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mercoledì 25 dicembre 2024

Si può fare a meno della religione ma non della spiritualità

Giacomo Ramella Pralungo;


Nella giornata del Natale, Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa e articolista a sfondo storico e culturale, ex cristiano cattolico ed ex buddhista prima di scuola tibetana e poi Zen giapponese, oggi irreligioso, trasmette le proprie considerazioni in tema di religione e spiritualità.


Oggi si festeggia il Natale cristiano. Lei un tempo era credente, ora non più. Che cosa percepisce maggiormente in questi giorni di festa?


«Quando vengono viste dal di fuori, da una posizione equanime, le cose di solito vengono percepite con una maggiore chiarezza. Con l’ andare del tempo, guardandomi intorno, ho notato che appena si fa l’ ora di celebrare le ricorrenze religiose vi è una grande cura per l’ apparenza, tra addobbi, scambi di auguri e regali, pranzi e cenoni. Ben poche persone festeggiano con la giusta consapevolezza la ricorrenza del giorno, la maggioranza si limita infatti a portare avanti le consuetudini. Si dice che è sempre stato così (risata), a che serve ragionarci su? Io invece ho sempre pensato che se qualcuno segue una fede religiosa, qualunque essa sia, dovrebbe sapere con esattezza tutto ciò che fa e perché. Purtroppo, però, esistono persone che credono a tutto quanto ciò che viene loro detto, dicendo che ‘così dicono le scritture e insegnano i sacerdoti’, e altre che invece festeggiano senza mai pensare in alcun modo alla religione, solo perché tutti lo fanno da sempre. Sono atteggiamenti molto comuni, ma altrettanto sbagliati!».


Un tempo lei era credente ma poi si è allontanato dalla fede.


«Vero, sono stato cristiano cattolico ma smisi di credere quando avevo vent’ anni. Era l’ estate 2004. In realtà avevo qualche dubbio che mi portavo dietro da qualche anno sull’ invisibilità di Dio nel mondo e la presenza del dolore benché scritture e ordine sacerdotale lo descrivano come buono e onnipotente. Ricordo che cercai di capire studiando e discutendo con un amico parroco, ma alla fine mi resi conto che la religione non fa al caso mio. Nel 2015 richiesi e ottenni addirittura l’ annullamento del mio battesimo. Dal 2006 al 2016 circa sono stato buddhista, ma pur essendomi allontanato anche da quest’ altra fede, che per molti aspetti si basa sulle tipiche dinamiche di tutte le altre, sento che per molti altri ha fatto sue determinate idee profonde e concrete.».


Ora dice spesso che si può fare a meno della religione ma non della spiritualità.


«Sì, esattissimo. Può sembrare una contraddizione, ma in realtà è un concetto molto logico. La religione è un insieme di credenze, riti e preghiere, mentre la spiritualità è la cura dello spirito, che tutti noi abbiamo e va oltre le religioni. Anche molti atei sono dediti a forme di spiritualità. Io vedo qualcosa di spirituale in varie cose della vita quotidiana, forse addirittura tutte: cucinare, mangiare, andare per i boschi, accudire gli animali, scrivere, leggere. Tutto ciò che facciamo può essere spiritualità ad altissimo livello, e senza bisogno di ricorrere a entità spirituali divine o angeliche.».


Lei dice anche che se venisse confermata l’ esistenza di un Dio, la cosa non avrebbe la minima importanza per l’ umanità.


«E’ proprio così. Noi siamo esseri completi, nella nostra caducità. Siamo dotati di mente e cuore, quindi siamo padroni di noi stessi. Che cosa potrebbe conseguire la presenza di una qualsivoglia divinità? Si può anche partire dal principio di un Dio creatore e di un angelo custode, ma anche così la sofferenza e le difficoltà rimangono una realtà che neppure loro hanno saputo evitare. Non esiste altro che la nostra lotta contro il dolore, che ognuno di noi porta avanti da solo e con mezzi umani. Tutti noi abbiamo a disposizione la nostra intelligenza per trovare una via che ci porti oltre il dolore. Solo noi possiamo liberare noi stessi, con la forza del nostro spirito e l’ esercizio costante: solo così la nostra essenza, legata all’ essenza del tutto, emerge con chiarezza. Io penso che la vita consista nell’ opportunità di evolvere in qualcosa di meglio, e di conoscerci. Abbiamo già tutto ciò che occorre dentro noi stessi, questioni come la presenza o meno di una divinità non fa differenza.».


Il tema della religione rappresenta un argomento di grande interesse storico e culturale per lei, tanto che ne ha parlato in due suoi romanzi.


«Assolutamente sì, è un tema che nelle mie ricerche mi ha portato a considerazioni poco ovvie che ho espresso in ‘Fantasma del passato’ e ‘Sotto il cielo della Porta divina’. La religione è un prodotto umano che ci accompagna da sempre, e da un lato ha sicuramente portato all’ avvento di sistemi tradizionali custoditi dagli ordini sacerdotali, che spesso si sono occupati anche di politica, come la Chiesa cattolica al tempo dello Stato Pontificio, del lamaismo buddhista in Tibet e Mongolia o dell’ Iran degli ayatollah piuttosto che dell’ Afghanistan dei talebani. Dall’ altro, è anche vero che dà rifugio e conforto a molte persone che affrontano svariate difficoltà esistenziali. Il discorso è davvero molto ampio, come è tipico dei prodotti umani.».


Su che cosa si fonda la sua spiritualità?


«La mia spiritualità si fonda sulla mia esperienza personale e quotidiana. Faccio una ventina di minuti di meditazione ogni mattina, e in ogni cosa che faccio giornalmente cerco sempre di essere attento e consapevole, scoprendo cose nuove laddove mi è possibile. Credo di avere una spiritualità semplice e diretta, molto concreta (risata)!».


Che cosa pensa della religione nel mondo di oggi?


«Credo che oggi abbia i presupposti per vivere una rivoluzione, dato che siamo nell’ era delle informazioni. La gente di oggi è più colta, perché può accedere più facilmente alle notizie e addirittura immetterne, stimolando la discussione. La religione stessa, quindi, ha l’ opportunità di cambiare ed evolversi per adattarsi ai tempi come ogni altra cosa di questo mondo costantemente mutevole, svecchiandosi e facendo a meno del superfluo.».


Che cosa si sente di dire a chi è religioso?


«Se qualcuno si trova bene seguendo una religione, allora la segua con diligenza, e senza mai dimenticare di ragionare con la propria testa e con il proprio cuore. Non si commetta mai l’ errore di seguire un valore solo perché lo seguono tutti o perché viene insegnato da un maestro famoso e affascinante: ognuno di noi ha infatti una mente e un cuore che per nessun motivo deve mai tralasciare! C’ è un passo del Kalama Sutta, un famoso e apprezzato testo buddhista, in cui il Buddha Śākyamuni dice una cosa molto bella: ‘Non fatevi guidare da dicerie, tradizioni o dal sentito dire. Non fatevi guidare dall’ autorità delle sacre scritture né solo dalla logica o dall’ inferenza né dalla considerazione delle apparenze né dal piacere della speculazione né dalla verosimiglianza né dalla considerazione: ‘Il monaco è il nostro maestro’. Ma quando capite da voi stessi: ‘Queste cose non sono salutari, ma sono sbagliate e cattive, bandite dai saggi’, allora abbandonatele... e quando capite da voi stessi: ‘Queste cose sono salutari e buone, portano beneficio e felicità’ allora accettatele e seguitele.’.».

 

La ringraziamo per il bel tema affrontato con noi.


«Grazie a voi, è sempre un grande piacere. E buon Natale a tutti.».

lunedì 25 dicembre 2023

La ricorrenza del Natale tra forma e sostanza

Giacomo Ramella Pralungo;


Giacomo Ramella Pralungo, autore di narrativa fantascientifica e articoli storici, culturali e scientifici, desidera trasmettere i propri auguri accompagnati da una riflessione sul tema del Natale con la seguente lettera.


Occhieppo Superiore, 25 dicembre 2023


Anche quest’ anno è arrivato il giorno che per gli amici cristiani è Natale, e come sempre sono iniziati con largo anticipo i preparativi, tra acquisti per regali, pranzi e cenoni, addobbi e così via discorrendo. Sebbene sia soltanto la seconda festività più importante della cristianità, la principale è infatti quella pasquale, la ricorrenza del Natale è la più affascinante e sentita da tutti, complice il periodo invernale che a differenza di questi ultimi anni un tempo portava la neve e quindi induceva a radunarsi tra le calde mura di casa, attorno ad un bel camino.

Come è risaputo, io mi sono allontanato dal Cristianesimo nel 2004, appena compiuti i vent’ anni, assumendo una posizione super partes nei riguardi delle religioni interessandomi più propriamente ad una libera spiritualità, e continuo tuttora a rispettare Gesù come libero pensatore e maestro spirituale svincolato dagli schemi della tradizione ebraica del suo tempo, mosso da un desiderio altruistico. Attualmente ho il piacere di continuare a leggere e documentarmi in materia di religione, ma con un occhio più indipendente e analitico, e anche valutando i testi sacri trovo per mia stessa sorpresa interessanti basi di riflessione in alternativa alle consuetudini e notando determinate contraddizioni che con un atteggiamento più da credente nella maggior parte dei casi non si considerano. Una delle cose che da irreligioso più trovo evidenti è il modo in cui chi invece continua a definirsi cristiano credente, per quanto non strettamente praticante, «si ricorda di santificare le feste», come dice il terzo comandamento.

