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giovedì 18 giugno 2026

Giacomo Ramella Pralungo ricorda il professor Robert Thurman

Prof. Robert Thurman;


Autore di narrativa fantascientifica a sfondo sociale e articolista dedito a temi storici, scientifici, di mistero e culturali, Giacomo Ramella Pralungo esprime il proprio rammarico per la morte del professor Robert Thurman, saggista, traduttore, orientalista, divulgatore ed ex monaco buddhista statunitense di scuola tibetana, venuto a mancare il 16 giugno a ottantaquattro anni e con cui era recentemente entrato in contatto.


Occhieppo Superiore, 18 giugno 2026


Il professor Robert Thurman è stato una figura molto nota nel contesto degli studi relativi al Buddhismo tibetano, e persino una mia recente conoscenza via posta elettronica nei mesi scorsi, nel 2025, quando ho cominciato a coltivare l’ idea di un saggio sulla figura di Siddhattha Gotama, che la storia ricorda più facilmente come Buddha Śākyamuni. Per i non esperti in materia era semplicemente il padre dell’ attrice hollywoodiana Uma, ma in realtà era uno dei massimi esperti mondiali di Buddhismo, autore e traduttore di numerosi libri su questa celebre filosofia e religione orientale, a cui si era interessato nel periodo in cui studiava ad Harvard. Dopo un viaggio in Asia all’ inizio degli Anni Sessanta e l’ incontro con il XIV Dalai Lama, ai suoi primi anni come rifugiato politico in India a seguito dell’ occupazione del Tibet da parte della Repubblica Popolare Cinese, Thurman divenne monaco nonché il primo statunitense ad essere ordinato monaco dall’ ormai celebre guida spirituale tibetana, ma dopo soli cinque anni, nel 1968, rinunciò ai voti per mettere su famiglia. Per decenni fu quindi professore di Studi buddhisti indotibetani presso la Columbia University, come amava ripetere: «Sebbene io abbia diverse sfaccettature e rimanga un individuo profondamente imperfetto, non vedo alcuna dicotomia tra l’ aspirare a praticare le virtù buddhiste, studiare e insegnare la natura della mente, della realtà e della storia, e avere buoni amici, famosi o meno.». Fu anche fondatore, insieme a Richard Gere, dell’ associazione senza fine di lucro Tibet House US, riferimento negli Stati Uniti per la diffusione della conoscenza della cultura tibetana e gli aiuti ai tibetani, così come di un istituto per lo studio della medicina tradizionale tibetana, che studiò come parte degli insegnamenti per diventare monaco, pur ammettendo che all’ epoca non era interessato all’ argomento.


Il professore e il XIV Dalai Lama;

Ho letto molto di lui e visto alcuni suoi interventi in documentari e interviste televisive, aveva una straordinaria capacità accademica e un altrettanto carisma divulgativo, sapeva parlare a lungo con coinvolgimento e senza mai stancare, dimostrando passione e disponibilità. Con parole semplici e dirette sapeva esprimere concetti complessi, risultando sempre interessante. Quando gli scrissi via posta elettronica presentandomi come un autore di fantascienza e un articolista interessato a temi sociali così come alla figura del Buddha, di cui volevo scrivere un saggio coinvolgendo lui nella parte relativa al lato storico si dimostrò davvero contento, e mi rispose in modo molto informale e simpatico: «Dear Giacomo, how wonderful, a Sci-fi creative orbiting the buddhaverse!», ossia: «Caro Giacomo, che meraviglia: un creativo della fantascienza che orbita nel Buddhaverso!». L’ idea di collaborare rispondendo ad alcune domande in forma di intervista che avrei inserito nel testo gli piaceva molto, ma era impegnato in un grosso progetto di scrittura con una scadenza imminente, e avrebbe cercato di chiamarti presto. Tuttavia, le cose sono andate diversamente e ora non potremo più condividere il progetto. E’ passato sull’ altra riva a ottantaquattro anni, lasciando dietro di sé un lavoro molto apprezzato che senz’ altro terrò in considerazione per ciò che intendo scrivere sulla figura di un saggio orientale, il Buddha, che da sempre oltre ad affascinarmi pur non essendo io un religioso, anzi, viene considerato con grande interesse dagli storici, dai filosofi, dagli psicologi, dai neuroscienziati, dai fisici quantistici così come dalle persone semplici che trovano nelle sue parole un significato tuttora attuale e universale.


