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domenica 21 maggio 2023

La passione di uno scrittore per il tè…


Il 21 maggio 2005 a Nuova Delhi fu istituita dall’ Organizzazione delle Nazioni Unite la Giornata Internazionale del Tè, nel desiderio di richiamare l’ attenzione sulle condizioni dei lavoratori nelle piantagioni di camellia sinensis, da cui la nota bevanda viene ricavata. Il tè è importante non solo come materia prima, ma anche come patrimonio e principale mezzo di sussistenza dei piccoli produttori. E’ peraltro la bevanda più consumata al mondo dopo l’ acqua: in Oriente, ove se ne concentra la produzione soprattutto nelle zone tropicali e subtropicali, è al centro di un antico e affascinante rituale sociale e spirituale, in Giappone chiamato Cha no yu. In Occidente si sta ritagliando un sempre maggiore spazio, tra aumento dei consumi, sale da tè specializzate e corsi dedicati, tanto che in Italia c’ è persino chi la produce, come Marco Bertona e il suo Tè Bianco del Verbano. Nella cultura occidentale si è persino ritagliata un grande spazio nella letteratura, nei grandi romanzi realisti specialmente. Giacomo Ramella Pralungo, autore di fantascienza e articolista di temi storici e culturali, ne è notoriamente un estimatore, e non ha mancato l’ occasione di riflettere sul senso e l’ apprezzamento di cui il tè gode.


Il tè del tatdo pomeriggio di Giacomo;

Giacomo ci guida tutto contento in salotto, ove il tè è servito: «Bevanda meno arrogante del vino, non egocentrica quanto il caffè e non così innocua quanto il cacao, il tè è originario della Cina meridionale. La ricorrenza di oggi vuole essere un modo per sottolineare il suo ruolo nello sviluppo sostenibile e nella conservazione della biodiversità, con una certa attenzione al sostegno dei piccoli produttori e ai possibili vantaggi per tutti, dal campo alla tazza. La sua produzione e lavorazione costituiscono i principali mezzi di sussistenza per milioni di famiglie nei Paesi in via di sviluppo, ma a dispetto del suo contributo necessario allo sviluppo rurale, alla lotta alla povertà, alla conservazione della biodiversità e alla nutrizione, il suo settore rimane esposto a una serie di sfide come l’ impatto di condizioni climatiche avverse, l’ accesso ai mercati per i piccoli produttori, la mancanza di trasparenza e la sostenibilità della catena del valore del tè.». Sorseggia lui stesso un po’ di tè, domandando se abbiamo mai visto una piantagione di tè a terrazze: «Io amo osservarne le fotografie, e un giorno vorrei tanto visitarne una di persona. Il verde ovunque, l’ infinita ripetizione di linee serpeggianti che delimitano i gradini ricoperti di camellia sinensis, la sensazione che il mondo inizi e termini lì, l’ assenza di orizzonti che non siano altre montagne ricoperte di tè: forse è da questo che deriva la meditazione, l’ elevazione dell’ io oppure dello spirito, ammesso che siano due cose distinte, e la riconquista del gioiello della vita. Tutte cose a noi lontanissime, eppure reali e presenti.». La camellia sinensis era ben nota fin dall’ antichità nella botanica e nella medicina, e le si attribuivano importanti proprietà terapeutiche come quella di offrire sollievo alla fatica, allietare l’ animo, rafforzare la volontà e guarire problemi di vista. Talvolta le sue foglie venivano somministrate per uso esterno, sotto forma di impacchi, per alleviare dolori di origine reumatica. In ambiente religioso, ove trovò una funzione tuttora portata avanti soprattutto nei monasteri buddhisti cinesi e giapponesi, le foglie della sua pianta venivano considerate un ingrediente fondamentale di quell’ elisir di lunga vita invano bramato dai maestri taoisti. Durante la metà del Cinquecento, i primi missionari cristiani, i gesuiti, arrivarono in Giappone e provarono da subito una forte ammirazione per la pratica del tè, che fece il suo ingresso in Europa attorno alla metà del Seicento e divenendo apprezzato su vasta scala, anche popolare, durante l’ Ottocento, durante il regno di Vittoria del Regno Unito, prima Imperatrice d’ India.