Festa natalizia;


Ormai da molto tempo noto che già a novembre la gente inizia a pensare ai preparativi natalizi, e con l’ avvento dei mercatini si lancia a capofitto nelle relative spese, in una gara all’ acquisto migliore e più economico in modo tale da presentarsi «come si conviene» a questa fatidica data. Fin da quando ero bambino, ricordo che il Natale ha sempre portato questa frenesia, non dico quindi nulla di nuovo, tuttavia oggi si tende molto di più a festeggiarlo ma senza considerare il suo significato e valore, e neppure l’ episodio religioso da cui trae la sua origine, che ovviamente è la nascita di Gesù. Io sono cresciuto in un ambiente in cui la religione non ha mai avuto un’ importanza preminente, sebbene ovviamente fosse rispettata, ma quando ero alle elementari nella mia Casa si aveva l’ abitudine di andare in chiesa, cosa per nulla gravosa dato che portava via un’ ora di tempo al massimo, e, più tardi, di recitare una preghiera così che il motivo alla base della ricorrenza fosse correttamente considerato, per poi procedere con gli auguri, lo scambio dei doni e i festeggiamenti. Non vi era nulla di rigidamente formale o bigotto, solo un minimo di coerenza: se si celebra un compleanno è infatti logico porgere gli auguri al festeggiato. Oggi invece non è più così. In mezzo alla febbre dei preparativi quasi più nessuno rivolge un pensiero al significato del Natale: ci si scambia qualche vago augurio e i doni, poi ci si siede a tavola per mangiare in abbondanza e allegria parlando di tutto e di più. Talvolta, anche di recente, ho domandato a persone di mia conoscenza con cui mi permetto di avere un minimo di dialogo il senso che danno al Natale, e la risposta più comune che ho ricevuto è stata conferma di una certa confusione e superficialità: «C’ è sempre stato. Natale è Natale…».

Tutto questo mi porta ad un tema di cui spesso mi capita di parlare, quello delle consuetudini, della tendenza ad agire ripetitivamente senza saperne il motivo e l’ utilità, ma solo perché «è sempre stato così». L’ abitudinarietà fa parte del funzionamento della nostra mente, indubbiamente, ed è anche utile perché ci aiuta a vivere con praticità e regolarità. Anche nella vita di tutti i giorni tendiamo a muoverci con l’ ausilio di orari e ritualità, semplificandoci l’ esistenza, tuttavia stiamo assistendo alla deriva dell’ automatismo, ossia il fare le cose in un certo modo senza saperne affatto il motivo, e questo mi fa ricordare le parole di T. S. Eliot, il celebre poeta e saggista statunitense premiato nel 1948 con il Nobel per la letteratura, nel poema «La roccia»: «Dov’ è la Vita che abbiamo perduto vivendo?». Io dico sempre che una persona intelligente deve sapere tutto quello che fa e perché, mentre un credente di qualsivoglia religione deve riflettere sulla propria fede e accettarne i valori fondamentali solo dopo averli capiti dal suo punto di vista e comportarsi di conseguenza nella vita di tutti i giorni. Questo dovrebbe valere anche nei festeggiamenti di oggi, altrimenti sarebbe più logico non festeggiare alcunché! Un’ altra cosa che mi capita di ripetere molte volte è che si deve prestare molta attenzione sia alla sostanza che alla forma, perché alla lunga si influenzano reciprocamente: guardandomi attorno, però, vedo molti preparativi formali ma con ben poca o addirittura nessuna consapevolezza riguardante la sostanza.

La celebre partita di pallone a Ypres;


Il 7 dicembre 2018 pubblicai sul mio sito informatico un articolo, «Quando il Natale veniva più decorosamente festeggiato in trincea», in cui affermai che un tempo il Natale era vivamente percepito dai cristiani come un giorno speciale, unico nel suo genere, nel quale si sentivano più buoni trasmettendo all’ ambiente una speciale carica di positività ed ottimismo che, non soggetta a limitazioni, si propagava in ogni direzione nell’ ambiente come un profumo o un’ onda luminosa o sonora, tornando peraltro indietro apportando risultati amplificati in accordo alla purezza e all’ intensità con cui era stata generata. Non di rado allietava con effetti riequilibranti e risananti persino i pochi non credenti, che oggi, invece, sono nettamente aumentati. Era un giorno così particolare che durante gli anni della tremenda Grande Guerra portò ad un particolare miracolo oggi poco ricordato: in occasione del Natale 1914 vi fu una tregua durante la quale le trincee videro il cessate il fuoco, e i soldati di entrambi gli schieramenti, tedeschi e britannici, dopo aver sepolto i cadaveri dei commilitoni uccisi nei combattimenti dei giorni precedenti, lasciarono le rispettive fosse per festeggiare la ricorrenza insieme, fraternizzando e scambiandosi doni e cibo. I versi di una canzone popolare di Mike Harding, «Christmas 1914», si rifanno proprio a questo particolare evento, omesso dai libri di storia: «I fucili rimasero in silenzio […] senza disturbare la notte. Parlammo, cantammo, ridemmo […] e a Natale giocammo a calcio insieme, nel fango della terra di nessuno.». La partita a pallone ebbe luogo nei pressi della cittadina belga di Ypres, entro la «terra di nessuno», lo spazio che divideva le trincee britanniche da quelle germaniche: fu il momento fondamentale di quella che sarebbe passata alla storia come «Tregua di Natale». Dopo aver ordinato alle truppe di non interrompere per nessun motivo i combattimenti, le quali evidentemente non obbedirono, i comandi britannico e tedesco fecero arrivare nelle prime linee alcuni piccoli pacchi dono natalizi contenenti dolci, liquori, tabacco, alberelli natalizi e candele. La sera della vigilia, a Ypres i tedeschi addobbarono le postazioni scambiandosi gli auguri e cantando vari motivetti natalizi. Qualcuno intonò la canzone «Stille nacht», la versione germanica della celebre «Silent night» britannica. Da quel momento, e per buona parte della serata, i soldati dei due eserciti non smisero di cantare, ognuno nella propria lingua e al riparo della propria postazione. E il giorno dopo deposero le armi per festeggiare insieme: un grande avvenimento nel bel mezzo di un inferno dall’ inarrestabile violenza!


Oggi, a centonove anni di distanza da quel particolare giorno, viene spontaneo interrogarsi sul legame tra chi si definisce ancora credente e il Natale e, più ingenerale, con la fede che segue. Dalla mia posizione, io che sono irreligioso penso con ferma convinzione che ricorrenze come quella di oggi andrebbero vissute con più consapevolezza del relativo significato da chi continua ad essere cristiano. Magari ci si potrebbe affannare un po’ meno nei preparativi e nelle spese, perché l’ esperienza ci insegna che anche nella semplicità si può giungere al bello e al decoroso, l’ importante è che chi decide di festeggiare ricordi anche solo per un momento il Figlio del suo Dio, imparando la nobile lezione di quei valorosi giovani che lottarono e morirono orribilmente lungo le linee trincerate della Grande Guerra nel cuore della nostra Europa, oggi come allora soggetta a profonde divisioni politiche e nazionaliste. Gente coraggiosa e degna di rispetto che oggi purtroppo non c’ è più, dinnanzi alla quale solo pochi di noi reggerebbero al confronto, persone di grande nobiltà che combattevano un conflitto che non capivano e che dividevano senza problemi tra di loro e addirittura con il nemico quel poco che avevano, dando alla ricorrenza di oggi un significato particolarmente profondo e commovente in un contesto tutt’ altro che scontato, dimostrando una saggezza e una compassione infinitamente superiori alle nostre. Gente dinnanzi alla quale io stesso chino il capo con riguardo. E’ più che evidente che il Natale venne ahimè più degnamente festeggiato nel doloroso inferno delle trincee piuttosto che nella nostra lodata «civiltà» dei centri urbani, veri e propri deserti interiori sepolti dalla pesante coltre della sabbia della superficialità e del conformismo, in cui forma e sostanza vengono sempre più tristemente lasciate a sé stesse…


Con i miei più cordiali auguri di buon Natale e felice anno nuovo.


Giacomo Ramella Pralungo

lunedì 18 settembre 2023

La vita nello spazio tra bufale e rivoluzione culturale secondo Giacomo Ramella Pralungo


Nel settembre 2023, Jaime Maussan, giornalista e ufologo messicano, ha stupito i parlamentari della Camera dei deputati del suo Paese durante una seduta dedicata al fenomeno degli UFO presentando i corpi mummificati di due presunti esseri non umani che sarebbero a suo dire la prova definitiva di vita extraterrestre sulla Terra mille anni fa. Recuperate in Perù nel 2017, tra le province di Nazca e Palpa, le creature, con i loro corpi minuscoli, le mani a tre dita e le teste allungate, sembrano uscite da un film di successo sull’ invasione aliena di Hollywood.