Giacomo Ramella Pralungo;

Ricorderò con estremo piacere i pochi ma positivi scambi di messaggi che abbiamo avuto, e sarò lietissimo di dedicargli il lavoro che ho il piacere di incominciare tra breve. Chissà che in futuro, quando sarò andato oltre io stesso quest’ esistenza fisica, ci troveremo a commentare il mio lavoro, ormai pubblicato?


Giacomo Ramella Pralungo

giovedì 21 giugno 2018

Giacomo e l’ energia della meditazione



Da sempre molto interessato alla spiritualità e alla ricerca personale, nel 2008 Giacomo Ramella Pralungo scoprì gradualmente il grande dono della meditazione, particolare disciplina che da migliaia di anni è parte integrante di tutte le principali tradizioni religiose, dall’ Induismo al Buddhismo, senza dimenticare il Taoismo, il Cristianesimo e l’ Islam. Pratica poliedrica, ampia e di vasta portata, essa non è necessariamente legata alla religione, ma costituisce una tecnica volta all’ autorealizzazione: «In un primo momento mi avvicinai alla meditazione nel contesto buddhista, ma da quando ho preferito allontanarmi da questa filosofia in favore di una mentalità più autonoma e indipendente ho continuato a praticarla per lasciar riposare la mente nel suo stato naturale, come disciplina di miglioramento della mia condizione psicofisica.».

Nel dicembre 2014, l’ Organizzazione delle Nazioni Unite istituì su proposta di Narendra Modi, Primo ministro dell’ India, la Giornata internazionale dello Yoga. Tale ricorrenza ricade in una data molto particolare, il 21 giugno, giorno del solstizio d’ estate, che i praticanti di yoga chiamano Dakshinayana, termine sanscrito che indica il passaggio alla seconda metà dell’ anno, dunque una giornata particolarmente favorevole per valutare le proprie intenzioni, piantare i semi del cambiamento e purificare mente e corpo.
In questo giorno, Giacomo ha scelto di parlare della sua personale esperienza nell’ ambito della meditazione, e dei benefici concreti che ne ha ricavato.
«Fin da bambino ho sempre sentito molto parlare della meditazione, ma non avevo idea di che cosa significasse davvero.» spiega sistemando le gambe nella posizione del semi loto, ai piedi di un albero del suo giardino «Anzi, come la maggior parte degli occidentali sono cresciuto maturando convinzioni piuttosto inesatte in proposito, perché tra i non praticanti il termine meditazione ha una valenza leggendaria, e viene spesso utilizzato per indicare un’ estasi mistica o lo sviluppo di poteri miracolosi quali la levitazione, la chiaroveggenza o la telepatia per mezzo di una pratica segreta trasmessa in privato da maestro a discepolo. In realtà, meditare significa sviluppare una maggiore concentrazione e consapevolezza di sé stessi e di ciò che ci circonda.».
Giacomo si interessò concretamente alla meditazione a seguito del suo avvicinamento al Buddhismo, avvenuto nel 2006. La scuola con cui entrò per la prima volta in contatto fu quella tibetana, che pone l’ accento su una visione incentrata sull’ interdipendenza di tutte le cose e di tutti gli esseri viventi in una precisa legge di causa ed effetto, dunque promuove due tipi di meditazione, dette Laktong e Shinè:
«Mi concentrai sulla tecnica Laktong, in cui si impiegano il pensiero e l’ analisi, per riflettere in uno stato di concentrazione profonda su alcuni argomenti particolari come ad esempio la natura effettiva delle cose, in antidoto contro l’ illusione.».
Gli fu molto utile per comprendere i concetti fondamentali della filosofia buddhista e anche per superare un particolare stato depressivo che da tempo lo seguiva costantemente come un’ ombra:
«Facevo spesso questo esercizio, sebbene non quotidianamente, e presto iniziai a sentimi più rilassato eppure piuttosto sveglio e mentalmente ricettivo.».