Alla domanda su come abbia scoperto il tè, lo scrittore risponde che fu all’ età di otto o nove anni, quando alle 16:00 sua madre glielo preparava per merenda con qualche biscotto: «Quest’ abitudine non durò particolarmente a lungo, ma fu allora che mi accorsi che mi piaceva. Nel 2006, a ventidue anni, mi trasferì in Ghana, Africa occidentale, ove vissi per i successivi quindi anni e in quel periodo presi la consuetudine di berlo ogni giorno. Usanza che preservo tuttora. Mi piace addolcirlo soprattutto con lo zucchero di canna oppure con il miele. A poca distanza da casa mia vi è un apiario che mi piace osservare durante le mie passeggiate, e trovo che le api ci facciano davvero un grandissimo dono con la loro proverbiale operosità!». Gli chiediamo qual’ è il tè che ama di più, e lui cita il Darjeeling, l’ Earl Grey, il Prince of Wales e il tè verde: «Il tè Darjeeling, originario del Bengala occidentale, è tradizionalmente considerato il più pregiato dei tè neri, soprattutto in Gran Bretagna e nelle sue ex colonie. L’ Earl Grey è una miscela realizzata con i migliori tè neri provenienti da piantagioni selezionate in tutto il mondo e aromatizzata con l’ olio estratto dalla scorza del bergamotto. Il tè Prince of Wales Tea, dedicato a Re Edoardo VIII del Regno Unito nel 1921, quando ancora era erede al trono come Principe di Galles, è realizzato con i più pregiati tè neri provenienti dalle province della Cina centrale e meridionale, ha un profumo intenso e un sapore leggero e delicato, in cui si percepiscono note fruttate e un lieve sentore di cacao. Il tè verde è invece una variante ottenuta con foglie che durante la lavorazione non subiscono l’ ossidazione, e per tradizione è considerato in grado di apportare i migliori benefici alla nostra salute.». Che cosa lo affascina di più del tè, a parte il sapore? «Thích Nhất Hạnh, monaco buddhista e poeta vietnamita venuto a mancare il 21 gennaio 2022, disse che bevendo il tè si bevono nuvole.» risponde «Vale a dire che tutto è in relazione con tutto, ogni cosa è dipendente dalle condizioni causanti. Una tazza di tè che arriva sul nostro tavolo e che noi beviamo dipende da una serie di fattori concomitanti: una pianta, la terra, la pioggia e il sole, un agricoltore che coltiva la piantagione, un certo tempo per permettere alle foglie di crescere e maturare, qualcuno che le raccoglie, qualcun altro che le fa essiccare, appassire, ossidare, ammassare, fermentare e maturare per poi impacchettarle e portarle al mercato, qualcuno che prima di noi non compra il pacchetto, e noi che arriviamo dopo e lo scegliamo. Ciascuna di queste condizioni è a sua volta determinata da numerose altre che la precedono, e determineranno le infinite altre che la seguiranno. Peraltro, secondo il Buddhismo, come ogni altra cosa il tè è tale per differenza da tutto ciò che non è tè. Non è tè o altro, ma perché noi da un lato lo mettiamo in relazione al nostro concetto di tè e dall’ altro al nostro concetto di non tè. Dunque, tutto è una relazione, nella quale noi controlliamo ben poche cose!». Secondo la filosofia Zen, prosegue, per godersi a dovere il tè bisogna essere calati nel presente. Solo nella consapevolezza del presente le mani possono sentire il piacevole calore della tazza, assaporare l’ aroma, sentire la dolcezza e apprezzare la delicatezza: «Se sei preso dal passato o dal futuro, perdi del tutto il piacere del tè. Anzi, guaderai nella tazza e il tè non ci sarà neanche più. Con la vita vale lo stesso identico principio.».

Con questo spirito, prosegue dicendo che ama molto i prodotti della Dilmah, una delle aziende di tè più importanti al mondo il cui amministratore delegato, Dilhan Fernando, intende una ditta come servizio umano, puntando su un commercio etico che sostenga l’ economia e l’ agricoltura locali: poiché ogni azienda di successo ha un’ influenza sulla comunità dove opera, sui suoi clienti e sull’ ambiente, il suo lavoro deve cercare di cambiare in meglio le vite umane.


Dopo qualche istante di silenzio, aggiunge che questa bevanda si è ritagliata un notevole spazio nella letteratura, soprattutto nei grandi romanzi realisti, ma non solo: «Il momento in cui si beve il tè assume un significato culturale e simbolico nello stesso tempo. Fin dall’ inizio del Novecento rappresenta un rito così importante da consacrare un intero momento della giornata come l’ ora del tè. Un rito di certo non legato a un momento di meditazione e di ricerca individuale come in Cina e Giappone, bensì a un momento in cui si esprimono abitudini e costumi di società.». All’ interno delle opere della letteratura classica ci sono numerosi riferimenti a questa bevanda, che assume valore sempre diverso. E’ sinonimo di intensità, piacere, tradizione e condivisione.