Giacomo Ramella Pralungo, autore di fantascienza e appassionato di storia, considera questo episodio con un certo scetticismo, invitando a valutare le prove in sede scientifica anziché spettacolarizzarle nell’ interesse stesso degli studi in materia di vita aliena nello spazio.


Lei che cosa crede a proposito dell’ esposizione di queste creature che in quest’ ultimo periodo molto ha fatto discutere il mondo?

Jaime Muassan;


«Jaime Muassan ha esibito questi reperti in maniera spettacolare, ottenendo senza dubbio in tutto il mondo molta visibilità in appena poche ore, quando invece credo che avrebbe dovuto innanzitutto consegnarli alla comunità scientifica internazionale per accertarne l’ autenticità, lasciando le conclusioni al momento più opportuno. Questa persona già in passato ha presentato indizi che poi si sono rivelati fasulli, ragion per cui non mi stupirei se anche stavolta si trattasse di un colpo pubblicitario e nulla di più. Il fatto è che la teoria della vita extraterrestre ormai è comunemente accettata dalla scienza, ed è un argomento di estrema serietà e fondamento scientifico benché la gente comune dimostri tuttora un certo scetticismo in proposito. E neppure me ne stupisco, purtroppo, tenendo conto delle numerose sette ufologiche che si rifanno a messaggi spirituali inventati di sana pianta e attribuite ai missionari alieni per plagiare le menti più vulnerabili e dei ciarlatani in cerca di visibilità...».


Quindi per lei potrebbe essere l’ ennesimo falso?

L’ esibizione dei reperti alla Camera dei deputati;


«Io non lo escludo, proprio per il modo teatrale con cui ha avuto luogo e la grande attenzione di cui ha goduto fin da subito. Io infatti dico sempre che credere o dubitare a priori in qualcosa sia male, occorre piuttosto farsi qualche domanda a cui rispondere con atteggiamento equanime. Il tema della vita nello spazio è tra le cose che più meritano una valutazione obiettiva.».


Lei è un autore di fantascienza, e in passato ha più volte affermato di credere alla possibilità di vita intelligente nello spazio.


«Sì, certamente. E’ una questione di calcolo matematico: lo spazio è infinitamente vasto, tanto che la nostra mente fatica a comprenderne le implicazioni anche dopo un’ intera vita di studi astronomici e astrofisici. Sarebbe quindi irragionevole supporre che la vita, anche quella più propriamente intelligente, sia tipica di questo mondo soltanto. Io penso che la varietà e la malleabilità della vita sulla Terra sia così spiccata che dovremmo aspettarci qualcosa di livello esponenziale nel cosmo che ci circonda. Niente omini verdi e dischi volanti dotati di raggio della morte, direi, ma varietà infinite e meravigliose. Nulla è impossibile.».


Perché secondo lei molta gente fatica a crederci, invece?


«In parte è per le numerose figure dalla dubbia credibilità e moralità che negli anni hanno esposto racconti e rilasciato dichiarazioni dubbi e ragionevolmente contestati, ma c’ è dell’ altro. Noi siamo sempre stati soli su questo mondo, in questo particolare angolo di Galassia, e con l’ andare del tempo abbiamo maturato un atteggiamento piuttosto umanocentrico: noi ci consideriamo letteralmente il centro del mondo (risata)!

Abbiamo un atteggiamento mentale tendenzialmente dogmatico, che la rivoluzione scientifica dal Seicento fino ad oggi ha solamente attenuato, e non ancora risolto propriamente. Gli esempi, ahimè, sono molti: un millennio e mezzo fa tutti davano per certo che la Terra fosse il centro dell’ universo, e cinque secoli fa che fosse piatta, e così via discorrendo. Ci vuole molto tempo perché tra ipotesi, osservazione e deduzione per mezzo di prove e indizi e, soprattutto, tramite discussioni tra esperti, una nuova idea o un nuovo modo di considerare un principio si facciano strada tra di noi. A proposito di alieni, parliamo di esseri viventi che con la loro stessa esistenza metterebbero alla prova il nostro senso di priorità nell’ universo. Partiamo da Copernico, che rimise il Sole al centro dell’ universo conosciuto al posto della Terra, e arriviamo all’ evoluzione darwiniana per scoprire che siamo una fra le tante forme di vita su questa Terra. Poi si potrebbe scoprire che non siamo speciali neanche in tutto l’ universo, perché c’ è almeno una civiltà intelligente su un altro mondo: ecco, non saremmo soli! Ovviamente, sarebbe una cosa sconvolgente…».


E’ ciò che lei sostiene in un suo recente articolo, «Il mistero degli alieni».


«E’ vero, ho dedicato un articolo a questo argomento sul mio sito, ‘Due passi nel mistero’, pubblicato lo scorso 5 novembre 2022. In questo testo ho peraltro citato il lodevole intento che la NASA statunitense ha di recente assunto nel contesto delle proprie ricerche scientifiche, ossia l’ annuncio pubblico della vita aliena qualora dovesse essere confermata, il cui piano dovrà essere messo a punto con il coinvolgimento di scienziati, tecnologi e mezzi di comunicazione che si confronteranno tra loro innanzitutto per stabilire quali saranno le prove oggettive che consentiranno di affermare che si è davvero davanti a forme di vita aliena e, in secondo luogo, per determinare quale sarà il modo migliore per comunicare queste prove. Perché, una volta che verrà dato l’ annuncio, saremo dinnanzi ad un fatto storico senza precedenti e che non consentirà ripensamenti e smentite. Sarà una vera e propria rivoluzione culturale, che avrà un profondo impatto sulla civiltà umana intera e sui singoli individui.».


Come si immagina il primo contatto con una popolazione aliena?


«Non lo so proprio (risata)! Potrebbe essere per mezzo di segnali radio, coinvolgendo gli scienziati del SETI, o magari ci inviteranno in un luogo molto lontano della Galassia come in ‘Contact’, chi può dirlo? Oppure sbarcheranno con una navetta esplorativa come i vulcaniani di Star Trek in ‘Primo contatto’, anche se forse potremmo essere noi ad andare su uno dei loro mondi, venendo accolti con stupore da una popolazione ancora non evoluta abbastanza da viaggiare nel cosmo…».


Lei crede alla possibilità di un’ invasione?


«Questo direi proprio di no, anzi! E’ un tema classico della fantascienza, tutti siamo cresciuti con questo particolare genere letterario e cinematografico che risale al 1897, con il celebre ‘La guerra dei mondi’ del grande professor Herbert George Wells, che da sempre considero uno dei miei maestri letterari. Persino Orson Welles ci ricamò inavvertitamente un colpo di teatro nel 1938 con la sua celebre trasmissione radiofonica, e per la cronaca si era ispirato proprio al racconto di Wells (risata)!

Io credo che nello spazio esistano popoli più avanzati e altri più primitivi di noi, quindi suppongo che, se quelli più progrediti avessero voluto, già ci avrebbero assoggettati. E’ più verosimile supporre che qualche visitatore spaziale già sia stato qui sulla Terra, come suggeriscono alcuni archeologi convinti che alcune divinità antiche, ad esempio quelle sumere o delle civiltà precolombiane, fossero in realtà alieni adorati come dei dai nostri avi perché in possesso di un potere, la scienza e la tecnologia, che a loro era sconosciuto. Sento che questa teoria sia molto profonda e auspico che venga più seriamente presa in considerazione dalla comunità scientifica nell’ interesse della comprensione dei molti misteri ancora presenti nella conoscenza del nostro passato più lontano.».


Se ci pensiamo, è proprio ciò che in Messico sta dicendo Maussan…

Una presunta mummia esibita da Maussan;


«Infatti, lui sostiene che siamo dinnanzi a mummie di mille anni almeno, rimaste custodite qui sulla Terra fino al loro recente ritrovamento. L’ idea di antichi visitatori spiegherebbe molte cose, ma finora non è mai stato confermato nulla in proposito. Se questi reperti sono veri, che vengano sottoposti a esami scientifici di comprovata efficacia condotti da una squadra internazionale di esperti. Io sono certamente curioso di conoscere gli sviluppi di questa vicenda, per quanto io nutra il sospetto che sia l’ ennesimo siparietto destinato soltanto ad allontanare la gente dalla verità.».


La ringraziamo per la sua presenza.


«Io ringrazio voi per il tempo trascorso insieme, è sempre bello e utile per tentare di trasmettere idee che cercano di essere sensate.».

mercoledì 18 marzo 2020

Scrivendo con Giacomo…


Godendosi la vista dalla veranda, Giacomo finisce di sorseggiare una tazza di tè Earl Grey: «Sia pur senza un movente necessariamente critico, sono sempre stato un tipo controcorrente: tra dieci italiani che durante il giorno impazziscono per il caffè, io sono quello che sceglie il tè. Il caffè mi basta una sola volta al mattino, con il latte.». Alla domanda sul motivo per cui ami tanto la celebre bevanda importata dal subcontinente indiano, accenna ad un sorriso: «Ovviamente me ne piace molto il sapore, e mi affascina il cerimoniale che lo circonda. Trovo che svolga una bella funzione sociale, come avviene in Gran Bretagna e nei Paesi nordici. In Oriente, poi, equivale ad un momento estetico, e ha anche una grande valenza religiosa, come dimostrato dalla cerimonia del tè in Giappone e dal fatto che sia in tale Paese che in Cina venga servito silenziosamente nei monasteri Zen e Chán come parte della pratica spirituale buddhista, in quanto ritenuto in grado di favorire la concentrazione dei monaci, impegnati in lunghe ore di meditazione.».
La stessa tazza in cui beve, aggiunge, ha un suo particolare significato essendo un dono del suo insegnante di lettere e storia alle superiori, attualmente suo buon amico, che l’ acquistò appositamente in occasione di una raccolta fondi internazionale a favore del Villaggio dei Bambini Tibetani di Dharamsala, gestito da Jetsun Pema, sorella minore del XIV Dalai Lama: «Il bello della vita è che anche una cosa tanto semplice come bere un po’ di tè può divenire qualcosa di significativo.».