Tale apertura all’ indagine critica gli parve fondamentale nel suo sviluppo come persona, ed era particolarmente indicato nel raggiungimento dell’ Illuminazione, eppure al tempo stesso maturò la convinzione che rappresentasse una sorta di arma a doppio taglio, in quanto prevedeva un indottrinamento, l’ adozione di una visione ufficiale da seguire. Nel giro di qualche tempo, quindi, lasciò il Buddhismo tibetano, intriso di elementi mistici e leggendari e sostenitore di un’ immagine idealizzata del maestro, indicato come un vero e proprio Buddha vivente che avendo compreso gli insegnamenti appare come un’ autorità infallibile e indiscutibile, e si avvicinò alla scuola Zen, più spoglia della parte filosofica e mistica, maggiormente indirizzata alla pratica meditativa. Il suo stesso nome, tratto dal termine giapponese zen, derivante dal cinese chán, a sua volta tradotto dal sanscrito dhyāna, significa proprio «meditazione»:
«Qualcosa nella mia mente mi suggerì che questa disciplina meditativa mi avrebbe aiutato molto di più. Si tratta infatti di una pratica atta a rilassare totalmente mente e corpo, riscoprendo la nostra vera natura.».
Nella meditazione Zen, chiamata Zazen, ossia «meditazione seduta», si pone l’ attenzione semplicemente sul respiro e la posizione del corpo, senza scopi e aspettative, senza volere e pensare a nulla e nemmeno controllare i pensieri, così da calmare naturalmente la mente. La cosa essenziale è il risveglio dalla distrazione e dal torpore e tornare nella posizione corretta momento per momento:
«La funzione della mente consiste nel creare pensieri, e non c’ è modo di impedirglielo. In questa tecnica meditativa non si punta quindi a svuotarla dai pensieri o ad estraniarsi dalla realtà circostante, entrando in una sorta di trance: quando i pensieri sorgono vanno lasciati venire e andare liberamente, senza inseguirli o evitarli. Zazen consente di vederci così come siamo, senza giudizi e oltre gli schemi sociali che ci costringono ad un comportamento in contrasto con la nostra vera natura, causandoci quindi stress, insicurezza e infelicità. Per questo, una volta che si inizia a meditare, ci si alleggerisce un po’ alla volta dalle pesantezze della vita e se ne esce ogni volta più sicuri, più semplici.».
Tale forma di meditazione si rivelò molto efficace per Giacomo, che vi si accostò praticandola quotidianamente ogni mattina al risveglio. Di recente, pur essendosi allontanato dalla filosofia buddhista in generale e da qualsivoglia altra tradizione spirituale, ha scelto di perseverare con questa pratica:
«Dapprima, ovviamente, meditavo per raggiungere l’ Illuminazione, come il Buddha aveva fatto prima di me secondo la leggenda. Avevo quindi una motivazione religiosa, o più propriamente filosofica. Eppure io sono sempre stato più riflessivo che devoto, è una cosa più forte di me, quindi analizzando l’ idea pessimista che il Buddhismo nutre nei riguardi della vita, che in tono con l’ originaria tradizione induista definisce invariabilmente come una penosa fonte di dolore da cui bisogna sfuggire con la rinuncia ascetica, e il concetto stesso di Illuminazione, che trovai sfuggente e persino contraddittorio, pensai di dissociarmi da questa dottrina e tornare ad una mentalità autonoma e indipendente. Ma la meditazione mi aveva indubbiamente procurato vantaggi concreti, e per sua natura rappresenta una disciplina neutrale, che un bel giorno venne adottata da determinate tradizioni spirituali pur non essendo dipendente da nessuna di esse: sentivo quindi di dover puntare alla sua vera natura.».
Niente più religione o filosofia per Giacomo, che continua tuttora a beneficiare enormemente dell’ energia della meditazione, convinto dai risultati:
«Come ho già detto altre volte, io percepisco molto il valore della spiritualità, piuttosto che quello della religione, perché implica il benessere dello spirito che tutti abbiamo sulla base di metodi individuali. La religione è invece un prodotto strettamente umano maturato in specifiche epoche storiche e contesti culturali, basato su convinzioni, preghiere e rituali che ci vengono impressi nella mente fin da bambini, quindi la sua efficacia è nettamente più ridotta.».
Una copia del Fukanzazengi;

