Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post

lunedì 8 giugno 2026

Per un pugno di libri

Giacomo Ramella Pralungo


I libri e i luoghi in cui sono custoditi, le biblioteche, sono qualcosa di grande interesse sia culturale che sociale. Costituiscono un patrimonio vivo e immenso che in nazioni come la nostra toccano livelli di notevole importanza sia collettiva che individuale. Qualcosa di cui Giacomo Ramella Pralungo, scrittore e volontario alla biblioteca comunale di Occhieppo Superiore, fa esperienza nella vita di ogni giorno e quindi difende con convinzione e piacere.


Seduto in riflessione in un bel salotto, non molto lontano da una libreria, Giacomo Ramella Pralungo parla in modo semplice e chiaro sull’ importanza che dà al libro: «Trovo fondamentale esprimermi su cose di cui ho fatto io stesso esperienza, perché solo così si può essere certi di sapere ciò che si dice e si appare credibili agli altri. I libri mi accompagnano fin dai giorni delle scuole medie, da quando avevo dodici anni sento il bisogno di esercitare la scrittura in una costante evoluzione e dai quindici sono un lettore abituale. Vero, è nato tutto da una passione personale, nulla che mi sia stato imposto dall’ esterno, ma ho tratto molti benefici tangibili: leggendo e studiando ho appreso molte cose che prima ignoravo e scrivendo ho imparato a esprimermi in modo appropriato, dando importanza persino alla scelta delle singole parole. La costanza e la metodicità mi sono state di grande aiuto lungo la via.». Se nella vita ha avuto poche relazioni con le altre persone, per contro ha trovato una magnifica compagnia nei libri, alimentata da una grande curiosità di sapere sempre cose nuove e dal desiderio di ragionarci sopra: «Ma l’ importanza del libro non riguarda solo me, va molto oltre. La scrittura è stata fondamentale nella storia della nostra civiltà, poiché ci ha permesso di registrare le informazioni in modo durevole. Un testo scritto può sopravvivere per un tempo molto lungo, e così come è stato trascritto, mentre la trasmissione orale è ben più insicura: un messaggio tramandato a voce soltanto può mutare a seconda di fraintendimenti oppure manomissioni volontarie, perdendo in ogni caso l’ iniziale significato. E’ esattamente ciò che accade con i pettegolezzi di paese, anche se in questo caso le falsificazioni intenzionali sono costanti e sempre credute, e più della verità (risata)!».

Scrittore di fantascienza a sfondo sociale e articolista dedito a storia e cultura, per lui l’ idea stessa di libro è qualcosa di infinitamente prezioso: «Se la vita umana è breve, gli scritti restano e si conservano per secoli. Molto del sapere antico e del ricordo dei primi popoli della Terra può essere studiato ancora oggi soltanto perché tramandati per iscritto, dai geroglifici sui papiri in Egitto ai codici medievali degli amanuensi nei monasteri cristiani. Tante cose insegnate dai filosofi greci, dalle figure spirituali come il Buddha Śākyamuni e i pionieri della Rivoluzione scientifica nell’ Europa del Cinquecento sono sopravvissute nel tempo proprio perché sono state messe per iscritto. Vennero assicurate, diremmo noi oggi (risata)! I romanzi di narrativa spesso sono veicoli di queste stesse conoscenze, trasmesse in modo piacevole per mezzo di storie inventate ma connesse a determinati saperi: pensiamo ai romanzi storici che ci descrivono le grandi epoche del passato, oppure alla fantascienza che ragiona sull’ impatto probabile di una scoperta o tecnologia sul singolo o l’ intera società. Le biblioteche di oggi sono luoghi preziosi perché depositarie di questi patrimoni di conoscenza.».


L’ importanza di un libro è incalcolabile per ragioni culturali e comunicative, ma per contro si basa innanzitutto sull’ atteggiamento di chi scrive, non solo sulle sue capacità: «Dietro ad ogni cosa vi è sempre la persona. La scrittura è molto particolare, perché si basa sulla capacità di argomentare, di rendere un’ idea. Chi scrive esercita una grande influenza sulla società, ha il potere di influire sul pensiero altrui e quindi di causare in un modo o in un altro il bene o il male di milioni di persone, e non solo. Esistono testi che si sono rivelati molto utili per la nostra formazione culturale, mi vengono in mente i testi scientifici o i commentari di storici illuminati come il professor Alessandro Barbero, senza dimenticare i romanzi di Charles Dickens che descrissero molto bene i bassifondi del Regno Unito di epoca vittoriana, epoca di rivoluzioni tecniche, scientifiche e industriali, ma purtroppo ce ne sono altri che invece sono stati all’ origine di grandi sofferenze, come la Bibbia e il Corano, e altri ancora che hanno diffuso concezioni estreme quali l’ ideologia comunista e nazista. Io dico sempre che anche chi legge ha le proprie responsabilità: deve ragionare su ciò che legge, cercando di riconoscerne i punti di forza e i difetti. Mai pendere dalla penna di nessuno, neppure la mia!». L’ autore aggiunge di pensare che, soprattutto nelle nazioni democratiche, il potere di chi scrive sull’ opinione pubblica e le relative responsabilità siano immensi: «Sono fermamente convinto che una delle funzioni più utili di noi che lavoriamo nella comunicazione sia il combattere la falsità: si deve firmare un testo basato su informazioni e concetti autentici, ben ragionato, dettagliato, onesto e imparziale. E deve essere utile. Ciò che scriviamo viene letto, vi è un rapporto diretto e potente tra noi e i lettori. Ciò che facciamo leggere viene da noi, chi ci legge ci conosce per quello che scriviamo, ecco perché ho spesso affermato che noi scrittori siamo tra coloro che entrano in casa d’ altri senza bussare, quindi dobbiamo farlo con compostezza e buona sostanza.». Un buon libro è tale quando l’ autore non pensa di dover far trionfare per forza il proprio punto di vista, ma concetti saggi e logici, incontrovertibili e universali: «Se siamo autori, siamo coscienti di questa necessità e assumiamoci le nostre responsabilità. Anziché passare il tempo a scrivere di cronaca nera o mondana, dovremmo valutare temi utili e affascinanti con onestà e conoscenza: i lettori capiranno e ci apprezzeranno per questo.». Un punto fermo della sua attività, aggiunge, è il fatto di aver scelto di evitare di trattare questioni politiche nella sua attività autoriale: «La politica che intendo io è una cosa rara, viene dal concetto di arte del buon governo e valida per tutto il popolo di cui parlavano gli antichi greci, mentre quella moderna si basa sulla lotta tra partiti e dottrine che sono condivise da alcuni ma non da altri. E’ qualcosa che divide ed è intrappolata nella polemica. La cultura invece è molto più unificante, supera gli esclusivismi perché si rivolge alle persone. Tocca ognuno di noi. In Italia abbiamo già una lunga tradizione di autori schierati politicamente, il che non è un male ma trovo che sia spesso un limite. Il mio metro invece si basa su valori culturali, scientifici e sociali. In tal modo posso rivolgermi a tutti, senza impormi a nessuno, ed essere valutato più con la logica che con un’ idea preconcetta.».