I suoi libri e articoli partono sempre da argomenti e idee ben precisi.

«Certamente. Nel caso di un romanzo di fantascienza vi è per prima cosa un particolare tema che cattura il mio interesse, intorno al quale invento la trama. In ‘Cuore di droide’, ad esempio, ragiono sul rapporto tra umanità e tecnologia, mentre in ‘L’ angelo custode’ parlo di incontri ravvicinati con una specie aliena e dell’ amore che continuiamo a provare per le persone care che passano ad altra vita tramite le vicende di un ufficiale della RAF britannica, e in ‘Sotto il cielo della Porta divina’ tratteggio il lato oscuro e autoritario della religione attraverso un accidentale viaggio nel futuro di un astronauta britannico, che sbarca in una Terra soggetta ad una severa teocrazia in cui peccare o addirittura dubitare della parola del clero equivale ad una condanna a morte.
Nel caso dei miei articoli storici, invece, parto da un particolare argomento che mi spinge a fare ricerche approfondendo la mia personale conoscenza in proposito, e prima di incominciare mi domando il motivo per cui ai lettori dovrebbe tanto interessare questo stesso soggetto: il che mi porta a fare una serie di considerazioni, e ogni volta do risalto ad un particolare aspetto che spesso non notiamo o che fraintendiamo.».

Lei si serve sempre di un linguaggio semplice e diretto, discorsivo.

«Oh, sì. E’ un aspetto che trovo molto importante. Spesso, infatti, le introduzioni ai romanzi, le note sugli autori o le presentazioni sui siti di associazioni culturali o religiose hanno un linguaggio molto bello e raffinato ma poco chiaro, e chi legge ha spesso la sgradevole sensazione di non aver afferrato gran che. Se non lo direte a nessuno, confesso che alle volte capita persino a me (risata)! Leggendo con attenzione i testi dei miei autori di riferimento, come ad Antonio Spinosa, Valerio Massimo Manfredi, il XIV Dalai Lama, Herbert George Wells e Michael Crichton, ho individuato le basi da cui ho sviluppato un linguaggio chiaro e di facile comprensione con cui trasmettere i concetti che intendo evidenziare.».

Come costruisce i suoi testi?

«Essenzialmente, nel caso dei romanzi mi baso sullo schema tradizionale: imposto la trama fondamentale, che sviluppo in maniera logica e ordinata tenendo conto dei personaggi e degli elementi utili alla sua comprensione. Non credo che un testo di narrativa debba essere necessariamente lungo come un romanzo, alle volte la brevità del racconto può essere più utile. Dipende dalle circostanze. Nel caso di un articolo, invece, incomincio con un’ introduzione, espongo il tema e concludo con determinate considerazioni personali.».

Preferisce dedicarsi a romanzi o ad articoli?

«Ritengo molto soddisfacenti ed importanti entrambe le forme, che scelgo a seconda dello scopo specifico.».

Come vengono accolti i suoi testi?

«Chi legge i miei romanzi mi ha fatto sapere che ho molta fantasia, e che i concetti che espongo con la trama sono molto interessanti, fanno pensare. Recentemente, ad esempio, una signora mia concittadina ha letto ‘L’ angelo custode’, e mi ha fatto sapere di averlo letto con grande interesse e partecipazione, aggiungendo che solo chi ha sofferto determinati eventi tristi della vita può capirne appieno le pagine. Una lode che mi ha profondamente commosso e incoraggiato. Peraltro, una mia conoscente di Livorno ha letto la mia autobiografia, ‘Io sono Giacomo’, e mi ha scritto di aver apprezzato molto lo spirito coraggioso con cui ho parlato di me stesso, e di aver letto cose che non tutti avrebbero osato riportare. Si è complimentata dicendomi che ho l’ animo del guerriero, e che non mi sono spezzato di fronte a certe prove poco piacevoli che la vita mi ha imposto. In molti, infine, leggono i miei articoli sul blog apposito e quelli di storia locale su ‘Il Biellese’ e ‘News Biella’, e con infinito piacere vengo spesso fermato per le strade di Occhieppo Superiore, il mio paesello, ma talvolta anche mentre mi trovo in città, a Biella, da gente che si congratula dicendo di rimanere colpita e interessata dalle mie pubblicazioni, chiedendomi che cosa ho in programma per la volta dopo. Spesso, mi scrivono anche sulle reti sociali.».

A volte, però, è stato anche criticato…

«Verissimo. Come chiunque altro, sono stato sia complimentato che criticato in quello che faccio. Ho ricevuto determinate critiche costruttive e altre invece ben più malevole. Io ho sempre incoraggiato la gente a darmi un parere sincero su quello che scrivo, nella convinzione che una lode senza spirito critico non faccia bene a nessuno. Tra le critiche costruttive ricordo con piacere quella di un amico, che ora purtroppo è morto, secondo il quale avrei dovuto inserire un po’ di ironia nelle mie opere di narrativa: un suggerimento che ho molto apprezzato e che sto mettendo in atto ora che sono alle prese con una raccolta di racconti su di un agente segreto dell’ MI6 britannico alle prese con alcune minacce aliene. Il mio insegnante di diritto alle superiori, invece, mi ha fatto notare un errore di impostazione del discorso in ‘Cuore di droide’. Tra le critiche malevole, invece, con un certo dispiacere ho avuto a che fare con il parere ostile di alcuni amici di famiglia, peraltro miei concittadini occhieppesi, secondo i quali faccio un’ attività insensata, priva di qualsivoglia utilità. In un’ occasione mi hanno persino detto che io non sono nessuno, in un’ altra che rincorro argomenti politici e discutibili verso cui nessuno ha il benché minimo interesse.».

E che cosa risponde a questi pareri così poco amichevoli?

«Questi gentiluomini sono talmente criticoni e pettegoli che se si prendessero la briga di scrivere qualcosa diverrebbero paparazzi di grande levatura. Peraltro, hanno la fortuna di essere in pensione, quindi hanno molto tempo a disposizione per sfidarmi. Dicono che ne uccida più la penna che la spada, per cui staremo a vedere (risata)…».

Lei ha spesso affermato che gli esempi sono molto importanti, e che leggendo ha individuato quelli che lei definisce i suoi «maestri letterari», di cui poco fa ha parlato.

«Assolutamente sì, nella vita di tutti i giorni gli esempi sono fondamentali nello sviluppo della nostra personalità e delle nostre capacità. Rappresentano il punto di partenza da cui noi costruiamo la nostra realtà. Nel caso specifico della mia realtà letteraria, ho innanzitutto incominciato a leggere, e grazie a questo ho gradualmente sviluppato il mio stile personale. Devo molto di quel che so fare all’ esempio di Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, il XIV Dalai Lama, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi.».


Quindi, se dovesse dare un suggerimento ad un aspirante scrittore gli direbbe di incominciare a leggere?

«Sì, senz’ altro. E’ una cosa assolutamente inevitabile. Madre Natura dona a ciascuno di noi una precisa capacità che poi dobbiamo affinare con la tecnica. Ma la lettura resta qualcosa di estremamente utile anche per chi non è portato alla scrittura, perché rappresenta un modo con cui recepire dati e informazioni estremamente benefico per lo sviluppo della mente, della conoscenza e della consapevolezza.».

Un’ altra cosa su cui spesso si esprime è il «retto linguaggio».

«E’ una virtù che, purtroppo, stiamo dimenticando sempre di più. Per retto linguaggio io intendo l’ esprimersi preferibilmente su ciò che abbiamo correttamente compreso, oltre che l’ evitare argomenti e termini volgari e sconci, le menzogne, i pettegolezzi, le maldicenze, le diffamazioni e, cosa altrettanto importante, il miscuglio tra la nostra lingua con le parole straniere. In questo caso particolare ho sempre dato ragione a Benito Mussolini, che il 23 luglio 1929 bandì l’ uso di parole straniere da ogni comunicazione scritta e orale in lingua italiana.».

Lei ha sempre precisato di essere antifascista, fa quindi effetto sentirla sostenere il Duce.