Alla combinazione di tè e letteratura si è dedicata Eileen Reynolds in un articolo intitolato «Tea: a Literary Tour» e pubblicato nel 2010 sul The New Yorker. Nella letteratura britannica il tè è l’attore non protagonista più ricorrente se si pensa, ad esempio, ai romanzi delle sorelle Brontë, di Charles Dickens o Jane Austen. Talmente frequenti sono i riferimenti nelle scene di quest’ ultima autrice, che Kim Wilson ha pubblicato un libro al riguardo, «Tea with Jane Austen». L’ opera in cui l’ ora del tè assume il ruolo più iconico e memorabile è il romanzo fantastico «Alice nel Paese delle Meraviglie» di Lewis Carroll. Al di là dell’ impiego letterario, cvi fu un autore britannico per cui il tè era una vera e propria cerimonia, un insostituibile rito quotidiano: il giornalista e attivista politico George Orwell, noto per i romanzi «1984» e «La fattoria degli animali». Nel 1946 pubblicò un articolo, intitolato «A nice cup of tea», in cui descrisse la sua personale ricetta per una tazza di tè perfetta, articolata in non meno di undici punti essenziali.

«Eppure, non si può parlare del tè senza pensare alla famosa cerimonia di cui è oggetto in vari Paesi asiatici, soprattutto il Giappone.» prosegue Giacomo finendo di bere «E’ al centro di una vera e propria attività culturale, un rito in cui attraverso forme e gesti ben precisi in cui la bevanda si prepara e si degusta, accompagnando il processo a pratiche meditative e spesso religiose. Le cerimonie del tè differiscono da Paese a Paese per norme, metodi e principi. Indica il processo di preparazione, presentazione e degustazione del tè ruotanti saldamente attorno ai valori di rispetto, armonia, purezza e tranquillità che avvolgono tutto il rituale, dal rapporto tra coloro che prendono parte alla cerimonia a quello con gli accessori che servono alla preparazione, e infine a quello con il cibo che viene consumato.». Nel Buddhismo Zen, la forma più famosa per eccellenza del Buddhadharma giapponese, si dice che si può incontrare un intero universo bevendo una tazza di tè: questo avviene con l’ immersione totale nel qui ed ora e partecipando del tutto alla cerimonia con un cuore libero da sentimenti di egoismo. Si dice, peraltro, che il tè è il tè e lo Zen è lo Zen, sebbene appassionati di tè e seguaci dello Zen siano interessati sia all’ uno che all’ altro. I monaci Zen giapponesi vedono il tè come un ottimo strumento capace di tenere desta la mente e quindi di prolungare la meditazione. Si racconta persino che il monaco indiano Bodhidharma, XXVIII patriarca del Buddhismo indiano secondo la tradizione Chán e Zen che raggiunse la Cina nel 526 dopo Cristo, mentre sedeva in meditazione fu colto dal sonno e al suo risveglio si tagliò le palpebre che caddero a terra, misero radici e germogliarono: la pianta che crebbe da esse fu la prima del tè, simbolo e causa dell’ eterna insonnia. Sempre nel Buddhismo Zen, la tazza di tè viene utilizzata come parabola. Nan-in, un maestro giapponese del Perido Meiji, tra il 1868 e il 1912, ricevette la visita di un professore universitario statunitense che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen, e appena ricevuto gli pose numerose domande, una dopo l’ altra. Nan-in servì il tè in rigoroso silenzio, colmò la tazza del suo ospite continuando però a versare. Il professore guardò meravigliato il tè che traboccava, poi non riuscì più a contenersi dicendogli che era già piena. Nan-in, sorridendo, rispose benevolmente ma fermamente che esattamente come quella tazza il professore era ricolmo delle sue opinioni e congetture: gli sarebbe stato impossibile spiegargli lo Zen se prima non avesse vuotato la propria tazza. Siamo infatti abituati a guardare il mondo non con i nostri reali occhi, ma con l’ occhio della convinzione che ci siamo costruiti negli anni.

Un apiario nella zona dove Giacomo vive;