Un libro è una cosa molto importante. Nella nostra Italia, secondo recenti statistiche, si evince che gli italiani non sono un popolo di grandi lettori, nonostante la parte notevole di letteratura mondiale nata nel nostro Paese: «E’ un dato di fatto che leggere ci faccia bene in svariati modi, per esempio aiuta lo sviluppo e il perfezionamento del linguaggio: una persona che legge migliora il proprio modo di parlare. Oltre che relazionarsi in modo più positivo con le persone, raffina il modo di scrivere migliorandone l’ ortografia e arricchendo il proprio vocabolario.». Leggere è anche una forma di sfogo, che permette di esprimere meglio i propri pensieri e ideali: «E lo so bene io, che leggo e scrivo moltissimo. La lettura può risvegliare interessi su un determinato argomento facendoci quindi appassionare, sviluppando lo spirito critico e facendo suscitare in noi domande sempre nuove. E’ una porta aperta che ci può portare in tutti i posti che vogliamo, ogni libro infatti è a sé, leggendo possiamo viaggiare senza nemmeno muoverci fisicamente.».


E le biblioteche sono a loro volta luoghi molto importanti, e non solo per motivi strettamente culturali. Un’ altra cosa che Giacomo è contento di poter personalmente confermare: «Dai primi mesi del 2023 frequento la biblioteca di Pollone e quella centrale di Biella, mentre dal settembre 2024 ho il piacere di essere volontario in quella di Occhieppo Superiore, il mio paese. Ho a che fare con un gruppo di persone in cui mi trovo bene. Noi di solito pensiamo che l’ importanza di una biblioteca si debba ai libri che custodisce, e che più ne ha e più è importante, ma da quando porto avanti questa collaborazione ho capito quanto sia legata anche ad un punto di vista sociale: è un luogo in cui viene gente, si interagisce e si fanno conoscenze. Ha una valenza non da poco nei rapporti tra persone, in cui si parla e ci si scambia idee su questioni interessanti, allontanandosi dai soliti temi relativi alle difficoltà della vita quotidiana e dai pettegolezzi vani di paese. Una biblioteca può anche essere piccola e avere pochi libri, ma abbastanza buoni da attirare qualcuno che abbia voglia di cultura e aprirsi le porte a interessi particolari che spesso condivide con gli altri. Io apprezzo molto questo aspetto.». E spiega che lui stesso ha beneficiato di questo fenomeno relazionale da quando è operativo: «Quando avevo undici anni i miei rapporti con il mio paese, Occhieppo Superiore, si disciolsero come neve al sole, perché andai a vivere in una frazione un po’ isolata e scarsamente popolata, soprattutto da anziani. Proprio in quel periodo iniziai ad andare alle scuole medie e quindi persi le mie poche amicizie degli anni precedenti, essenzialmente i miei compagni di classe alle elementari. Mi dedicavo alla scuola, mia madre era malata e infine morì poco tempo dopo, poi feci molto volontariato nel vicino paese di Sordevolo e infine ho vissuto molti anni all’ estero, in Africa occidentale. Al mio ritorno nel 2021 ero praticamente un estraneo per Occhieppo Superiore, e per me il paese era una realtà ignota. Ma da quando sono tra i volontari in biblioteca rivedo persone della mia infanzia e ne ho conosciute di nuove, e quasi tutte sanno della mia attività di scrittore, anche sui giornali e i miei siti. Parliamo abitualmente e con piacere di cultura, storia e letteratura, spesso mi si chiede che cosa sto scrivendo. Non potrei chiedere di più (risata)!».

giovedì 23 aprile 2026

Le parole sono veicolo di un significato

Giacomo Ramella Pralungo;

In un mondo sempre più propenso a esprimersi ma senza il giusto spirito di riflessione, Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articolista a sfondo storico e culturale, pensa che sia importante soffermarsi a ricordare l’ importanza delle parole e del silenzio dando maggiore spazio al messaggio di cui ogni forma di espressione è conseguenza e veicolo: «Una persona intelligente deve sempre sapere tutto quello che dice, e quando è bene tacere.».


Giacomo Ramella Pralungo sfoglia un giornale locale e tiene da una parte un libro di Alessandro Barbero, «San Francesco», che il celebre professore gli ha firmato con dedica durante una recente lezione sul celebre santo tenuta al Duomo di Biella in occasione degli ottocento anni dalla morte: «E’ sempre un grande privilegio per me incontrarlo e parlargli. Molti anni fa gli scrivevo all’ indirizzo di posta elettronica della cattedra universitaria di Vercelli presso cui insegnava, e mi rispondeva sempre. Mi fu molto utile per alcune ricerche, e oltre che per la sua conoscenza l’ ho sempre molto stimato per i manierismi gentili e disponibili. Credo che la sua capacità di esprimersi in modo semplice e diretto sia la chiave della sua notorietà e popolarità. E’ un esempio.».


L’ autore biellese riflette per un po’ e afferma di essere colpito dal fatto che nel mondo contemporaneo sia diventato molto facile per tutti accedere all’ informazione e addirittura immetterla: «La libertà di espressione è tra i diritti più importanti della persona, ed è riconosciuta legalmente e costituzionalmente insieme a quella di informazione. Siamo davvero molto fortunati, ne sono fermamente convinto. E’ una buona cosa. Siamo diventati più colti e capaci di riflettere, quindi di argomentare. Oggi si legge il giornale ed è possibile inviare un proprio intervento alla redazione, che lo manda in stampa, e con Internet c’ è stato un grande salto grazie a blog e reti sociali: basta premere un pulsante e i nostri pensieri sono leggibili in ogni parte del mondo. Però, come ogni altro diritto, comporta un dovere.». Gli chiediamo quale sia, e lui senza incertezze risponde: «L’ obbligo di riflettere su ciò che vogliamo dire. Noi lo facciamo sempre di meno. E’ un’ abitudine della nostra vita quotidiana. Viviamo in un mondo in cui si parla sempre, spesso anche solo per circostanza o addirittura senza che ve ne sia davvero bisogno, e chi parla poco viene guardato in modo strano e sospetto, come se volesse tenere le distanze dal prossimo.». E ora, con Internet, la parola vana ha conosciuto una diffusione esponenziale: «Parliamo e scriviamo molto, ma ormai ben poco di ciò che esprimiamo è veramente utile e sensato. Siamo liberi di esprimerci, ma abbiamo l’ obbligo di farlo con saggezza.».