«Il Fascismo fu animato fin dall’ inizio da ideali politici quali il nazionalismo estremo, l’ autoritarismo, lo squadrismo, il partito unico e la soppressione delle libertà costituzionali in nome della sicurezza che ovviamente mi vedono scettico. Tuttavia, avendo avuto modo di analizzare il relativo periodo storico, non nego che alcune iniziative che promosse, soprattutto le riforme sociali e infrastrutturali, furono effettivamente utili allo sviluppo di un’ Italia che per molti aspetti pareva ancora un Paese medievale, come molti storici di professione hanno spesso sottolineato. Furono provvedimenti molto buoni, anche se purtroppo animati da un preciso movente politico che garantì una buona immagine pubblica al regime. Oggi servirebbero molte altre disposizioni del genere, ma per il bene del Paese e non per la carriera di qualche politico. Quello relativo alle sole parole italiane mi pare uno dei migliori provvedimenti promossi direttamente da Mussolini.».

Per scrivere bisogna avere immaginazione, conoscenza e chiarezza espositiva. Occorre anche una mente operosa, e la sua pare sempre in funzione.

«(Risata) Oh, sì! E’ sempre in movimento… Lo considero senz’ altro un bene, perché fin da quando ero piccolo mi è sempre stato detto che un cervello correttamente funzionante è importante. Cerco sempre di recepire e analizzare positivamente i dati che l’ ambiente esterno mi trasmette, che sia seguendo i notiziari televisivi, leggendo i giornali e i libri della mia biblioteca o anche solo conversando con la gente. A volte però trovo un po’ stancante avere una mente come la mia, perché a forza di tenerla in movimento e assecondarla ci sono occasioni in cui mi è difficile darle un freno. Molto spesso, poi, mi concentro come un laser sulla questione di turno, e siccome fin da quando ero molto piccolo ho sempre avuto problemi a fare più di una cosa per volta ci sono occasioni in cui perdo la calma quando semplicemente mi si chiama e si cerca di farmi parlare: è il guaio di quando vengo distratto (risata)! Il più delle volte risolvo il problema dei grandi ritmi del mio cervello facendo una passeggiata con i miei cani nei boschi, respirando un po’ di aria fresca: il contatto con i miei amici a quattro zampe e con la natura rappresenta ciò che io ho sempre indicato come l’ essenza stessa della spiritualità, l’ immergersi nella natura vera della vita. E’ estremamente rilassante.».

In questi giorni dominano la scena le notizie riguardanti il Coronavirus. Lei che cosa pensa di questa grave crisi?

«E’ un’ emergenza tutta particolare, dovuta principalmente al fatto che si tratta di una malattia nuova, scatenata da un agente patogeno dalle origini poco limpide, molto probabilmente manipolato in laboratorio dalla mano dell’ uomo. Sono molto preoccupato e dispiaciuto sia per la diffusione del contagio, quindi per tutte le persone ammalate e le vittime finora contate, quanto per il clima di paura e le penose difficoltà imposte dalle esigenze della quarantena alla società, perché hanno precise conseguenze psicologiche sul singolo individuo e la massa. In queste settimane, peraltro, stanno girando voci inquietanti sui presunti retroscena politici di questa vicenda, in base alle quali il Coronavirus sarebbe l’ arma privilegiata di una guerra batteriologica mossa dall’ Occidente contro la Cina, la superpotenza politica, diplomatica e commerciale del momento. Il guaio è che purtroppo non sono teorie da escludere a priori, perché dalla venuta di Adolf Hitler, con tutte le sue folli teorie eugenetiche e genocide, vi è da aspettarsi di tutto, soprattutto ora che abbiamo a disposizione armi più sofisticate in confronto a ottant’ anni fa. Comunque sia cominciata, io spero che questo evento rappresenti una lezione per tutti noi: le leggi di natura non dovrebbero essere sfidate tanto incautamente, perché il più delle volte ci si imbatte in conseguenze imprevedibili e molto difficili da risolvere…».

Si direbbe un argomento molto interessante da approfondire, magari in un nuovo articolo…

«Sì, certo. E’ veramente un tema interessante. Dopo aver affrontato questioni particolari come il panorama politico ed ecclesiastico in cui nel 2013 venne eletto papa Francesco, le sottili e poco note dinamiche dell’ autorità sia politica che spirituale del XIV Dalai Lama e il coinvolgimento di Gangchen Rinpoche in intrighi a doppio taglio tra Cina e Tibet credo proprio che un’ analisi del Coronavirus e i suoi discussi fatti dietro le quinte sarebbe una bella sfida per me come autore.».


Tante grazie per la disponibilità.

«Grazie infinite.».

martedì 24 settembre 2019

I benefici della lettura e della scrittura: due passi nel mondo di Giacomo


La lettura e la scrittura rappresentano valori di grande importanza per Giacomo Ramella Pralungo, scrittore di fantascienza e articolista storico che afferma di dovere molto soprattutto come persona a queste due grandi conquiste del genere umano, sottolineando spesso che andrebbero vissute con maggiore coscienza, come ogni altra tappa fondamentale della nostra esistenza personale: «Sono l’ occhio destro e sinistro della civiltà, ci hanno permesso di custodire molti ricordi della nostra storia passata e i segreti delle scoperte scientifiche e culturali, ma il più delle volte le guardiamo con noia, aspettando di poter passare rapidamente ad altro. Eppure, gli scienziati hanno dimostrato che sia leggere che scrivere hanno benefici infiniti come il cielo, e più in generale si può affermare che rappresentano un passatempo molto gradevole e, soprattutto, una fonte unica di miglioramento personale e persino una terapia.».

Mostrandoci alcuni pipistrelli dormienti a testa in giù in un angolo della terrazza coperta, poco prima di entrare in salotto, l’ «inventore di storie» afferma di aver sempre trovato simpatico ed interessante questo particolare animale, benché generalmente descritto come macabro e sinistro, tanto che nei secoli è stato indelebilmente abbinato a determinate pratiche di magia nera e stregoneria. Ridacchiando in modo composto si concede una battuta: «Il solo problema è che questi piccoli esemplari somigliano alle galline per la tendenza a fare ovunque e in abbondanza i loro bisogni, ma se penso che sono grandi divoratori di zanzare non mi lamento, anzi, grazie a loro non devo ricorrere agli spray o agli zampironi…».
Poco dopo, mentre sfoglia l’ immancabile libro con accanto alcune pagine di appunti che recano quelli che lui chiama ironicamente «i suoi scarabocchi», spiega che verso gli otto anni si è appassionato alla fantascienza, a dieci alla storia e alla mitologia, a dodici alla scrittura e alla lettura regolare a quindici. Nel corso del tempo, lo studio in generale, e la lettura e la scrittura in particolare sono stati elementi fondamentali per lui: «Ho avuto determinati problemi personali, come la morte di un genitore, la sofferenza dell’ altro, il fatto di essere figlio unico e la mancanza di relazioni amicali stabili, soprattutto con i miei coetanei, a cui in particolare ho trovato una bella alternativa nel rapporto con i miei cani e nelle mie escursioni nei boschi e tra colline e monti. Ho passato molto tempo da solo e ho sofferto di depressione, ma sono riuscito a stare meglio proprio grazie alla lettura e alla scrittura, che hanno assunto per me una grande funzione di guarigione e comprensione, in grado di aiutarmi a superare il confine tra stabilità e squilibrio mentale, serenità e perturbazione. In un certo modo si sono rivelate un bel modo per compensare quel che da bambino e ragazzino mi mancava.».
Peraltro, varie personalità del mondo sia scientifico che accademico hanno spesso evidenziato precisi benefici della pratica sia della lettura che della scrittura, che Giacomo sente di poter fermamente confermare tanto come persona che come autore. Lui stesso dedica molto tempo alla lettura, soprattutto di libri e articoli, di cui esamina forma e contenuti, e ovviamente alla scrittura, e sostiene che entrambe queste attività presentano una quantità così elevata di benefici che sarebbe impossibile elencarli tutti: «Nel contesto della lettura, da cui bisogna necessariamente cominciare prima di passare direttamente alla scrittura, i più importanti sono dieci: stimola la mente, riduce lo stress, favorisce la tranquillità, migliora la conoscenza, espande il vocabolario, migliora la memoria, rende più forte la capacità analitica del pensiero, migliora il livello di attenzione e di concentrazione, e, infine affina le abilità di scrittura.».
Come tutti gli altri muscoli del corpo, spiega lo scrittore, anche il cervello ha bisogno di fare esercizio per restare in forma, ragion per cui il detto «o lo usi o lo perdi» è particolarmente adatto in riferimento alla mente, e la lettura è un mezzo privilegiato per stimolarla aiutando a prevenire o rallentare lo sviluppo di malattie come la sindrome di Alzheimer e le altre forme di demenza senile. Quando si è immersi in un testo ci si ritrova in un’ altra dimensione, una sorta di mondo parallelo in cui ci dimentica dei problemi, facendo vivere il presente, lasciando al di fuori le tensioni e concedendo un po’ di rilassamento. Qualsiasi cosa si legga, questa si va ad aggiungere al proprio bagaglio culturale, ampliandolo e tornando utile quando meno ce lo aspettiamo. Più conoscenze si hanno, più si sarà pronti ad affrontare le sfide che la vita presenta, peraltro nutrendo il pensiero. Le parole nuove inoltre si andranno ad aggiungere a quelle che costituiscono il proprio vocabolario quotidiano, esprimersi bene e in modo articolato è infatti importante anche in ambito lavorativo, e sapere che si sa parlare con sicurezza davanti ad una persona importante può essere stimolante anche per la propria autostima. Per quanto la memoria abbia un limite, il cervello è qualcosa di meraviglioso e può ricordare moltissime cose con una certa disinvoltura. E’ quindi straordinario come le dinamiche della memoria che si innescano nel lettore rinforzino le sinapsi, influendo in modo importante anche sull’ umore. Quando si legge un libro, tutta l’ attenzione si riversa sul testo, il resto del mondo rimane fuori e ci si ritrova immersi in ogni dettaglio: la stessa abilità utilizzata per analizzare i dettagli ritornerà utile per criticare il contenuto, determinando se è stato scritto un brano accettabile, se gli argomenti sono stati sviluppati in modo appropriato, se la forma è scorrevole e così via.
«Soprattutto, leggere molto aiuta a scrivere bene.» precisa ad un certo punto Giacomo «Solo i grandi scrittori possono essere veri maestri, e io stesso ho stabilito un preciso rapporto, una sorta di lignaggio tra maestro e discepolo, con nomi leggendari quali Charles Dickens, Herbert George Wells, Frank Herbert, Thich Nhat Hanh, Tenzin Gyatso, Michael Crichton, Antonio Spinosa e Valerio Massimo Manfredi.».
Scrivere non è affatto facile, aggiunge, ma si può imparare a farlo bene soprattutto attraverso l’ esperienza pratica, non vi sono infatti tirocini, diplomi o qualifiche. Non significa solo rispettare le regole grammaticali, usare in modo appropriato i segni di punteggiatura e conoscere le tecniche di scrittura. Sono certamente tutte cose importanti, ma non è tutto: «Io non posso mostrare un certificato, non esistono specializzazioni per questo. Tutto quello che so viene dall’ esperienza, e tutto quello che ho scritto è stato una grande esperienza. Pertanto, io tendo a diffidare di chi si vanta di essere uno scrittore professionista solo perché ha un attestato, anche bello a vedersi, ricavato al termine di un corso di scrittura creativa. Il solo modo per migliorare la propria scrittura, qualunque siano i nostri scopi, è leggere, leggere e ancora leggere! Solo sfogliando i grandi maestri possiamo provare ad essere buoni scrittori. Come dice Stephen King, se non hai tempo per leggere, non ce l’ hai neppure per scrivere.».
Quindi la lettura costante, anche di giornali e riviste, è il veicolo privilegiato per migliorare il proprio scrivere, perché rende sensibili alle tematiche attuali e al linguaggio a cui la gente è probabilmente abituata. Quanto alla scrittura, Giacomo afferma da subito che come la lettura presenta inesauribili benefici, il più importante dei quali è la capacità di stimolare un pensiero chiaro e l’ abilità di argomentare: «Scrivendo con parole proprie, si assimila e si consolida la conoscenza appena acquisita. Si migliora il livello di attenzione, focalizzandola più lucidamente sui pensieri. Ci aiuta a comunicare bene, e come la lettura aiuta a eliminare lo stress poiché è un modo per sfogarsi. Peraltro, favorisce la produttività: scrivendo si attivano i neuroni e ci si prepara a superare tutte le sfide, imparando a comprendere sé stessi, guardando le proprie riflessioni dall’ esterno, quindi imparando a prendere le decisioni migliori.». Grazie alla scrittura, prosegue, si riescono a superare momenti difficili in modo più veloce, perché scrivendo in proposito aiuta a metabolizzare le sofferenze e il dolore voltando pagina più facilmente.