Inoltre, il romanziere e articolista afferma che i benefici della meditazione sono stati studiati per anni dai neuroscienziati di grandi università come quella di Harvard e del Wisconsin, venendo ampiamente riconosciuti in sede scientifica: gli studiosi hanno confermato che meditare ha effetti molto benefici sul corpo e soprattutto sul cervello, perché stimola la produzione neuronale. A livello psicologico, ci si accorge di vedere le stesse cose di sempre con occhi diversi, provando emozioni insolite e vivendo più serenamente la quotidianità. Gli esperti hanno concluso che chi si dedica alla meditazione da almeno due anni possiede il dieci percento di equilibrio mentale in più rispetto a chi non si è mai avvicinato a questa pratica:
«La meditazione costante viene indicata da psicologi e psichiatri come un potente antidepressivo, in quanto attenua stress, ansia e depressione. Posso confermarlo per esperienza diretta, avendo sofferto di depressione io stesso. Ed è pure uno stimolo ideale per chiunque fatichi a concentrarsi.».
La pratica meditativa dona maggiore lucidità al cervello, quindi aiuta la memoria e la concentrazione grazie alle tecniche di rilassamento che hanno effetti notevoli anche sull’ empatia:
«I ricercatori dell’ Università di Boston affermano che la meditazione favorisce l’ empatia tra le persone, quindi promuove i migliori sentimenti e comportamenti riesumandoli dalle continue problematiche quotidiane, dalla vita frenetica e, soprattutto, dalla trappola tortuosa delle convenzioni sociali.».
Meditare aiuta peraltro ad incrementare la produttività sul lavoro, perché la mente impara a porre la massima attenzione al momento presente, e con la pratica si può abituare il cervello a raggiungere la massima concentrazione in qualsiasi momento, a partire dalle situazioni che la richiedono maggiormente, come l’ ambito lavorativo, a quelle più strettamente quotidiane e abituali, che si tendono a dare per scontate. Nei momenti di meditazione profonda, infatti, le onde cerebrali passano dalla tipologia beta, tipica dello stato di veglia, alla tipologia theta e delta:
«Si tratta di una prova della neuroplasticità del cervello, che è in grado di modificare sé stesso in base agli stimoli provenienti dall’ esterno, dall’ ambiente e dal corpo.».
Le risonanze magnetiche condotte ad Harvard su alcuni studenti che hanno frequentato un corso di otto settimane di meditazione hanno evidenziato un ispessimento della materia grigia, ossia l’ insieme di corpi dei neuroni presenti nell’ encefalo e nel midollo spinale, nelle aree cerebrali associate con la consapevolezza del proprio corpo e con la compassione per il prossimo. Parallelamente si sono registrate una diminuzione del volume dell’ amigdala, regione cerebrale associata allo stress e alla paura, e un aumento di materia grigia nella corteccia prefrontale, responsabile di alcune funzioni cognitive superiori come la concentrazione e la capacità decisionale. All’ Università del Wisconsin è peraltro emerso che agisce da antinfiammatorio, in quanto un’ attività costante sopprime l’ attività di alcuni geni legati all’ origine dei processi infiammatori, e agisce sul sistema nervoso simpatico promuovendo il rilascio di sostanze antinfiammatorie e riducendo la produzione di sostanze che stimolano i processi infiammatori. Riduce peraltro l’ ipertensione, rallenta il processo di invecchiamento cellulare, può essere più riposante del sonno, aiuta a sopportare meglio il dolore fisico.
«Peraltro, rappresenta una potente alleata per le donne.» aggiunge Giacomo «La pratica della meditazione e di altre discipline come il Taichi può attenuare i più comuni sintomi della menopausa, come le vampe di caldo improvviso, i disturbi dell’ umore e del sonno, i dolori ossei e muscolari: è quanto rivela uno studio approfondito nel 2010.».
Alla domanda di come lui stesso si senta da quando pratica la meditazione ogni mattina al risveglio, momento indicato da tutte le principali tradizioni come il più adatto, Giacomo sfodera un ampio sorriso:
«Mi sento mentalmente più lucido ed emotivamente più sereno e ordinato rispetto a prima. La mia mente riesce a recepire, analizzare e pensare con maggiore chiarezza. Come ho detto prima, in passato ho avuto forti disturbi depressivi e persino incontrollabili scoppi d’ ira, e ancora oggi ricordo molto bene come ci si sente. Sebbene alle volte mi capiti tuttora di sentirmi turbato, riesco a mantenere il controllo e a recuperare gradualmente la serenità. Questo è molto importante. Come disse Albert Einstein, la mente è come un paracadute, e funziona solo se è aperta.».