Giacomo Ramella e Lama Paljin Rinpoche;


Giacomo indica una raffigurazione del Buddha Śākyamuni, un personaggio storico che, al di là delle costruzioni mitologiche e religiose da cui si tiene distante stima profondamente e da cui sente di aver imparato molto studiandone da vent’ anni il messaggio: «Come in seguito avrebbe fatto Gesù, non scrisse mai nulla ma molto insegnò. Si espresse più volte sull’ importanza della parola: le parole sono veicolo di un significato. Nel Buddhismo si ricorda una sua affermazione in particolare che mi ha colpito: ‘Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire’. Secondo me è meraviglioso, dovremmo ricordarci queste parole almeno una volta al giorno!». Negli anni ha visitato vari centri buddhisti tibetani, come il Samten Ling di Graglia e il Centro Mandala di Milano, retti da Lama Paljin Rinpoche con cui ha un rapporto cordiale e di stima, nonché l’ Istituto Lama Tzong Khapa di Santa Luce e il Bukkaidojo di Vercelli, appartenente alla scuola Sōtō-shū dello Zen giapponese: «Amo moltissimo l’ atmosfera di questi luoghi, in cui si parla poco e a voce bassa con la consapevolezza di quanto siano vane le parole inutili. Lama Paljin, durante uno dei nostri primi incontri, mi disse che le parole non esistono di per sé ma la mente le concepisce per intendere l’ infinito.». In essi, spiega, si rispetta il terzo valore essenziale del Nobile Ottuplice Sentiero, l’ insieme di otto principi che modellano un comportamento basato sulla rettitudine insegnato dal Buddha nel suo primo insegnamento, il Discorso di Benares: «La retta parola, ossia l’ assunzione della responsabilità delle nostre parole, ponendo attenzione nella loro scelta e ponderandole in modo che non facciano male agli altri e di conseguenza a noi stessi. Anche il nostro agire deve essere improntato al nostro parlare e corrispondere ad esso. In altre parole: pensare ciò che si dice, dire ciò che si pensa, parlare con gentilezza, non mentire, evitare il pettegolezzo vano e non parlare a vuoto.».


Come persona e scrittore, dedito alla fantascienza a sfondo sociale e ad articoli storici, culturali, scientifici e di mistero, reperibili in larga parte su Internet, Giacomo afferma di aver avuto piena conferma di quanto sia importante ricordare quanto le parole siano uno strumento di comunicazione preciso, da cui peraltro dipende la percezione che gli altri hanno di noi: «Ciò che esprimiamo è una manifestazione diretta e chiara di noi, di quello che siamo. Hanno il potere di fare chiarezza oppure di confondere le idee, a seconda di ciò che vogliamo noi. Come persona, evito parole volgari e aspre, nonché gli argomenti di basso profilo, dalle chiacchiere mondane di paese a quelle delle riviste relative alle persone famose. Preferisco nettamente argomenti ben più utili legati a questioni pratiche e culturali. Come scrittore, quest’ abitudine mi è profondamente di aiuto, perché nei miei libri devo valutare argomenti di interesse generale e con un linguaggio appropriato, comprensibile ed essenziale. E i grandi scrittori che ho preso come esempio, da H. G. Wells a Frank Herbert, da Michael Crichton ad Antonio Spinosa, senza dimenticare Charles Dickens, Valerio Massimo Manfredi e il professor Barbero, mi sono stati di grande aiuto. Il professor Barbero specialmente mi ha dato una lezione chiara e preziosa: quando scegli di dire qualcosa, riferisci sempre le tue fonti o gli elementi che ti hanno portato a sviluppare il ragionamento. Come a suo tempo il Buddha, che ripeteva l’ importanza di limitarsi a parlare di ciò di cui abbiamo fatto esperienza diretta e debitamente compreso.». Chiediamo allo scrittore se la letteratura può aiutare a guarire il mondo, e lo vediamo pensare per un po’ prima di parlare: «Sì, se chi scrive e chi legge pone attenzione al messaggio e alla sua forma. Gli scrittori denunciano, auspicano, propongono, cercano di trasmettere valori. Di recente una missione astronautica frutto della collaborazione tra Stati Uniti, Europa, Canada, Giappone, Corea e altre nazioni ha girato attorno alla luna, e sembrava lontana anniluce dal mondo di oggi che corre spedito verso la frantumazione, e che sembra riconoscere solo la ragione del più forte, del più violento, del più bullo e persino del più villano.». Gli scrittori, dice, hanno sempre firmato testi con un certo valore sociale, denunciando le storture della loro società o, con il genere ad esempio della distopia, cercando di mettere in guardia da tendenze pericolose mentre gli utopisti hanno voluto enfatizzare proposte più costruttive: «Eppure il mondo sembra una palla troppo grossa e con un peso troppo grande perché si possa cambiare il suo senso di rotazione con le semplici parole. Io sono fermamente convinto che per migliorare le cose si debba lavorare innanzitutto sulla mente delle persone, perché è la nostra mente a costruire il mondo. Dipende solo da noi: non da un Dio o dal suo Spirito Santo, e nemmeno dal fato. L’ origine di tutto viene dalla nostra mente e la parola scritta può avere un peso enorme nell’ influenzare il pensiero individuale e collettivo. E’ certamente possibile, ma sia chi scrive che chi legge deve prestare attenzione al messaggio.».

lunedì 18 settembre 2023

La vita nello spazio tra bufale e rivoluzione culturale secondo Giacomo Ramella Pralungo


Nel settembre 2023, Jaime Maussan, giornalista e ufologo messicano, ha stupito i parlamentari della Camera dei deputati del suo Paese durante una seduta dedicata al fenomeno degli UFO presentando i corpi mummificati di due presunti esseri non umani che sarebbero a suo dire la prova definitiva di vita extraterrestre sulla Terra mille anni fa. Recuperate in Perù nel 2017, tra le province di Nazca e Palpa, le creature, con i loro corpi minuscoli, le mani a tre dita e le teste allungate, sembrano uscite da un film di successo sull’ invasione aliena di Hollywood.

Giacomo Ramella Pralungo, autore di fantascienza e appassionato di storia, considera questo episodio con un certo scetticismo, invitando a valutare le prove in sede scientifica anziché spettacolarizzarle nell’ interesse stesso degli studi in materia di vita aliena nello spazio.


Lei che cosa crede a proposito dell’ esposizione di queste creature che in quest’ ultimo periodo molto ha fatto discutere il mondo?

Jaime Muassan;


«Jaime Muassan ha esibito questi reperti in maniera spettacolare, ottenendo senza dubbio in tutto il mondo molta visibilità in appena poche ore, quando invece credo che avrebbe dovuto innanzitutto consegnarli alla comunità scientifica internazionale per accertarne l’ autenticità, lasciando le conclusioni al momento più opportuno. Questa persona già in passato ha presentato indizi che poi si sono rivelati fasulli, ragion per cui non mi stupirei se anche stavolta si trattasse di un colpo pubblicitario e nulla di più. Il fatto è che la teoria della vita extraterrestre ormai è comunemente accettata dalla scienza, ed è un argomento di estrema serietà e fondamento scientifico benché la gente comune dimostri tuttora un certo scetticismo in proposito. E neppure me ne stupisco, purtroppo, tenendo conto delle numerose sette ufologiche che si rifanno a messaggi spirituali inventati di sana pianta e attribuite ai missionari alieni per plagiare le menti più vulnerabili e dei ciarlatani in cerca di visibilità...».