Ad un certo punto, il narratore solleva una questione che gli sta molto a cuore, ossia l’ importanza di salvaguardare la scrittura manuale: «Questa è l’ era dell’ informatica e degli apparecchi elettronici. Battere i testi al computer e comunicare tramite posta elettronica sono cose certamente utili e vantaggiose, io stesso lo faccio, ma sono assolutamente convinto che non si debba abbandonare la scrittura manuale per nessun motivo al mondo: piuttosto, occorre salvarla!». La società in cui viviamo, spiega, ci permette di velocizzare i tempi, grazie ad una forma di scrittura multimediale più veloce e immediata, soprattutto grazie a cellulari e computer. WhatsApp, Messenger e le conversazioni sulle reti sociali come Facebook, che rifiuta categoricamente di chiamare con i termini «chat» e «social networks» non volendo mischiare l’ italiano con l’ inglese, ci permettono di scrivere in maniera più immediata, semplice e diretta, rischiando però di farci disimparare le regole grammaticali e le basi stesse della lingua italiana. Se è vero che vivere nella società odierna permette di avere un linguaggio istantaneo, non possiamo correre il rischio di dimenticare l’ importanza della scrittura manuale: «La scrittura a mano va riscoperta e salvata dall’ estinzione, e non soltanto per motivi estetici, per quanto la calligrafia di una persona rimanga ovviamente più bella dei caratteri stampati tipici di una qualsivoglia tecnologia. Questo tipo di scrittura ci permette di memorizzare le cose più facilmente, rispetto a quelli che scrivono al computer: scrivere a mano ci aiuta a memorizzare più in fretta, in questo modo possiamo immagazzinare i dati più in fretta nella nostra memoria. Come spiega la professoressa Gabriella Bottini, docente di neuropsicologia all’ Università di Pavia, scrivere a mano può essere vantaggioso per l’ attenzione, la cognizione e la memoria. La stessa insegnante sottolinea che il computer e i cellulari hanno il correttore automatico, che non permette di riconoscere gli sbagli, rischiando di commetterli nuovamente senza neppure rendersene conto. La difesa della scrittura manuale quindi non diventa solo un sostegno a beneficio della tradizione, ma rappresenta un aiuto che facciamo a noi stessi.».

Rispetto allo scrivere al computer, insiste Giacomo, la scrittura manuale attiva aree del cervello che sono coinvolte nella comprensione del linguaggio e nella memoria. Inoltre, scrivendo si stimola il reticolare attivatore ascendentale che permette di selezionare i dati più importanti e stimola l’ attenzione. Gli scienziati, inoltre, concordano tutti nell’ affermare che rispetto alla testiera la scrittura manuale fa imparare meglio e di più, concentrandosi più facilmente e ricordando per più tempo. Scrivere con la penna aiuta a ricordare e coinvolge persino i muscoli della mano in un’ attività che richiede attenzione e precisione, come confermato dal professor Daniel Oppenheimer, docente di psicologia all’ Università della California: «Quando prendiamo appunti a mano durante una lezione, la lentezza dell’ atto ci obbliga a selezionare molto. E questo è fondamentale per fare propria la lezione.». Alla domanda su quanto tempo dedichi alla scrittura manuale, Giacomo non nasconde una punta di soddisfazione: «Preferisco sporcarmi le mani con l’ inchiostro, assolutamente! Scrivo sempre volentieri a mano tutto quello che posso, soprattutto le dediche sui libri e i biglietti di auguri o di accompagnamento di un dono, in occasione di qualche festa o di un compleanno. Per quanto riguarda i miei dati e appunti, ad un certo punto inevitabilmente arriva il momento della trascrizione sul computer. Scrivo molto, ma purtroppo per la mia maestra elementare sono rimasto zampe di gallina come quando avevo sei anni (risata)…».

venerdì 5 luglio 2019

I dubbi di Giacomo sulla religione espressi in «Sotto il cielo della Porta divina»



Giacomo Ramella Pralungo tiene tra le mani una copia della Bibbia cristiana e una del Corano islamico, che sfoglia in determinati passaggi sostenendo apertamente che entrambi i libri sono zeppi di atrocità e incitano alla violenza: «Pronunciandosi in materia di tolleranza religiosa, il 20 dicembre 2015 papa Francesco sostenne che non vi è alcuna differenza fra Bibbia e Corano, e che per secoli il sangue è stato versato inutilmente a causa del desiderio di separare le rispettive fedi. Bibbia e Corano sarebbero pertanto due facce di una stessa medaglia, di una sola divinità: se il Santo Padre dice che nessuno può uccidere in nome di Dio e gli imam affermano che l’ Islam è la religione della pace e non della violenza, chi come me ha letto questi testi può tranquillamente replicare che Yahweh, Dio e Allah hanno raccomandato proprio l’ opposto, che il cosiddetto Verbo si è fatto sangue…».
L’ «inventore di storie», che nei giorni scorsi ha pubblicato in formato sia cartaceo che elettronico su www.lulu.com un nuovo libro di fantascienza, «Sotto il cielo della Porta divina», improntato sul tema della religione e del suo lato oscuro ed oppressivo, motivo per cui ne abbiamo approfittato per intervistarlo, afferma che per lui la religione non è mai stata compresa come si deve dalla maggioranza, soprattutto dai credenti, praticanti o no che siano: «Io stesso, da credente, avevo l’ abitudine di leggere i testi sacri della mia tradizione, il Cattolicesimo, senza però il necessario intendimento, ma da quando sono divenuto irreligioso mi sento rabbrividire ogni volta che penso alla notevole durezza espressa nei testi sacri, i quali altro non sono che documenti lasciati da determinati uomini in precise epoche e culture secondo la propria mentalità. ‘Sotto il cielo della Porta divina’ nasce proprio dalla mia personale esigenza di evidenziare il lato oscuro di questo importante fondamento della nostra civiltà.».