mercoledì 10 gennaio 2018

Giacomo e lama Paljin

Giacomo e lama Paljin Rinpoce;

Un giovane scrittore di fantascienza e articoli storici, incuriosito dalla filosofia buddhista, in una nuvolosa giornata d’ inverno incontrò un lama buddhista di scuola tibetana: tra i due nacque una cordiale e simpatica amicizia che dura tuttora.

Appassionato di storia e culture antiche, scrittore di narrativa fantascientifica e dedito alla spiritualità, slegata dalla religione in senso stretto, dal 2009 Giacomo Ramella Pralungo è in amichevoli rapporti con lama Paljin Tulku Rinpoce, monaco buddhista di tradizione tibetana, discepolo di vari lama e ghesce fuggiti dal Tibet, gradualmente occupato dalla Repubblica Popolare Cinese durante gli Anni Cinquanta e trasformato in una regione dell’ immenso Paese comunista.
«Le filosofie orientali mi hanno sempre molto attratto.» spiega Giacomo dopo aver messo da parte la penna con cui lavorava ad alcuni appunti «E il Buddhismo mi ha molto incuriosito a proposito della questione della sofferenza e su come risolverla. Nel 2006 mi avvicinai molto a questa particolare filosofia, ed ero alla ricerca di qualche maestro con cui dialogare e approfondire la mia conoscenza in proposito.».
Qualche tempo dopo venne a sapere del monastero Samten Ling, un piccolo centro situato nel paese di Graglia, sulle Alpi Biellesi, a pochi chilometri da casa sua. Fece alcune ricerche, e scoprì che era stato fondato nel 1991 da lama Paljin Tulku Rinpoce, unico lama italiano, e negli anni era diventato un importante punto di riferimento per moltissimi praticanti di Buddhismo:
«La vita stessa di questo lama mi impressionò molto: nato ad Addis Abeba nel 1941 da genitori torinesi, lasciò la colonia con la famiglia ad appena un anno. Diplomato in mercatologia alla LUISS, si laureò all’ Istituto Superiore di Scienze Umane e Sociali di Urbino, lavorando come dirigente d’ azienda. Nel 1978, quando si recò per lavoro a Kathmandu, incontrò per la prima volta alcuni monaci tibetani, fatto che lo portò a maturare per la prima volta un profondo interesse per il Buddhismo, tanto da intraprendere una ricerca spirituale che nel 1982 lo portò a divenire discepolo di alcuni grandi lama e a farsi monaco lui stesso.».
Lama Paljin ricevette insegnamenti e iniziazioni da lama di due scuole diverse, ossia la Gelug, a qui appartiene il XIV Dalai Lama, e la Kagyu, di cui fa parte il XVII Karmapa. Nel 1985, in Svizzera, gli fu trasmessa l’ iniziazione di Kalachakra dal Dalai Lama, e da quel momento segue frequentemente i suoi insegnamenti in Europa e in India, mentre nel 1995 si recò in Ladakh, una regione dell’ India settentrionale ai piedi dell’ Himalaya, strettamente legata al Tibet, ove fu riconosciuto come la reincarnazione di un insigne lama vissuto intorno al 1600 e che contribuì a diffondere il Buddhismo in tale zona, in una cerimonia svoltasi alla presenza di centottanta monaci e numerosi laici. Da allora cessò l attività professionale per dedicarsi esclusivamente alla pratica e all insegnamento del Buddhismo.