Quindi per lei potrebbe essere l’ ennesimo falso?

L’ esibizione dei reperti alla Camera dei deputati;


«Io non lo escludo, proprio per il modo teatrale con cui ha avuto luogo e la grande attenzione di cui ha goduto fin da subito. Io infatti dico sempre che credere o dubitare a priori in qualcosa sia male, occorre piuttosto farsi qualche domanda a cui rispondere con atteggiamento equanime. Il tema della vita nello spazio è tra le cose che più meritano una valutazione obiettiva.».


Lei è un autore di fantascienza, e in passato ha più volte affermato di credere alla possibilità di vita intelligente nello spazio.


«Sì, certamente. E’ una questione di calcolo matematico: lo spazio è infinitamente vasto, tanto che la nostra mente fatica a comprenderne le implicazioni anche dopo un’ intera vita di studi astronomici e astrofisici. Sarebbe quindi irragionevole supporre che la vita, anche quella più propriamente intelligente, sia tipica di questo mondo soltanto. Io penso che la varietà e la malleabilità della vita sulla Terra sia così spiccata che dovremmo aspettarci qualcosa di livello esponenziale nel cosmo che ci circonda. Niente omini verdi e dischi volanti dotati di raggio della morte, direi, ma varietà infinite e meravigliose. Nulla è impossibile.».


Perché secondo lei molta gente fatica a crederci, invece?


«In parte è per le numerose figure dalla dubbia credibilità e moralità che negli anni hanno esposto racconti e rilasciato dichiarazioni dubbi e ragionevolmente contestati, ma c’ è dell’ altro. Noi siamo sempre stati soli su questo mondo, in questo particolare angolo di Galassia, e con l’ andare del tempo abbiamo maturato un atteggiamento piuttosto umanocentrico: noi ci consideriamo letteralmente il centro del mondo (risata)!

Abbiamo un atteggiamento mentale tendenzialmente dogmatico, che la rivoluzione scientifica dal Seicento fino ad oggi ha solamente attenuato, e non ancora risolto propriamente. Gli esempi, ahimè, sono molti: un millennio e mezzo fa tutti davano per certo che la Terra fosse il centro dell’ universo, e cinque secoli fa che fosse piatta, e così via discorrendo. Ci vuole molto tempo perché tra ipotesi, osservazione e deduzione per mezzo di prove e indizi e, soprattutto, tramite discussioni tra esperti, una nuova idea o un nuovo modo di considerare un principio si facciano strada tra di noi. A proposito di alieni, parliamo di esseri viventi che con la loro stessa esistenza metterebbero alla prova il nostro senso di priorità nell’ universo. Partiamo da Copernico, che rimise il Sole al centro dell’ universo conosciuto al posto della Terra, e arriviamo all’ evoluzione darwiniana per scoprire che siamo una fra le tante forme di vita su questa Terra. Poi si potrebbe scoprire che non siamo speciali neanche in tutto l’ universo, perché c’ è almeno una civiltà intelligente su un altro mondo: ecco, non saremmo soli! Ovviamente, sarebbe una cosa sconvolgente…».


E’ ciò che lei sostiene in un suo recente articolo, «Il mistero degli alieni».


«E’ vero, ho dedicato un articolo a questo argomento sul mio sito, ‘Due passi nel mistero’, pubblicato lo scorso 5 novembre 2022. In questo testo ho peraltro citato il lodevole intento che la NASA statunitense ha di recente assunto nel contesto delle proprie ricerche scientifiche, ossia l’ annuncio pubblico della vita aliena qualora dovesse essere confermata, il cui piano dovrà essere messo a punto con il coinvolgimento di scienziati, tecnologi e mezzi di comunicazione che si confronteranno tra loro innanzitutto per stabilire quali saranno le prove oggettive che consentiranno di affermare che si è davvero davanti a forme di vita aliena e, in secondo luogo, per determinare quale sarà il modo migliore per comunicare queste prove. Perché, una volta che verrà dato l’ annuncio, saremo dinnanzi ad un fatto storico senza precedenti e che non consentirà ripensamenti e smentite. Sarà una vera e propria rivoluzione culturale, che avrà un profondo impatto sulla civiltà umana intera e sui singoli individui.».


Come si immagina il primo contatto con una popolazione aliena?


«Non lo so proprio (risata)! Potrebbe essere per mezzo di segnali radio, coinvolgendo gli scienziati del SETI, o magari ci inviteranno in un luogo molto lontano della Galassia come in ‘Contact’, chi può dirlo? Oppure sbarcheranno con una navetta esplorativa come i vulcaniani di Star Trek in ‘Primo contatto’, anche se forse potremmo essere noi ad andare su uno dei loro mondi, venendo accolti con stupore da una popolazione ancora non evoluta abbastanza da viaggiare nel cosmo…».


Lei crede alla possibilità di un’ invasione?


«Questo direi proprio di no, anzi! E’ un tema classico della fantascienza, tutti siamo cresciuti con questo particolare genere letterario e cinematografico che risale al 1897, con il celebre ‘La guerra dei mondi’ del grande professor Herbert George Wells, che da sempre considero uno dei miei maestri letterari. Persino Orson Welles ci ricamò inavvertitamente un colpo di teatro nel 1938 con la sua celebre trasmissione radiofonica, e per la cronaca si era ispirato proprio al racconto di Wells (risata)!

Io credo che nello spazio esistano popoli più avanzati e altri più primitivi di noi, quindi suppongo che, se quelli più progrediti avessero voluto, già ci avrebbero assoggettati. E’ più verosimile supporre che qualche visitatore spaziale già sia stato qui sulla Terra, come suggeriscono alcuni archeologi convinti che alcune divinità antiche, ad esempio quelle sumere o delle civiltà precolombiane, fossero in realtà alieni adorati come dei dai nostri avi perché in possesso di un potere, la scienza e la tecnologia, che a loro era sconosciuto. Sento che questa teoria sia molto profonda e auspico che venga più seriamente presa in considerazione dalla comunità scientifica nell’ interesse della comprensione dei molti misteri ancora presenti nella conoscenza del nostro passato più lontano.».


Se ci pensiamo, è proprio ciò che in Messico sta dicendo Maussan…

Una presunta mummia esibita da Maussan;


«Infatti, lui sostiene che siamo dinnanzi a mummie di mille anni almeno, rimaste custodite qui sulla Terra fino al loro recente ritrovamento. L’ idea di antichi visitatori spiegherebbe molte cose, ma finora non è mai stato confermato nulla in proposito. Se questi reperti sono veri, che vengano sottoposti a esami scientifici di comprovata efficacia condotti da una squadra internazionale di esperti. Io sono certamente curioso di conoscere gli sviluppi di questa vicenda, per quanto io nutra il sospetto che sia l’ ennesimo siparietto destinato soltanto ad allontanare la gente dalla verità.».