Dunque, in questo nuovo libro lei affronta il tema della religione e della teocrazia. Lei è notoriamente lontano dalla religione.

«Oh sì! Sono davvero molto lontano dalla religione e dai suoi valori fondamentali. Io dico sempre che la religione aveva un senso nei tempi più antichi, quando l’ umanità si interrogava sulle origini della vita ma ancora non disponeva della scienza per arrivare ad una risposta, quindi le varie civiltà elaborarono attraverso i secoli complessi pantheon di dei, spiriti, angeli e demoni. Era qualcosa di nobile e ammirevole, certamente adatto a quei tempi. Oggi, invece, viviamo nell’ era scientifica, e per quanto le varie discipline del sapere abbiano ancora i loro limiti siamo giunti a scoprire moltissime cose di grande importanza che una persona colta è tenuta assolutamente a sapere, dal Big Bang all’ evoluzionismo illustrato da Charles Darwin, dalle dinamiche delle nostre capacità fisiologiche di guarigione a quelle del regno della natura, e così via discorrendo. Non vi è nulla di divino o celestiale in tutto ciò. La religione ha quindi fatto il suo tempo, come una zattera nel momento in cui si è giunti sull’ altra sponda di un fiume, e com’ era ovvio che fosse ha perduto molto seguito di fronte alle conferme empiriche della scienza. Peraltro, laddove ancora sussiste viene vissuta in modo molto diverso da quanto avveniva al tempo dei nostri nonni e bisnonni: direi che buona parte dei credenti di oggi ha una visione assai meno rigida di un tempo, ed è più aperta a mettersi in discussione. Questo è senz’ altro un bene.».

A che cosa si è ispirato per lo sviluppo della trama di questo nuovo libro?
Il formato cartaceo del libro;

«Sono partito dal lato più oscuro della religione, ossia la fede, il settarismo e la teodipendenza. Per sua natura, la religione è un elemento antidemocratico, che non permette all’ individuo la coltivazione di un pensiero autonomo in quanto gli impone di attenersi ai dogmi previsti in modo tale da assicurare un’ ortodossia sempre uguale a sé stessa nei secoli. Dall’ adozione di determinate verità indiscutibili, che non possono e non devono mai essere messe in dubbio, neppure quando urtano con la nostra coscienza, nasce la fede, e da questa sboccia il settarismo, ossia l’ orgoglio di possedere l’ unica realtà ammissibile, quindi la teodipendenza, vale a dire la propensione ad affidarsi completamente ad un’ entità spirituale di varia natura e potenza da propiziare in cambio di favori, cessando in tal modo di essere padroni di sé stessi: le guide spirituali assumono quindi un potere assoluto di noi. Ho poi voluto trattare il tema della teocrazia, lo Stato religioso, nel quale i precetti spirituali fungono anche da leggi civili, quindi ogni trasgressione equivale ad un peccato da castigare con punizioni corporali o spirituali, se non addirittura entrambe, mentre l’ autorità viene ritenuta sacra e inviolabile, sancita dal diritto divino. Nella descrizione della teocrazia che presento in questa narrazione mi sono basato sull’ antico Regno di Israele, sullo Stato del Vaticano, sull’ Arabia Saudita e, in piccola parte, sul vecchio Tibet. Ho anche voluto introdurre alcuni elementi presi in prestito dalla cultura persiana, come i termini ārya e magioi nomi di persona, la figura degli ulema e il fenomeno degli eunuchi. Dal sumero ho invece adottato il nome Kadingirra, usato per indicare la città di Babilonia.».

Ha anche affermato di aver tenuto conto di vari punti espressi nella serie di «Il pianeta delle scimmie», soprattutto nel film del 1968 e in quello del 2001, rispettivamente con Charlton Heston e Mark Wahlberg, nei panni degli astronauti George Taylor e Leo Davidson.

«La serie cinematografica di ‘Il pianeta delle scimmie’ è una delle mie preferite in assoluto, e infatti il mio libro deve moltissimo ad essa. Quando nel 1999 vidi per la prima volta il film originario, con l’ ineguagliabile Charlton Heston, rimasi molto colpito dal fatto che una popolazione di scimmie intelligenti e parlanti venerassero un Dio che, a loro dire, le aveva create a sua immagine e somiglianza, fornendole di un’ anima, separandole dagli altri animali e rendendole signore del mondo. E’ proprio quello che dicono di noi Bibbia e Corano (risata)! Avevo quindici anni, e fu proprio allora che cominciai a chiedermi seriamente se il buon Dio avesse creato l’ umanità a propria immagine o se non fosse stata invece l’ umanità a crearsi un Dio in accordo con le proprie sembianze, in quanto è un dato di fatto che nella nostra arroganza non riusciamo mai ad immaginare nulla di più bello di noi stessi (risata)… E’ altrettanto vero che abbiamo sempre avuto la tendenza a modellare fenomeni culturali importanti come la religione per giustificare le nostre pretese di superiorità nei riguardi sia del mondo che delle altre forme di vita, oltre che per fomentare divisioni tra di noi: da quando esiste un unico vero Dio abbiamo sempre perseguitato e ucciso nel suo nome il nostro prossimo.».

Come è nata la sua esigenza di scrivere questa storia?

«Desideravo presentare una storia che cercasse di evidenziare il lato più rigido e severo della religione, oltre che quello più esule dalla logica e dall’ empirismo, affinché il lettore comprendesse quanto siamo paradossalmente influenzati da un fenomeno che in realtà abbiamo creato noi stessi spacciandolo per una realtà rivelata proveniente dal cielo. Il dibattito sulla religione è infatti molto antico, e dal Settecento in poi, grazie agli illuministi sia francesi che tedeschi, è entrato in una fase sempre più vasta e complessa, di pari passo con l’ evoluzione della nostra mentalità e società. Nemmeno la narrativa, riflesso della storia, è rimasta immune da questa discussione tutt’ altro che banale. Persino la fantascienza, che si occupa dell’ individuo e dell’ impatto delle scoperte sulla società e lo stesso singolo, se ne è molto occupata, come dimostrato dalla leggendaria serie di ‘Dune’ di Frank Herbert, che a sua volta molto mi appassiona fin da quando ero adolescente. Io mi sono dissociato dalla religione nel 2004, quando avevo vent’ anni, e dal giorno in cui ho iniziato a svolgere ricerche storiche in proposito sono rimasto molto colpito dalla sua evoluzione sul piano storico, dottrinario e culturale. Come ho detto prima, penso che la religione non sia compiutamente compresa da chi la segue, fatto logico perché ci viene praticamente imposta fin da neonati, quando cioè siamo ancora privi della possibilità di valutare e decidere per conto nostro, e quasi tutti coloro che sostengono di credere in realtà rispondono ad un riflesso condizionato dalle semplici convenzioni sociali, e non da una personale convinzione.».

Leggendo le centoquarantotto pagine di «Sotto il cielo della Porta divina» si deduce il suo profondo scetticismo in ambito religioso. Eppure, lei un tempo era credente.
Il formato digitale del libro;

«Sì, nel corso delle mie prime venti primavere sono stato credente come tutti, in tono con l’ educazione ricevuta nel mio contesto sociale e temporale. Ma nell’ estate 2004 vissi determinati avvenimenti tristi che, unitamente a quanto avevo già precedentemente affrontato, mi portarono ad intuire che Dio non esiste affatto, quindi viene impiegato soprattutto come strumento atto a giustificare ciò che tuttora non siamo capaci di spiegare, oltre che i molti e notevoli privilegi dell’ ordine sacerdotale, che spesso io definisco una vera e propria casta. Tuttavia, non credo di dire nulla di nuovo quando affermo che i testi religiosi furono scritti da uomini, e pertanto vennero influenzati dalla mentalità di un certo popolo in una data epoca. Per esempio, la Bibbia sarebbe certamente assai diversa da quella che noi tutti conosciamo se fosse stata scritta nel Trecento, piuttosto che nel Seicento o addirittura nel Novecento. A conferma di questo principio basta soltanto leggere l’ Antico e il Nuovo Testamento per cogliere le reciproche differenze, che non sono poche. Quindi l’ idea di un Dio onnipotente e benevolo che tace davanti alla sofferenza del mondo che lui ha creato, oltre al fatto di aver scelto di non lasciare alcun indizio utile a comprovare la propria esistenza, oggi è sempre più dibattuta e contestata. Una religione, se vera, dovrebbe rimanere invariata e dal pensiero unitario, e tutti avrebbero la spontanea propensione a seguirla. Invece, in questo mondo sono fiorite moltissime religioni che nel tempo sono mutate fino a suddividersi in infinite scuole di pensiero. Più in generale, io affermo che quanto sappiamo a proposito di Dio ci viene unicamente dai mistici e dai sacerdoti, le cui affermazioni non confermabili empiricamente sono ovviamente destinate a far presa su tutte quelle menti disposte a credere già in partenza.».

Nondimeno, lei riconosce che molta gente trae tuttora un certo beneficio e conforto dalla religione.