Recenti studi scientifici hanno inoltre evidenziato che l’ abituale consumo di tè porta enormi benefici alla salute, che Giacomo ha valutato attentamente: «E’ ricco di antiossidanti in grado di contrastare i radicali liberi responsabili dell’ invecchiamento e fondamentali nella prevenzione di alcune malattie cardiovascolari. E’ una bevanda infinitamente preziosa per la nostra salute. Studi sempre più aggiornati dimostrano ormai in modo inequivocabile che, specie quello verde, riduce pressione e colesterolo, diminuisce il rischio di ictus, previene alcuni tumori come ad esempio quello al colon. Inoltre aiuta la digestione e rafforza i denti. In una parola, come dicono i cinesi: il tè allunga la vita. Uno dei modi migliori per beneficiare al meglio delle sue proprietà è addolcire la tazza con il miele, più naturale e senza controindicazioni, piuttosto che con lo zucchero. La dose raccomandata per avere i massimi benefici è di tre tazze al giorno, possibilmente a digiuno: l’ efficacia è assai maggiore.». Peraltro, aggiunge, uno studio pubblicato sulla rivista Aging suggerisce che sorseggiare una tazza di tè in modo regolare potrebbe avere effetti benefici sulla struttura del nostro cervello: «L’ indagine, a cura di una squadra internazionale, si è avvalsa di un gruppo di volontari le cui abitudini sono state inizialmente valutate tramite un questionario. Una volta divisi i bevitori regolari di tè dai non regolari e dai non consumatori, tutti i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica, per documentare eventuali differenze all’ interno della scatola cranica. Si è così scoperto che gli amanti del tè possono contare su una minore asimmetria nelle connessioni presenti nei due emisferi del cervello. Le reti neurali sono sviluppate in modo piuttosto simile su entrambi i lati, con l’ ulteriore evidenza di connessioni robuste nelle aree del cervello coinvolte nei processi di pianificazione e relazionali. Si può quindi azzardare l’ ipotesi che l’ ottimizzazione delle strutture cerebrali innescata dal tè renda il cervello più efficiente, e ne rallenti pure il deterioramento. Alcuni esperti osservano inoltre che la propensione a consumare molta teina potrebbe andare a braccetto con altri fattori in grado di influenzare la salute dei neuroni: ad esempio, le persone socievoli potrebbero passare l’ ora del tè in compagnia amici e parenti, cosa che influenzerebbe già da sé e ampiamente in positivo l’ impalcatura del cervello.».


Chiediamo a Giacomo se c’ è una forma di tè che vorrebbe provare, e lui ridacchiando risponde prontamente: «Il tè tibetano. E’ molto lontano dal classico tè indiano o cinese. Si tratta infatti di una miscela di foglie di tè con sale, bicarbonato e burro di yak, il famoso bovino tibetano simile ad un grosso toro ma con pelo più folto e lungo. Il tutto è mescolato in un cilindro di legno. Non importa dove si è diretti: in Tibet ci sarà sempre una tazza bollente ad accogliere l’ ospite come segno di benvenuto, un compagno amichevole per nomadi e viaggiatori.». Parlando di tè, il burro non è la prima cosa che viene in mente agli occidentali, ma i tibetani amano aggiungerne in buone dosi, perché l’ alto contenuto di grassi è perfetto per la vita in alta quota e per contrastare il freddo dell’ altopiano himalayano, tra i quattro e i cinquemila metri di quota. Secondo la tradizione, ci racconta lo scrittore, gli ospiti non devono mai bere tutto il tè dalla tazza, dovendo lasciarne un po’ per far capire al padrone di casa che ne desidera ancora. Quando non se ne vuole più, si può versare il tè rimasto in una coppa apposita sul pavimento, ma mai prima della terza o quarta tazza, per non apparire scortesi: «Alcuni conoscenti che nel gennaio 2011 incontrai all’ Istituto Lama Tzong Khapa, in provincia di Pisa, dopo un loro viaggio tra India del nord e Nepal, ove vissero con molti tibetani, mi dissero che per la bocca di un occidentale il tè tibetano risulta disgustoso. Eppure, i tibetani arrivano a berne dalle quaranta alle sessanta piccole tazze al giorno, per la nutrizione e l’ idratazione, dopo i pasti, durante le preghiere o semplicemente durante le conversazioni tra amici e familiari.».

domenica 16 ottobre 2022

La dieta di Giacomo per potenziare la mente


La giornata mondiale dell’ alimentazione è una ricorrenza che si celebra ogni anno in tutto il mondo il 16 ottobre per ricordare l’ anniversario della data di fondazione dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’ alimentazione e l’ agricoltura, comunemente conosciuta come FAO, istituita in Canada, a Québec, il 16 ottobre 1945.

Abbiamo approfittato di questa celebrazione per incontrare Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articoli storici, che rivela di aver regolato la propria dieta scegliendo alimenti che, come confermato dall’ analisi scientifica, potenziano le capacità mentali e preservano il cervello in buona salute favorendo la sua attività culturale e redazionale.

Pomodori e fagioli in insalata con peperoncino;

Giacomo Ramella Pralungo è a tavola, davanti ad un piatto di pasta condita con olio e peperoncino e un bicchiere di vino nero. Inizia la sua conversazione con i ricordi della sua infanzia: da bambino non era particolarmente capriccioso e sua madre era un’ ottima cuoca, eppure quando una cosa non gli piaceva era particolarmente lento nel mangiare. Spesso lei gli raccontava quindi della propria giovinezza, quando chi non finiva il proprio piatto o non si alzava finché non era vuoto oppure se lo ritrovava riscaldato al pasto successivo: «Da una corretta e regolare alimentazione deriva una buona salute sia fisica che mentale. Curiosamente ci preoccupiamo molto della salute fisica, ma non di quella mentale che al massimo ci limitiamo a nominare nelle conversazioni. Eppure ha un’ importanza imprescindibile, se ricordiamo il noto proverbio latino: ‘Mens sana in corpore sano’. Un buon modo per iniziare a curarla è proprio l’ alimentazione, poi viene l’ attività intellettiva vera e propria che deve essere il più costante possibile.».