La ringraziamo per la sua presenza.


«Io ringrazio voi per il tempo trascorso insieme, è sempre bello e utile per tentare di trasmettere idee che cercano di essere sensate.».

mercoledì 18 marzo 2020

Scrivendo con Giacomo…


Godendosi la vista dalla veranda, Giacomo finisce di sorseggiare una tazza di tè Earl Grey: «Sia pur senza un movente necessariamente critico, sono sempre stato un tipo controcorrente: tra dieci italiani che durante il giorno impazziscono per il caffè, io sono quello che sceglie il tè. Il caffè mi basta una sola volta al mattino, con il latte.». Alla domanda sul motivo per cui ami tanto la celebre bevanda importata dal subcontinente indiano, accenna ad un sorriso: «Ovviamente me ne piace molto il sapore, e mi affascina il cerimoniale che lo circonda. Trovo che svolga una bella funzione sociale, come avviene in Gran Bretagna e nei Paesi nordici. In Oriente, poi, equivale ad un momento estetico, e ha anche una grande valenza religiosa, come dimostrato dalla cerimonia del tè in Giappone e dal fatto che sia in tale Paese che in Cina venga servito silenziosamente nei monasteri Zen e Chán come parte della pratica spirituale buddhista, in quanto ritenuto in grado di favorire la concentrazione dei monaci, impegnati in lunghe ore di meditazione.».
La stessa tazza in cui beve, aggiunge, ha un suo particolare significato essendo un dono del suo insegnante di lettere e storia alle superiori, attualmente suo buon amico, che l’ acquistò appositamente in occasione di una raccolta fondi internazionale a favore del Villaggio dei Bambini Tibetani di Dharamsala, gestito da Jetsun Pema, sorella minore del XIV Dalai Lama: «Il bello della vita è che anche una cosa tanto semplice come bere un po’ di tè può divenire qualcosa di significativo.».

I suoi libri e articoli partono sempre da argomenti e idee ben precisi.

«Certamente. Nel caso di un romanzo di fantascienza vi è per prima cosa un particolare tema che cattura il mio interesse, intorno al quale invento la trama. In ‘Cuore di droide’, ad esempio, ragiono sul rapporto tra umanità e tecnologia, mentre in ‘L’ angelo custode’ parlo di incontri ravvicinati con una specie aliena e dell’ amore che continuiamo a provare per le persone care che passano ad altra vita tramite le vicende di un ufficiale della RAF britannica, e in ‘Sotto il cielo della Porta divina’ tratteggio il lato oscuro e autoritario della religione attraverso un accidentale viaggio nel futuro di un astronauta britannico, che sbarca in una Terra soggetta ad una severa teocrazia in cui peccare o addirittura dubitare della parola del clero equivale ad una condanna a morte.
Nel caso dei miei articoli storici, invece, parto da un particolare argomento che mi spinge a fare ricerche approfondendo la mia personale conoscenza in proposito, e prima di incominciare mi domando il motivo per cui ai lettori dovrebbe tanto interessare questo stesso soggetto: il che mi porta a fare una serie di considerazioni, e ogni volta do risalto ad un particolare aspetto che spesso non notiamo o che fraintendiamo.».

Lei si serve sempre di un linguaggio semplice e diretto, discorsivo.

«Oh, sì. E’ un aspetto che trovo molto importante. Spesso, infatti, le introduzioni ai romanzi, le note sugli autori o le presentazioni sui siti di associazioni culturali o religiose hanno un linguaggio molto bello e raffinato ma poco chiaro, e chi legge ha spesso la sgradevole sensazione di non aver afferrato gran che. Se non lo direte a nessuno, confesso che alle volte capita persino a me (risata)! Leggendo con attenzione i testi dei miei autori di riferimento, come ad Antonio Spinosa, Valerio Massimo Manfredi, il XIV Dalai Lama, Herbert George Wells e Michael Crichton, ho individuato le basi da cui ho sviluppato un linguaggio chiaro e di facile comprensione con cui trasmettere i concetti che intendo evidenziare.».

Come costruisce i suoi testi?

«Essenzialmente, nel caso dei romanzi mi baso sullo schema tradizionale: imposto la trama fondamentale, che sviluppo in maniera logica e ordinata tenendo conto dei personaggi e degli elementi utili alla sua comprensione. Non credo che un testo di narrativa debba essere necessariamente lungo come un romanzo, alle volte la brevità del racconto può essere più utile. Dipende dalle circostanze. Nel caso di un articolo, invece, incomincio con un’ introduzione, espongo il tema e concludo con determinate considerazioni personali.».

Preferisce dedicarsi a romanzi o ad articoli?

«Ritengo molto soddisfacenti ed importanti entrambe le forme, che scelgo a seconda dello scopo specifico.».

Come vengono accolti i suoi testi?

«Chi legge i miei romanzi mi ha fatto sapere che ho molta fantasia, e che i concetti che espongo con la trama sono molto interessanti, fanno pensare. Recentemente, ad esempio, una signora mia concittadina ha letto ‘L’ angelo custode’, e mi ha fatto sapere di averlo letto con grande interesse e partecipazione, aggiungendo che solo chi ha sofferto determinati eventi tristi della vita può capirne appieno le pagine. Una lode che mi ha profondamente commosso e incoraggiato. Peraltro, una mia conoscente di Livorno ha letto la mia autobiografia, ‘Io sono Giacomo’, e mi ha scritto di aver apprezzato molto lo spirito coraggioso con cui ho parlato di me stesso, e di aver letto cose che non tutti avrebbero osato riportare. Si è complimentata dicendomi che ho l’ animo del guerriero, e che non mi sono spezzato di fronte a certe prove poco piacevoli che la vita mi ha imposto. In molti, infine, leggono i miei articoli sul blog apposito e quelli di storia locale su ‘Il Biellese’ e ‘News Biella’, e con infinito piacere vengo spesso fermato per le strade di Occhieppo Superiore, il mio paesello, ma talvolta anche mentre mi trovo in città, a Biella, da gente che si congratula dicendo di rimanere colpita e interessata dalle mie pubblicazioni, chiedendomi che cosa ho in programma per la volta dopo. Spesso, mi scrivono anche sulle reti sociali.».

A volte, però, è stato anche criticato…

«Verissimo. Come chiunque altro, sono stato sia complimentato che criticato in quello che faccio. Ho ricevuto determinate critiche costruttive e altre invece ben più malevole. Io ho sempre incoraggiato la gente a darmi un parere sincero su quello che scrivo, nella convinzione che una lode senza spirito critico non faccia bene a nessuno. Tra le critiche costruttive ricordo con piacere quella di un amico, che ora purtroppo è morto, secondo il quale avrei dovuto inserire un po’ di ironia nelle mie opere di narrativa: un suggerimento che ho molto apprezzato e che sto mettendo in atto ora che sono alle prese con una raccolta di racconti su di un agente segreto dell’ MI6 britannico alle prese con alcune minacce aliene. Il mio insegnante di diritto alle superiori, invece, mi ha fatto notare un errore di impostazione del discorso in ‘Cuore di droide’. Tra le critiche malevole, invece, con un certo dispiacere ho avuto a che fare con il parere ostile di alcuni amici di famiglia, peraltro miei concittadini occhieppesi, secondo i quali faccio un’ attività insensata, priva di qualsivoglia utilità. In un’ occasione mi hanno persino detto che io non sono nessuno, in un’ altra che rincorro argomenti politici e discutibili verso cui nessuno ha il benché minimo interesse.».