«Certamente, perché le persone sono molto diverse tra loro, quindi hanno differenti reazioni di fronte ad uno stesso fenomeno. Io stesso ho amici che mi hanno detto di sentire Dio e Gesù oppure una particolare persona santa molto vicini a loro, e di sentirsi rincuorati ogni volta che pregano e vanno in chiesa. Ho sentito sincerità nelle loro parole, quindi ho espresso la mia contentezza in proposito raccomandandomi affinché ascoltassero sempre la propria coscienza, senza mai pendere dalle labbra del sacerdote di turno o di una guida spirituale di qualsivoglia preparazione e provenienza. Negli stessi Vangeli, che io ho personalmente letto, si riferisce che lo stesso Gesù mise in guardia i propri discepoli dai falsi profeti, che avrebbero fatto di tutto per confonderli e allontanarli dalla retta via: insomma, che si segua una religione oppure no ognuno deve rimanere il maestro di sé stesso!».

In questo libro lei riprende il tema della distopia, molto comune nella fantascienza e singolarmente adatto nel fare riflessioni di carattere sociale.

«E’ vero. La distopia è una società indesiderabile sotto tutti gli aspetti possibili, contrariamente all’ utopia, la società perfetta. Nella fantascienza sia la distopia che l’ utopia sono molto sfruttate, e si possono ambientare nel futuro, su un altro mondo oppure in una realtà alternativa alla nostra. Nel caso di questo libro ho scelto di ambientare la mia distopia nel futuro di questo pianeta, e di fondarla su concetti quali bigottismo, teocrazia, dittatura, ristagno culturale e antiprogressismo. In buona sostanza, una distopia è un espediente narrativo estremamente utile perché si fonda su determinati concetti reali e presenti del nostro mondo, che non dovremmo affatto sottovalutare. Credo che la distopia abbia avuto e abbia tuttora molta importanza nella fantascienza perché continua ad aiutarci a cogliere il lato meno nobile del mondo che noi stessi abbiamo costruito, sia pur pensando che venga chissà come dal cielo (risata)!».

Inoltre, lei ha introdotto tra i personaggi del libro la leggendaria figura del professor Stephen Hawking, per cui ha talvolta affermato di provare molta stima.

«Oh sì! Il professor Hawking è stato un titano, una figura ineguagliabile per cui ho sempre provato grande apprezzamento e ammirazione. Fin dall’ inizio coltivo l’ abitudine di citare nei miei libri un fatto storico realmente accaduto oppure un personaggio realmente vissuto. Quando iniziai a lavorare alla trama di questo libro, pensavo ad un collegamento con l’ incidente di Berwyn Mountain, un fatto misterioso realmente avvenuto in Gran Bretagna, per la precisione in Galles, nel 1974, e da subito indicato come presunto incidente ufologico, simile ai precedenti fatti di Roswell, avvenuti nel 1947. Inoltre, desideravo citare la base segreta AL/499 e il Progetto Mannequin, su cui molto si dibatte da lungo tempo. Peraltro il professor Hawking era morto da poche settimane, e per un curioso caso del destino il fatto che fosse stato un astrofisico di fama mondiale ben lo faceva adattare alle esigenze della mia narrazione: lo adottai quindi come pioniere della teoria dell’ iperspazio e progettatore della prima forma di iperpropulsore della storia umana. Era un grande pioniere della scienza e della nostra conoscenza del cosmo, nonché una persona eccezionale che seppe sopravvivere per tanti decenni ad una penosa malattia che, secondo le previsioni, avrebbe dovuto farlo morire in pochissimo tempo. Per certi versi mi ricordava mia madre, anche lei molto malata e, secondo i medici, destinata a morire entro breve tempo: seppe superare ampiamente la speranza di vita, destando un certo stupore nei medici che la seguivano. Forse fu proprio il grave problema fisico che lo aveva colpito a spingerlo a stimolare al massimo il potere della sua mente. Purtroppo, individui geniali come lui si manifestano solo uno per volta!».

Possiamo domandarle di raccontarci qualcosa sulla trama?

«Con piacere. Nel 1974 ha luogo il misterioso incidente di Berwyn Mountain, a seguito del quale l’ MI6, la celebre agenzia di spionaggio britannica, rinviene un’ astronave e un cadavere alieni, che invia prontamente alla base segreta AL/499, nel Berkshire, con lo scopo di ricavare armi e tecnologie potenti atte a rafforzare la posizione strategica della Gran Bretagna nel mondo. Negli anni vengono sviluppati alcuni ibridi umano-alieni da mandare come coloni su altri mondi, una linea di organismi cibernetici da usare come supersoldati e speciali unità operaie e uno space shuttle in grado di viaggiare nell’ iperspazio, particolare tecnologia realizzata con la consulenza di Stephen Hawking, pioniere della teoria dell’ iperspazio. In seguito, nel 1989, il sergente James Charles Billington, appartenente alla RAF e distaccato al Progetto Mannequin, viene scelto come pilota per il viaggio inaugurale dello space shuttle, chiamato Ulysses, ma durante la procedura per il salto nell’ iperspazio ha luogo un’ avaria che lo manda nel futuro, nel 3529, ove scopre che il disastro in cui è rimasto coinvolto ha involontariamente provocato una serie di eventi che hanno portato all’ estinzione dell’ umanità e alla rivolta degli ibridi umano-alieni, che nei secoli si sono organizzati nel Regno di Kadingirra, una severa teocrazia retta da un sovrano assoluto assistito dal potente ordine sacerdotale dei magi. Ritenuto un demone dal terribile potere, l’ astronauta britannico viene esorcizzato e imprigionato dai magi, dai quali è presto destinato al rogo rituale, ma addentrandosi nella società del popolo ārya entra in contatto con i dissidenti, che ormai da anni chiedono più libertà venendo tuttavia perseguitati dalle autorità sia temporali che spirituali con l’ accusa di apostasia ed eresia. Una volta liberato, si vede coinvolto in una ribellione destinata a mutare per sempre il volto di Kadingirra e a scardinare le credenze tradizionali, sempre più viste come semplici miti e leggende con cui mascherare le vere origini di questo incredibile mondo di stampo medievale. Billington desidera tornare nel 1989 e mutare il corso degli eventi futuri, per cui approfitta dell’ aiuto dei dissidenti per tornare all’ Ulysses, incappando peraltro nei discendenti degli organismi cibernetici creati secoli prima all’ AL/499…».

La vicenda si ambienta in un lontano futuro, nel 3529, eppure colpisce la totale mancanza di tecnologia, e più in generale l’ avversione che il popolo ārya nutre istintivamente verso la scienza a causa di un particolare amore per la tradizione.

«E’ vero (risata), ma occorre tenere presente che questa è la caratteristica tipica delle società fondamentaliste e teocratiche, nelle quali l’ ideale religioso viene vissuto ed ingigantito ogni oltre ragionevole limite. Per certi versi mi sono ispirato all’ universo descritto dal grande Herbert in ‘Dune’, nella cui esalogia siamo di fronte ad una società feudale retta da una profonda religiosità sorta a seguito della ribellione umana contro le intelligenze artificiali che per secoli avevano avuto il predominio. Si tratta in effetti di un universo molto diverso dalla famosa Galassia lontana lontana descritta da George Lucas in ‘Guerre stellari’. Eppure, è qualcosa di suggestivo, che fa pensare. Ho ripreso questo tema perché si lega molto a quello della religione e noi tutti siamo al corrente dell’ antico e proverbiale contrasto tra fede e scienza, sacro e profano, tradizione e innovazione. E’ un tema universale, perché viene dalla nostra realtà, e penso che sia salutare rifletterci sopra adeguatamente perché non dovremmo mai dare nulla per scontato, vista l’ influenza profonda che ha nella nostra vita quotidiana. Noi italiani in particolare siamo toccati molto da vicino da una simile questione, in parte per ragioni storiche e in parte per motivi politici: in un angolo di Roma, la capitale del nostro Stato, abbiamo il Vaticano, città santa della cristianità e a sua volta Stato autonomo e indipendente con leggi proprie. I problemi nascono dal fatto che buona parte dei nostri politici è di fede cattolica, pertanto riconoscono nel papa e nella Chiesa la propria guida spirituale e morale. Il conflitto di interesse che ne nasce ci pone di fronte a molte divergenze a livello politico, sociale e religioso, oltre che in tema di tradizione e modernità. Tali controversie ci tengono evidentemente separati dagli Stati moderni, anche in contesto europeo. Io ovviamente penso che la vita sia sacra, pertanto l’ individuo dovrebbe avere un ruolo assolutamente centrale nell’ esistenza e nel mondo, inoltre mi sento legato tanto alla tradizione quanto alla modernità e allo sviluppo tecnico, scientifico e sociale, perché è bene che certi valori utili e benefici restino classici, per quanto sia bene adattare la loro applicazione alle necessità dei tempi in cui viviamo, perché il tempo ha l’ abitudine di scorrere senza sosta e di portarci costantemente i semi del cambiamento e dell’ evoluzione. In parole povere, credo nella via di mezzo tra tradizione e modernità, ad un loro connubio. Tutto ciò che la impedisce si presenta come un peso, una fonte di problemi inutili.».

La ringraziamo per questa bella intervista.

«Grazie a voi, è sempre un grande piacere.».

La visione e il rapporto di Giacomo con la politica

Giacomo Ramella Pralungo Autore di romanzi di fantascienza a sfondo sociale e articoli storici, culturali, scientifici e di mistero, Giacom...