Un uovo fritto;


Lo scrittore afferma di non essere mai stato molto famelico in vita sua, ma che per anni a tavola si è mosso più per golosità che per necessità fisica vera e propria: «A me basta mangiare pochissimo ogni giorno. A vent’ anni pesavo oltre novanta chili, sono sempre stato ghiotto di formaggio e roba dolce che incameravo ben più del dovuto, per semplice piacere. Ora, invece, ho l’ abitudine di mangiare solo per necessità e mi basta veramente lo stretto indispensabile per rimanere in piedi come si conviene. Mangio a colazione e pranzo, poi tra le 17:00 e le 18:00 prendo il tè con qualche biscotto o addirittura senza nulla mangiare. E tiro avanti tranquillamente fino al giorno dopo (risata)!». Spiega di aver recentemente scelto di nutrirsi costantemente di alimenti che potenziano le capacità mentali e preservano il cervello in buona salute: «Era lo scorso mese di dicembre, quando durante le mie ricerche per una serie di racconti di fantascienza che vorrei iniziare a scrivere tra non molto ho seguito la serie televisiva ‘Nero Wolfe’ del 2012, con l’ eccellente Francesco Pannofino, da cui ho ricavato qualche utile appunto. Tra gli infiniti riferimenti all’ arte culinaria, di cui il geniale e sovrappeso investigatore privato newyorkese creato da Rex Stout è un noto estimatore, mi è venuto spontaneo ragionare sugli effetti dell’ alimentazione sul fisico, e mi sono stupito a quanto poco si parli di quelli sul cervello. Io che mi ritrovo a fare un regolare utilizzo di quest’ organo fondamentale ho cominciato a domandarmi quali cibi in particolare lo beneficiassero, e ho pensato di adeguare conseguentemente il mio regime alimentare.».

Salmone scottato in padella;


Alla domanda su a quali cibi ricorra, risponde citando i pomodori, le uova, i fagioli, il pesce, il tè, le arance, il latte, il cioccolato, la cannella e il peperoncino. Sorseggia un po’ di vino: «In buona sostanza, parliamo di cibi molto comuni e che sono famosi soprattutto per gli effetti benefici sul fisico. Non ho pertanto dovuto apportare un drastico cambiamento, anzi. Ma dalla ricerca che ho condotto sono rimasto stupito sugli effetti poco conosciuti, ma molto potenti, che hanno sul cervello, il nostro organo più misterioso e straordinario, culla della mente e centro di controllo delle nostre funzioni fisiche.».

Tè al latte con cannella;


Terminata l’ ultima forchettata e finito di bere, ci elenca i benefici degli alimenti che ha deciso di adottare regolarmente: i pomodori prevengono i danni dai radicali liberi e proteggono i neuroni dalla demenza, soprattutto la malattia di Alzheimer; le uova ritardano l’ atrofia cerebrale e riducono i livelli nel sangue di omocisteina, che aumenta il rischio di ictus, deterioramento cognitivo e Alzheimer; i fagioli acuiscono la concentrazione e la memoria, grazie al ferro che apporta molto ossigeno a ogni parte del corpo, cervello compreso, e proteggono dalla demenza e favoriscono il rilassamento, allentano la tensione e regolare l’ equilibrio del sistema nervoso; il pesce, soprattutto salmone e trote, promuove una sana funzione cerebrale; il tè ha un effetto stimolante che aumenta la concentrazione ed è più tollerabile del caffè: quello verde in particolare contiene una serie di flavonoidi dall’ azione antiossidante che previene malattie cardiovascolari e neurodegenerative; le arance riducono ansia e stress e aumentano memoria e concentrazione; il latte fornisce sieroproteine che promuovono la formazione di glutatione, uno degli antiossidanti più potenti prodotti dall’ organismo, efficace contro lo stress ossidativo associato ad alcune malattie come Alzheimer o malattia di Parkinson; il cioccolato stimola la concentrazione per via della teobromina, ed è un ottimo regolatore dell’ umore, un antidepressivo naturale a tutti gli effetti; la cannella beneficia la memoria, l’ apprendimento e lo stato neuronale, porta a cambiamenti biochimici nel cervello agendo sulla sua plasticità, migliora le capacità dei neuroni di cambiare sia nella struttura che nelle funzioni, aumentando le connessioni cerebrali. Migliora la cognizione e ritarda l’ ossidazione del cervello nonché i difetti cognitivi, che può persino invertire; il peperoncino rallenta i processi degenerativi del cervello, incrementando le funzioni cognitive grazie alla presenza di vitamina E.