E che cosa risponde a questi pareri così poco amichevoli?

«Questi gentiluomini sono talmente criticoni e pettegoli che se si prendessero la briga di scrivere qualcosa diverrebbero paparazzi di grande levatura. Peraltro, hanno la fortuna di essere in pensione, quindi hanno molto tempo a disposizione per sfidarmi. Dicono che ne uccida più la penna che la spada, per cui staremo a vedere (risata)…».

Lei ha spesso affermato che gli esempi sono molto importanti, e che leggendo ha individuato quelli che lei definisce i suoi «maestri letterari», di cui poco fa ha parlato.

«Assolutamente sì, nella vita di tutti i giorni gli esempi sono fondamentali nello sviluppo della nostra personalità e delle nostre capacità. Rappresentano il punto di partenza da cui noi costruiamo la nostra realtà. Nel caso specifico della mia realtà letteraria, ho innanzitutto incominciato a leggere, e grazie a questo ho gradualmente sviluppato il mio stile personale. Devo molto di quel che so fare all’ esempio di Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, il XIV Dalai Lama, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi.».


Quindi, se dovesse dare un suggerimento ad un aspirante scrittore gli direbbe di incominciare a leggere?

«Sì, senz’ altro. E’ una cosa assolutamente inevitabile. Madre Natura dona a ciascuno di noi una precisa capacità che poi dobbiamo affinare con la tecnica. Ma la lettura resta qualcosa di estremamente utile anche per chi non è portato alla scrittura, perché rappresenta un modo con cui recepire dati e informazioni estremamente benefico per lo sviluppo della mente, della conoscenza e della consapevolezza.».

Un’ altra cosa su cui spesso si esprime è il «retto linguaggio».

«E’ una virtù che, purtroppo, stiamo dimenticando sempre di più. Per retto linguaggio io intendo l’ esprimersi preferibilmente su ciò che abbiamo correttamente compreso, oltre che l’ evitare argomenti e termini volgari e sconci, le menzogne, i pettegolezzi, le maldicenze, le diffamazioni e, cosa altrettanto importante, il miscuglio tra la nostra lingua con le parole straniere. In questo caso particolare ho sempre dato ragione a Benito Mussolini, che il 23 luglio 1929 bandì l’ uso di parole straniere da ogni comunicazione scritta e orale in lingua italiana.».

Lei ha sempre precisato di essere antifascista, fa quindi effetto sentirla sostenere il Duce.

«Il Fascismo fu animato fin dall’ inizio da ideali politici quali il nazionalismo estremo, l’ autoritarismo, lo squadrismo, il partito unico e la soppressione delle libertà costituzionali in nome della sicurezza che ovviamente mi vedono scettico. Tuttavia, avendo avuto modo di analizzare il relativo periodo storico, non nego che alcune iniziative che promosse, soprattutto le riforme sociali e infrastrutturali, furono effettivamente utili allo sviluppo di un’ Italia che per molti aspetti pareva ancora un Paese medievale, come molti storici di professione hanno spesso sottolineato. Furono provvedimenti molto buoni, anche se purtroppo animati da un preciso movente politico che garantì una buona immagine pubblica al regime. Oggi servirebbero molte altre disposizioni del genere, ma per il bene del Paese e non per la carriera di qualche politico. Quello relativo alle sole parole italiane mi pare uno dei migliori provvedimenti promossi direttamente da Mussolini.».

Per scrivere bisogna avere immaginazione, conoscenza e chiarezza espositiva. Occorre anche una mente operosa, e la sua pare sempre in funzione.

«(Risata) Oh, sì! E’ sempre in movimento… Lo considero senz’ altro un bene, perché fin da quando ero piccolo mi è sempre stato detto che un cervello correttamente funzionante è importante. Cerco sempre di recepire e analizzare positivamente i dati che l’ ambiente esterno mi trasmette, che sia seguendo i notiziari televisivi, leggendo i giornali e i libri della mia biblioteca o anche solo conversando con la gente. A volte però trovo un po’ stancante avere una mente come la mia, perché a forza di tenerla in movimento e assecondarla ci sono occasioni in cui mi è difficile darle un freno. Molto spesso, poi, mi concentro come un laser sulla questione di turno, e siccome fin da quando ero molto piccolo ho sempre avuto problemi a fare più di una cosa per volta ci sono occasioni in cui perdo la calma quando semplicemente mi si chiama e si cerca di farmi parlare: è il guaio di quando vengo distratto (risata)! Il più delle volte risolvo il problema dei grandi ritmi del mio cervello facendo una passeggiata con i miei cani nei boschi, respirando un po’ di aria fresca: il contatto con i miei amici a quattro zampe e con la natura rappresenta ciò che io ho sempre indicato come l’ essenza stessa della spiritualità, l’ immergersi nella natura vera della vita. E’ estremamente rilassante.».

In questi giorni dominano la scena le notizie riguardanti il Coronavirus. Lei che cosa pensa di questa grave crisi?

«E’ un’ emergenza tutta particolare, dovuta principalmente al fatto che si tratta di una malattia nuova, scatenata da un agente patogeno dalle origini poco limpide, molto probabilmente manipolato in laboratorio dalla mano dell’ uomo. Sono molto preoccupato e dispiaciuto sia per la diffusione del contagio, quindi per tutte le persone ammalate e le vittime finora contate, quanto per il clima di paura e le penose difficoltà imposte dalle esigenze della quarantena alla società, perché hanno precise conseguenze psicologiche sul singolo individuo e la massa. In queste settimane, peraltro, stanno girando voci inquietanti sui presunti retroscena politici di questa vicenda, in base alle quali il Coronavirus sarebbe l’ arma privilegiata di una guerra batteriologica mossa dall’ Occidente contro la Cina, la superpotenza politica, diplomatica e commerciale del momento. Il guaio è che purtroppo non sono teorie da escludere a priori, perché dalla venuta di Adolf Hitler, con tutte le sue folli teorie eugenetiche e genocide, vi è da aspettarsi di tutto, soprattutto ora che abbiamo a disposizione armi più sofisticate in confronto a ottant’ anni fa. Comunque sia cominciata, io spero che questo evento rappresenti una lezione per tutti noi: le leggi di natura non dovrebbero essere sfidate tanto incautamente, perché il più delle volte ci si imbatte in conseguenze imprevedibili e molto difficili da risolvere…».

