garbo: allo stesso modo io non voglio passare per uno che fa le cose tanto per fare, piuttosto cerco sempre di fare un uso cosciente e attento dei mezzi a mia disposizione per confrontarmi al meglio con la realtà di cui sono parte.».

Grazie per il suo intervento.

«Grazie a lei, per me è sempre un vero piacere.».

La visione e il rapporto di Giacomo con la politica

Giacomo Ramella Pralungo Autore di romanzi di fantascienza a sfondo sociale e articoli storici, culturali, scientifici e di mistero, Giacom...