Arance;


Portando via il piatto e preparandosi a servire mele cotte, aggiunge tra il serio e l’ ironico: «Ho saputo di molta gente che, ispirandosi a certe guide spirituali e medium orientali piuttosto discussi e altri più convenzionali ma fraintesi, affascinata dall’ idea di affinare le capacità della mente ha fatto ricorso alle droghe nel desiderio di raggiungere uno stato di percezione e consapevolezza superiore, dandosi poi a stati di sacra trance indotta da chissà quale rimasticatura meditativa New Age ormai alla moda, con il risultato di ritrovarsi ricoverata in ospedale (risata)! Non sono rari i casi di stato vegetativo o addirittura di morte, purtroppo. Ma io che per anni ho studiato il Buddhismo stringendo legami di amicizia con un lama di scuola tibetana che ha il proprio gompa a Graglia e una maestra e un monaco laico di scuola Sōtō-shū, i cui dojo si trovano rispettivamente a Torino e Vercelli, posso riferire in tutta tranquillità che la meditazione non serve a raggiungere l’ estasi mistica, e che lo stesso Buddha Śākyamuni disse chiaramente che la ricerca di poteri miracolosi era qualcosa di assolutamente superfluo.». La meditazione ha a sua volta effetti molto benefici sul cervello, migliora infatti l’ apprendimento, la memoria e la consapevolezza di sé, e praticarla a lungo termine aumenta la densità della materia grigia nelle aree del cervello associate all’ apprendimento, la memoria, la consapevolezza di sé, la compassione e l’ introspezione: «Io pratico la forma Vipaśyanā, che secondo la tradizione fu praticata personalmente da Siddhattha Gotama per illuminarsi, e quella Zazen, tra loro molto affini. La mia mente e il mio spirito ne ricavano un beneficio più che evidente, ma questo è un altro discorso. Il fatto è che potenziare la mente è possibile senza alcun bisogno di drogarsi o finire nel pantano di ciarlatani che anziché essere tanto lodati andrebbero mandati in gattabuia a suon di pedate: è sufficiente tenerla in esercizio leggendo, scrivendo, analizzando logicamente tutto ciò che recepiamo e ovviamente mangiando bene (risata)!». Una buona dieta ed esercizi spirituali sono una combinazione formidabile, sostiene con convinzione.

Latte;


Alla domanda sull’ importanza che ha nella nostra vita, Giacomo afferma che il cibo è rilevante non solo a livello fisico, ma anche culturale: «E’ un argomento antico, ma sempre attuale. La quantità e la qualità del cibo che ingeriamo influisce sia sulla nostra salute fisica che sul nostro benessere mentale e spirituale. Mangiare bene aiuta a prevenire e trattare molte malattie croniche come l’ obesità e il sovrappeso, l’ ipertensione arteriosa, le malattie dell’ apparato cardiocircolatorio, le malattie metaboliche, il diabete e persino alcune forme di tumori. Inoltre influenza i nostri pensieri e sentimenti, aiutandoci a preservare un saldo equilibrio psichico da cui deriva una condotta retta.». Tale concetto è da migliaia di anni sostenuto dalle dottrine yogiche, e di recente è stato confermato dalla scienza.

Cioccolato;