«Riflettei a lungo sulla possibilità di incontrarlo, finalmente presi un appuntamento e lo conobbi nel gennaio 2009.» ricorda Giacomo «Ero veramente curioso, e partecipai al termine della lezione che teneva ai suoi allievi: il suo modo di insegnare, semplice e diretto, e il suo entusiasmo sincero mi colpirono molto favorevolmente.».
Si era aspettato di incontrare una guida spirituale pacata e distaccata, solenne e seria, ma il lama, allora sessantottenne, lo impressionò molto soprattutto con la sua sorridente gentilezza, oltre che con la sua naturalezza e cordialità, con il suo quieto ottimismo e l’ accoglienza gentile e sincera. Durante il loro primo incontro parlarono sia di Buddhismo che della sua esperienza decennale come monaco e lama:
«Mi disse che buona parte della vita del Buddha era avvolta nella leggenda, proprio come in seguito sarebbe toccato a Gesù, e che i suoi quarantacinque anni di insegnamento, in tutta evidenza, erano un tempo troppo ridotto perché avesse potuto effettivamente trasmettere tutto ciò che gli era stato attribuito dalle successive generazioni di maestri buddhisti. In ogni caso, la sua dottrina si basa sulla rettitudine di pensiero, parola e azione: vivere le esperienze senza attaccamento non vuol dire rimanersene inerti di fronte ai fatti dell’ esistenza, ma imparare ad affrontare le cose con un atteggiamento mentale equilibrato, basato cioè sulla moderazione, evitando gli eccessi.».
Il lama era facilmente riuscito a creare un clima disteso e cordiale, molto personale, nel quale ebbe a dire che tutto muta costantemente, quindi pensare che la vita sia monotona e sempre uguale sarebbe piuttosto superficiale:
«Se osservassimo a fondo le nostre giornate, scopriremmo che tutto in noi è in continuo cambiamento: non solo gli abiti o le abitudini, ma anche l’ atteggiamento mentale nei confronti di cose e persone. Tutto quanto si modifica da un momento all’ altro: questi sono i segni evidenti e inarrestabili del divenire.».