Si direbbe un argomento molto interessante da approfondire, magari in un nuovo articolo…

«Sì, certo. E’ veramente un tema interessante. Dopo aver affrontato questioni particolari come il panorama politico ed ecclesiastico in cui nel 2013 venne eletto papa Francesco, le sottili e poco note dinamiche dell’ autorità sia politica che spirituale del XIV Dalai Lama e il coinvolgimento di Gangchen Rinpoche in intrighi a doppio taglio tra Cina e Tibet credo proprio che un’ analisi del Coronavirus e i suoi discussi fatti dietro le quinte sarebbe una bella sfida per me come autore.».


Tante grazie per la disponibilità.

«Grazie infinite.».

lunedì 17 dicembre 2018

Il particolare impegno dello scrittore secondo Giacomo



Da anni dedito alla narrativa di fantascienza e più recentemente agli articoli di storia generale, pubblicati sul suo sito informatico, e locale, editi sui giornali «Il Biellese» e «News Biella», Giacomo Ramella Pralungo sostiene da sempre che quello dello scrittore sia un impegno molto particolare, ampio e di vasta portata, nonché qualcosa di assai gradevole soprattutto a livello personale: «Alle volte lo sento un po’ stancante per la mente, a cui richiedo una certa concentrazione affinché generi pensieri corretti ed esprimibili in modo limpido e chiaro, eppure si tratta di un’ attività entusiasmante, da cui traggo una possibilità di apprendimento e sviluppo personale e culturale davvero unica nel suo genere. Ogni volta che realizzo un testo, sia esso un romanzo oppure un articolo, compio precise ricerche storiche e culturali da cui sento di scoprire moltissimo io stesso.».

Giacomo mette da una parte i fogli di carta e la penna con cui lavora, accanto ad un libro di Giampaolo Pansa, «Bella ciao - Controstoria della Resistenza», che, dice, sta leggendo con un certo interesse: «Amo molto la storia fin da quando ero ragazzino, e penso che Pansa sia un autore veramente abile e intelligente. Lo ammiro molto, e mi rendo conto di aver imparato tante cose leggendo quel che scrive. Si occupa con una certa obiettività del lato rovescio e opportunamente omesso della Resistenza partigiana, la cui storia è stata santificata dalle istituzioni repubblicane vincitrici dal soglio governativo, ragion per cui alla sua casella di posta sono stati indirizzati svariati pareri, sia positivi che negativi. Nel febbraio 2017, ispirato dal suo lavoro, pubblicai io stesso un articolo, ‘Gli eccessi oscurati dell’ azione partigiana’, uscito presso ‘Il Biellese’, in cui mi sono concentrato su determinate azioni negative compiute dai partigiani sul suolo biellese, la mia terra natia, ponendo in evidenza alcune stragi cruente e insensate, dal movente poco aderente alle esigenze della guerra allo Stato fantoccio della Repubblica Sociale Italiana e ai biechi burattinai del Terzo Reich, senza ovviamente voler attaccare la Resistenza in quanto tale: la sezione biellese dell’ ANPI mi accusò prontamente e prevedibilmente di revisionismo storico (risata)…».

Questo giovane scrittore afferma che per lui scrivere è qualcosa di molto speciale, che gli permette di dare risalto a precisi principi culturali, morali e personali che gli stanno particolarmente a cuore. Lo fa anche per il piacere di inventare storie nuove, certamente, ma sempre animate da una particolare idea comunicativa: «Leggere e scrivere possono essere anche semplice intrattenimento, io non ci vedo nulla di male, eppure a me piace l’ idea di partire da un certo principio, come il pericolo dell’ impiego improprio di una tecnologia o una scoperta scientifica o più in generale la nostra responsabilità individuale in un certo contesto, e ricavare una storia in cui ne immagino le conseguenze.».
Con l’ eccezione di «Il signore del crimine», romanzo incentrato su Cosa Nostra italoamericana, e l’ autobiografia «Io sono Giacomo», i suoi otto libri sono di genere fantascientifico, ambientati sulla Terra, nel tempo presente, ma collegati allo spazio, ai viaggi nel tempo e alle civiltà aliene: «Sono stati scritti e pubblicati romanzi, soprattutto da Frank Herbert e Isaac Asimov, e anche prodotti film ambientati in un lontano futuro o nello spazio profondo, come ‘2001: Odissea nello spazio’ oppure le serie di ‘Star Trek’ e ‘Guerre stellari’, che io stesso apprezzo e considero una parte molto importante della mia esperienza sia di spettatore che di autore, ma a differenza di tutte queste opere ho scelto di preservare un certo contatto con la nostra Terra, in parte perché in tal modo al lettore si presenta qualcosa di familiare con cui può riconoscersi, e dall’ altra sento di poter toccare svariati temi assai interessanti su cui mi piace ragionare.».

Per Giacomo, scrivere equivale a stabilire un contatto con il pubblico, è un mezzo tramite il quale può trasmettere qualcosa di particolare. Dedica quindi molto tempo alla preparazione di libri e articoli, dapprima concentrandosi sull’ idea di fondo e la storia, poi alla forma che viene materialmente presentata nelle pagine: «Non pubblico mai nulla finché non sento che il testo quadra appieno nella mia mente, tanto nei concetti quanto nel linguaggio. Voglio sempre presentare testi chiari, semplici, completi, esaurienti e coerenti, ma anche corretti sotto l’ aspetto del linguaggio e liberi da argomenti e parole volgari e indecorosi, perché credo nel valore della sostanza e della buona educazione, concetti sempre più dimenticati nel mondo di oggi.». Ai suoi occhi, come lui stesso si affretta a puntualizzare, la correttezza di un testo non significa soltanto assenza di errori e scorrevolezza, ma anche mancanza di termini in lingua inglese: «E’ una tendenza che negli ultimi vent’ anni e oltre si è sempre più imposta tra noi italiani, sia quando parliamo che quando scriviamo, eppure rappresenta un errore madornale! A parte me, temo che siano davvero poche le persone che non ricorrono mai ai vocaboli britannici quando parlano o scrivono in lingua italiana. Eppure, direi proprio che si tratta di un principio logico fondamentale, anche piuttosto semplice da comprendere: conoscere le altre lingue è di estrema importanza, perché ci evita l’ isolamento, ma per quale motivo si deve per forza mischiare la nostra con un’ altra qualunque, per quanto ormai diffusa a livello mondiale? Per secoli abbiamo parlato un italiano puro, del tutto privo di vocaboli stranieri, che bisogno c’ è quindi di sopprimere la nostra lingua rimpiazzando uno per uno i suoi vocaboli con quelli stranieri?».
Giacomo spiega di attenersi ad una precisa tradizione letteraria che fa risalire ai suoi autori preferiti, che reputa suoi maestri: «Devo lo sviluppo del mio stile narrativo e i fondamenti delle mie opere a grandi scrittori quali Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, il monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh, il XIV Dalai Lama, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi. Leggendo i loro testi ho riconosciuto la loro genialità e le notevoli capacità comunicative, e ho compreso che sono autori notevoli e pionieri di una scrittura libera e spontanea. Ognuno di loro è a modo proprio esponente di una tradizione con cui ho voluto stabilire un filo di continuità. Mi reputo un loro modesto discepolo, pieno di entusiasmo.».
Quando gli si chiede quali siano i libri che per lui vanno assolutamente letti, gli brillano gli occhi: «La serie di ‘Dune’ di Frank Herbert è un’ esperienza straordinaria che qualsivoglia lettore dovrebbe affrontare: i sei romanzi firmati da questo straordinario autore contengono una serie di messaggi prevalentemente a sfondo ecologico e sociale davvero straordinari. Anche le opere di Herbert George Wells, come ‘La macchina del tempo’, ‘La guerra dei mondi’ e ‘L’ isola del dottor Moreau’ rappresentano qualcosa di prezioso e gradevole, in quanto poggiano su di una solida analisi sociale. I celebri ‘Jurassic Park’ e ‘Il mondo perduto’ di Michael Crichton, invece, valutano l’ impiego della scienza per un superficiale fine commerciale, spesso e volentieri provocando più problemi di quanti ne risolva.».