Mangiare non è mai un atto banale, perché offrire del cibo e cucinarlo per gli altri significa conoscenza e rispetto. Spesso e volentieri è preparato secondo tradizioni millenarie. Il cibo è, per gran parte delle civiltà umane e le relative religioni, un valore oltre che una sostanza o un prodotto: «Ieri come oggi, le persone riconoscono nel mangiare e nel bere azioni cariche di significato: il cibo viene inteso come un dono del divino o della natura, il che dovrebbe richiamare tutti alla consapevolezza del nutrirsi, a non dare per scontata la sua disponibilità e a non ridurre i pasti a una successione di gesti automatici.». Nella Bibbia, prosegue facendo un esempio, si dispone la cottura dell’ agnello secondo istruzioni ben precise. Quando alla sua tenda arrivarono tre misteriosi visitatori, Abramo fece subito preparare tante focacce con fior di farina ignorando di trovarsi in presenza di Dio e due angeli. E doveva essere davvero straordinario il piatto di lenticchie cotte da Giacobbe, se Esaù rinunciò alla primogenitura pur di farselo servire. Mosè offriva pasti abbondanti ai visitatori che si presentavano alla sua tenda, e la manna nel deserto, in realtà un’ escrescenza resinosa delle tamerici che oggi viene venduta ai turisti in Giordania e Israele in scatoline da dolciumi, cadeva ininterrottamente, ma ogni giorno se ne poteva raccogliere solo quanto bastava per nutrirsi, sia pure con abbondanza: chi la voleva accumulare l’ avrebbe vista marcire e divenire buona per i vermi. Re Davide portava grandi provviste ai suoi miliziani perennemente in guerra, mentre Gesù sapeva fare il pane, avendo visto costantemente la madre Maria preparare l’ impasto insieme alle altre donne del villaggio galileo di Nazareth. Sapeva peraltro arrostire i pesci alla brace, e non di rado cucinava per i suoi discepoli: «Nella Bibbia, il cibo non è mai scarso: è nutrimento per un popolo ma con l’ avvertenza che mai dovrà andare sprecato.». Anche nel Buddhismo il cibo ha la sua importanza: «Il Buddha Śākyamuni viene spesso e volentieri figurato con una ciotola nella mano sinistra, come segno di un’ alimentazione moderata ed essenziale e della sua condizione di asceta mendicante, in virtù della quale ogni giorno compiva il rito della questua nei villaggi ove si spostava per trasmettere il suo insegnamento: non era un semplice modo per ottenere del cibo, ma un atteggiamento verso la vita in pieno rispetto dei valori dell’ Ottuplice Sentiero, secondo cui ci si deve procurare da vivere con corretti mezzi di sussistenza.». I lama tibetani, oggi, aggiungono che un buon modo per fare pratica spirituale attraverso il cibo è ricordarsi del contributo dato dagli altri nella sua produzione e distribuzione, prima di arrivare alla nostra tavola, e prendere atto che cibandoci nutriamo anche i miliardi di microorganismi che vivono in noi: «Diversamente da ciò che pensiamo, anche il consumo di carne può essere una parte molto importante dell’ attività spirituale: la carne che mangiamo non dovrebbe provenire da un animale ucciso da noi, perché il Risvegliato invitava a non uccidere, e sarebbe bene dividerla con il maggior numero possibile di persone in quanto questo animale ha dato la sua vita per gli altri. Eh sì, il cibo rappresenta qualcosa di molto importante da qualunque prospettiva lo si consideri!».

venerdì 28 luglio 2017

Un tè con Giacomo Ramella Pralungo


Giacomo Ramella Pralungo ci accoglie sulla porta con un ampio sorriso, e ci guida in giardino, ove serve il : «Scoprì questo particolare piacere grazie a mia madre, quando avevo otto o nove anni. Ho ripreso per qualche tempo quest’ abitudine nel periodo in cui morì, e l’ ho definitivamente conservata negli ultimi dieci anni.».
Aggiunge che è molto raro per lui mangiare o prendere il tè in giardino, ma sente di voler rimediare perché ogni volta che gli capita avverte chiaramente il forte legame tra uomo e ambiente, e ogni illusione di essere qualcosa di distaccato e oltre le leggi della natura decade: «Stiamo sempre più recando danno al nostro ecosistema in nome del profitto o, peggio ancora, del progresso, e sono sicuro che tra cento anni, se non prima, avremo evidenti motivi per dolercene.».

A proposito di progresso, noi tutti viviamo in un mondo in continuo e rapido mutamento. Che cosa ne pensa?

«Il cambiamento è una naturale caratteristica di tutte le cose: anche una montagna è incessantemente soggetta a qualche variazione, benché osservandola a valle non si noti. Peraltro penso che senza cambiamenti qualcosa si addormenti in noi, inducendoci al ristagno. Negli ultimi quattro milioni di anni l’ evoluzione biologica e il progresso sociale e materiale ci hanno consentito di mutare da australopitechi primordiali a esseri umani capaci di svolgere attività sofisticate e di semplificarsi la vita. Chissà che cosa saremo tra altri quattro milioni di anni, se per qualche motivo non ci estingueremo prima? Eppure non si può negare che negli ultimi cento anni ci siamo evoluti troppo in fretta sia socialmente che tecnologicamente, al punto che per ironia stiamo faticando moltissimo a mantenere il passo che noi stessi ci siamo dati. Io penso che dovremmo rallentare un po’ per familiarizzare con le conoscenze e l’ esperienza fin qui acquisite e poi riprendere il cammino.».

Quello tra tradizione e modernità è un contrasto antico ma sempre attuale.