Da allora il giovane scrittore e il lama rimasero amici, scambiandosi negli anni varie lettere via posta elettronica. Giacomo tornò più volte a visitarlo:
«La figura di questo italiano che, affascinato dal Buddhismo tibetano, volle farsi monaco e intraprendere il duro e intenso percorso per divenire lama, mi ha davvero affascinato. Passare da una cultura a un’ altra non è certo una cosa semplice, e il più delle volte viene persino scoraggiata. Benché abbia vissuto per molti anni a stretto contatto con i tibetani in Oriente, nel loro remoto ambiente tradizionale, non ha perduto un briciolo della sua mentalità occidentale: ha fede nel Buddhismo ma non ha acquisito la superstizione tipica dei tibetani, rispetta i suoi maestri ma ha sempre riflettuto molto sull’ insegnamento che gli hanno trasmesso, officia i rituali sfarzosi e complessi tipici del Buddhismo tibetano ma vive e diffonde tale filosofia come uno strumento pratico di risveglio interiore ed evoluzione sociale.».
Giacomo si sente notoriamente più vicino alla spiritualità che alla religione, convinto com’ è che la prima punti direttamente e concretamente alla cura dello spirito che ogni essere vivente ha in sé, indipendentemente dalla religiosità o da qualsivoglia altra differenza, mentre l’ altra impone di seguire una credenza o una serie di rituali e preghiere, tutti elementi che presentano un certo freno al percorso interiore in quanto limitano il libero arbitrio. Conversando con lama Paljin si è sempre trovato molto a suo agio, dal momento che durante i loro incontri hanno essenzialmente parlato di natura umana, compassione e saggezza, virtù morali ed esperienza quotidiana, importanti concetti universali che vanno ben oltre le religioni, essendo legati propriamente all’ essere umano:
«Non ha mai tentato di impormi alcun principio, si è sempre limitato a esporre opinioni maturate nel corso della sua esperienza concreta. Una volta, durante una delle nostre conversazioni, mi disse che solo l’ esperienza interiore può ricondurci alla grandezza dell’ universo e metterci in condizione di cambiare, di crescere: quando tutti i livelli di coscienza si fondono al centro del nostro cuore, avviene il risveglio.».
Il lama aggiunse che nel Buddhismo la fede è un atteggiamento di fiducia che porta a credere in ciò che convince, anziché in qualcosa posto al di sopra di noi: «Continua a provare finché non avrai la dimostrazione che ciò che fai è giusto, e credi solo quando otterrai un risultato. In Tibet, gli insegnamenti trasmessi dai maestri hanno proprio la funzione di darci la possibilità di attingere a un risultato: è esattamente quel che ci spinge a perseverare nella pratica.».
Altro aspetto su cui tenne a esprimersi fu il valore della pace, dell’ altruismo e della compassione:
«Nel Buddismo, i rapporti umani dovrebbero poggiare su questi tre principi fondamentali, legati a un sentire che non può essere prodotto artificiosamente, ma che nasce spontaneamente in chi ritiene che la soluzione dei problemi del mondo non si trovi in un comportamento egoistico. Queste sono le risposte buddhiste alla ricerca di serenità che soprattutto oggi orienta gli uomini alle religioni: la pace deve nascere da un equilibrato atteggiamento mentale, l’ altruismo deve far comprendere come le cose che portano benessere a noi possono portarlo a tutti gli uomini, e la compassione significa ‘fare di tutto perché gli altri possano essere felici’. Il Buddhismo non è nichilismo, ma azione, quindi l’ uomo non deve affacciarsi timidamente su questa soglia, ma attraversarla con risolutezza per dar vita a un futuro migliore.».

Giacomo e lama Paljin sono tuttora amici, e tra gli argomenti principali delle loro conversazioni, oltre alla spiritualità, spiccano la situazione politica e culturale del Tibet, il XIV Dalai Lama e la diffusione del Buddhismo in Occidente.
Il Samten Ling di Graglia;

«Quando ci incontrammo la seconda volta, lama Paljin mi disse una cosa che, come scrittore, mi toccò davvero di persona.» rammenta Giacomo poggiandosi sullo schienale della sedia, sorridendo «Affermò che le parole non esistono di per sé, ma le creiamo per esprimerci e intendere l’ infinito. In effetti, per me le parole sono sempre state uno strumento per comunicare quel che sento e penso, per trasmettere un preciso messaggio…».

La visione e il rapporto di Giacomo con la politica

Giacomo Ramella Pralungo Autore di romanzi di fantascienza a sfondo sociale e articoli storici, culturali, scientifici e di mistero, Giacom...