Indicando il libro sulla Guerra di liberazione italiana che sta leggendo, aggiunge che il giornalista Pansa ha spesso sottolineato che gli scrittori, soprattutto sul suolo italiano, hanno quasi sempre tendenze politiche: «Trovo che sia la cosa più sbagliata in assoluto per un autore. Non c’ è niente di più facile dell’ influenza dell’ opinione pubblica tramite i mezzi di comunicazione di massa. La trasmissione di dati e informazioni dovrebbe essere un processo del tutto veritiero ed equanime, così da favorire la consapevolezza, invece si intossicano migliaia di cervelli, se non addirittura milioni, per meschini interessi di parte.». Tuttavia, sostiene di essere assolutamente libero da qualsivoglia legame ideologico: «A livello politico non ho mai sostenuto alcuna ideologia, e negli anni ho imparato a diffidare persino dei partiti a causa delle faccende in cui sono coinvolti e degli affarucci con cui si sporcano abitualmente le mani, al punto che fin dalle elezioni politiche del 2013 riconsegno in bianco la mia scheda elettorale: non mi riconosco in alcuno schieramento e non ho la minima fiducia per i relativi candidati. Quindi nei miei testi non faccio mai politica, tutt’ altro! Non riuscirei mai e poi mai a lavorare come cronista per un giornale di partito, per quanto la reputi un’ attività pur sempre legittima, figlia della nostra preziosa democrazia (risata)! Tutte le volte che scrivo parto direttamente dalla mia coscienza personale e mi soffermo su cose tangibili, dopo aver valutato attentamente i fatti. In sostanza, parlo spontaneamente di ciò che conosco bene e in cui credo personalmente in base all’ esperienza diretta. E, soprattutto, mi assumo la responsabilità di quello che scrivo e pubblico, perché è esattamente ciò che mi pone all’ attenzione della gente: sulle copertine dei miei libri e alla fine dei miei articoli c’ è sempre il mio nome, di cui ho ovviamente cura.».
Sebbene oggi sia l’ epoca dei computer e di internet, non ha voluto perdere l’ abitudine di scrivere i suoi appunti e annotazioni a mano, che poi trascrive sul suo elaboratore, con il quale procede allo sviluppo del testo e alla successiva trasmissione, sostenendo di essere volontariamente rimasto legato a quella che chiama la vecchia maniera: «Non ho mai demonizzato lo sviluppo materiale garantito dalle innovazioni, perché credo che in loro assenza saremmo per forza destinati al ristagno, quindi non andremmo da nessuna parte. Eppure, dobbiamo ammettere che le vecchie abitudini non dovrebbero venire dimenticate tanto facilmente solo perché si è imposta una nuova scoperta.». Scrivere a mano, aggiunge, è molto salutare, rappresenta qualcosa di estremamente personale, e perdere l’ impiego della calligrafia equivarrebbe a dimenticare sé stessi: «Ammetto che nonostante la buona volontà non ho mai sviluppato una calligrafia decente, a scuola ero l’ incubo sia della mia maestra elementare che dei professori, tanto alle medie quanto alle superiori (risata)! Eppure scrivere a mano mi piace molto, e lo faccio tutte le volte che si presenta l’ occasione: stendo appunti per i miei libri e articoli, redigo biglietti per gli auguri natalizi o di compleanno e le dediche sulle copie dei libri acquisite dai miei lettori e così avanti.».

Alla domanda circa il motivo per cui fa lo scrittore, Giacomo sorride rispondendo che fin da piccolo si sente dire che ha molta fantasia e che parla e scrive molto bene. Sorridendo con tono discreto, per nulla vanaglorioso, ricorda: «Quando avevo più o meno dieci anni non era raro che la gente mi dicesse che avrei dovuto fare lo scrittore, e la mia stessa madre mi ha a sua volta frequentemente incoraggiato, dandomi spesso pareri sulle prime storie che scrivevo. Mi dava anche qualche suggerimento sulle cose a cui avrei dovuto dare risalto e su quanto invece avrei fatto meglio ad omettere.». Quando gli si chiede se è legato ad uno dei suoi romanzi in particolare, risponde con passione che ‘Fantasma del passato’ è il libro che lo ha coinvolto di più in assoluto: «Sono molto legato a tutto quello che scrivo e pubblico, perché ognuno dei miei testi è una mia creazione, qualcosa di unico e irripetibile. Comunque, ‘Per i sentieri del tempo’ è stato il primo libro che ho scritto, e ovviamente conserva un posto speciale nel mio cuore, così come ‘Cuore di droide’, perché è il primo che ho pubblicato. ‘Fantasma del passato’, che si basa sul grande mistero dell’ incidente di Roswell, che mi intriga fin da quando avevo appena dieci anni di età, rappresenta un caso veramente a parte. Mentre me ne occupavo mi pareva di tornare bambino, quando vidi in televisione, presso un canale della RAI, la celebre trasmissione che mise in onda il filmato dell’ autopsia del cadavere alieno, che poi venne smascherato come un falso. E, ovviamente, non facevo altro che domandarmi cosa fosse avvenuto realmente nel Nuovo Messico nel 1947 e se siamo soli o meno nelle infinite vastità dell’ universo.».
Per lui, conclude, scrivere è proprio questo: trasmissione di precisi messaggi adeguatamente pensati, riflessione costante sugli infiniti significati delle cose, valutazione su quello che veramente conosciamo, conservazione della propria coscienza in uno stato di attenzione ed equanimità nei confronti della vera natura dell’ esistenza. Come aggiunge sorridendo: «Un’ attività meno ovvia ed astratta di quanto pensano i profani, ma infinitamente interessante.».

La visione e il rapporto di Giacomo con la politica

Giacomo Ramella Pralungo Autore di romanzi di fantascienza a sfondo sociale e articoli storici, culturali, scientifici e di mistero, Giacom...