«Ha assolutamente ragione, e mai come oggi il dibattito è stato tanto aperto. Nel mondo di oggi, così come è sempre avvenuto nel corso della nostra storia, le differenze tra i più anziani e i più giovani sono più che evidenti, perché gli avvenimenti storici e i cambiamenti sociali, tecnologici e addirittura professionali hanno portato a cambiamenti epocali. Oggi abbiamo risolto molti problemi e superato varie manchevolezze del passato, abbiamo tante comodità che fino a poco tempo fa non c’ erano e sotto questo aspetto è importante che sia così. Eppure siamo alle prese con nuovi problemi e manchevolezze che risolveremo con un ulteriore progresso, e così avanti finché il genere umano uscirà di scena. Io dico sempre che devono esistere determinati valori fondamentali che nel tempo devono rimanere sempre gli stessi, come la famiglia, l’ impegno costante ed entusiastico per quello che si fa, la buona educazione, l’ altruismo, la cura per l’ ambiente, gli animali e la società in cui si vive, per quanto la loro applicazione possa e debba logicamente adeguarsi ai tempi che corrono perché altrimenti sfoceremmo in quel ristagno di cui parlavamo prima. Peraltro mi piace aggiungere che il progresso deve essere sia materiale che interiore: possiamo avere un’ automobile molto bella e moderna e una casa zeppa di elettrodomestici efficienti e in grado di fare tutto, eppure essere persone povere nella mente e nell’ animo, quindi in tutta evidenza non saremmo di fronte ad alcun vero progresso.».

Infatti, oggigiorno, per progresso si intende solo lo sviluppo materiale in quanto tale, e non la sua utilità e nemmeno le conseguenze sulle persone…

«E’ uno degli effetti collaterali della rivoluzione industriale che ha animato l’ Occidente europeo. Noi di solito siamo abituati a sostenere con forza il miglioramento del tenore di vita e dei trasporti, nonché il conseguente aumento demografico e l’ espansione delle città, ma con l’ andare del tempo abbiamo toccato un estremo dopo l’ altro: le comodità materiali erano così desiderabili da divenire il fine ultimo del processo di evoluzione venuto a instaurarsi, al punto che oggi ci affidiamo molto più del dovuto alle nostre realizzazioni, delegando ad esse ogni cosa e divenendone dipendenti, siamo alle prese con la sovrappopolazione e un’ eccessiva urbanizzazione che stanno letteralmente distruggendo l’ ambiente planetario. Peraltro, le persone sono divenute parte di un ingranaggio folle che le ha trasformate in unità produttive che valgono solo per quello che producono: oggi uomini e donne non sono più i beneficiari di quel grande balzo in avanti auspicato dalla rivoluzione industriale, ne sono vittime. E gli anziani, un tempo visti come saggi ed esempi di vita per via della loro saggezza, sono divenuti un peso perché con l’ età avanzata non sono più in grado di contribuire al meccanismo. No, questo non è assolutamente progresso!».

Quindi lei è a favore di un connubio tra tradizione e sviluppo, in un contesto di antropocentrismo?

«Sì, tradizione e sviluppo possono senz’ altro combinarsi, e credo che sia un valido principio. Determinate popolazioni orientali, come gli indiani e soprattutto i giapponesi, hanno adottato questa visione, mantenendo le proprie antiche tradizioni e combinandole con le moderne innovazioni. Il progresso, in ogni sua forma, è stato concepito per il bene dell’ essere umano, e i prodotti tecnologici devono rimanere strumenti che le persone devono rispettare e considerare entro i giusti limiti: l’ uomo non deve smettere di camminare solo perché ha l’ automobile o la motocicletta, così come non deve rinunciare a far di conto in favore della calcolatrice o evitare di scrivere lettere a mano da mandare tramite la posta tradizionale ricorrendo esclusivamente a quella elettronica. Migliorare e semplificarsi la vita è il vero obiettivo del progresso, non ricorrere abitualmente a tecnologie sempre più autonome da cui un giorno farsi gestire e condizionare l’ esistenza.».

E’ quello che sostiene nei suoi romanzi di fantascienza?

«La fantascienza nacque e si sviluppò proprio considerando questo principio: l’ impatto di una scienza, di una scoperta e di una tecnologia sull’ umanità. Herbert George Wells e Michael Crichton hanno pubblicato storie esemplari con le quali hanno espresso molto bene l’ esigenza di procedere gradualmente e intelligentemente lungo la via dello sviluppo tecnico e scientifico: è il solo modo per riempire il nostro cesto con frutti veramente utili. Io stesso ho riconosciuto la validità delle loro considerazioni, e le ho fatte mie.».

E’ per l’ importanza che attribuisce sia ai metodi tradizionali che a quelli moderni che lei pubblica i suoi libri sia in formato cartaceo che in quello digitale?

«Certamente, è proprio per questo. Oggi il libro elettronico è una realtà ormai impostasi nelle nostre vite, e ha il vantaggio di poter custodire al proprio interno l’ equivalente di una biblioteca, quindi ben venga laddove se ne vede il bisogno. Se devo essere sincero ne ho uno anche io (risata)! Ma il libro di carta continua giustamente a mantenere il proprio fascino, e molte persone mi hanno detto chiaramente che sfogliarne le pagine e sentire persino l’ odore della carta restano esperienze imparagonabili. Anche in questo caso siamo davanti a una bella combinazione tra tradizione e modernità.».

Grazie per il tè e la bella intervista.

«Grazie a voi, è stato un vero piacere.».

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman; Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e ...